… diventavamo cobelligeranti

Fonte: Wikipedia

[…] Per quanto riguarda l’Italia, durante il primo triennio di guerra l’obiettivo dello SOE [Special Operations Executive] fu quello di ottenerne la ritirata dal conflitto attraverso una sconfitta militare prodotta dalla ribellione contro fallimento del regime. Lo SOE era riuscito ad entrare in contatto con i “cospiratori”, soprattutto tramite le sue sezioni elvetiche: quella principale a Berna, guidata da John Mc Caffery (JQ), affiancata al distaccamento di Lugano affidata a De Garston e Birkbeck. Un intenso lavorio di Intelligence e diplomatico che non dette alcun frutto a causa delle troppe divisioni che separavano le due controparti. Le operazioni di sabotaggio invece furono in gran parte dovute all’iniziativa della sezione J, guidata dall’allora maggiore Roseberry. Lo SOE, nelle basi de Il Cairo, Malta ed Algeri (Massigham), aveva cercato di reclutare agenti disposti ad operare nella penisola.
Una ricerca svolta tra gli Enemy Aliens, l’emigrazione politica e quella comune, presente sia nei Paesi Alleati, sia in quelli neutrali. A ciò aveva affiancato il tentativo di arruolare i Prisoners of War, un progetto con risultati più magri del precedente. Dal punto di vista operativo, i risultati dello SOE furono comunque di bassissimo profilo […] Con l’8 settembre 1943 però […] Se in Svizzera la missione Damiani prima, e quella di Parri e Valiani poi, cercarono di stabilire un contatto con gli Alleati, a sud lo SOE iniziò a ricevere notizie, dapprima confuse poi sempre più precise, su episodi di resistenza armata ai tedeschi, o informazioni su bande ribelli. Rapporti importanti che lo aveva spinto a dotarsi di una struttura organizzativa italiana, la Number 1 Special Force, creando un retroterra logistico nella base di Maryland, presso Monopoli. Parallelamente il maggiore Andrew Croft venne incaricato di organizzare la base di Balaclava a Bastia che avrebbe lavorato con la sezione navale di Massigham per l’area del golfo di Genova. Dal punto di vista tattico invece la missione Vigilant, guidata dal maggiore Munthe, avrebbe affiancando la V armata americana lungo la costa tirrenica […] Ed infatti fu solo nel 1944 che la Special Force uscì, anche se solo parzialmente, e solo tramite dubbi compromessi […] Sebbene la Special Force fosse a conoscenza della resistenza militare ai tedeschi fino dai primi giorni successivi all’armistizio, il primo vero rapporto completo relativo alla situazione italiana venne stilato solamente nel novembre del 1943. Nel documento Guerrilla Bands in Italy molto significativamente non si parlava ancora di Resistenza, ma di bande eterogenee. La nascita delle formazioni era fatta risalire a tre motivazioni: l’antifascismo attivo, i militari e coloro che volevano sfuggire alla leva saloina. In primo luogo possiamo spiegare questo iato temporale anche con i problemi di comunicazione tra le varie sedi della Special Force […]
Baker Street (sede centrale dello SOE) non era interessata ad istituire dei contatti diretti con il Comando Supremo italiano, preferendo che essi fossero mantenuti tramite Maryland.
Ne derivava che la sintesi di tutti i dati in possesso fosse un procedimento lento, prima ancora che difficoltoso. Altra ragione però fu probabilmente che gli inglesi dovettero attendere il rafforzamento “autonomo” della Resistenza, una strutturazione parallela a quella della stessa Special Force, in modo da valutarne l’efficienza e le possibilità di impiego. In un certo senso gli italiani dovevano dimostrare che quei movimenti armati non erano episodici, ma la manifestazione permanente della volontà di combattere. Un’attesa necessaria per tracciare un primo bilancio, ma che non deve fuorviare. Lo SOE non rimase passivo […] Si trattava di entrare in contatto con le formazioni, accertarsi della loro disponibilità a collaborare, che non fossero composte da renitenti al servizio militare, che fossero ancora presenti nell’area indicata, ed riferire l’esatta posizione per inviare i rifornimenti. Un macchinario lento ed inadeguato rispetto alle immediate esigenze dei partigiani, poco bilanciato dall’accorgimento di iniziare a rifornire quei gruppi con cui lo SOE era già in contatto […] All’inizio della primavera 1944 divenne evidente un generale rafforzamento della Resistenza, anche dal punto di vista numerico. In base alle informazioni ricevute da JQ nei suoi incontri con Parri, la Special Force valutava attendibile il numero 25000-30000 guerriglieri e divideva le formazioni in tre gruppi. Il primo, formato da circa 7000-8000 uomini, comprendeva le forze che avevano terminato il processo di raggruppamento. Il secondo, relativo alle forze organizzate in settori territoriali, ammontava a 6000 uomini il totale dei suoi effettivi.
Il terzo infine concerneva i settori selezionati per la riorganizzazione.
Fu proprio in questo contesto che venne deciso l’invio sistematico delle missioni di British Liaison Officers (BLO), perché data «[…] l’importanza di stimolare la resistenza italiana nel nord» era arrivato il momento in cui gli inglesi dovevano «avviare tutte le attività di guerriglia e provare ad ottenere un coordinamento e anche facilitare la questione dei rifornimenti».
In precedenza lo SOE aveva infiltrato operatori radio, detti W/T da Walkie/Talkie, oltre le linee nemiche per entrare in contatto diretto con le formazioni. Una serie di operazioni portata a buon fine grazie alla collaborazione con il ricostituito Servizio Informazioni Militari […]
Un progetto che lo SOE aveva elaborato come risultato di una valutazione tecnica, ma che cercava anche di risolvere l’evidente dicotomia tra le impostazioni della Special Force e dei partigiani: se per gli inglesi queste la ollaborazione andava intesa come uno sviluppo qualitativo della guerriglia, per gli italiani i dati erano opposti ed infatti con l’avvicinamento dell’estate del 1944, il numero dei partigiani andava aumentando in maniera incontrollata […] Una volta completata la propria struttura operativa quindi la Special Force decideva di avocare direttamente a sé la gestione dei partigiani, revocando quella sorta di delega che aveva concesso al SIM per necessità, e privando così de facto la Monarchia di un valido strumento per la competizione politica nei confronti dei CLN.
In questa direzione spingevano l’esigenza di incrementare il potenziale bellico della Resistenza, mantenendola entro un quadro militarmente utilizzabile dall’AFQH […] la successiva «[…] visita in Italia di Mc Millan [dell’aprile 1944] fu la vera svolta di Salerno. La situazione venne compresa da ufficiali della n. 1 Special Force i quali si sottrassero al monopolio che dirigenti del SIM speravano di poter esercitare su operazioni in territorio nemico; essi decisero di inviare ufficiali di collegamento (BLO) non solo presso bande con le quali era stato possibile stabilire un contatto, ma anche presso il CLNAI ed il suo Comando militare». Lo SOE decise di inviare degli ufficiali di collegamento con il compito di organizzare e preparare il rifornimento delle formazioni partigiane, coordinandole con lo sforzo bellico alleato in modo da ottenerne il massimo appoggio […] Mireno Berrettini, Le Missioni dello Special Operations Executive e la Resistenza Italiana, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Pistoia, QF, 2007, n° 3

