Da Caserta la missione del CLNAI si reca poi a Roma

giovedì 7 dicembre 1944
Caserta – Viene firmato l’accordo, fra la missione inviata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), composta da Parri, Pizzoni, Pajetta e Sogno, e il generale Maitland Wilson, comandante delle forze armate Alleate nel Mediterraneo. Con la firma di questo documento, , la Resistenza ottiene il riconoscimento ufficiale degli Alleati sia del CLNAI che del Corpo Volontari della Libertà (CVL).
L’accordo, articolato in sei punti riconosce (art 1) nel CLNAI e nell’organizzazione ciellenista l’autorità legittima italiana in territorio occupato dal nemico, che ha anche l’autorità di coordinare le attività partigiane assicurando il loro collegamento con gli Alleati; affida (art 4) al CLNAI ed ai CLN regionali e provinciali il compito di amministrare le zone già occupate dai tedeschi, fino all’arrivo delle truppe Alleate, nominando prefetti, questori, sindaci. Viene stanziata anche una somma mensile di 160 milioni quale finanziamento dei partigiani, la cui distribuzione sarà affidata dal CLNAI ad uno speciale comitato finanziario (1). Il comandante alleato ha promesso che i lanci di armi e viveri alle unità partigiane riprenderanno. In cambio ha chiesto la consegna delle armi non appena avvenuta la liberazione di ciascuna località e la rinuncia a pretendere l’inserimento delle unità partigiane nell’esercito regolare.
Da Caserta la missione del CLNAI si reca poi a Roma dove in un salone del Grand Hotel vengono firmati i cosiddetti “protocolli di Roma”, con il governo Italiano (Ministero dei Territori Occupati dai tedeschi): un accordo con il quale gli alleati non hanno concesso niente: non intendono riconoscere l’autonomia del CLNAI né tanto meno che questo possa acquistare il potere di governo provvisorio per l’Italia settentrionale; non hanno garantito nessun aiuto ai partigiani i quali dovranno in qualsiasi momento consegnare le armi su richiesta degli alleati; hanno chiesto garanzie sull’attività del CVL che dovrà dipendere dal comando alleato; tutti i CLN e il CLNAI dovranno cedere tutti i poteri al momento della liberazione al governo militare alleato. La delegazione del CLNAI è stata costretta ad accettare questi accordi, gli alleati hanno posto il loro aut aut e i politici del CLNAI non erano nelle condizioni di poter rifiutare e di rompere con le truppe di occupazione alleate, proprio nel momento in cui le difficoltà dell’inverno e l’attacco tedesco stanno compromettendo il movimento partigiano.
DELLA CRISI DI GOVERNO
Roma – Bonomi continua ad avere difficoltà per la formazione del governo. I comunisti rispondono oggi con un secco comunicato pubblicato sull’Unità: “La direzione del partito comunista ha deciso che allo stato attuale delle cose ritiene non compatibile con la politica di un’unità della classe operaia e quindi delle forze democratiche la partecipazione dei comunisti a un governo a cui non partecipino anche i socialisti”. In realtà questo trafiletto dell’Unità non rispecchia la vera strategia politica dei comunisti. Essi sono comunque decisi a partecipare al governo e si rendono promotori di un incontro fra gli esponenti dei sei partiti. La riunione si svolge questa sera stessa presso la direzione del partito comunista a via Nazionale e non come tutte le precedenti al palazzo dei Marescialli, sede del Comitato di Liberazione Nazionale. Ormai il CLN è definitivamente tagliato fuori tanto dalla crisi quanto dal futuro governo.
Partecipano alla riunione il comunista Togliatti, il socialista Nenni, l’azionista Lussu, il democristiano De Gasperi, il liberale Brosio e il demolaburista Cevelotto. Togliatti, padrone di casa, assume la presidenza. Fin dalle sue prime battute appare chiaro che i comunisti, nonostante l’annuncio pubblicato in mattinata, hanno deciso di schierarsi comunque con Bonomi.
Dopo una burrascosa seduta e dopo il fermo proposito di Nenni di restare fuori dal nuovo gabinetto Bonomi unitamente agli azionisti, De Gasperi si reca dal Presidente del Consiglio per ragguagliarlo sui risultati della discussione; e a sua volta Bonomi si reca dal Luogotenente, per sciogliere la consueta riserva e accettare l’incarico. Nasce il secondo gabinetto Bonomi, con socialisti e azionisti passati all’opposizione: è il quinto governo che l’Italia democratica si dà in poco più di un anno.
