Circa i campi del Duce

Se si assume il lager come paradigma di privazione di diritti, messa in atto amministrativamente con l’utilizzo di variegate strutture di isolamento o segregazione, violenza, terrore e sfruttamento del lavoro in condizioni di schiavitù, è possibile analizzare le differenti peculiarità che caratterizzano gli universi concentrazionari, intesi come sistemi di internamento retti e disciplinati da regolamenti specifici. Come sostengono Joël Kotek e Pierre Rigoulot, autori del volume Il secolo dei campi, «ciò che conta ai fini della definizione di “campo” è la condizione di civili “concentrati” – vale a dire raggruppati in un luogo chiuso – per decisione amministrativa, civile o militare che sia». <22
A partire da questa definizione, allora, si può studiare il caso italiano dei campi di concentramento fascisti come parte di quel sistema di persecuzione, segregazione e privazione delle libertà che è stato di fatto definito “internamento civile nell’Italia fascista”. <23 A maggior ragione si possono trarre alcune riflessioni in relazione alla singolarità dell’arco temporale delle “contingenze belliche” del regime monarchico-fascista (giugno 1940-settembre 1943). <24 Ciò permette di contestualizzare la scelta delle autorità del Ministero dell’Interno di denominare “campo di concentramento” i siti selezionati sul territorio italiano nei quali istituire le strutture predisposte all’internamento delle diverse categorie di civili, perseguitate e considerate pericolose, nemiche e indesiderabili dal regime mussoliniano. <25
2. Come collocare il caso italiano dei campi di concentramento fascisti
Per una collocazione dei campi di concentramento per civili in un discorso di analisi e interpretazione del sistema concentrazionario fascista, <26 attivo nel periodo bellico e delimitato fino all’8 settembre 1943, nonché per differenziarlo dal sistema dei campi provinciali della Repubblica di Salò, <27 è utile ripercorrere brevemente la storia dei campi di concentramento sin dalle origini coloniali. Saranno definite le tipologie, le funzioni e le caratteristiche, in modo tale da cogliere il fenomeno dell’internamento civile fascista e il significato che tale sistema assegnò ai propri “campi di concentramento”. In questa sede, ci limiteremo alla descrizione dei campi di concentramento come spazio di repressione politica dei diritti e come strutture fisiche di segregazione ed esclusione di soggetti dalla vita civile. <28
Benché il campo di concentramento sia diventato un elemento negativo e caratterizzante della modernità del Novecento, la sua origine non deve essere ricercata nei sistemi nazisti del lager o in quelli del gulag sovietico. <29 Questo vale anche per la loro diffusione nel corso del primo conflitto mondiale, allorquando furono realizzati i campi di concentramento. Essi servirono a recludere, tra i prigionieri di guerra, i civili nemici residenti sui territori dei paesi belligeranti. <30 La creazione dei campi di concentramento per civili nasce nei territori coloniali d’oltreoceano, primo fra tutti quello dell’isola di Cuba occupata dagli spagnoli, territorio impegnato in una lotta di liberazione nel 1896. A Cuba fu per la prima volta utilizzato il termine “concentramento” che nella sua forma spagnola originaria è reconcentración, dunque sarebbe più corretto parlare di “riconcentramento”. <31 Di fatto fu il comandante supremo dell’esercito spagnolo, Martínez Campos, a scriverlo in un messaggio riservato diretto al capo del governo della corona spagnola, all’indomani della sconfitta militare avvenuta il 13 luglio 1895 contro gli insorti cubani. Egli, avanzando l’ipotesi di impiegare metodi più radicali, propose di “riconcentrare” «le famiglie che abitano in campagna in piccoli villaggi». <32 Questa prospettiva determinò quella che si può asserire come la «prima operazione di massiccio concentramento di una categoria di civili in uno spazio limitato e sorvegliato, se non addirittura chiuso». <33
Di importanza cruciale, per la simbologia che ne derivò, fu l’impiego del filo spinato fatto dagli inglesi nei territori occupati del Sudafrica nel 1900, per “recintare” i campi dove furono concentrati e imprigionati i civili boeri insieme alle loro famiglie. <34 Per la prima volta, il filo spinato fu usato non più per “proteggere” il bestiame ma per delimitare lo spazio di segregazione di esseri umani. Divenne il simbolo generalizzato dei campi di concentramento per la forza simbolica ed evocativa di tale uso: «una gestione totalitaria dello spazio». <35
[…] Come ha più volte ricordato Capogreco nel suo I campi del duce, l’assenza del filo spinato e di altri elementi «archetipici» del KZ nelle strutture fisiche dei campi italiani è stata, tra le altre, una delle cause che hanno portato all’oblio e alla dimenticanza i “campi fascisti”. <38 La loro memoria storica è rimasta per decenni all’oscuro, sia della storiografia “accademica” che della memoria pubblica. <39
