Arriva Daddario dalla Svizzera

Quando il 3 novembre 1943 Ferruccio Parri e Leo Valiani, esponenti del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, andarono a Villa De Nobili di Certenago presso Lugano per incontrare Allen Dulles (1) e John McCaffery (2), responsabili delle Agenzie dell’Oss (Office of Strategic Services) e del Soe (Special Operation Executive), i servizi segreti statunitense e inglese, per sollecitare un sostegno militare e finanziario alla Resistenza, raccomandando “una propaganda più aderente alla realtà italiana” (3), la risposta che ottennero dal punto di vista tecnico fu interlocutoria e da quello politico lontana dalle aspettative (4). I sacri fuochi di una lotta armata con un grande esercito popolare erano apparsi in quel momento soffocati. Gli Alleati avevano preso le distanze da quella visione militare in nome di una strategia che non prevedeva cessioni di comando nella conduzione della guerra (5).
La “guerra grossa” sognata da Parri per un riscatto del Paese contro l’oppressore “sotto la spinta di irrinunciabili istanze di rinnovamento politico e sociale” (6) non rientrava negli impegni che gli Alleati avrebbero assunto nella campagna d’Italia. “Avemmo la sensazione – commentò a caldo il leader azionista – che gli Alleati cercassero di dividerci invece di aiutarci a creare un’organizzazione unitaria” (7). Una valutazione in linea con l’esito dei contatti avuti il 17 settembre e il 25 ottobre precedenti con lo stesso McCaffery da Alberto Damiani, ‘giellista’, inviato in Svizzera del Comitato militare milanese, che in alcune “relazioni organiche sulla situazione nel Nord” aveva messo in luce prevenzioni e profonde diffidenze di natura politica.
In realtà gli Alleati avevano della Resistenza una visione opposta.
[…] La logica era apparsa sempre la stessa. La rappresentazione della ‘doppia Resistenza’ doveva perpetuarsi sino alla Liberazione.
I ‘garibaldini’ avevano continuato a battersi e a morire. Chi, al contrario, fra i partigiani di Campione d’Italia, era finito oltre confine per salvare la vita, aveva avuto tempo e modo nei campi d’internamento di riflettere sull’esperienza vissuta, cogliendo fin dove possibile limiti ed errori. Molti di quei ragazzi, in primis Paolo Pizzoni, avrebbero voluto tornare in Italia per combattere senza i condizionamenti patiti nei mesi precedenti.
A qualcuno, per la verità, era accaduto di poter trascorrere l’insurrezione da protagonista, intruppato fra i reduci di Campione d’Italia guidati da Giovanni Battista Cavaleri con a tracolla i moderni Hispano-Suiza o nelle ‘Brigate Fantasma’ organizzate in fretta e furia dagli Alleati con i primi partigiani licenziati dalla Confederazione per partecipare alle sfilate dei primi giorni di maggio, spalla a spalla dei partigiani ‘rossi’, legittimando in quel modo a pieno titolo la loro presenza nella Resistenza (36).
Non era mancata nei giorni immediatamente successivi alla fine della guerra una pagina illuminante che la diceva lunga sul ruolo che avrebbe avuto l’Oss nella storia d’Italia. Alcuni marò della X Mas di Junio Valerio Borghese, fatti prigionieri nell’Italia del Nord, ed ex-agenti segreti del Governo del Sud, erano stati trasferiti a Villa Rosmini di Blevio sul lago di Como per frequentare un corso accelerato per croupier da utilizzare al casinò di Campione d’Italia, prossimo alla riapertura dopo anni di paralisi (37). L’interesse mai sopito degli Alleati e degli gnomi italo-svizzeri per il ‘tavolo verde’, si era realizzato, garante dell’operazione quel Felice De Baggis, sodale dell’agente Jones, poi sindaco dell’énclave dal 1951 per un ininterrotto trentennio.
Nelle stesse ore gli Alleati avevano aperto la caccia a Mussolini. Lo avrebbero voluto vivo per affidarlo alle Nazioni Unite, come prevedeva la clausola n. 29 del Lungo armistizio del 29 settembre 1943 firmato a Malta sulla corazzata ‘Nelson’ da Einsenhover e Badoglio, ma era loro sfuggito malgrado il massiccio impegno dei servizi segreti di Emilio Daddario e Max Corvo. Erano stati bruciati sul tempo dalla ‘missione’ del Cvl-Clnai di Walter Audisio e Aldo Lampredi. Ma questa è un’altra storia.
[NOTE]
1) Allen Dulles, avvocato, ex diplomatico, fratello minore del futuro segretario di Stato John Foster Dulles. Nel dopoguerra, capo della Cia che sostituì l’Oss. Giunse a Berna dall’estate del 1942
(2) John McCaffery, cattolico scozzese, per anni lettore di lingua e letteratura inglese all’Università di Genova, prese possesso dell’ufficio di Berna dal febbraio del 1941
(3) cfr. Nota sul lavoro attivistico: Memorandumdi Ferruccio Parri a J. Mc Caffery del 31 ottobre 1943 in Pietro Secchia e Filippo Frassati, La Resistenza e gli alleati, Feltrinelli, Milano 1962, pp. 28-32
(4) cfr. Pietro Secchia e Filippo Frassati, op. cit., pag. 34
(5) ibidem, pp. 33, 34. Secondo il pensiero di Parri “l’accordo era tecnico e richiedeva da parte nostra rifornimenti di armi, indumenti e viveri. Esso poneva le premesse di un coordinamento di azione militare e dichiarava, senza reticenze, agli Alleati il carattere politico oltre che antigermanico della nostra guerra”
(6) cfr. Pietro Secchia e Filippo Frassati, op. cit., pag. 28
(7) cfr. Ennio Caretto, Bruno Marolo, Made in Usa. Le origini americane della Repubblica Italiana, Rizzoli, Milano 1996, pag. 99. Una fra le prime circolari che i servizi segreti statunitensi inviarono a Washington sottolineava come gli obiettivi politici del Cln fossero molto più ambiziosi di quanto gli Alleati stessi erano disposti ad accettare. “Nel governo di domani – era scritto – questo è certo: operai, contadini, artigiani, tutte le classi popolari avranno un peso determinante e un posto adeguato a questo peso sarà occupato dai partiti che le rappresentano”
(36) cfr. Franco Giannantoni, op. cit., pp. 218-221
(37) ibidem, pag. 225
Franco Giannantoni, Il ruolo americano nella Resistenza italiana, Rivista Paginauno, 10 giugno 2010

Nella prima quindicina di febbraio gli Alleati effettuarono quattordici operazioni di rifornimento aereo. Nelle ultime due settimane del mese, grazie alle favorevoli condizioni meteorologiche, furono effettuati 135 lanci di rifornimenti. Il 19 febbraio il capitano dell’O.S.S. Emilio Daddario assunse il nuovo incarico di rappresentante della Compagnia D a Lugano. Alla fine del mese di febbraio ben 29 missioni SI risultavano in contatto con la base. Nello stesso periodo fu chiusa la stazione O.S.S. di Brindisi e il personale si trasferì a Siena. L’unità OG (tenente colonnello George A. Stapleton) ricevette la nuova designazione di Compagnia A del 2677° battaglione da ricognizione.