DAL DIARIO DI PUNTONI
“Bonomi si è dimesso da dodici giorni e nonostante sia stato incaricato di costituire nuovamente il governo, a tutt’oggi non c’è nulla di risolto. Il partito d’azione ha dichiarato di non aver fiducia in Bonomi, in questo senso si sono espressi il partito socialista e quello comunista. Il partito liberale è invece dalla parte del Presidente e il suo atteggiamento è suggerito dalla speranza che si arrivi a costituire un Ministero meno estremista del precedente. Il partito democristiano non è né carne, né pesce, né contro, né a favore di Bonomi; agisce così per poter essere alla fine arbitro della situazione. La crisi è scoppiata per gli eccessi dei partiti di sinistra i quali rendevano nulla e ridicola l’azione del Presidente del Consiglio. Ad aggravare la situazione è intervenuto il “veto” britannico alla candidatura di Sforza a ministro degli Esteri. Al passo inglese sono seguite numerose interpellanze cui ha risposto Eden con altre dichiarazioni. Nella faccenda è intervenuto perfino il Ministero degli Esteri americano. Si è cercato di attenuare la cosa e al posto del “veto2 gli inglesi hanno espresso un atto di sfiducia nei confronti del conte che avrebbe mancato alla parola data tenendo una linea di condotta diversa da quella promessa. In ogni modo la crisi si dibatte fra mille altre difficoltà. I partiti di sinistra urlano a destra e manca che soltanto loro sono i veri rappresentanti della volontà del popolo; negano perciò fiducia a Bonomi, gli negano autorità in quanto designato dal Luogotenente che a loro giudizio non conta nulla e lo accusano di essere venuto meno agli impegni presi con il C.L.N. I colloqui continuano più serrati e più inconcludenti. Nel caso che Bonomi rinunci all’incarico si prevede un Ministero Ruini, ma il governo risulterebbe una brutta copia dell’altro.
In seguito ai fatti di Grecia e del Belgio, dove elementi di sinistra hanno imposto con la forza la loro volontà alle maggioranza regolarmente elette, gli alleati fanno sentire maggiormente la loro ingerenza nella vita politica del Paese. Si va avanti a forza di baionette straniere ma sempre in nome della libertà e della democrazia! Non ci si nasconde che questo marasma è anche frutto dell’atteggiamento passato degli alleati i quali, pur di conseguire vantaggi militari, si sono appoggiati a tutti, perfino ai comunisti che oggi combattono”. […]
Giancarlo Magnoni, il tramonto di un regno. Sesta parte dal 7 al 16 dicembre 1944, il Postalista

[…] Sulla composizione della missione al Sud ancora una volta sorsero divergenze. Gli Alleati non gradivano il sinistrismo di Parri e non intendevano accettarvi il comunista Paietta: essi furono invece imposti e partirono a metà novembre insieme al più rassicurante presidente Pizzoni e al Sogno, voluto dagli Alleati.
L’incontro a Napoli con le sopravviventi strutture politico-amministrative della vecchia Italia non fu incoraggiante. I capi della Resistenza del Nord fecero lunga anticamera, i loro problemi vennero posposti a quelli di ordinaria amministrazione del capoluogo del Sud.
A Roma, il Presidente del Consiglio Bonomi, con formale cortesia dichiarò che il Governo italiano non c’entrava per nulla, che gli Alleati potevano tutto: a loro bisognava rivolgersi.
Il Governo, espressione del C.L.N., pareva quasi non sentirsi parte in causa con la lotta che il medesimo C.L.N. combatteva nel Nord. Erano forse questi i primi negativi effetti del compromesso di Salerno che cominciavano a farsi sentire, tanto più sensibili di lì a pochi giorni quando, il 26 novembre, il Bonomi ebbe rassegnato le dimissioni nelle mani del Luogotenente, anziché in quelle del C.L.N., da cui – secondo i partiti della sinistra – il Governo aveva derivato i poteri.
