Vicende partigiane di fine gennaio 1945 nella I^ Zona Operativa Liguria

Il 23 gennaio 1945 nella parte occidentale della “I^ Zona Operativa Liguria” avveniva l’uccisione di alcuni partigiani appartenenti al Distaccamento “Folgore” del Battaglione “Secondo” della IV^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Elsio Guarrini” della II^ Divisione “Felice Cascione”.
Infatti la sera del 23 circa cento SS con due mortai circondavano casa Ghersi a Taggia (IM). I quattro garibaldini che si trovavano nell’abitazione vennero immediatamente immobilizzati e torturati. Venne bruciato il fienile di Raffaele Polito. Dopo di che, seguendo una lista fornita da qualche delatore,  continuarono gli arresti. Sulla strada si trovarono i cadaveri di tre garibaldini, Vincenzo Morto Pistone, Ermanno Biondo Gazzolo e Mario Nico Cichero, che erano stati fucilati. Dei partigiani che si trovavano all’interno del casone il solo Luigi Franco Ghersi, pur ferito.

Nella vicina Sanremo (IM), la notte successiva, vennero fucilati presso Villa Junia  cinque partigiani della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione, che erano stati arrestati a Baiardo (IM) il 17 gennaio.  Quattro di essi portavano il cognome Laura: Gio Batta “Paolo“, Luigi “Gino“, Mario “Mario” e Silvio “Antonio“.

[  Il 17 gennaio 1945 nella zona di Baiardo Bersaglieri Repubblicani catturano i sapisti Laura Giobatta, Laura Mario, Laura Silvio Antonio, Laura Silvio Luigi e Laura Luigi “Miccia” . I cinque partigiani con il medesimo cognome, facenti parte della banda locale di Baiardo furono incolpati di aver trasportato un carico di farina da Baiardo a Passo Ghimbegna e a Vignai per rifornire i partigiani. Vennero portati a Sanremo nella Villa Negri, situata vicino alla Chiesa Russa, dove c’erano delle piccole celle. Il partigiano Laura Luigi “Miccia” riesce a fuggire durante un allarme aereo e a mettersi in salvo.Gli altri quattro partigiani furono trasferiti in un primo tempo nella Villa Oberg e successivamente in un luogo poco distante Villa Junia, dove dai Bersaglieri furono obbligati a scavarsi la fossa e quindi dagli stessi fucilati il 24 gennaio 1945. Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, 2005, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia ]

Il 24 gennaio venne fucilato anche Renato Giusti (Baffino), che era stato catturato durante il rastrellamento di Terzorio (IM) avvenuto tre giorni prima. “Baffino” lavorava nell’organizzazione “Todt” di Porto Maurizio, da cui riuscì a far fuggire diversi patrioti che si diressero in montagna; già scoperto ed incarcerato una volta, ma in seguito liberato dai garibaldini, era stato incorporato nelle formazioni della II^ Divisione.

Dopo tre giorni di relativa calma riprese il veemente rastrellamento ai danni della VI^ Divisione “Silvio Bonfante”. Il 25 gennaio 1945, all’alba, tre colonne tedesche “provenienti da Borghetto d’Arroscia, Casanova Lerrone e Pieve di Teco giungono a Ubaghetta. La nostra pattuglia avvista il nemico ed apre il fuoco, ma il garibaldino Redaval (Cardoletti Germano) continua impavido a sparare finchè viene colpito
da una raffica di mitra e catturato.” [L. Massabò “Pantera”, Cronistoria militare della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” < diario inedito nel 1999, conservato presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia >]. Redaval verrà fucilato da un plotone d’esecuzione formato dai “Cacciatori degli Appennini”. Dopo tale attacco i nemici si ritirarono sulle posizioni iniziali ed i Distaccamenti  “Giuseppe Maccanò” e “Gian Francesco De Marchi” della III^ Brigata “Ettore Bacigalupo” poterono sganciarsi.