Arrivati fin qui, si possono fare delle considerazioni sul “campo di concentramento” ponendo attenzione, per prima cosa, alla differenza sostanziale tra campo e prigione. A seguire, si prenderanno in esame le diverse tipologie di campi storicamente determinatesi in relazione alla loro funzione e alla loro struttura materiale. <40
[…] Come collocare, in virtù di quanto appreso, i campi del duce? <49 Da una parte si ha la possibilità di utilizzare il “concetto-lager” come categoria di “forma campo”, ovvero spazio di privazione di diritti con conseguente segregazione dei soggetti dalla società civile. <50 Pertanto, in questa ottica, si può certamente sostenere che anche il “campo fascista” appaia come un luogo di sospensione dei diritti fondamentali e si presti ad essere un sito in cui il recluso acquisisce lo status di internato “concentrato in un campo”. <51
All’interno di questo sistema concentrazionario, gestito e amministrato dal Ministero dell’Interno del regime monarchico-fascista, categorie differenti di soggetti civili vengono considerate pericolose o sospette per motivi razziali, politici o perché nemiche dello stato fascista. Nel caso particolare delle “contingenze belliche” del secondo conflitto mondiale, tali categorie possono essere perseguitate, arrestate e internate in “campi di concentramento” per via amministrativa senza possibilità di fare ricorso in nessun tribunale. <52 È il regime autoritario che stabilisce arbitrariamente, rifacendosi alle sue basi ideologiche, politiche e razziali, chi sia “pericoloso o sospetto”, “nemico” o “indesiderabile”. L’internamento nel campo comporta l’allontanamento dalla dimora abituale, la separazione dalla famiglia e la perdita del lavoro. A tutto questo va aggiunta la segregazione in una struttura chiusa e sorvegliata in condizioni di vita precaria, collettiva e di promiscuità. La libertà di movimento e di comunicazione con l’esterno viene ridotta al minimo indispensabile, a causa delle restrizioni imposte dai regolamenti prescritti dal Ministero dell’Interno. <53
Un’ulteriore possibilità di analisi è quella di considerare la struttura fisica del “campo”. Se si fa riferimento alle ricerche sui campi fascisti pioneristicamente condotte da Capogreco, si può dedurre che ciò che il regime monarchico-fascista denominò “campo di concentramento”, fu anzitutto un’area circoscritta e delimitata. <54 All’interno di questo “spazio”, entro un “limite di confino” in strutture preesistenti (edifici pubblici o privati, fabbriche abbandonate, magazzini, conventi, monasteri, ecc.) o costruite ex novo (un terreno con baracche, tende, ecc.), venivano segregate categorie diverse di internati civili. Si tratta quasi sempre di campi mono-genere, ossia maschili o femminili e raramente misti, sottoposte alla vigilanza dei carabinieri o degli agenti di pubblica sicurezza e, in pochi casi, della milizia fascista. <55 Per questo tipo di “strutture-campo” veniva designato un “direttore del campo” che aveva il compito di “impiantare” il registro e i fascicoli personali degli internati. <56
Le prescrizioni inviate tramite circolare ai prefetti del Regno l’8 giugno 1940 servivano per impartire le disposizioni circa i campi di concentramento «perché non vi siano incertezze e disparità di trattamento». <57
Questo documento, composto da tredici punti essenziali, rappresentò le linee guida per l’allestimento del campo. Si faceva riferimento sia ai compiti del «funzionario di P. S. e dove non vi è funzionario il Podestà» che doveva provvedere a «stabilire il perimetro entro il quale gli internati possono circolare» e imporre loro «le prescrizioni di non allontanarsi da detto perimetro», sia a tutta una serie di divieti e obblighi degli internati, tra i quali citiamo quello di «imporre agli internati un orario di divieto, salvo giustificati motivi o speciali autorizzazioni di uscire prima dell’alba e di rincasare dopo l’Ave Maria»; di fare «tre appelli giornalieri agli internati, al mattino, a mezzogiorno ed alla sera» e così ancora sul rispetto della buona condotta, sul sussidio giornaliero, sui trasferimenti e sul trattamento delle cure mediche. <58 A queste prescrizioni ne seguirono altre inviate il 25 giugno 1940 nelle quali si rafforzarono i divieti per gli internati che non potevano «tenere presso di loro passaporti o documenti equipollenti». Allo stesso modo, non gli era consentito possedere denaro che superasse le cento lire, gioielli e titoli. Inoltre, gli internati non dovevano occuparsi di politica e potevano al massimo leggere giornali in lingua italiana. La radio era assolutamente bandita. La convivenza dei famigliari con gli internati nei campi non era consentita. <59 La maggior parte dei comuni scelti per istituire i campi fascisti furono piccole località del centro-sud Italia, isolate dalle grandi vie di comunicazione. La regione Abruzzo ebbe il maggior numero di “campi di concentramento”. <60