La crisi che si determinò nella compagine dei partiti di fronte a questo nuovo esautoramento del loro organo unitario fu raccolta dagli Alleati, che giudicarono la direzione della Resistenza incerta e divisa e si irrigidirono ancor più nella loro posizione di privilegiati negoziatori.
La missione richiedeva sostanzialmente che il C.L.N.A.I. fosse riconosciuto come l’organo coordinatore e promotore della lotta di Liberazione nell’Italia occupata, che un adeguato finanziamento ponesse la Resistenza in condizione di tener testa, con i mezzi necessari, al nemico. Accettati di massima questi due punti, il discorso con gli Alleati si arenò sul terzo, sul problema del disarmo dei partigiani dopo la Liberazione.
Franco Catalano che ha studiato con intelligente penetrazione la vicenda sulle carte d’archivio del C.L.N.A.I., ne ricostruisce accuratamente gli sviluppi. La missione aggirò allora l’ostacolo, avanzando per via parallela le sue richieste. Esortò il Governo italiano a riconoscere ufficialmente il Comitato Alta Italia senza attendere la decisione alleata, avendone constatata la «maturità di organizzazione e di capacità di lavoro»; ed insieme lo invitò a riconoscere il Corpo dei Volontari della Libertà, come organizzazione unitaria del movimento della Resistenza armata nel Nord.
Il simultaneo riconoscimento del Corpo Volontari della Libertà comportava il riconoscimento della qualifica di patriota, della classificazione del Corpo stesso come esercito regolare, della sua notificazione internazionale ai fini delle condizioni previste dalla Convenzione di Ginevra; dal che sarebbe soprattutto conseguita la possibilità di integrare il Corpo Volontari negli eserciti italiano ed alleato: integrazione che avrebbe evitato in ultima analisi l’ordine
di disarmo, che si voleva appunto prevenire.
Diceva il testo della richiesta: «Il C.L.N.A.I. e il comando generale C.V.L. richiamano espressamente l’attenzione del Governo italiano sulla gravità di un provvedimento di disarmo che priverebbe l’Alta Italia della possibilità di una difesa efficace dai fascisti, almeno per un certo tempo; che non potrebbe essere attuato se non parzialmente data la facilità… di eluderlo, mentre costituirebbe un grosso errore politico e psicologico».
Ma la sopravvenuta crisi governativa, di cui si è parlato, toglieva al Governo la possibilità del duplice riconoscimento del C.L.N.A.I. e del C.V.L.; e lasciava la missione sola di fronte agli Alleati.
Il C.L.N.A.I. venne riconosciuto allora dagli Alleati come il solo organo coordinatore del movimento di Resistenza e tutore dell’ordine, nell’interregno dalla liberazione al sopraggiungere dell’Autorità Militare Alleata, cui avrebbe rassegnato i poteri. Il C.V.L. a sua volta diveniva l’organo esecutore, per conto del C.L.N.A.I., di tutte le istruzioni del Comandante in capo del settore del Mediterraneo.
Le condizioni erano certamente dure.
I membri della missione ebbero l’impressione di avere dinanzi a loro, nella persona del generale Maitland Wilson, un proconsole romano che dettava legge.
Ma il protocollo, che assicurava alla Resistenza del Nord un assegno mensile sufficiente alle necessità della lotta, che coordinava gli sforzi alleati con quelli della Resistenza, di cui pertanto aveva riconosciuto ufficialmente la cobelligeranza, senza più interferire nelle sue autonome strutture, era già un gran passo innanzi e poteva essere sottoscritto.
Giunse in ultimo il riconoscimento da parte del Governo, che s’era attardato nelle more della crisi, e fu Pajetta, rimasto a Roma dopo la partenza dei compagni di missione, a raccogliere il 26 dicembre il riconoscimento del Bonomi, il quale si mostrava – osserva il Catalano, – ora che la crisi governativa era superata, desideroso di apparire aggiornato allo sviluppo delle vicende, per cui intendeva concedere una più ampia formulazione nella delega al C.L.N.A.I., da valere sino al giorno della libera manifestazione della volontà degli italiani. Ma le ferme intenzioni alleate non permisero di superare l’espressione che riconosceva il C.L.N.A.I. quale «organo dei partiti antifascisti nel territorio occupato», delegato dal Governo italiano a «rappresentarlo nella lotta» impegnata dai patrioti «contro i fascisti e i tedeschi nell’Italia non ancora liberata».