Il 5 marzo entrò in funzione radio Montreal (originalmente infiltrata via mare come missione Locust, ma che aveva perso la sua radio e operava sotto Boeri).
[…] Uomini della Marina furono fra i protagonisti anche degli ultimi avvenimenti in Lombardia. Il maggiore Ferrari prese parte alle trattative condotte, con la collaborazione degli Alleati, fra il C.L.N.A.I. e i tedeschi; Ferrari si recò clandestinamente a Milano per controllare l’attendibilità delle assicurazioni tedesche in merito alla rinuncia ad attuare il piano di distruzione previsto per l’alta Italia e, quindi, alla possibilità di accettare integralmente le condizioni di resa offerte dagli Alleati. Prima che Bologna cadesse riuscì a ottenere, dal comando dello SD di Milano, due salvacondotti in bianco che avrebbero consentito a due “osservatori” dell’alto comando alleato di circolare liberamente, sotto la tutela dello SD, nelle zone ancora occupate dai nazisti; Ferrari portò personalmente in Svizzera i due documenti, che vennero consegnati all’O.S.S. il 18 aprile 1945 a Lugano. (145)
Il comandante Dessy, in imminenza della cessazione delle ostilità, si portò nella zona di Como, la più importante della Lombardia, perché in tale aerea, diretti verso la Svizzera e la Valtellina, affluivano i gerarchi fascisti, le Brigate Nere e i tedeschi in ripiegamento. Dessy diresse gran parte delle operazioni che condussero alla liberazione di Como e trattò la resa di grosse formazioni tedesche e italiane. Ebbe anche mandato, dal Comitato di Liberazione Nazionale di Como, di trattare la resa di Mussolini, allontanatosi da Milano, come visto, la sera del 25 aprile, diretto a Como, ma tale incarico non riuscì perché Dessy fu raggirato dal colonnello Valerio che, giunto a Como da Milano con ordini del C.L.N.A.I., provvide a far arrestare, per alcune ore, Dessy, nonostante le credenziali del C.L.N. e dell’O.S.S. di cui questi disponeva. (146)
Come già detto, i tentativi di impadronirsi di Mussolini attuati dall’O.S.S. fallirono, forse per intervento dei Servizi Segreti britannici, che non vedevano di buon occhio la cattura di Mussolini “vivo” ed erano particolarmente interessati alle voluminose borse di importanti documenti che l’ex dittatore portava con sé. (147)
[NOTE]
(145) Probabilmente il capitano dell’O.S.S. Emilio Daddario sfruttò, per la sua missione, uno dei due documenti.
(146) Per la sua attività nella Resistenza il comandante Dessy fu insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia e decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare.
(147) Nella vicenda degli archivi di Mussolini compare la figura dell’ufficiale del C.R.E.M. Aristide Tabasso, agente segreto della R. Marina e poi degli Alleati, morto negli anni Cinquanta dello scorso secolo. Il 6 giugno del 1945 egli riuscì a impossessarsi di 40 kg di documenti, dei quali redasse una dettagliata descrizione e che consegnò, in copia, a Umberto II a Cascais.
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale – Anno XXIX – 2015, Editore Ministero della Difesa

Nel 1985 il giornalista Gaetano Contini pubblicò un “documento inedito” (1) redatto presumibilmente verso la fine del 1945 e firmato in calce da Aldo Gamba, all’epoca comandante del 1° Squadrone autonomo, un reparto della Polizia militare segreta sottoposto agli ordini del servizio segreto britannico FSS (Field Security section), con sede a Brescia (2).
Tale documento sarebbe stato scritto da un “informatore” di Gamba, che evidentemente lo ritenne attendibile se decise di inoltrarlo con la propria firma, ed è intitolato “Il piano Graziani per la resurrezione del fascismo”.
L’informatore parte da una serie di circostanze: i documenti rinvenuti nell’archivio di Barracu (sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri della RSI, fucilato il 28/4/45 a Dongo) che fanno riferimento ad una organizzazione segreta costituita “per la salvezza del fascismo”; un considerevole deposito di armi trovato nello stabile di piazza San Sepolcro dove aveva avuto sede il Partito fascista; un altro arsenale scoperto pochi giorni prima a Trezzo d’Adda e quanto risultava da un processo svoltosi a Pavia “per documenti falsi” dove veniva confermata la “strabiliante offerta” avanzata dal maresciallo Rodolfo Graziani (allora ministro della guerra della RSI, già macchiatosi di crimini di guerra in Libia e in Africa Orientale) nel dicembre 1944 ai Comitati di liberazione (qui l’informatore non entra nei particolari ma si presume intenda parlare dei tentativi di collaborazione che delineeremo nell’esposizione successiva).
L’informatore sostiene che questi dati “non hanno aperto che un sottile spiraglio di luce su un vasto diabolico progetto da lungo tempo predisposto e in esecuzione anche in tutto il periodo di lotta clandestino” ed a questo punto parla di una “riunione segreta” che si sarebbe svolta nell’ottobre del 1944 presso la sede della Legione Muti a Milano, riunione tenuta dal maresciallo Rodolfo Graziani alla quale presero parte “elementi politici” della RSI, che non erano “prefetti, gerarchi e pubblicisti”, ma i comandanti della legione Muti, delle Brigate nere, della GNR e due questori (uno dei due era il questore di Milano Larice, colui al quale Mussolini avrebbe consegnato una borsa prima di fuggire verso la Svizzera, con l’incarico di darla al comando della Brigata Garibaldi (3), oltre ai capi dei servizi di spionaggio, i “torturatori e gli aguzzini”.
Graziani avrebbe loro delineato il progetto che intendeva realizzare, data ormai per sicura la sconfitta militare del fascismo, per la sopravvivenza politica del medesimo: le truppe germaniche si sarebbero ritirate, seguite dal grosso dell’esercito italiano, ma i “politici” (cioè i partecipanti alla riunione) sarebbero rimasti, “celandosi e camuffandosi per fare azione di sabotaggio nelle retrovie, opera di disgregazione all’interno dell’Italia” (sostanzialmente un progetto stay behind, ovvero la resistenza dietro le linee “nemiche”) perché (e qui l’informatore dice di riferire le parole di Graziani, da lui definito “iena”) “non è necessario vincere la guerra perché il fascismo e i fascisti possano, sia pure dietro altre bandiere, salvarsi”.
