Cenni sulle scritture dei prigionieri italiani nella Grande Guerra

È il 10 novembre 1918, il giorno precedente la fine ufficiale della Prima guerra mondiale. Cala il sipario sulla più grande carneficina che l’Umanità ha conosciuto sino a quel momento.
Gli Imperi centrali sono crollati, l’Italia ha riportato il successo decisivo del 4 novembre a Vittorio Veneto, la pace è ormai all’orizzonte.
Un giovane sottufficiale italiano, da diversi mesi recluso nel campo di concentramento di Cellelager in Germania, scrive e spedisce l’ultima cartolina da prigioniero: il destinatario è se stesso, l’indirizzo quello di casa sua. L’uomo si immagina dunque presto tra le mura domestiche, ricongiunto alla propria famiglia, pronto a ricominciare una nuova vita dopo i combattimenti, il sangue, la detenzione. Decide pertanto di auto-spedirsi una corrispondenza nella quale è possibile cogliere tutta la speranza per un futuro migliore, lungi dalle tenebre della paura, finalmente immerso nella fulgida luce del domani.

Campo di Celle – 10 Novembre 1918
Carissimo Peppino, Le tenebre che avvolgevano il mondo nelle sue spire funeste sono scomparse ed è subentrata la luce, la più vivida, la più chiara. Quando riceverai questa tua, sarai già a casa, fra le bellezze della tua patria, fra le dolenze sacre della tua famiglia. Esulta: le sofferenze sono scomparse, la triste parentesi della tua giovane esistenza è svanita per te, come per il Mondo, incomincia una nuova Era; t’auguro che questa sia per te più favorevole della precedente. Mostrati forte ed all’altezza del tuo compito, dei tuoi doveri verso la famiglia.
Tuo Peppino.

L’autore-destinatario della cartolina è il sottotenente Giuseppe Chioni, e la sua testimonianza rappresenta di fatto soltanto una piccola scheggia all’interno dell’abnorme deflagrazione causata dal conflitto. Non soltanto trincee e battaglie caratterizzano il grande racconto della guerra e dei suoi attori. Circondati da interminabili sequenze di filo spinato e cancelli, sorvegliati a vista giorno e notte, rinchiusi in fetide baracche di legno: i soldati con le loro «parole prigioniere» sono evasi sistematicamente, hanno sorvolato i campi e le linee nemiche e sono giunti a casa con il loro carico di speranze e timori.
I prigionieri italiani hanno dunque prodotto una grande varietà di testi che oggi è possibile leggere con un apparato metodologico e critico assai sviluppato. La stragrande maggioranza delle testimonianze oggetto di questo studio proviene dall’Archivio Ligure della Scrittura Popolare, il cui intero patrimonio archivistico è fondato per oltre un terzo da scritture relative alla Prima guerra mondiale. Alcune di queste sono state realizzate direttamente nel campo di concentramento (cartoline in franchigia, lettere, diari), altre sono state redatte ad esperienza penitenziale finita (memorie, autobiografie).
La prima tipologia per estensione è senz’altro la cartolina in franchigia, fornita direttamente dai nemici per il tramite della Croce Rossa Internazionale, la quale aveva anche il compito di provvedere alla consegna dei pacchi. Esse assolvono alla funzione della comunicazione prigioniero-casa, ovvero il contatto. È infatti una cartolina in franchigia ad informare i parenti del soldato circa la sua nuova condizione di recluso e il suo stato di salute. Generalmente i prigionieri avevano a disposizione una cartolina in franchigia a settimana per poter contattare i propri familiari. Si tratta di una tipologia di scrittura rigidamente controllata dalla censura, costretta nello spazio testuale – massimo 15 righe – e votata ad una comunicazione basilare, quasi sempre incentrata sulla richiesta di cibo e sulla rassicurazione circa il proprio stato di salute. Una delle versioni di cartolina in franchigia più diffuse prevedeva persino una risposta già pagata per i familiari, i quali erano dunque costretti a comunicare con le stesse modalità sorvegliate e contingentate dei detenuti. Di qui l’importanza della lettera, intesa come maggiore spazio di espressione e profondità dei concetti.
L’atto materiale della scrittura è un gesto solo apparentemente ordinario: procurarsi il supporto, organizzare gli argomenti e produrre un testo nonostante un’alfabetizzazione talvolta mediocre, sono solo alcune delle difficoltà oggettive che incontrano gli scriventi. La fatica di scrivere è dettata anche dalle condizioni fisiche deplorevoli e da quelle mentali totalmente esaurite.
In questo senso persino leggere diventa un’impresa ardua nel campo di concentramento.
Valga ad esempio la testimonianza dell’ufficiale Astengo, studente di medicina, che vede naufragare il tentativo di studiare un libro che aveva con sé:

Per adesso intanto, come quasi tutti gli altri sono stanco, stanco, stanco. Ho con me un buon libro di medicina, ebbene confesso che non ho avuto la forza di volontà di quasi neanche incominciarlo, nonostante parecchie volte mi ci sia messo di buon impegno. Non capisco niente e non ho la forza di capire niente. (…) Attualmente due soli libri mi sentirei capace di leggere, giacché sarebbero di vero conforto e riposo e tonico alla mente: Dante e il Vangelo. E difatti osservo che questi testi sono abbastanza diffusi tra gli ufficiali. Si vede che lo stesso fenomeno mio si verifica a carico pure di altri. (…) Adesso tronco ché non ho più voglia di scrivere e di pensare.