Ancora un grosso problema attendeva, agli inizi dell’anno nuovo, nell’imminenza dell’insurrezione liberatrice, il Corpo dei volontari. Era l’unificazione di tutte le formazioni sotto un unico comando. Con la soluzione di esso, l’opera organizzativa delle forze di Resistenza sarebbe stata compiuta. Esisteva un esercito partigiano e vi erano state delle vittorie. I documenti segreti degli Alleati, dei primi mesi del ’45, sono tutti un riconoscimento dell’eroico e determinante contributo partigiano al loro successo e sono da ritenere tanto più attendibili, e perciò lusinghieri, in quanto segreti.
Ma alla vittoria militare dei partigiani non corrispondeva appieno il coronamento politico del programma iniziale dei resistenti.
Tutta la lotta, nata da un’affermazione di coscienza etica del popolo italiano, troppo presto pareva esser stata mortificata politicamente nei meandri del compromesso. Si è visto come la condotta estera degli Alleati determinasse la politica interna di quegli anni: il problema storico consiste ora nel vedere se i compromessi subiti, o accettati da taluno con non sofferta inclinazione, furono determinati dalla stessa imprescindibile legge di sopravvivenza della Resistenza, o non piuttosto dalla separata volontà di potenza e di concorrenza di alcuno dei gruppi componenti sugli altri.
Parri, presentandosi sicuro di sé al comandante Maitland Wilson, pensava che gli antifascisti italiani non erano stati in quei lunghi mesi di lotta nè chiacchieroni, nè machiavellici. Per poco non si allargasse il campo di osservazione, Parri poteva esser giudicato questa volta un po’ ottimista. Certo i cospiratori italiani, ricchi come erano di opere, non erano stati dei chiacchieroni: resta da vedere se tra di essi ancora una volta non vi siano stati dei
machiavellici.
Giuseppe Vaccarino, I rapporti con gli Alleati e la missione al Sud (1943-1944), “Il Movimento di Liberazione in Italia”, 52-53 (1958), in Rete Parri

[…] Alfredo Pizzoni nasce a Cremona il 20 Gennaio 1894. Figlio di un ufficiale dell’esercito che servirà da generale nella Prima Guerra e di una madre futura crocerossina volontaria nella stessa, eredita dall’ambiente familiare forti sentimenti patriottici di stampo risorgimentale. Terminato il liceo a Pavia, studia ingegneria ed economia a Oxford e Londra. Richiamato alle armi allo scoppio della guerra, serve come ufficiale dei bersaglieri. Fatto prigioniero, poi rilasciato in uno scambio di prigionieri, serve in Palestina come ufficiale di collegamento con gli inglesi.
[…] Ripresi i contatti con l’ambiente liberale familiare, in particolare l’avvocato Giustino Arpesani, il crollo del regime lo coglie a Milano membro del comitato interpartitico delle opposizioni antifasciste. Il comitato lo elegge presidente nell’agosto 1943 su indicazione dell’amico avvocato socialista Roberto Veratti, confermato nella carica su proposta del comunista Girolamo Li Causi quando il comitato si trasforma prima in CLN milanese poi nel CLNAI.
Pizzoni è di orientamento liberale, ma viene scelto perché indipendente e non aderente a nessun partito, quindi in grado di svolgere un ruolo di mediazione tra le varie componenti partitiche del comitato per garantire l’unità nella lotta clandestina.
[…] Pizzoni svolge diverse missioni di collegamento con gli Alleati, specie inglesi, che gli danno fiducia per la sua indipendenza dai partiti, dei quali diffidano, per i suoi sentimenti e trascorsi patriottici, oltre che per un’estrazione sociale che sembra garantire un indirizzo del CLNAI moderato e non “rivoluzionario”.
Dopo due missioni preparatorie in Svizzera, in marzo-aprile e in ottobre-novembre del 1944, il 14 novembre Pizzoni guida una lunga missione, con Parri, Pajetta e Sogno, nell’Italia liberata, faticando a far accettare agli Alleati la presenza del comunista Pajetta nei colloqui con esponenti dei comandi militari angloamericani a Roma (minaccia di non andare se non avesse partecipato anche il rappresentante comunista).