“Immettere il maggior numero di strumenti fascisti entro le nostre organizzazioni clandestine, mandando in galera gli antifascisti veri, scompigliando le loro trame, creare fino da allora forti posizioni fasciste entro le fila dell’antifascismo, preparare ingenti quantitativi di armi e denaro e poi, dopo il crollo del fascismo iscriversi in massa ai partiti antifascisti, sabotare ogni opera di ricostruzione, diffondere il malcontento, fomentare moti insurrezionali e preparare sotto qualsiasi insegna la resurrezione degli uomini e dei loro metodi fascisti”, scrive l’informatore. E poi riferisce le “particolareggiate, minutissime disposizioni” di Graziani: “organizzare delle bande armate che funzionino segretamente e che aggiungano altre distruzioni a quelle che prima di andarsene effettueranno i tedeschi, che esercitino in tutto il Paese il brigantaggio, che si mescolino alle manifestazioni popolari per suscitare torbidi. Ma soprattutto mimetizzati, penetrare nei partiti antifascisti e introdurvi fascisti a valanga, propugnare le tesi più paradossalmente radicali ed il più insano rivoluzionarismo, sabotare e screditare l’opera del governo e soffiare a più non posso in tutto il malcontento inevitabile”, in modo da suscitare “il rimpianto del fascismo” e permetterne il ritorno al potere.
Graziani avrebbe parlato anche delle “trattative che taluni elementi della corrente più moderata del fascismo, ed altri in malafede, cercavano di allacciare con gli esponenti della lotta clandestina, per addivenire ad un modus vivendi” che ponesse “tregua alla cruenta lotta fratricida”. Tali trattative, disse Graziani “vanno benissimo”, perché “dobbiamo avvicinare gli antifascisti, illudendoli con vaghi progetti di pace separata, di ritorno alla legalità ed alla libertà, di rivendicazioni socialiste, stabilire così molti contatti , scoprire le loro file ed i loro covi”, per poi arrivare ad una “notte di San Bartolomeo, con il preventivo sterminio dei preconizzati nostri successori” precisando però che “i tribuni” e “gli agitatori” andavano lasciati in pace perché “possono servire pure a noi”, ma per “decapitare il nemico” bisognava colpire “gli intellettuali veri, le competenze tecniche, le reali capacità politiche ed amministrative”.
Nel febbraio successivo, conclude l’informatore, si svolsero altre riunioni durante le quali Graziani avrebbe impartito gli stessi ordini a tutti gli iscritti, “raccomandando soprattutto la più vasta penetrazione entro i partiti antifascisti”. Di queste “tenebrose manovre”, aggiunge, sarebbe stato “tempestivamente” informato il SIM, invitato inoltre ad avvisare i partiti per sventare questo “tranello che si tendeva loro”. Ma i partiti invece “spalancarono senza alcuna precauzione le porte” ed il 25 aprile si videro “frotte di squadristi e di ex militari repubblichini tra i volontari della libertà”.
Fin qui il testo riportato nell’articolo di Contini. Altri dati in merito comparirebbero in un rapporto inviato a Mussolini dal Ministero dell’Interno (della RSI) il 21/3/45, con oggetto “costituzione di centri di spionaggio e di operazioni”, dove sarebbe scritto (4):
“il servizio politico della GNR ha creato nel suo seno un organismo speciale che funziona già e la cui potenza sarà accresciuta”. Questo servizio sarebbe composto da un ufficiale superiore (…) 16 osservatori corrieri, 18 agenti informatori per il territorio della RSI e 43 per “l’Italia invasa” (altri avrebbero detto “liberata”, ndr). “Ognuno di essi vive sotto una falsa identità scelta in modo da non destare alcun sospetto”. Il lavoro in atto al momento della redazione del rapporto sarebbe stato “l’insediamento di un gruppo incaricato della fabbricazione di carte e documenti falsi e alla creazione a Padova di un ufficio commerciale che assicuri la copertura ai nostri agenti”.
Gli autori di questo ultimo articolo commentano che Padova e il Veneto “venticinque anni dopo saranno al centro della strategia della tensione e dei suoi complotti, ed aggiungono che il rapporto avrebbe raccomandato, come coperture, “l’infiltrazione nel Partito comunista e nel CLN”.
Sarebbe a questo punto necessario rileggere, tenendo presenti queste relazioni, tutta la storia della Resistenza e di quei fatti “strani” che accaddero a lato di essa, ma ci riserviamo di farlo in altra sede, più articolata. Ricordiamo soltanto che nell’Italia liberata dagli Alleati operarono da subito con attentati ed altre azioni armate, per destabilizzarne l’ancora precario equilibrio raggiunto, gli NP (Nuotatori Paracadutisti) della Decima Mas di Nino Buttazzoni, che nel dopoguerra fu contattato da agenti dei servizi statunitensi che gli offrirono una copertura (era ricercato per crimini di guerra) se avesse collaborato in funzione anticomunista.
Tornando alle infiltrazioni, ricordiamo la vicenda del “conte rosso”, Pietro Loredan, “partigiano” della zona di Treviso, i cui “occasionali rapporti con i partigiani erano guidati direttamente dai servizi segreti di Salò in piena applicazione, dunque, delle direttive contenute nel Piano Graziani” (5).
Pietro Loredan, militante dell’ANPI e del PCI, risultò, in un appunto del SID del 1974, avere fatto parte di Ordine Nuovo nel periodo 1960-62 ed essersi iscritto nel 1968 al Partito comunista marxista leninista d’Italia, ed assieme al suo amico conte Giorgio Guarnieri (altro ex partigiano membro di una missione militare americana durante la guerra di liberazione) ebbe dei rapporti di affari con Giovanni Ventura ed i due “partigiani” utilizzarono le loro qualifiche per accreditare Ventura nell’ambiente della sinistra e favorirne la sua opera di infiltrazione (Ventura si iscrisse proprio al PC m-l per darsi una copertura a sinistra) (6). Inoltre alcune “voci” dissero che la villa di Loredan presso Treviso fosse servita come punto di ritrovo in preparazione del poi rientrato “golpe” di Borghese, ed in essa nel 1997, nel corso di lavori di restauro commissionati dal nuovo proprietario (l’industriale Benetton), fu trovato un deposito di armi.
Anche il ricercatore Giuseppe Casarrubea ha parlato del Piano Graziani, in relazione però alla vicenda di Salvatore Giuliano. Prima di essere ucciso, il “bandito” Gaspare Pisciotta aveva accennato ad un religioso, il frate benedettino Giuseppe Cornelio Biondi, che si sarebbe fatto pagare dalle autorità per la cattura di Giuliano ma “li avrebbe utilizzati per una colossale truffa a danno di un commerciante siciliano”. Biondi dipendeva da un monastero di Parma ma per un periodo aveva vissuto a Padova e Casarrubea scrive “Padova, ambiente frequentato dal monaco benedettino, era un centro di eversione anticomunista. Qui, il 21 marzo del 1945, in attuazione del piano Graziani, si era costituito il coordinamento della rete clandestina destinata ad operare dopo la sconfitta (…)” (7).
Facciamo ora un passo indietro, all’epoca in cui operava in Italia, come capo delle operazioni dell’OSS, il ventiduenne italo americano Max Biagio Corvo, che già dalla fine del 1942 aveva pianificato, con un dettagliato piano d’intelligence, l’occupazione della Sicilia dell’estate del ‘43 e la successiva liberazione dell’Italia. Corvo aveva arruolato i suoi più stretti collaboratori tra la cerchia di amici della propria città, Middletown, nel Connecticut, e tra essi vi era “Emilio Q. Daddario, atleta di eccezionali capacità della Wesleyan University” (8). L’università “wesleyana” fa riferimento alla chiesa metodista, all’interno della quale vi era una forte presenza massonica (9).