Il 25 gennaio 1945 rappresenta un’altra tragica pagina nella storia della IV^ Brigata “Elsio Guarrini”, poiché il X° Distaccamento “Walter  Berio” venne quasi completamente sgominato. Gli undici uomini del X° Distaccamento “con a capo Dimitri e Merlo, uno dei più vecchi garibaldini, commissario, si era portato in una località tra Pantasina [Frazione di Vasia (IM)] e Villatalla [Frazione di Prelà (IM)] , in un fondo valle, presso un ruscello. Il rifugio sembrava sicuro: un muro a secco era stato eretto all’entrata della tana, dove la vita era orribile per il fango e l’umidita”. Una spia (probabilmente la staffetta Toni, guidò da Porto [Maurizio di Imperia] i briganti neri al rifugio. Tolgono le pietre e già sorride loro I’idea di un facile eccidio. Peró due colpi secchi di revolver annunciano che il luogo è ormai una tomba sacra… Merlo si è infatti sparato al cuore e Dimitri alle tempie; per non sottostare all’onta della prigionia… le camicie nere infieriscono sui due cadaveri” [da “L’epopea dell’esercito scalzo” , di Mario Mascia,  ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975]
Gli altri nove garibaldini vennero arrestati e di questi solo due si salvarono dalla fucilazione.

Il giorno successivo riprese il grande rastrellamento ai danni delle formazioni della VI^ Divisione, iniziato sei giorni prima. Verso la sera del 26, infatti, il Distaccamento “Giuseppe Catter” della III^ Brigata “Ettore Bacigalupo” con una marcia di quasi cento chilometri si portò dalla Val Pennavaira alle pendici del monte Torre. Giunti nei pressi della Cappella Soprana di Stellanello (SV), quattro garibaldini si accantonarono in un sito da cui avvistarono una colonna di “Monte Rosa”. “Il commissario Gapon (Renzo Scotto), il capo squadra Bruno (Bruno Amoretti), i garibaldini Marat e Franco (Dante Del Polito) combatterono eroicamente, uccidendo il tenente comandante del pattuglione, un sottoufficiale e quattro soldati. Il nemico rimane disorientato e facilita lo sganciamento dei garibaldini” [L. Massabò “Pantera”, op. cit.], tra cui “Marat” (Arbotti, od Ortelli, Renzo, che era nato nel 1920 a Reggio Emilia), che dopo pochi metri morirà per le ferite riportate nello scontro.

Anche il giorno 27 gennaio 1945 fu segnato da vasti rastrellamenti nemici, in particolare da formazioni della “Muti” e della “Monte Rosa”, che batterono la zona di Ginestro [Frazione di Testico in provincia di Savona]. Alle 7 del mattino “la pattuglia a fondo valle comunica che il nemico si avvicina alla nostra zona… le squadre vengono disposte in ordine di combattimento. Il garibaldino Brescia (Longhi Mario) allo scoperto, con il suo inseparabile M.G., apriva il fuoco contro il nemico avanzante. Una raffica avversaria gli asportava l’arma dalle mani… veniva colpito mortalmente alla testa” [L. Massabò “Pantera”, op. cit.]. Durante lo stesso combattimento periva, altresì, il garibaldino “Romano” (Paloni Silvio). Le due squadre del Distaccamento “Giovanni Garbagnati” della I^ Brigata “Silvano Belgrano” riuscirono ad aprirsi la strada per la fuga perdendo un tapum ed una macchina da scrivere.

Il 28 gennaio le truppe addette ai rastrellamenti abbandonarono le valli presidiate nei giorni precedenti (Pennavaira, Arroscia e Lerrone) ad eccezione della valle di Andora che sarà abbandonata il giorno successivo. Unico grande presidio della zona rimarrà quello di Borgo di Ranzo, sede comunale di Ranzo (IM), che ospiterà circa centoventi soldati delle “Brigate Nere”.

Cessato il pericolo costituito dai rastrellamenti dei giorni precedenti, il Comando Divisionale della “Bonfante” dispose lo spostamento nella valle d’Arroscia (parte nord) del Comando della III^ Brigata e della sua Intendenza, mentre il Distaccamento”Giuseppe Maccanò”  della III^ Brigata “Ettore Bacigalupo” si spostava nella zona di Aurigo ed il Distaccamento “Gian Francesco De Marchi” dell’appena citata Brigata nella Val Pennavaira.