I documenti recentemente declassificati (1998) dal governo degli Stati Uniti relativi all’attività dell’Office of Strategic Services (O.S.S.) – il servizio segreto americano – che durante la Campagna d’Italia si occupò di gestire i rapporti tra i comandi Alleati e la Resistenza nell’Italia occupata, confermano che, a partire dal settembre 1943, le autorità militari del Sud cooperarono lealmente con gli anglo-americani affinché si potesse arrivare a una effettiva cobelligeranza dell’Italia accanto agli Alleati, anche nel campo del sostegno alla Resistenza.
Entro la fine del 1943, tale collaborazione portò alla costituzione dietro le linee tedesche di una vasta rete clandestina messa in atto dall’O.S.S., dalla controparte inglese dello Special Operation Executive (S.O.E.) e dal Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) italiano.
Già a partire dal settembre 1943 infatti diverse missioni clandestine composte da personale italiano e anglo-americano furono paracadutate o giunsero via terra e via mare nell’Italia occupata, con lo scopo di aiutare le formazioni partigiane a ricevere i rifornimenti Alleati.
Queste missioni, che previdero sempre la presenza di radiotelegrafisti, rappresentarono il primo contatto diretto tra la Resistenza e i comandi Alleati e si occuparono di gestire tanto la fase logistica della ricezione dei rifornimenti quanto quella dell’attività informativa. Successivamente esse si occuparono di istruire i partigiani sull’uso degli armamenti forniti e di coordinarne l’attività di guerriglia con l’avanzata degli eserciti regolari […] Come vedremo, solo a partire dalla fine del 1944 le scelte, soprattutto inglesi, nei confronti della Resistenza italiana cominciarono a essere, in parte, condizionate da preoccupazioni di carattere politico. In questo senso avrebbe influito sia l’insurrezione comunista greca del dicembre 1944, sia la situazione che si andava delineando nei paesi dell’Europa orientale dopo l’arrivo degli eserciti sovietici. Tali fatti rappresentarono un preoccupante precedente sia per gli organismi d’intelligence, che si erano occupati sino a quel momento di sostenere i movimenti di Resistenza, sia soprattutto per i comandi militari Alleati.
Se oggi è possibile sostenere che l’atteggiamento dei servizi Alleati – e tra questi soprattutto quello del S.O.E. – fu influenzato da un certo allarmismo per il rafforzamento della componente comunista all’interno del movimento partigiano italiano, solo quando ormai la guerra stava per concludersi, non è ancora possibile stabilire, con certezza, quale fu a riguardo la posizione del S.I.M. italiano […] Il S.I.M., in particolare nei piani di collaborazione con il S.O.E. inglese, ebbe il merito di aprire la strada ai primi contatti con la Resistenza nei territori occupati, mostrando quanto meno un notevole spirito di iniziativa e attivismo nella costruzione di una vasta rete spionistica e nell’invio di agenti dietro le linee tedesche. Le missioni del S.I.M., soprattutto all’inizio, ebbero infatti il compito di creare quei primi contatti tra partigiani e Italia libera che permisero in seguito alla Resistenza di ricevere gli aiuti Alleati indispensabili al suo sviluppo militare. Claudia Nasini, Una guerra di spie. Intelligence anglo-americana, Resistenza e badogliani nella sesta Zona operativa ligure partigiana (1943-1945), Tangram Edizioni Scientifiche, Trento, 2012