Daddario, nome in codice “Mim”, arrivò a Palermo nel dicembre del 1943 ma rimase poco tempo negli uffici siciliani dell’Oss, dopo alcune settimane venne trasferito nel nuovo comando operativo di Brindisi con l’incarico di vice di Corvo. Nell’aprile del 1945 si trovava in Svizzera alle dirette dipendenze di Allen Dulles, direttore dell’Oss per l’Europa e futuro capo della Cia. Corvo però lo richiamò in Italia per affidargli un compito assai delicato: la cattura di Mussolini e di alcuni ministri della Repubblica sociale di Salò in fuga sulle montagne piemontesi (10).
Lo storico Franco Fucci scrive che Daddario era stato reclutato “probabilmente per partecipare alle trattative di resa dei tedeschi in Italia” (e qui si inserisce l’Operazione Sunrise, cioè la trattativa condotta da Dulles, i servizi segreti svizzeri ed il comandante della SS Karl Wolff, che servì a mettere in salvo moltissimi criminali di guerra in cambio della rinuncia tedesca alla resistenza nel ridotto alpino); infatti il 27/4/45 fu tra coloro che presero in consegna a Como “tre importanti prigionieri di guerra il maresciallo Graziani, il generale Bonomi, dell’aviazione e il generale Sorrentino dell’esercito” e li portarono a Milano (11).
Rodolfo Graziani fu posto in salvo da Daddario, con il consenso del generale Raffaele Cadorna (comandante in capo del CVL), leggiamo, e fu trasferito il 29/4/45 al comando del IV corpo d’armata corazzato americano di stanza a Ghedi (12)
Dopo la guerra Graziani scrisse una lettera direttamente a Daddario dal suo campo di prigionia ad Algeri il 15 giugno 1945, che riportiamo di seguito:
“Caro Capitano Daddario,
le scrivo da questo campo. Desidero ringraziarla dal più profondo del cuore per quello che lei fece per me in quei momenti molto rischiosi. Non vi è alcun dubbio che io devo a lei la mia salvezza, durante i giorni del 26, 27, e 28 aprile. Per questo il mio cuore è pieno di ringraziamenti e gratitudine e non la dimenticherò mai per tutto il tempo che mi rimarrà di vivere. Io sto bene in questo campo e vengo trattato con molto rispetto. Spero che Iddio mi assista per il futuro e che l’Umana Giustizia consideri il mio caso e lo giudichi con equità. La prego di scrivermi e assicurarmi che quanto le lasciai in consegna venne consegnato a destinazione. Mi faccia anche sapere se ha con lei il mio fedele Embaie (13) che la prego di proteggere e assistere. L’abbraccio caramente e non mi dimentichi.
Vostro molto affettuosamente, Rodolfo Graziani”.
A questo punto viene da chiedersi se tra le cose che Graziani “lasciò in consegna” a Daddario ci fossero anche le direttive del suo “piano”.
NOTE.
1) Documento pubblicato nella rivista “Storia Illustrata”, novembre 1985, dove leggiamo che è conservato nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, fondo Polizia Militare di Sicurezza, busta 2.
2) Contini scrive che la Fss era “dell’Oss” (la futura CIA), ma questo dato non è corretto.
3) In http://www.stampalternativa.it/wordpress/2007/06/04/tigre-dal-diario-in-poi-2/ ma si tratta di un dato senza conferma.
4) Usiamo il condizionale perché il testo che riportiamo è trascritto senza l’indicazione della posizione archivistica del documento in Italia Libera Civile E Laica = Italia Antifascista 21/3/11, “21 marzo 1945 – Salò, importantissimo documento dei servizi segreti della RSI da conoscere e condividere!!!”.
5) Così scrive Carlo Amabile nel sito www.misteriditalia.com.
6) “Del conte Guarnieri si era molto parlato durante l’inchiesta sulla cosiddetta pista nera, ed era stato indicato come il finanziatore di Freda e Ventura (…) si era poi accertata l’amicizia con Loredan, un nobile veneto che con i due neofascisti aveva avuto contatti diretti e frequenti”, leggiamo nel “Meridiano di Trieste” del 21/6/72. Guarnieri aveva anche una residenza a Trieste, e “il 14 maggio 1972, tre giorni prima di essere ucciso, il commissario Calabresi andò a Trieste per far visita al conte Guarnieri. L’accompagnava l’ex questore di Milano, Marcello Guida. Subito dopo i funerali, Guida tornò a Trieste da Guarnieri e stavolta si fece accompagnare dal prefetto di Milano, Libero Mazza” (M. Sassano, “La politica della strage”, Marsilio 1972, p. 168). Calabresi si fece accompagnare, oltre che da Guida, anche dal senatore democristiano Giuseppe Caron di Treviso, che era stato segretario del CLN della sua città.
7) https://casarrubea.wordpress.com/page/45/
8) Ezio Costanzo “Uno 007 in Sicilia”, “Repubblica” 20 luglio 2010.
9) In http://www.cassibilenelmondo.it/Max_Corvo.htm
10) Ezio Costanzo “Uno 007 in Sicilia”, “Repubblica” 20 luglio 2010.
11) F. Fucci, op. cit. p. 75.
12) http://www.treccani.it/enciclopedia/rodolfo-graziani_(Dizionario-Biografico)/
12) Embaie era un ascaro al servizio di Graziani.