La difficoltà di interpretazione e significazione del contesto italiano dei campi fascisti deriva dal fatto che il Ministero dell’Interno adoperò ufficialmente l’espressione “campo di concentramento” per differenziarla dall’altra forma di internamento civile, quella che fu chiamata “località di internamento libero”. <61 Con questa espressione si rimanda ai “comuni di internamento”, per la maggior parte ubicati nelle regioni del centro-sud Italia, nei quali gli internati dimorarono in condizioni simili al “domicilio coatto”, appunto “liberi dai campi chiusi” ma obbligati ad una residenza domiciliare forzata. Attraverso lo studio di questa tipologia di repressione, emerge che si tratta di una forma più leggera di “internamento”, riservata agli “elementi” considerati meno “pericolosi”. <62 Come spiega Klaus Voigt «ciascun luogo doveva ospitare al massimo i componenti di uno stesso nucleo famigliare» e spesso l’amministrazione comunale era responsabile del reperimento degli alloggi da mettere a disposizione degli internati, anche se non raramente furono ospitati presso strutture alberghiere o alla meglio in edifici pubblici. Potevano muoversi all’interno di un determinato perimetro del territorio comunale con l’obbligo di recarsi alla stazione dei carabinieri in orari prestabiliti per firmare la loro presenza. <63
In alcuni casi si osserva l’esistenza contemporanea, nella medesima località, di entrambe le realtà di “confino”: quella del campo di concentramento e quella dell’internamento libero. <64 Sarebbe consigliabile, in virtù della contestualizzazione storica, mantenere tale distinzione di denominazione.
Talvolta i campi fascisti furono di fatto interpretati come “campi di internamento”, in relazione alla loro funzione. Nondimeno, l’assenza di tale dicitura nei documenti ufficiali, così come si rileva dalla documentazione archivistica, potrebbe portare a confondere la tipologia dei luoghi scelti dove furono istituiti “campi di concentramento” oppure “località internamento libero”. <65 A questo proposito, esiste un recente progetto di documentazione on line che si propone di fornire una mappatura complessiva dei “campi fascisti”. I risultati hanno evidenziato come in alcuni dei comuni inizialmente considerati “località d’internamento”, in linea con quanto si desume dall’analisi di nuove fonti archivistiche e memorialistiche, si possa constatare la presenza di “campi di concentramento”. <66
Il sistema concentrazionario monarchico-fascista del periodo bellico 1940-1943 può essere inquadrato nel fenomeno dell’internamento di civili che, come abbiamo visto, fu messo in pratica attraverso l’istituzione di due forme di privazione dei diritti: la segregazione nei “campi di concentramento”, oppure la residenza obbligata nelle “località di internamento libero”. <67
[…] L’arbitrarietà del provvedimento di internamento civile, che veniva messo in atto come semplice disposizione amministrativa, ha fatto sì che mancasse una legislazione codificata con la conseguente precarietà delle fonti relative ai campi di concentramento fascisti. Inoltre, trattandosi del periodo bellico, tutto ciò apparve come una prassi normale dei paesi belligeranti. Ma la recente storiografia ha dimostrato che «la tipologia degli internati contraddice questa tesi». <70 A tal proposito Giuseppe Perri aggiunge che il dibattito storiografico odierno ha «chiarito che l’internamento di guerra nel secondo conflitto mondiale, in Francia, Gran Bretagna, Usa e Italia, più che essere fondato su esigenze di sicurezza era la prosecuzione di politiche e tendenze sociali di discriminazione e segregazione di minoranze ben individuate». <71
Un’ultima considerazione sull’analisi della “forma-campo” di un possibile universo concentrazionario fascista-monarchico – ne esisterebbe anche uno fascista della Rsi, ampiamente studiato da Matteo Stefanori – può essere quella di mettere al centro della discussione il “campo di concentramento fascista” come spazio delle pratiche della politica razziale e di repressione del regime: un laboratorio del razzismo fascista a livello locale in relazione alla rete dei campi allestiti sulla penisola e gestiti centralmente dal Ministero dell’Interno. Una comparazione con il lager nazista dal punto di vista della radicalità, della violenza, del terrore, e della mortalità, rischierebbe infatti una scontata banalizzazione del caso italiano dei campi fascisti. <72
[NOTE]
22 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 15.