Pajetta è giudicato da Pizzoni “intelligente, attivo e onesto, uno dei pochi uomini che dal lungo languire in prigione non ha tratto né acidità di carattere, né eccessiva tristezza – e questo sta a dimostrare le sue alte doti di mente e di cuore”. Pajetta rimane a Roma, ma nei ricordi di Pizzoni si dedica, da uomo di partito, peraltro non diversamente da altri, più all’attività del suo partito che ai rapporti con Alleati e governo per conto del CLNAI.
La delegazione incontra esponenti politici dell’Italia liberata e il presidente del Consiglio Bonomi, in un incontro “gelido, un vero disastro”, nel giudizio di Pizzoni, che ricava una pessima impressione della politica romana che definisce “irreale”, inconsapevole della lotta che si combatte al Nord. Pizzoni interpreta in questi giudizi la differenza di spirito tra la politica romana, che ha ripreso la sua attività in continuità con le istituzioni e le burocrazie dello Stato monarchico, e quella del Nord occupato, in piena lotta militare e politica clandestina.
[…] Gli incontri con gli Alleati rappresentati dal generale Maitland Wilson del Comando Supremo Alleato del Mediterraneo (SACMED) conducono il 7-8 dicembre al risultato politico del riconoscimento alleato del CLNAI come il rappresentante del movimento partigiano nell’Italia occupata e al risultato, non meno importante per la continuazione della lotta clandestina e armata, di un protocollo finanziario che prevede un finanziamento mensile di 160 milioni al CLNAI.
Nel contempo, sono ratificate le condizioni alleate, in parte già definite in Svizzera: un comando unificato delle forze partigiane assegnato a un ufficiale del governo romano gradito agli Alleati (sarà Raffaele Cadorna, già al Nord in clandestinità, posto al comando del Corpo Volontari della Libertà, nome ufficiale dell’esercito partigiano) e l’impegno del CLNAI al mantenimento dell’ordine nel momento della liberazione fino all’arrivo e all’insediamento del governo militare alleato, cui avrebbe passato i poteri provvisoriamente assunti.
Gli accordi con gli Alleati aprono la strada il 26 dicembre all’accordo con il non meno diffidente governo di Roma, nel quale questo, “sola autorità legittima”, delega il CLNAI a rappresentarlo nella lotta contro fascisti e tedeschi nell’Italia occupata.
Gli accordi di dicembre sanciscono una posizione subordinata del CLNAI al governo di Roma, per di più un ruolo temporaneo sino all’insediamento del governo militare alleato. Svanisce di fatto in quei giorni la prospettiva “rivoluzionaria” di un CLNAI governo di fatto al Nord, perseguita dai partiti della sinistra, in particolare dagli azionisti. Non a caso, Parri definisce gli accordi “al ribasso”. L’esecutivo del PSIUP, in particolare Sandro Pertini, contesta l’accordo con gli Alleati come un asservimento agli inglesi e il ruolo del CLNAI di “delegato” del governo Bonomi una subordinazione al governo del re.
Dal loro punto di vista, i “rivoluzionari” colgono il significato degli accordi romani. Vince la soluzione moderata di un ordinato ritorno allo stato prefascista, alle sue istituzioni e apparati burocratici, fatte le dovute epurazioni. Tuttavia, occorre osservare il momento in cui gli accordi sono conclusi. Ai primi di dicembre in Grecia iniziano gli scontri, che sfoceranno in aperta guerra civile, tra i partigiani comunisti e le forze di occupazione inglesi, fiancheggiate dai partigiani democratici anticomunisti. La situazione greca accresce la diffidenza alleata anche verso le forze partigiane italiane, tra le quali si conosce la forte presenza comunista.
Inoltre, gli Alleati accordano la loro legittimazione al governo di Roma, che è il garante delle clausole armistiziali da parte italiana, il cui rispetto è la loro priorità. Infine, il potere “contrattuale” degli Alleati è sostenuto dal semplice fatto che essi hanno in mano le risorse essenziali alla sopravvivenza della Resistenza al Nord: armi e soldi. In questo quadro il bilancio degli accordi romani assume un peso non proprio al ribasso, forse anche maggiore di quanto sembrano consentire il momento e i rapporti di forza.