Redazione, Il Piano Graziani, La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, novembre 2011

È morto la settimana scorsa, nella sua casa di Washington, all’età di 91 anni, Emilio Daddario, uno dei iù ingegnosi e arguti agenti segreti dell’Oss (Office of Strategic Services) in servizio durante la seconda guerra mondiale; l’uomo che nell’aprile del 1945 tentò di catturare Mussolini per evitare che finisse in mano ai partigiani. Un’ impresa ardua, ancora oggi fitta di oscuri aspetti. Daddario (Mim il suo nome in codice e 774 il numero di identificazione) non riuscì nell’intento e la storia prese la piega che conosciamo, con la fucilazione del Duce e di Claretta Petacci il 28 aprile a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como. Daddario, che nel dopoguerra si dedicherà con successo alla vita politica (sarà membro del Congresso dal 1958 al 1971) fece parte del primo gruppo ristretto di agenti segreti reclutati da Max Biagio Corvo, il ventiduenne capo delle operazioni in Italia dell’Oss, originario di Melilli, che già dalla fine del 1942 pianificò, con un dettagliato piano d’intelligence, l’occupazione della Sicilia dell’estate del ’43 e la successiva totale liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista. Corvo aveva raggruppato i suoi fedelissimi tra la cerchia di amici della propria città, Middletown, nel Connecticut, dove nel 1923 si era stabilita la sua famiglia, perseguitata in Italia dal regime fascista. Anche Daddario era vissuto sin da bambino a Middletown, così come gli altri uomini reclutati da Corvo. Quando Corvo lo chiamò a fare parte del gruppo per l’attività d’intelligence in Italia, Daddario era già una stella del football americano, applaudito campione nella squadra della Wesleyan University. Conosceva a perfezione diverse lingue e possedeva anche una laurea in legge. Le sue origini abruzzesi non furono d’ostacolo alla sua integrazione con i siciliani; anzi proprio con Corvo si consolidò una amicizia che durerà per tutta la vita. Mim Daddario arrivò a Palermo nel dicembre del 1943. Negli uffici dell’Oss siciliani restò poco tempo e dopo alcune settimane venne trasferito nel nuovo comando operativo di Brindisi con l’incarico di vice di Corvo. Nell’aprile del 1945 Daddario si trovava in Svizzera alle dirette dipendente di Allen Dulles, direttore del Oss per l’Europa e futuro capo della Cia. Corvo però sentì la necessità di averlo nuovamente in Italia per affidargli un compito assai delicato: la cattura di Mussolini e di alcuni ministri della Repubblica sociale di Salò in fuga sulle montagne piemontesi, aiutati dai tedeschi in ritirata verso nord. Daddario giunse in Italia in maniera rocambolesca, evitando di fare comprendere ai partigiani le sue vere intenzioni. Dal canto loro, i Volontari della Liberazione attuarono ogni forma di strategia per sviare ogni indizio che potesse portare gli Alleati sulle tracce del Duce. L’operazione voluta da Corvo, infatti, aveva anche lo scopo di sottrarre ai partigiani Mussolini, altrimenti destinato a morte certa. In quei giorni di caos, durante i quali ogni decisione presa a qualsiasi livello mostrava l’inesorabile volto della fragilità, lo stesso Max Corvo pensò di farsi paracadutare, assieme ad una trentina di agenti dell’Oss, sull’ippodromo di San Siro e da lì spostarsi successivamente nel vicino aeroporto di Bresso, dove presumeva si potesse trovare Mussolini. Ma anche questa notizia risultò infondata, diffusa assieme a tante altre dai capi partigiani per depistare gli agenti americani. Il 27 aprile Daddario si trovava già a Milano quando Walter Audisio, assieme ad Aldo Lampredi, partì in missione speciale per andare a prendere Mussolini. I suoi documenti di riconoscimento erano stati firmati dallo stesso Daddario, all’oscuro degli ordini che il Clnai aveva dato al “colonnello Valerio” di uccidere il Duce. […]
Ezio Costanzo, Uno 007 in Sicilia, la Repubblica, 20 luglio 2010

[…] Nella nota inviata alla Commissione Andreotti scriveva che la struttura di Gladio nacque ufficialmente il 26 novembre 1956, con un accordo tra il SIFAR e la CIA, ma in realtà la sua storia non inizia quel giorno. Già dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando cominciarono a emergere le prime divergenze tra Stati Uniti e Unione Sovietica, agli americani fu chiaro che nei paesi all’interno della loro sfera di influenza bisognava contenere a tutti i costi il comunismo. Tra questi paesi la priorità e le attenzioni maggiori ce le aveva l’Italia, per almeno due motivi: innanzitutto per la sua posizione geografica, al “confine” tra blocco occidentale e blocco sovietico, e poi per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più forti e strutturati d’Europa. Alle elezioni del 1948 i comunisti e i socialisti si presentarono uniti – con il nome Fronte Democratico – e già durante quella campagna elettorale ci fu un’azione di propaganda da parte della divisione operazioni segrete della CIA (OPC), in favore della Democrazia Cristiana. Visto il successo, poi, l’allora presidente Harry Truman decise di proseguire con l’attività di intelligence. Nel 1949 all’Italia fu concesso di entrare nella NATO nonostante il PCI, e in quello stesso anno si formò il SIFAR: nonostante fosse un servizio segreto italiano, la collaborazione del SIFAR con la CIA era strettissima, al punto che alcuni – tra cui lo storico Daniele Ganser – ritengono che il SIFAR non fosse completamente sotto sovranità italiana. A dirigerlo fu messo il generale Ettore Musco, che secondo alcuni documenti aveva già partecipato due anni prima a quella che il ricercatore Giacomo Pacini ha definito una «misteriosa» struttura anticomunista, cioè l’Armata Italiana delle Libertà. Tra il 1952 e il 1954 il SIFAR e la CIA si accordarono per trovare un quartier generale delle operazioni segrete: fu scelto Capo Marrargiu, vicino ad Alghero, in Sardegna. Lì nel 1956 fu completata la costruzione di quello che venne chiamato CAG (Centro Addestramento Guastatori), con un piccolo porto, una pista per l’atterraggio degli aerei e una per gli elicotteri, un poligono di tiro e bunker sotterranei, tutto recintato da mura e barriere elettrificate. Le testimonianze di alcuni “gladiatori” – così erano chiamati i militari arruolati nell’operazione – raccontano qualcosa della segretezza in cui avvenivano le esercitazioni: persino loro non sapevano dove stavano andando o dove si trovassero. «Arrivavano con aeroplani camuffati e venivano trasferiti su pullman camuffati. Venivano scaricati davanti ai loro alloggi. Poi sarebbe iniziato l’addestramento», ha raccontato l’istruttore Decimo Garau. […]
Redazione, La storia di Gladio, il Post, 24 ottobre 2020

Forse perché porta a Gladio, la documentazione del Dipartimento di Stato e dell’Oss sulla protezione accordata dal Vaticano ai fascisti e ai nazisti dopo la liberazione di Roma, sovente su domanda degli Usa, rimane in gran parte protetta dal segreto di stato. I due James Bond americani che organizzano il salvataggio degli ex gerarchi sono Allen Dulles, capo dell’intelligence in Svizzera, il futuro direttore della Cia, e James Angleton, capo delle operazioni in Italia, il futuro direttore del suo controspionaggio.
Dulles, che rivendica il merito della Operation Sunrise, Operazione Aurora, i negoziati clandestini con Karl Wolff per la resa tedesca nell’Italia del Nord, e Angleton, un appassionato italianista, credono fermamente che sia negli interessi degli Stati Uniti assicurarsi i servizi degli uomini più capaci del Fuhrer e del Duce, non solo scienziati ma anche militari e spie, salvo alcuni dei grandi criminali di guerra.
«Si trattava altresì» – proclamerà serenamente Dulles «di strapparli all’Urss, che ne aveva capito il valore e che faceva loro ponti d’oro».
Uno degli studiosi più attenti del salvataggio dei nazisti e dei fascisti, Harris Srnith, un ex agente della Cia, elenca alcune imprese dei due 007 americani.
Dulles fa scappare Walter Rauff, il compagno di Karl Wolff nelle trattative della resa, dopo che è stato arrestato dagli alleati in Lombardia. Lo fa riparare a Genova dove, con l’aiuto del cardinale Siri, Rauff istituisce una «stazione di transito» per i militari tedeschi verso l’Argentina, la Siria e l’Egitto, e più tardi il Cile.