23 Cfr. C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia, cit.; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 13-14.
24 Cfr. S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”. Gli internati dal 1940 al 1943, ANPPIA, Roma 1987; K. Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Vol. 2, La Nuova Italia, Firenze 1996.
25 I campi allestiti nei territori militarmente occupati della Jugoslavia furono gestiti dal Regio Esercito che ricorse all’internamento non solo dei prigionieri di guerra ma anche dei civili. Capogreco lo definisce “internamento civile parallelo”. Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 67-79; Si veda anche F. Goddi, Fronte Montenegro: occupazione italiana e giustizia militare (1941-1943), Leg, Gorizia 2016, pp. 172-186; sull’antislavismo fascista cfr. S. Bartolini, Fascismo antislavo. Il tentativo di “bonifica etnica” al confine nord orientale, I.S.R.Pt. Editore, Pistoia 2006. Per la politica di repressione antifascista e razziale del regime monarchico-fascista: Cfr. L. Violante, La repressione del dissenso politico nell’Italia liberale: stati d’assedio e giustizia militare, in «Rivista di storia contemporanea», 4, 1976, pp. 481-524; S. Carolini, Gli antifascisti italiani dal confino all’internamento 1940-1943, in C. Di Sante, I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 113-133; G. Corso, L’ordine pubblico, Il Mulino, Bologna 1979; G. Antoniani Persichilli, Le misure di pubblica sicurezza. Dal domicilio coatto al confino di polizia, in «Temi ciociaria», V/4, 1978, pp. 107-121; Id., Ministero dell’interno: le origini del Casellario politico centrale, in Le riforme crispine, l’amministrazione statale, Giuffrè, Milano 1990; A. Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, Einaudi, Torino 1995; C. Poesio, Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime, Laterza, Roma-Bari 2011; M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2007; M. Toscano, L’internamento degli ebrei italiani 1940-1943: tra contingenze belliche e politica razziale, in C. Di Sante, I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 95-112; D. M. Smith, L’idea fascista della razza, in Italia Judaica. Gli ebrei nell’Italia unita 1870-1945, Atti del IV convegno internazionale Siena 12-16 giugno 1989, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Saggi 26, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1993, pp. 350-357; L. Bravi, M. Bassoli, Il Porrajmos in Italia. La persecuzione di rom e sinti durante il fascismo, I libri di Emil, Bologna 2013.
26 Cfr. C. Di Sante, Origine e sviluppo del sistema concentrazionario fascista, cit., pp. 12-23; C. S. Capogreco, Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista. Una ricognizione tra storia e memoria, in Lager, totalitarismo, modernità. Identità e storia dell’universo concentrazionario, cit., pp. 218-237; Id., Per una storia dell’internamento civile nell’Italia fascista, in A. L. Carlotti (a cura di), Italia 1933-1945. Storia e memoria, Vita e Pensiero, Milano 1996, pp. 527-579.
27 Per il funzionamento dei campi provinciali della Rsi cfr. M. Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 51-85.
28 Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 3.
29 Cfr. Ivi, p. 527; A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 13; A. Becker, La genesi dei campi di concentramento, in M. Cattaruzza, M. Flores, S. L. Sullam, E. Traverso, (a cura di), Storia della Shoah, Vol. I, Utet, Torino 2005, pp. 155-179; H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino 2001; B. Bruneteau, Il secolo dei genocidi, Il Mulino, Bologna 2005.