[…] opportuno approfondire la relazione che intercorse tra l’Organizzazione Franchi (Of) di Edgardo Sogno, le missioni alleate paracadutate in Monferrato e le brigate partigiane che qui operavano. Inediti documenti, provenienti dai National Archives di Londra (1) che riguardano l’arruolamento di agenti italiani per il Soe (Special Operations Executive) danno nuova luce alle fonti orali, raccolte in questi anni, rivelando una realtà variegata e complessa, in cui il coraggio e la diplomazia cementarono la lotta al nazifascismo, ma lasciarono emergere alcune ambiguità.Intorno alla “Franchi” si formò un intreccio di collegamenti che ebbe come esito l’invio di esperti sabotatori paracadutati e promosse lanci di sten parabellum, divise, radio sia per le bande partigiane di pianura sia per quelle delle colline (2).
(1) […] L’Esecutivo Operazioni speciali era un’organizzazione segreta inglese, nata nel 1940; in Italia operò dall’8 settembre 1943 con sabotaggi e incursioni dietro le linee tedesche. La rete di agenti sparsi in Europa era stata incaricata di sfruttare il ruolo dei gruppi di resistenza, presenti in ogni paese occupato, per favoriree coadiuvare le operazioni militari decise dall’Alto Comando interalleato. In Italia è nota con il nome di Number 1 Special Force e seguì le varie formazioni partigiane. Il Sim, citato in seguito nell’articolo, fu l’intelligence militare italiana dal 1925 al 1945, mentre l’Oss fu il servizio segreto statunitense operativo dal 1942 alla fine della guerra.
(2) Sogno definì l’Organizzazione Franchi «un’organizzazione militare autonoma, in collegamento diretto con gli Alleati e col comando italiano del Sud […]. Possono far parte appartenenti a qualsiasi partito antifascista o anche militari non iscritti a partiti purché sentano il dovere di battersi contro i tedeschi e la Repubblica Sociale, ma occorre in ogni caso che questa volontà di battersi esista e si basi su un motivo morale o politico essendo la nostra una guerra di volontari». EDGARDO SOGNO, La Franchi, storia di un’organizzazione partigiana, Bologna, Il Mulino, p. 102. Ribadì, che la “Franchi” era una sua concezione e non del servizio britannico, anzi, collegando fra loro le varie unità operative, si staccò dai principi di sicurezza delle missioni alleate. Le attività svolte (a partire da aprile ’44) furono: addestrare gruppi di sabotatori, accogliere le richieste provenienti dalle formazioni e organizzare campi per ricevere i lanci. Nel primo periodo, dall’aprile all’agosto del 1944, si predisposero campi per i lanci che avrebbero dovuto essere effettuati secondo la tecnica dell’aviorifornimento, si organizzarono squadre per atti di sabotaggio e per operazioni speciali, si strinsero legami con le formazioni autonome locali, il Comando militare regionale piemontese (Cmrp) e la Svizzera. Sogno, di propria iniziativa, con un ristretto gruppo di resistenti, procurò sedi protette e mise a disposizione veicoli, rifornimenti e documenti per sfuggire al controllo nemico.
Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