Dulles manda anche il suo migliore agente, Emilio Daddario, a salvare il maresciallo Graziani catturato dai partigiani a Milano.
Intanto a Roma, Angleton, su ordine del nuovo proconsole, l’ammiraglio Stone, traveste da ufficiale americano il capo della Decima Mas, la formazione della Repubblica di Salò, il principe Valerio Borghese, condannato a morte, e lo nasconde. Stone è un amico di vecchia data del padre di Junio Valerio: in un telegramma lo definisce un moderato, un aristocratico e un industriale, fascista soltanto per obbligo, non per convinzione, buon patriota.
La rete d’intrighi e alleanze in Europa per salvare i nazisti e i fascisti è sterminata, include personaggi come Otto Skorzeny che nel’43 ha strappato Mussolini dal Gran Sasso. Essa s’impernia soprattutto sugli ex servizi segreti tedeschi in combutta coll’Oss, e sull’Ordine dei Cavalieri di Malta , alcuni dei cui leader sono rimasti fedeli alla svastica e al fascio.
Ma la partecipazione della Santa Sede è solida. Secondo Harris Smith, essa «forgia passaporti falsi per i fuggiaschi e li sussidia tramite la Caritas Internationalis sotto la supervisione di Montini».
E Fréderic Laurent ne L’orchestre noire cita un rapporto del Ministero degli Interni di Salò del marzo del ’45 con l’elenco dei rifugi allestiti dal Vaticano per i collaborazionisti.
Il papa, che sotto il Duce ha dato asilo agli antifascisti e ai comunisti, sembra mosso da considerazioni umanitarie e da due timori: che i regolamenti di conti sfocino in un bagno di sangue e che destabilizzino l’Europa facendone una facile preda per l’Urss.
La speciale relationship dell’Oss col Vaticano verrà ereditata dalla Cia.
Ennio CarettoBruno Marolo, Made in Usa, Rizzoli, 1996

Quincy Emilio Daddario – Fonte: Abruzzonews cit. infra

[…] Ma quali erano quelle origini “abruzzesi” di Daddario ? Oggi siamo in grado di chiarirle con precisione. Il padre, Attilio Dante, nacque ad Ofena (AQ) il 10 marzo del 1890. La madre, Giovina (e non Giovanna come a volte riportato) Ciovacco, prima di emigrare per gli Stati Uniti risiedeva a Loreto Aprutino. Ma era nata a Carpineto alla Nora in via Santa Maria, il 5 novembre del 1893, da Errico (trentottenne “fabbro-ferraio”) e Francesca Paola Toro (“donna di casa”). Una volta tornato negli Stati Uniti il giovane capitano costruirà una prestigiosa carriera politica e militare. Emilio Quincy Daddario (il cognome originario era D’Addario) nacque, il 24 settembre del 1918, a Newton Centre in Massachusetts.
E’ stato membro del Congresso degli Stati Uniti. Ha ricoperto la carica di eletto del Connecticut nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti dal 1959 al 1971. Mentre frequentava la Wesleyan University, fu un atleta di spicco e capitanò la squadra di football americano nel 1938 ricevendo la Major Valuable Player Award (meglio noto come MVP award) sia per il football che nel baseball. Successivamente studiò alla Boston University Law School e all’Università del Connecticut, dove conseguì la laurea nel 1942. Nel 1943 si arruolò nell’esercito degli Stati Uniti (Office of Strategic Services) e prestò servizio nel teatro mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, ricevendo il “Legion of Merit” e da la medaglia d’argento dall’Italia.
Tornato a casa, riprese la professione di avvocato ed entrò in politica, divenendo Sindaco di Middletown in Connecticut dal 1946 al 1948. Fu nominato giudice del Tribunale municipale di Middletown (1948-1950). Nel 1950 Daddario riprese le sue mansioni militari, servendo con la 43ª divisione della Guardia nazionale del Connecticut durante la guerra di Corea e raggiunse il grado di maggiore. Emilio Quincy Daddario è morto il 7 luglio del 2010. […]
Redazione, La storia di Emilio D’Addario, nel 1945 salvò la vita al Maresciallo Graziani, Abruzzonews, 17 aprile 2019

Il 28 finalmente si poteva entrare in Milano, dopo aver vinto ogni resistenza. Alla lotta parteciparono tutte le divisioni partigiane dell’Ossola (div. Val Toce, Redi, Beltrami, Flaim).
Finalmente rivedevo tutti i compagni di lotta: primo fra tutti Parri.
Nel frattempo le radio, con Landi, Cirillo e Profumo avevano lavorato duro. Dietro richiesta del Comando Alleato che chiede le misure adottate per impedire che fascisti e tedeschi riparino in Svizzera il CLNAI garantisce che si sono presi accordi colla Guardia di Finanza che impedirà tale esodo, coll’appoggio delle formazioni partigiane locali.
I provvedimenti presi si mostrarono poi all’azione efficaci: tra i «bloccati» vi fu Mussolini.
In data 24 aprile l’Ufficio S.C.I./Z della base complimentava Baldwin per i messaggi di controspionaggio inviati.
Il lavoro giungeva al termine. Il 25 aprile Betty, dopo 21 messaggi inviati in 3 giorni cessava le trasmissioni. Ne aveva ricevuti 4 dalla base.
La situazione precipita. I messaggi che si susseguono denotano il febbrile andamento dell’insurrezione. Il 26 Milano è libera.
Arriva Daddario dalla Svizzera; ci abbracciamo.
Il nostro ufficio, sempre clandestino sino ad allora, viene trasferito nei locali del Comando d’Armata. La radio, che fino allora aveva trasmesso in Morse ed in cifrato, è ora a nostra disposizione completa, nel nostro stesso ufficio in fonia ed in chiaro.
I notiziari del servizio Informazioni del Corpo Volontari della Libertà, segretissimi sino ad allora, sono diramati attraverso le frequenze di radio Milano!
Enzo Boeri, Vicende di un Servizio Informazioni. Relazione alla organizzazione O.S.S. sulla missione nel Nord Italia (17 Marzo 1944-1° Maggio 1945), «Il Movimento di liberazione in Italia», n. 12-13, 1951, ripubblicato in Rete Parri

Questo organismo [O.D.E.SS.A.: Organisation der Ehemaligen SSAngehorigen = Organizzazione degli ex-membri delle SS] ha il triplice scopo di salvare i camerati dalle forche degli Alleati, esportare gli ingenti capitali che molti ufficiali tedeschi hanno accumulato negli anni del nazismo (soprattutto quelli proveniente dalla confisca di beni, preziosi e quant’altro ai deportati nei campi di sterminio) e creare un Quarto Reich che completi l’opera di A. Hitler.
Già due mesi prima della fine della guerra, sono approntati i primi piani di fuga per i dirigenti nazisti: il ministro dell’Interno del Reich e comandante delle Schutzstaffel (le famigerate SS) H. Himmler, quando vede che tutto è perduto, dà vita all'”Operazione Außenweg”, affidandone la direzione al giovane capitano delle SS C. Fuldner.