30 Cfr. J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, cit., p. 13; E. Traverso, La violenza nazista, cit., pp. 104-107; G. Perri, Stato d’eccezione. L’internamento dei civili nel Secondo conflitto mondiale in Gran Bretagna, Francia, Usa e Italia. Uno studio comparato, ilmiolibro.it, 2013.
31 J. Kotek, P. Rigoulot, Il secolo dei campi, p. 31.
32 Ivi, p. 32
33 Ivi, p. 31.
34 Cfr. Ivi, pp. 15, 51.
35 Nel 1874 J.-F. Glidden, colono dell’Illinois, ottiene il brevetto per il filo spinato. Cfr. O. Razac, Storia politica del filo spinato, ombre corte, Verona 2001, p. 12; Ivi, p. 43.
38 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 81-82; Id., Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (1940-1943), La Giuntina, Firenze 1987, pp. 37-38; Id., Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista, cit., p. 234; E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2008, pp. 106-107; «sito-archetipo del Lager» come dice C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, in M. Eisenstein, L’internata numero 6, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2014, pp. LIV. Nella prima edizione del libro di M. Eisenstein, L’internata numero 6, Donatello De Luigi Editore, Roma 1994, nel sottotitolo, inverosimilmente, era scritto Donne fra i reticolati di un campo di concentramento, ma «poco corrispondente alla realtà, perché nel caso specifico, non vi erano reticolati di filo spinato», come ha sottolineato Capogreco nel suo saggio introduttivo alla terza edizione del libro; C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. XV, nota. 2.
39 Cfr. C. S. Capogreco, Tra storiografia e coscienza civile. La memoria dei campi fascisti e i vent’anni che la sottrassero all’oblio, in “Mondo contemporaneo”, 2/2014, pp. 137-166.
40 Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993.
49 La definizione è di Capogreco, titolo dell’omonimo saggio, Id., I campi del duce, cit.
50 Cfr. A. J. Kamiński, I campi di concentramento dal 1896 a oggi, cit., p. 269.
51 Infatti, nella documentazione ufficiale, i campi fascisti vengono denominati esclusivamente con la dicitura “campo di concentramento” e mai “campi di internamento”. In alcuni casi troviamo “campo di concentramento per internati”, Cfr. G. Lorentini (a cura di), Documenti e storia del campo di concentramento di Casoli 1940-1944, http://www.campocasoli.org/documenti.
52 Cfr S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”, cit.; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 51.
53 Cfr. L. Picciotto Fargion prefazione a C. S. Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo di internamento fascista (1940-1945), Giuntina, Firenze 1987, p. 13; P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento: sviluppo della normativa, in C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 15-39; S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”, cit.; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 61.
54 Si fa riferimento al periodo bellico tra il giugno del 1940 all’8 settembre 1943. Cfr. C. S. Capogreco, Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista, cit., p. 222.
55 Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., p. 60; M. Soldini, Fiori di campo. Storie di internamento femminile nell’Italia fascista (1940-1943), Tesi di Dottorato Ciclo XXVIII, Università degli studi di Macerata, A.A. 2017. In questo lavoro viene specificato che sono 7 i campi fascisti femminili; Alla lista viene aggiunto il campo di Solofra (provincia di Avellino). Campi misti sono parzialmente stati quelli di Civitella del Tronto, Civitella della Chiana, Boiano, Agnone e Tossicìa; C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., pp. XXI; Id., I campi del duce, cit., pp. 123-135; Id., Ferramonti, cit.
56 Cfr. A. Osti Guerrazzi, Poliziotti. I direttori dei campi di concentramento italiani 1940-1943, Cooper, Roma 2004.
57 Prescrizioni inviate dal Ministero dell’Interno ai Prefetti: Prot. N° 442/12267 “Prescrizioni per i campi di concentramento e per le località d’internamento”, Roma, 8 giugno 1940, in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali Riservati, cat. Massime M4/16, b. 99.
58 Ibidem.
59 Prot. N° 442/14178 “Prescrizioni per i campi di concentramento e per le località d’internamento”, Roma, 25 giugno 1940, in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di P.S., AA.GG.RR., cat. Massime M/4, b. 102. È bene precisare che si tratta di regole generali che i direttori adattavano alle esigenze locali con la conseguenza di differenti condizioni di vita per gli internati; cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 123-135.