Pizzoni gestisce personalmente le finanze del CLNAI, con giroconti non registrati tra le sedi milanesi e romane del Credito Italiano e della Banca Commerciale, senza registrazioni contabili per segretezza, garantiti solo dalla sua persona, che riscuote fiducia tra i vertici delle due banche. È stato calcolato che il mantenimento di un partigiano alla fine del 1943 è di mille lire al giorno, salite nel ‘45 a tremila e anche più nelle zone più difficili.
Senza i finanziamenti assicurati da Pizzoni i partigiani avrebbero dovuto ricorrere a requisizioni e tassazioni forzate sul territorio che, oltre a essere insufficienti, avrebbero compromesso l’immagine della Resistenza presso la popolazione civile, specie contadina. Quanto alle armi, il poco di buono che giunge ai partigiani proviene dai lanci angloamericani. Soldi e armi: si può dire che senza quest’opera di Pizzoni, garante politico della Resistenza del Nord verso gli Alleati e di finanziamenti indispensabili all’attività clandestina e partigiana, la Resistenza al Nord sarebbe stata praticamente ridotta a sola testimonianza.
[…] Il 19 aprile 1945, quando Pizzoni si trova a Roma a negoziare il rinnovo della convenzione finanziaria, viene decisa dal CLNAI la sua destituzione dalla presidenza, su iniziativa comunista e socialista, in particolare di Pertini, da Pizzoni giudicato “coraggioso, ma fanatico e squilibrato”, un “piccolo tribuno da comizio, anche se benemerito per i lunghi anni sofferti in prigione”. La decisione viene ratificata il 27 aprile all’unanimità (inclusi quindi anche liberali e democristiani), alla presenza di Pizzoni, ad insurrezione avviata, con gli Alleati in arrivo e i fascisti ormai in fuga con il loro duce, in una riunione dove le critiche al presidente e le ragioni della sua rimozione vengono affidate al comunista Emilio Sereni.
La sua rimozione dalla presidenza del CLNAI è motivata con l’esigenza di dare al movimento partigiano settentrionale una guida chiaramente politica, di un esponente di partito, cioè di sinistra, dati i rapporti di forza interni al CLNAI. Viene aggiunta, tra le motivazioni, con il metodo dell’attacco personale accompagnato a quello politico, anche la tessera fascista di Pizzoni del ’33, argomento strumentale, perché noto anche prima, certo anche nel ’43, quando Pizzoni è stato nominato presidente. Viene sostituito alla presidenza dal socialista Rodolfo Morandi. […]
Redazione, Alfredo Pizzoni, la Resistenza rimossa, Fatti per la Storia, 16 giugno 2021

[…] Con la costituzione del Corpo Volontari della Libertà (giugno 1944), il “braccio armato” della Resistenza, l’unità antifascista politico-militare non è più una chimera: è il momento della «convergenza di forze» non solo ideali per sferrare l’attacco letale al fascismo (Dalla Resistenza alla Repubblica, alla Costituzione, in A.A. V.V. Fascismo e antifascismo [1936-1948], 1962). Ma il suo ruolo e i suoi contatti lo allontaneranno, come dei magneti, dal posto che avrebbe dovuto e voluto avere.
Il 14 novembre 1944 Maurizio parte per l’Italia meridionale con vari compagni per definire i rapporti della Resistenza con il comando alleato e con il governo del Sud su vari piani (politico, militare, organizzativo, tecnico e finanziario). Della sua missione – Lugano / Ginevra / Annemasse / Lione / Caserta / Roma – che portò ai protocolli di Roma nel momento «più critico e più grave», avrebbe ricordato che andò «per mettere in chiaro il problema dei nostri rapporti con gli alleati. Che pensate di noi? Quali garanzie volete sul piano politico? E perché non volete combattere con noi, e non volete che noi combattiamo con voi? Perché non volete che coordiniamo le nostre azioni?» (ancora La Resistenza, 1964). Sembra la risposta alla lettera – citata da Claudio Pavone in Una guerra civile – con cui in agosto McCaffery gli chiedeva: «[…] avete voluto fare degli eserciti. Chi vi ha chiesto di fare così? Non noi». Ma su tutto infine prevalsero «i rapporti personali di cordialità sincera», «con poche eccezioni», come avrebbe scritto Parri in Missione a Roma nel 1955: la stima che il combattente ha per il buon combattente, la solidarietà di fondo che lega chi lotta per una stessa causa a permettere di superare la complessa ed intricata difficoltà politica psicologica militare e tecnica di questa situazione». «Un bicchiere di qualche cosa – ricorda Maurizio -, qualche parola, una stretta di mano: poi la firma». I protocolli del 7 dicembre 1944 sono «la prova dei fatti”, “una prima vittoria assicurata».