Il cuore e il cervello dell’intera operazione è a Roma nel cuore del Vaticano. Attraverso la cosiddetta “Via dei Monasteri” (detta anche ratline o Rattenlinien ovvero la “via dei ratti”), la Chiesa cattolica non è solo complice dell’operazione, ma protagonista indiscussa a vari livelli: i suoi vertici sono: card. E. Tisserant, francese, card. A. Caggiano, argentino, mentre la dimensione operativa è curata da una pattuglia di alti prelati, tra cui: mons. G. Siri, genovese, futuro cardinale, mons. A. Hudal, vescovo austriaco, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, mons. A. Barrère, vescovo argentino, don K.S. Draganovic, sacerdote croato, Edoardo Dömoter, francescano ungherese della parrocchia di Sant’Antonio di Pegli a Genova, padre K.D. Petranovic, Antonio Weber, sacerdote pallottino, e molti uomini che fanno parte dell'”Entità”, il servizio segreto del Vaticano. Mons. G.B. Montini (il futuro papa Paolo VI) è a conoscenza della cosiddetta “Via dei Monasteri”.
Redazione, Odessa, Il Viandante

Allen Dulles ordinò dunque a Jones di tenersi alla larga (keep clear) da Mussolini e, giammai, di condurlo in salvo in Svizzera né altrove, come da altri gli fu attribuito.
Secondo la testimonianza di Corvo, infatti, il capitano Emilio Daddario, membro della sezione italiana del SI alle dipendenze di Earl Brennan, fu investito dell’importantissimo ordine, diramatogli attraverso radio “Brutus” e per corriere, di attraversare la frontiera italo – svizzera, non appena fosse iniziata l’insurrezione partigiana a Milano e, quindi, ‹‹andare a Milano, arrestare Mussolini come prigioniero di guerra, insediare un quartier generale e prendere immediatamente contatti con il generale Cadorna e il CLNAI come rappresentante ufficiale dell’OSS e dell’Esercito USA.››. A lui si sarebbe, poi, dovuto unire anche un altro ufficiale dell’OSS, il tenente Aldo Icardi <53.
L’apparente divergenza di testimonianze si compone a ben vedere ove si consideri che: a) Daddario era assegnato alla Sezione italiana del SI alle dipendenze di Earl Brennan e dei suoi vice Scamporino e Corvo e non, invece, a quella svizzera, il cui direttore era, come noto, Allen Dulles, ancorché fosse, a quell’epoca, impegnato in Svizzera; b) secondo Allen Dulles, il gruppo di salvataggio di Wolff fu organizzato da Jones, alias “Scotti”, su richiesta di Waibel e Gaevernitz e, nonostante le insistenze di Daddario che voleva unirsi a “Scotti”, Gaevernitz gli chiese di rinunciare perché non ritenne opportuno che ‹‹un ufficiale dell’esercito americano si desse da fare per liberare un generale tedesco delle SS. Il suo collega, almeno, era un borghese›› <54.
Daddario, dunque, non prese parte alla missione di salvataggio di Wolff: egli fu destinatario di chiare e precise istruzioni che consistettero, innanzitutto, nell’ordine di catturare Mussolini e il maresciallo Graziani e, altresì, favorire la segregazione delle truppe tedesche al fine di consentire che, nella fase intermedia tra la resa dei tedeschi, giudicata imminente, e l’arrivo delle truppe alleate, il passaggio di poteri fosse, il più possibile, incruento e scevro da atti di violenza e guerra che avrebbero esatto un ulteriore e gravoso impegno degli stessi americani in Italia.
Invero, gli ordini di cui fu destinatario Daddario non furono così precisi e chiari, se all’indomani della liberazione il colonnello Suhling scriveva al colonnello Glavin che la maggior parte dei problemi insorti a Milano (e il pensiero non può non correre anche alla questione della fine di Mussolini) furono dovuti alla carenza d’istruzioni a Daddario in merito all’estensione delle sue responsabilità <55.
La missione del capitano Daddario fu dettagliatamente descritta in un suo rapporto ufficiale al SI <56.
“Prima di partire dalla Svizzera avevo chiesto direttive su come comportarmi in caso di resa delle truppe tedesche, e quali accordi potevo prendere con loro per spingerli in quella direzione […] mi era giunta informazione che nell’area di Como i Tedeschi temevano che i loro ospedali […] potessero essere occupati dai partigiani e che pur di evitarlo sarebbero stati costretti o a rifugiarsi in Svizzera o a trattare per mantenere lo status quo in attesa dell’arrivo degli Alleati. Poiché per i Tedeschi spostarsi in Svizzera sarebbe significato sacrificare metà dei feriti […], c’erano ottime possibilità di indurli a una resa” <57.
Il 27 aprile, completati i piani di viaggio, Daddario partì da Lugano in direzione Milano <58.
Quello stesso pomeriggio, giunse a Cernobbio e si recò immediatamente a Villa Locatelli, sede del Comando SS.
“Vi andai per discutere la segregazione delle truppe del presidio tedesco, per impedire che a una certa ora, già fissata dai partigiani, Tedeschi e partigiani cominciassero a combattere, e per portare via con me Graziani, Bonomi e Sorrentino che, mi era stato riferito, si nascondevano in città. Dovevo impedire che si aprisse un conflitto e ci fossero inutili perdite di vite umane, in un momento in cui non era necessario combattere; se si fosse innescato un simile conflitto, infatti, sarebbe probabilmente continuato fino all’arrivo delle forze alleate, avrebbe richiesto il loro intervento e il sacrificio di altre vite. Volevo prendere prigioniero Graziani, che valeva ancora molto ai fini dei servizi segreti, essendo al comando dell’Armata Liguria” <59.
Mussolini e i suoi gerarchi, intanto, dopo la riunione con i rappresentanti del CLNAI del 25 aprile, avevano lasciato il palazzo della Prefettura di Milano in direzione di Como, dove erano arrivati la sera e di là, dopo alcune ore di febbrili discussioni, erano ripartiti per Menaggio, dove era giunto intorno alle h 6,00 del mattino del 26 aprile.
[NOTE]
52 Allen Dulles, La resa segreta cit., p. 214. Conformemente, H. R. Smith, The Secret History of America’s First Central Intelligence Agency cit., pp. 117 e 118.
53 M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani cit., pp. 345-346
54 A. Dulles, La resa segreta cit., p. 207.
55 ‹‹Da indagini compiute ho saputo che la maggior parte dei problemi nell’area di Milano furono dovuti al fatto che Daddario non è stato istruito in merito all’estensione delle sue responsabilità.›› Messaggio di Glavin a Suhling del 3 maggio 1945 cit.
56 Il rapporto personale del capitano E.Q. Daddario relativo alle attività dal 25 aprile al 1° maggio 1945 al SI del 22 maggio 1945 è riportato integralmente in appendice al libro memorialistico di M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani cit., pp. 416-423.