60 L’Abruzzo, che nel 1940 comprendeva anche il Molise, ha registrato la presenza di 19 campi su 48 mappati da Capogreco. Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 205-225; C. Di Sante, I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944), in Id. (a cura di), I campi di concentramento in Italia, cit., pp. 177-206; G. Amodei, «L’Altro internato. Caratteri dell’internamento civile nell’Abruzzo fascista», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: il dossier: Davanti e dietro le sbarre: forme e rappresentazioni della carcerazione, N. (1) 2, 2010; N. Palombaro, Centinaia di oppositori ebrei, slavi e zingari finirono poi nei lager. Il fascismo organizzò in Italia ben 43 campi di internamento, in Patria Indipendente, n. 1, 2012, pp. 10-14.
61 Cfr. C. S. Capogreco, Aspetti e peculiarità del sistema concentrazionario fascista, cit., p. 222.
62 Cfr. C. Di Sante, Origine e sviluppo del sistema concentrazionario fascista, cit., pp. 14-16; C. Poesio, Il confino fascista, cit.; P. Carucci, L’ordinamento del testo unico di polizia dopo l’approvazione del testo unico delle leggi di PS nel 1926, in «Rassegna degli Archivi di Stato», XXXVI, 1976; D. Fozzi, Tra prevenzione e repressione. Il domicilio coatto nell’Italia liberale, Carocci, Roma 2010 e si veda Id., Una «specialità italiana»: le colonie coatte nel Regno d’Italia, in M. Da Passano (a cura di), Le colonie penali nell’Europa dell’Ottocento, introduzione di G. N. Modona, Carocci, Roma 2004, pp. 215-304; C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., p. 130; K. Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., pp. 82-87; Id., L’internamento degli immigrati e dei profughi ebrei in Italia (1940-1943), in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del convegno nel cinquantennio delle leggi razziali (Roma, 17-18 ottobre 1988), Camera dei deputati, Roma, 1989, p. 57; G. Orecchioni, I sassi e le ombre, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2006, pp. 113-120.
63 Cfr. K. Voigt, Il rifugio precario, Vol. 2, cit., pp. 83-85.
64 È il caso di Lanciano, provincia di Chieti in Abruzzo che, oltre ad un campo di concentramento, aveva sia “internati liberi” che “confinati politici antifascisti” tra cui alcuni nomi importanti dell’antifascismo, come Tristano Codignola, Enzo Enriquez Agnoletti e Aldo Oberdorfer, ma anche il “fascista dissidente” Aldo Finzi. Cfr. G. Orecchioni, I sassi e le ombre, cit., pp. 113-210; C. S. Capogreco, Il libro esemplare di un’autrice fantasma, cit., p. XXIX, nota 53.
65 Cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni normative e fonti archivistiche per lo studio dell’internamento in Italia (giugno 1940-luglio 1943), in «Rassegna degli Archivi di Stato», Roma 1978, pp. 77-96; G. Tosatti, Gli internati civili in Italia nella documentazione dell’Archivio centrale dello Stato, in Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, (atti del convegno, Torino, 2-4 novembre 1987), Franco Angeli, Milano 1989, pp. 35-50; P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento: sviluppo della normativa, cit., S. Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”, cit.
66 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 125-126. Il progetto on line sui campi fascisti, nel suo database relativo ai “campi di concentramento” presenti sul territorio italiano, conta 64 luoghi rispetto ai 48 mappati da Capogreco, cfr. http://www.campifascisti.it.
67 Cfr. C. S. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 56-79. Sull’internamento libero cfr. A. Pizzuti, Vite di carta Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo, Donzelli, Roma 2010; G. Perri, Il caso Lichtner. Gli ebrei stranieri, il fascismo e la guerra, Jaca Book, Milano 2010; P. Tagini, Le poche cose. Gli ebrei internati in Provincia di Vicenza, Cierre Edizioni, Verona 2006.
70 Cfr. S. Carolini, Gli antifascisti italiani dal confino all’internamento, cit., pp. 114-115.
71 G. Perri, Il caso Lichtner, cit., pp. 197-198; Id., Stato d’eccezione, cit., pp. 231-237.
72 Sui campi provinciali della Rsi cfr. M. Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, Laterza, Roma-Bari 2017. Si veda anche L. Peloso, L’esperienza dell’estremo, cit.
Giuseppe Lorentini, I campi di concentramento fascisti: tra storiografia e definizioniGiornale di Storia