Se i soldati possono fare a meno di leggere, diverso è il discorso relativo alla scrittura, intesa come necessità. I motivi per cui i prigionieri si avventurano nella pratica scrittoria sono molteplici: sopravvivere e richiedere sussistenza; trasmettere un’esperienza considerata eccezionale; tramandare la memoria dei fatti; sopportare le difficoltà della detenzione; controllare e rinsaldare a distanza legami affettivi. Lettere e cartoline servono anche per tranquillizzare i familiari a casa: è importante in quest’ottica la funzione accessoria della fotografia, il cui valore supremo è legato all’eccezionale possibilità di un riscontro visivo. Le richieste del soldato Bernardo Maurizio vanno esattamente in questa direzione, e testimoniano il bisogno di verificare de visu il reciproco aspetto degli scriventi. «Non so quale disturbo vi porto – scrive il prigioniero – ma aviate pazienza sicome causa limmane guerra sono quindici mesi che non o compiacenza divedervi se non vi e di grave disturbo dezidererei una vostra fottografia o per lo meno quella dei bambini, che mi pare di vederli chi sa quanto grandi».
E più avanti è lo stesso Bernardo a promettere un ritratto con le sue «sembianze».
L’importanza della fotografia emerge anche dalle lettere dell’ufficiale Zonghi, scrivente con ottimo grado di istruzione, che riceve dopo tanto tempo una fotografia dell’amata:

(…) ti ho stretto al mio cuore con appassionato amore, suggellando poi sulle labbra un bacio eterno d’amore, e per lungo tempo ti ho guardata e mi sei apparsa in tutta la tua bellezza, ed ora in bella cornice se qui sopra al mio letto che mi guardi e guidi sempre assistendo le mie lunghe ore.

Alcuni reduci scrivono con la paura di non essere creduti, talmente è fuori dall’ordinario l’esperienza vissuta, talmente sono grandi i patimenti subiti.

«Altro che storie! [ammonisce l’ufficiale Astengo] E quando torneremo in patria e racconteremo questi nostri giorni non ci crederanno o ci diranno che vorremo fare gli eroi e i martiri».

Altre volte la memoria rappresenta una sorta di purificazione, un percorso di espiazione per tutta la miseria umana che il prigioniero ha dovuto osservare, sopportare, condividere:

Ho scritto questo diario dal vero e in forma molto semplice, ma sincera e senza illusioni. Io ho fatto solo la terza classe elementare. Ho fatto quello che ho potuto e l’ho fatto volentieri. Forse sarà una mia illusione: ho fiducia che questo labirinto di una miriade di patimenti possa e debba essere stato un grande bagno purificatore per l’umanità (CECCOTTI, 2004:92).
Motivazioni, funzioni e strutture delle testimonianze sono poi circostanziate da differenti unità di spazio e tempo. I luoghi della scrittura, limiti spaziali che talvolta coincidono con estremità psicologiche, influenzano la stesura dei testi.
Il tempo della scrittura è in grado di modulare il racconto e la percezione della vita carceraria. Nel campo di concentramento i ritmi sono dilatati e – come afferma il soldato Ceccotti nella sua memoria – «Là dentro il tempo passava fra continue meditazioni e contemplazioni» (CECCOTTI, 2004:79). Allo stesso modo, una differente scansione temporale è dettata dalle difficoltà della comunicazione: mentre la posta ha ritmi assai lenti, la fame è implacabile. Ecco perché i tempi della posta sono assai importanti, ed ecco il motivo per cui non sbagliare indirizzo, essere precisi e scrupolosi nella compilazione, significa avere maggiori possibilità di sopravvivere. Diversa è anche la frequenza della scrittura: il prigioniero può scrivere solo una cartolina alla settimana mentre i familiari possono spedirne quante più desiderano. Vi è insomma una sproporzione tra necessità e possibilità. Nelle lettere e nelle cartoline difficilmente si descrive il campo di concentramento. In primo luogo per non incappare nella censura, in secondo luogo per non deprimere i destinatari delle corrispondenze. Diverso il discorso per i diari e soprattutto per le memorie dove invece lo spazio di detenzione è maggiormente protagonista. Nei giorni immediatamente successivi la sua liberazione, l’alpino Calosso definirà il lager da poco abbandonato come un «paese reticolato», con un interessante riferimento alla dimensione del «paese», con le sue regole e i suoi ritmi.
Il tentativo di riprodurre una comunità si osserva anche attraverso il frequente utilizzo dei saluti estesi nelle lettere, che dalla famiglia tendono ad abbracciare la cerchia più ampia del borgo natio.
Bernardo Maurizio racconta, per esempio, che nel campo di concentramento si era ricostituita un piccolo gruppo ligure entro il quale si parlava esclusivamente il dialetto.

Diversi gli scriventi che si soffermano invece sulle baracche di legno che fungevano da dormitori, quasi sempre raccontati come luoghi di miseria, senza alcune norme igieniche, esposte al freddo intenso.
Infine alla descrizione del campo di detenzione si accompagna talvolta l’immaginario della metodica organizzazione carceraria, dove allo spazio del racconto si somma l’idea di un controllo oppressivo:
(…) mi misi in giro per vedere dove mi trovavo, eravamo in una pianura e il campo era formato da tanti isolati divisi fra loro da corridoi come le vie delle città moderne e ad ogni incrocio vi era una sentinella. Ogni isolato era separato dai corridoi da rete metallica e filo di ferro spinoso cosicché ogni recinto era isolato dai vicini. In ogni recinto vi erano otto baracche che potevano alloggiare cento persone, una baracca con la cucina, una con il comando e uffici, quindi una più piccola che serviva da vivanderia. Nell’insieme era tutto ben disposto ed organizzato.

di Graziano Mamone in Le scritture dei prigionieri italiani nella Grande Guerra (Academia.edu)

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