57 M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani cit., p. 416.
58 Il 27 aprile Daddario informava il comando del SI che era in viaggio per Milano. Si veda il Report on Operational Activities and Political and Economic Intelligence (…) Period Covered: 1 to 31 May 1945 cit., p. 5. Si noti che sulle date non vi è convergenza tra le fonti. Nel suo rapporto al SI riportato da Max Corvo, Daddario indicava la data della sua partenza dalla Svizzera nel 25 aprile. Il luogotenente Aldo Icardi, poi, nella sua testimonianza riferiva di essersi finalmente ricongiunto con il suo collega e amico “Mim” a Milano presso l’Hotel Regina, quartier generale della Gestapo, la sera del 28 aprile e che lì Daddario gli aveva raccontato delle sue avventure nelle ventiquattro’ore precedenti (cioè nella giornata del 27 aprile). ‹‹Egli era partito da Lugano il giorno prima con due automobili con due degli uomini che lavoravano con lui a Lugano …››. A. Icardi,. Un Capo – Spia Americano cit. pp. 407. Uno stralcio del suo libro memorialistico è conservato in ACS, Archivi di famiglie e di persone, Fondo De Felice Renzo, B. 10.
59 M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani cit., p. 416.
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

La temporanea resa rassegnata nell’Italia del nord, il 2 maggio 1945, dal gruppo d’armate C, nota con il nome in codice di “Operation Sunrise” rappresenta il primo armistizio della Seconda guerra mondiale in Europa ed è il risultato di  trattative tra l’emissario dei servizi segreti statunitensi OSS (Office of Strategic Services) operativo a Berna, Allen W. Dulles, e il comandante supremo delle SS e della Polizia in Italia, l’Obergruppenführer delle SS Karl Wolff. <1
A dispetto degli accordi di Casablanca, nella primavera del 1945 non solo vennero condotti negoziati per il raggiungimento di una pace separata, ma si avviarono anche contatti con rappresentati delle SS, tra i quali venne a profilarsi quale riferimento principale proprio Karl Wolff. <2
Un procedere che sostanzierebbe l’ipotesi che il raggiungimento della pace in Italia del nord fosse così importante per gli Alleati e per la Svizzera da giustificare iniziative anomale.
Grazie al successo dell’“Operation Sunrise” Dulles, al termine del conflitto, raggiunse i vertici della CIA; per parte sua Wolff scampò indenne sia al tribunale sia Norimberga sia ai successivi processi alleati grazie alle pressioni del funzionario americano e del suo ufficio sugli incaricati degli accertamenti. <3
[…] Una indagine dei retroscena dell’armistizio firmato in Italia nella primavera del 1945 non può che prendere avvio dai profili dei due protagonisti che condussero le trattative: Karl Wolff e Allen Dulles. Un generale delle SS e un dirigente dei servizi segreti statunitensi OSS di stanza in Europa; due uomini che nei rispettivi ambiti lavorativi avevano svolto una ragguardevole carriera.
Solo dopo una sommaria ricostruzione delle biografie di Wolff e Dulles, dei loro compiti e delle loro competenze, si provvederà all’approfondimento dei contenuti dei colloqui svoltisi nell’ambito dell’“Operation Sunrise”, dei rischi corsi dai partner della trattativa e dei problemi sorti durante il suo svolgimento.
In particolare sarà da valutare se una promessa di immunità da parte di Dulles a Wolff come contropartita della resa è plausibile.
Il referente per le trattative per parte tedesca, il generale di corpo d’armata delle SS e generale delle Waffen-SS Karl Wolff, apparteneva alle élite degli ufficiali; <4 tanto che, a conflitto concluso, il già Stabschef (capo di cancelleria) di Himmler e comandante supremo delle SS e della Polizia in Italia venne automaticamente incluso dagli Alleati nelle liste dei principali criminali di guerra.
[NOTE]
1 Bradley F. Smith/Elena Aga Rossi, Unternehmen “Sonnenaufgang”. Das Kriegsende in Italien, Köln 1981. I principali protagonisti dei negoziati hanno lasciato memorie in merito; si veda Allen Dulles/Gero v. Schulze-Gaevernitz, Unternehmen Sunrise. Die geheime Geschichte des Kriegsendes in Italien, Düsseldorf 1967; Max Waibel, 1945 Kapitulation in Norditalien. Originalbericht des Vermittlers, Basel 1981. Il racconto di un osservatore contemporaneo è quello di Edmund Theil, Kampf um Italien. Von Sizilien bis Südtirol 1943–1945, München 1983. 2 Pierre Th. Braunschweig, Geheimer Draht nach Berlin, Zürich 1990. Il contatto Masson-Schellenberg avrebbe avuto un effetto nefasto e disgregante per la Svizzera (p. 296). Schellenberg negoziò anche con la Svezia, passando per gli OSS, si veda Ingeborg Fleischhauer, Die Chance des Sonderfriedens, deutsch-Sowjetische Geheimgespräche 1941–1945, Berlin 1986, p. 205 e 224. Si veda anche Heinz Höhne, Der Krieg im Dunkeln. Macht und Einfluß des deutschen und russischen Geheimdienstes, München 1985, in particolare il capitolo 13: Unheilige Allianzen, pp. 459–516.
3 Wolff non rimase una eccezione. Nell’ambito delle operazioni dei servizi segreti statunitensi si contano diversi interventi a favore di funzionari tedeschi indagati; si trattava in prima linea di studiosi e ufficiali dei servizi segreti, ma anche di banchieri e industriali. Un buon quadro d’insieme viene offerto da Richard Breitman et al., U.S. Intelligence and the Nazis, Cambridge 2005; Christopher Simpson, The splendid blond beast. Money, Law and genocide in the 20. century, Monroe 1995; Gerald Steinacher, Nazis auf der Flucht. Wie Kriegsverbrecher über Italien nach Übersee entkamen (Innsbrucker Forschungen zur Zeitgeschichte 26), Innsbruck/Vienna/Bolzano 2008.
4 Il ruolo di Wolff all’interno della struttura di potere delle SS non è stato ad oggi sufficientemente approfondito con criteri scientifici; circolano invece un breve profilo e una biografia divulgativa. Si veda Brendan Simms, Karl Wolff – Der Schlichter. In: Ronald Smelser/Enrico Syring (a cura di), Die SS: Elite unter dem Totenkopf, 30 Lebensläufe, Paderborn 2000, pp. 441–456. Il giornalista Jochen v. Lang ha fondato la sua biografia di Wolff (Der Adjutant. Karl Wolff: Der Mann zwischen Hitler und Himmler, München 1985) su un ricco apparato archivistico, mancano tuttavia i riferimenti nel testo. Ecco perché, per quanto le ricerche siano state accurate, come dimostra una verifica delle fonti, il contributo è purtroppo di difficile utilizzo a livello accademico.
Kerstin von Lingen, La lunga via verso la pace. Retroscena e interessi attorno all’“Operation Sunrise”, GR/SR 17 (2008), 1 – Faschismus und Architektur/Architettura e fascismo