Il riconoscimento ottenuto nella missione, per Parri, è una grande vittoria – la vittoria di Ferruccio Parri, del comandante Maurizio. Inseguita con tenacia per un ventennio. […]
Carlo Greppi, Lo Zio, alias “comandante Maurizio”. Ferruccio Parri, la Resistenza, la Liberazione, Pagine di Storia Pubblica, 8 aprile 2020

Il capitano Giuseppe Motta Camillo. <96
Motta, 32 anni, nato a Caiolo alle porte di Sondrio, capitano dell’esercito in servizio permanente effettivo <97 (Spe), partecipa con la 65° Cmp. Fucilieri del btg. Feltre del 7° rgt. Alpini e inquadrato nella 5° Divisione alpina Pusteria alla guerra di Etiopia e poi di Grecia. Dal registro matricolare si rileva che nel maggio del 1942 viene trasferito nello S.M. del Regio Esercito nel Servizio Informazioni e il 31 maggio del 1943 è nello Stato Maggiore Superiore del Regio Esercito. Giuseppe Motta regge le sorti del gruppo di uomini armati che formano la 1a divisione alpina Valtellina. La presenza dei militari del regio esercito nelle fila dei resistenti non è un assolutamente un caso sporadico, la loro partecipazione è diffusa e massiccia. Occorre fare certamente una differenza tra chi assume un ruolo di direzione e gestione delle bande avendo come riferimento il Regno del Sud e chi invece partecipa alla Resistenza accettando la scommessa di una realtà nuova e ha come riferimento il Cvl. La storia tradizionale della Resistenza evita di puntare i riflettori sulle reti e sugli uomini che guardano con attenzione al Regno del Sud, anche perché il loro ruolo si determinerà principalmente o nella costruzione di reti informative o nella costituzione di bande autonome; un’attenzione particolare è riservata a chi entrerà a pieno titolo nelle formazioni che fanno riferimento al Cln assumendo anche ruoli di rilievo durante e alla fine della Resistenza. La lotta politica che attraversa il Cln, Centrale nell’Italia liberata ma anche il Clnai milanese nella zona occupata <98, non trascura assolutamente le reti informative e le formazioni che fanno riferimento al Regno del Sud; il racconto della Storia semplicemente mette una sordina a questa realtà, a volte sorvolando a volte facendo finta di nulla.
96 Relazione non firmata ma riferibile al cap. Giuseppe Motta Camillo”, Relazione sull’attività dall’ 8/9/1943 Cap. S.P.E. frontiera (A), Insmli, fondo CVL, b. 68, fasc. 171, cartella carte della 1ª divisione Gl alpina Valtellina.
97 Stato di Servizio dell’Ufficiale Giuseppe Motta: si deve questo al: V Reparto 10a Divisione Documentazione Esercito, Ten. Col. f. spe RS Paolo Maura, Capo della 5^ Sezione. Per la sua stessa natura, il Sim rende difficile costruire un organigramma degli ufficiali impiegati nei suoi uffici. Resta il fatto che sono parecchi gli ufficiali del Sim che ruotano attorno la Regia Legazione d’Italia di Berna; cfr. G. CONTI, Una Guerra Segreta: il Sim nel secondo conflitto mondiale, Il Mulino, Bologna, 2009. Per l’occupazione italiana della Jugoslavia indispensabile è: D. CONTI, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Odradek. T. FERENC, La Provincia “Italiana” di Lubiana, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994..
98 F. CATALANO, la storia del Clnai, Laterza, Bari, 1956; G. PERONA (a cura di), Formazioni autonome nella Resistenza
Massimo Fumagalli e Gabriele Fontana, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu