Carlo Levi dovette la sua incolumità durante il periodo clandestino a una rete di protezione quasi tutta femminile

[…] 26 luglio 1943. Durante l’estate Levi partecipa alle caute speranze e alle modeste prospettive aperte dal governo militare di Badoglio, consolida i suoi rapporti con gli ambienti del liberalsocialismo fiorentino e insieme a quegli uomini e a quelle donne è partecipe dei primi passi del Partito d’Azione (capitolo 4). L’armistizio dell’8 settembre e l’occupazione nazista lo costringono a interrompere bruscamente i suoi nuovi impegni. Solo a poco a poco, verso la fine del suo periodo di clandestinità, può riprendere un ruolo attivo, prima ancora in modo informale, attraverso la sua rete di relazione, quindi entrando nella Commissione stampa del CTLN, attiva a partire dalla tarda primavera del 1944 (capitolo 5). Allo scoppio della battaglia di Firenze, Levi assume un ruolo pubblico: è uno dei cinque direttori della “Nazione del Popolo” (capitolo 6). La terza parte ha per scenario la Firenze libera e liberata: la prima città italiana dove le truppe anglo-americane trovano un effettivo governo locale organizzato dalle forze antifasciste; una città che per molti mesi ancora sarà occupata – questa volta dagli Alleati – e retrovia della guerra che continua nel Nord. Levi ha impegni nuovi e per i suoi incarichi si trova coinvolto in tutte le discussioni e i conflitti che nascono intorno alla costruzione della vita democratica nell’Italia liberata e alla ricostruzione materiale di Firenze. A partire dal maggio 1945, aumenta la mole degli impegni di Levi: non sono più solo a Firenze, ma di nuovo a Torino e anche a Milano; alla fine di quell’estate un incarico a Roma sarà all’origine di un trasloco definitivo. Per me questo rappresenta l’epilogo della vicenda: lascio Levi mentre Levi sta lasciando Firenze.

  1. Questi anni costituiscono un periodo poco conosciuto della biografia di Levi, su cui anzi, nel corso del tempo, si sono accumulati malintesi e inesattezze. Per esempio, Gigliola De Donato – una delle principali studiose e biografe dell’intellettuale torinese – ha sostenuto che Levi riuscì a pubblicare il saggio Paura della pittura nell’estate 1942, in un fascicolo della rivista di Curzio Malaparte “Prospettive”, sulla base di una inesatta testimonianza resa dallo stesso Levi negli anni Sessanta. L’errore è stato ripreso senza che ci si interrogasse su quali possibilità aveva un uomo di “razza ebraica” di pubblicare qualcosa in Italia nel 1942, e nemmeno chiedendosi sotto quale pseudonimo avesse potuto celarsi Levi. Una verifica sulla collezione della rivista avrebbe risolto ogni dubbio: l’articolo in questione non è mai stato pubblicato su “Prospettive”. Anche il terzo arresto e la carcerazione subita da Levi a Firenze hanno suscitato scarsa curiosità e si è sempre genericamente parlato di un arresto avvenuto in primavera, qualcuno azzardando il mese – aprile o maggio –, probabilmente sulla base della nota sul risvolto della prima edizione del Cristo si è fermato a Eboli. In realtà, Levi è arrestato il 26 giugno a Torino, e quindi trasferito alle Murate qualche giorno dopo.

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Le scarse notizie relative al suo soggiorno fiorentino tra 1941 e 1943 sono abbastanza eloquenti sul modo in cui visse a Firenze; in quegli anni – come si vedrà – Levi si sposta di continuo e – a parte alcuni brevi periodi – dà l’impressione di essere sempre di passaggio nello studio di piazza Donatello. Stupisce di più che ci sia un silenzio simile per i mesi tra il 1944 e il 1945, e a volte si ha l’impressione che Levi sia stato smarrito nel conflitto per il controllo della memoria della Resistenza e delle vicende del Partito d’Azione a Firenze.

[…] sulla “Nazione del Popolo”, riprendendo le riflessioni che svolgeva sin dagli anni Venti, sulla scia della collaborazione con Piero Gobetti, Levi ribadiva che il fascismo non era “una malattia occasionale in un corpo sano, l’interruzione violenta e casuale di un processo storico ricco di sviluppi che potrà riprendere, dopo l’intervallo, la sua evoluzione”. Per questo motivo, era impossibile pensare la nuova democrazia italiana in continuità con l’Italia liberale. “Riattaccarci alle condizioni e alle idee politiche precedenti il fascismo significherebbe porre le basi di un nuovo e peggiore fascismo. E, veramente, avremmo trascorso invano questi anni di inferno”. La Resistenza sviluppatasi a partire dall’8 settembre – dopo l’esperienza delle lotte della primavera 1943, culminate nell’entusiasmo del 25 luglio, stroncato dalla “Restaurazione” del re e di Badoglio – rappresentava la massima espansione di una lotta antifascista che era stata iniziata da pochi già vent’anni prima, e allo stesso tempo il primo passo di una rivoluzione più ampia, capace di travalicare tanto i confini della politica tradizionalmente intesa che quelli degli Stati e delle nazioni. Levi non esitava a insistere – e si trattava quasi di un auspicio – sul carattere di guerra civile europea che aveva preso il conflitto negli ultimi due anni. È la guerra civile di Europa, e in essa non vi sono italiani e francesi e inglesi e tedeschi e russi e americani, ma uomini liberi contro uomini servi. Anche se talvolta la guerra può prendere l’aspetto di una guerra di imperi, di una lotta per la potenza, essa è, invece, necessariamente, la guerra civile rivoluzionaria in Europa.
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Ci sono altri scenari e altre città in queste pagine: i luoghi a cui Levi era legato da vincoli affettivi, o da questioni pratiche, e in cui si recava regolarmente: Torino e Alassio. Poi ci sono le città degli amici e dei corrispondenti. Quindi ci sono gli “interni”: le case, un atelier, i luoghi di ritrovo dei circoli letterari, e quelli in cui Levi sarà costretto a vivere: – il carcere e i rifugi durante il periodo clandestino –, e ancora la redazione de “La Nazione del Popolo”. Infine, c’è un contesto generale che a volte soverchia tutti gli altri: la guerra, con i pericoli e le privazioni che comporta, la precarietà dell’esistenza, la paura dei bombardamenti, le perdite, le sofferenze che si prolungano ben oltre il giorno in cui le autorità proclamano “è finita”. In questo caso ho cercato di seguire il consiglio di Arthur Schnitzler: “Il vocabolario della guerra è fatto dai diplomatici, dai militari, dai potenti. Dovrebbe essere corretto dai reduci, dalle vedove, dagli orfani, dai medici e dai poeti”.
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Fra il 1945 e il 1950 – fa notare Portelli –, non esisteva nemmeno la parola per nominare le “molestie sessuali” con cui queste donne – giovani vedove, quindi implicitamente prede disponibili per l’immaginario maschile – avevano dovuto fare i conti negli anni subito dopo la guerra, negli uffici dove andavano a svolgere le pratiche delle pensioni o nei posti di lavoro. Se dunque è venuto fuori il racconto, lo si deve al fatto che l’intervista si pone come uno spazio aperto di esplorazione reciproca, che non si chiude dopo che sono stati espletati il racconto offerto dall’intervistata e le domande immaginate dall’intervistatore, ma che lascia uno spazio di indeterminatezza e possibilità, di conversazione informale, in cui può emergere proprio la materia non ancora formalizzata. Ed è questo graduale prendere forma, questo riconoscersi come storia di memorie non dette o indicibili, il processo che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi in queste narrazioni e al quale l’intervista come incontro sul campo di pari e diversi dà un contributo di grande importanza.
[…] Levi dovette la sua incolumità durante il periodo clandestino a una rete di protezione quasi tutta femminile; rivelò una rara capacità di stabilire dei legami solidi con compagni più giovani di lui; nei suoi articoli sostenne l’idea di una rivoluzione politica fondata su una rivoluzione “antropologica” – a sua volta basata su pratiche libertarie e sul rifiuto di ogni forma d’autoritarismo -, e una concezione particolare della forma e del ruolo dei partiti.

[…] Passando a rievocare la militanza nel gruppo “Giustizia e Libertà”, Foa ricordava che nel 1933 credeva che Levi fosse “il capo del movimento in Italia”. Ma ben presto si dovette ricredere: questo ruolo era incompatibile con l’idea di impegno e di politica che Levi aveva e cercava di praticare; Levi “era una cosa diversa, più importante di un capo, era un animatore, che proponeva un quadro generale di riferimento, rispetto al quale la ricerca, lo studio, l’azione creativa, dovevano rendere effettiva la capacità degli uomini”. […]

Filippo Benfante, Carlo Levi a Firenze e la Firenze di Carlo Levi (1941-1945). Vita quotidiana e militanza politica dalla guerra alla Liberazione, Tesi di Laurea, Firenze, 2003

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