Resasi momentaneamente meno pericolosa la lotta per gli uomini della “Bonfante”, il 31 gennaio rappresentò, di contro, l’ennesima pagina nera per la IV^ Brigata “Elsio Guarrini” della “Cascione”. Come ricorda Gino Gerini (Gino), il 30 gennaio “giungemmo, al crepuscolo, in regione Ni-Cuni, tra Tavole e Val Prino. Scoprimmo un casone isolato fra i castagni e decidemmo di passarvi la notte“. I garibaldini avevano in progetto la cattura di tre pericolose spie di Vasia. Così Gino “dispose che “Deri, Livio e Cristo prelevassero le spie. Nello stesso tempo io, Lupo e Battista, l’amministratore della Brigata, partimmo per Tavole per ritirare importanti documenti e rientrammo in base verso mezzanotte, accompagnati da Timoscenko [o Timocenko] che aveva effettuato una visita a casa“. Il mattino del 31 gennaio due colonne tedesche circondarono il casone in cui si trovavano i garibaldini. A “Gino” non rimase altro che ordinare la fuga. Tuttavia “due giorni dopo all’uscita del paese di Villa Talla, mentre attraversavamo il ponte, scorgemmo in distanza una folla. Ci avvicinammo: sette bare sfilavano innanzi a noi“.
Tra i deceduti vi erano “Battista” (Manfredo Raviola), “Timoscenko” o “Timocenko” (Tommaso Ricci), “Cristo” (Bartolomeo Dulbecco), che morirono nel vallone di Villatalla ed altri tre, “Matteo” (Matteo Zanoni), “Insalata” e “Leone”, che furono prima torturati e poi fucilati.

Lupo” e “Veloce“, Sebastiano Martini, comandante di Battaglione, il 4 febbraio 1945 segnalarono la grave situazione in cui si trovava la IV^ Brigata,  precisando che il I° Battaglione “Carlo Montagna” constava di 65 uomini, il II° di 70 ed il IlI° di 90.

L’ultimo giorno di gennaio al tragico episodio di Villatalla si aggiunse un altro dramma. Per vendicare la scomparsa di due soldati tedeschi avvenuta l’8 gennaio “lungo il tratto di strada Castelvecchio-Pontedassio… non essendo ritornati ed avendo avuto comunicazione che i due soldati furono bestialmente uccisi, sono apparsi davanti al tribunale militare germanico” 20 partigiani catturati in Val Prino o prelevati nelle carceri d’Oneglia ad Imperia, di cui 11, arrestati il 9 gennaio, Adolfo Rino Stenca (1), De Marchi, Manodi, Ansaldo, Garelli, Bosco, Bertelli, Cipolla, Ardigò, Noschese e Delle Piane, che verranno fucilati lungo la salita di Capo Berta. Le  S.A.P. (Squadre d’Azione Patriottica) di lmperia avevano già dieci giorni prima richiesto alle formazioni di montagna la cattura di alcuni gerarchi fascisti ed ufficiali tedeschi per poterli scambiare con alcuni degli uomini che saranno uccisi il giorno 31. Gli altri 9 patrioti processati dal tribunale tedesco, Varalla, Favale, Garletti, Guarreschi, De Lauro, Ernesto Deri , Adler Oscar Brancaleoni, Giordano e Cavallero, saranno fucilati il 9 febbraio 1945 dietro il cimitero di Oneglia ad Imperia.

Responsabile di questo eccidio e di altri che si verificheranno dal gennaio 1945 alla fine della guerra fu una donna la cui identità rimase a lungo celata tanto che fu conosciuta con lo pseudonimo di “donna velata“. Per l’importanza che questa spia ricoprì nelle vicende della I^ Zona Operativa Liguria risulta necessario tracciare un sunto…

di Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945)” – Tomo I – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

(1) Adolfo Stenca, nato a Cairo Montenotte (SV) 22.8.1906, ucciso ad  Imperia (Capo Berta) 31.1.1945. Partigiano combattente, comunista, entra nelle fila della Resistenza imperiese dal 9 settembre 1943 divenendo in seguito responsabile del SIM (Servizio Informazioni Militari) della Prima Zona Liguria. Viene catturato a Sant’Agata, Frazione di Imperia,  il 9 gennaio 1945 nel corso di un rastrellamento mirato ad annientare l’organizzazione segreta della Resistenza imperiese. Viene condotto nel penitenziario di Oneglia ad Imperia dove, tradito dalla famigerata spia conosciuta come la “donna velata” è sottoposto a feroci interrogatori ai quali non cedette una sola informazione. Nella notte del 30 gennaio 1945 viene trucidato sulla strada di Capo Berta assieme ad altri 9 compagni. Insignito nel 1996 di Medaglia di bronzo al V.M. “alla memoria” con la seguente motivazione: “Responsabile SIM della Prima Zona Liguria provvedeva ad organizzare formazioni partigiane, raccogliere armi e predisporre i piani per salvare dalla distruzione, da parte dei tedeschi, di fabbriche, ponti e installazioni di pubblico interesse. Caduto prigioniero durante un rastrellamento veniva rinchiuso nelle carceri di Oneglia e selvaggiamente torturato per venti giorni. Rifiutatosi di tradire i suoi compagni di lotta, veniva barbaramente fucilato”. Capo Berta (Imperia) 31.01.1945

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