Il sommergibile Axum – Fonte: G. Manzari, Op. cit. infra

Nell’assoluta necessità di reperire informazioni sulla consistenza, la dislocazione, i movimenti delle truppe tedesche, gli Alleati fecero ricorso ai propri servizi segreti (Special Operations Executive, SOE, britannico e Office of Strategic Services, OSS, degli Stati Uniti). Nella difficile situazione brindisina, con mancanza di uomini, di mezzi, di spazio e con le continue interferenze alleate, il S.I.M. fu faticosamente ricostituito; al suo comando fu posto il colonnello Pompeo Agrifoglio, già appartenente al Servizio, caduto prigioniero in Africa e fatto rientrare apposta dagli Alleati dal campo di prigionia negli Stati Uniti dove si trovava […] I Servizi alleati presero quindi contatto con organizzazioni partigiane già impiantate che agivano più che altro a fini informativi. Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale – Anno XXIX – 2015, Editore Ministero della Difesa

[…] l’arrivo del maggiore Temple rappresentava qualcosa di più: era arrivato tra noi un ambasciatore e un addetto militare del governo inglese e degli Alleati, era il riconoscimento ufficiale e tangibile della legittimità della nostra lotta; con lui diventavamo cobelligeranti. L.B. Testori, La missione Temple nelle Langhe, in AA.VV., N. 1 Special Force nella Resistenza italiana, Volume I, Bologna, 1990, p. 159

“Temple” (Neville Darewsky), classe 1914, ufficiale dell’esercito inglese, morì il 15 novembre 1944 in un incidente a Marsaglia (CN). Era stato paracadutato tra le formazioni di Mauri il 6-7 agosto 1944. Ebbe importanti incontri con il Cmrp; a lui si deve l’idea della costruzione dell’aeroporto di Vesime (AT); qui giunsero Stevens e Ballard, gli ufficiali dello Soe che lo sostituirono. Marilena Vittone, Op. cit.

Nell’agosto ’44 erano attive ben 4 missioni italiane, con 13 agenti italiani; 9 missioni britanniche con 16 agenti britannici; 13 italiani in missioni britanniche. In Piemonte, le comandava il maggiore “Temple”, missione “Flap“. Mireno BERRETTINI, Op. cit.

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