Diventerò il capo delle Brigate Nere

Una pagina del Diario del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan – Documento fornito da Paolo Bianchi di Sanremo (IM)

Le “squadre d’azione”. 1943
“Snudate i vostri pugnali, affilateli e teneteli a portata di mano. Sono sacrosanti e benedetti: hanno la forma della croce, segno della lotta del bene contro il male, simbolo di vittoria. La loro lama è monito ai traditori ed incitamento ai dubbiosi. Manda dei vindici bagliori: bagliori di un’alba nuova, di un’alba di luce e di giustizia…”. Così scrive, il 20 dicembre 1943, sul periodico fascista Diana Repubblicana un reggiano di fuoco, Armando Wender, che diventerà prima il comandante della XXX Brigata Nera “Amos Maramotti” e poi il vice-capo della III B.N. Mobile “Attilio Pappalardo”. Adesso non è ancora niente, soltanto uno dei tanti componenti le squadre d’azione sorte spontaneamente un po’ dappertutto nell’Italia centro-settentrionale dopo l’annuncio dell’armistizio con gli anglo-americani. È niente, ma dice cose ancora più feroci: “Per ognuno dei nostri che verrà colpito, dovranno pagare dieci, cento, mille altri. Tutto il sangue imbastardito dei prezzolati sicari, dei cinici assassini, degli abbietti e spregevoli mandanti, che continuano a lottare ed agire nelle tenebre, non basta a ripagare una sola goccia del purissimo, adamantino sangue dei nostri martiri… Li schiacceremo come si schiacciano i vermi…”
Wender è uno di quelli che, nel marasma generale, invece della montagna come i ribelli, ha scelto, tra il compiacimento dei tedeschi, la camicia nera con il teschio sul petto. Più gente va in giro a seminare terrore – dicono i nazisti – più tranquilla starà la popolazione italiana. I primi squadristi sono gente che “gioca libera”: hanno addosso l’occhio delle SS, ma fanno ciò che vogliono. E allora questi uomini con una predilezione per i colori e la liturgia funebre cominciano a spadroneggiare eseguendo arresti, perquisizioni, rastrellamenti, colpi di mano, fucilazioni. Le porte delle carceri sono state aperte, l’arrivo dei corrigendi rinchiusi nei riformatori e di coloro che, avendo conti con la giustizia, si sono trovati all’improvviso liberi purché impugnino un fucile è accolto con piacere in molte città. A Milano è la “Muti” a dettar subito legge, e si costituisce immediatamente in gruppo autonomo (ma verso
chi?) per agire in modo più spregiudicato: darà filo da torcere agli stessi fascisti, ma lo racconteremo più avanti.
È come se, per un colpo di bacchetta magica, l’Italia del Centro-Nord occupata dalla Wehrmacht e dalle SS fosse tornata agli Anni Venti. Manganelli, canti della Rivoluzione, violenza. E poi manifesti, coprifuoco, minacce di morte a chi ha armi nascoste o non si presenta ai centri di arruolamento.
[…] I fasci hanno dei “commissari” che si son dati da soli la carica o dei “triumvirati federali”, ed i capi d’oggi quasi sempre non corrispondono ai gerarchi di ieri. Parecchi sono autentici avventurieri, ed intorno ad essi coagulano le squadre d’azione. Chi le comanda? Maggiori, capitani, tenenti colonnelli che non sono mai stati ufficiali, ma che tali si sono proclamati nel marasma generale, adottando uniformi varie con distintivi d’ogni genere, come nelle formazioni dei miliziani. E nessuno, è logico, neanche i tedeschi, ha il modo di controllare coi documenti la verità. E così i caporali diventano colonnelli, i sergenti capitani, senza alcuna preparazione tecnica e morale.
Le iscrizioni al nuovo partito fascista repubblicano di coloro che erano membri del Partito Nazionale Fascista si chiudono il 1° dicembre. <2
C’è una grossa riluttanza dei “vecchi” ad entrare nella nuova organizzazione sorta all’ombra delle baionette tedesche. Chi non lo fa perde, per disposizione di Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, la qualifica di “squadrista” e tutti i privilegi economici e morali collegati al titolo; chi invece lo fa diventa ipso facto “squadrista” della seconda ora e confluisce, in buona parte, giovane o vecchio, nelle “squadre d’azione”, le quali agiscono su base locale, senza collegamenti, in mezzo ad un caos notevole.
La prima uniforme: la tuta blu da operaio
Pavolini se ne preoccupa e il 5 novembre 1943 spedisce a tutti un ordine preciso per costituire “squadre federali di polizia”, cioè per dare una parvenza d’ordine a tutto quel bailamme. È, come dicevamo, il lugubre linguaggio degli Anni Venti, alla sua ultima reincarnazione.
[…] “dispongo – per ordine del Duce e d’intesa col Ministro dell’Interno – che si proceda a costituire le SQUADRE FEDERALI DI POLIZIA [ed a trasformare in questo senso le formazioni squadriste attuali]”. L’armamento individuale deve consistere, di regola, nel moschetto mitragliatore e nelle bombe a mano. Il deposito delle altre armi è nella Casa del Fascio, dove le Squadre hanno la loro sede. L’uniforme è la Camicia nera, la tuta blu scura da operaio, il bracciale con la scritta POLIZIA FEDERALE. L’uso dell’uniforme è ordinato dal comandante. Comandante delle squadre è, provincialmente, il Commissario Federale o il Segretario del Fascio capoluogo; nazionalmente, il Segretario del Partito. Comandante della singola squadra è il Segretario del Fascio o un fascista da lui comandato. Non esistono altri gradi né galloni di nessuna specie. Non esistono stipendi (salvo i casi d’impiego continuativo in determinati lunghi periodi) né uffici.
“Lo squadrista che prenda iniziativa non autorizzata, che alieni la propria arma o manchi al cameratismo, alla fedeltà, alla disciplina viene deferito ai Tribunali Straordinari ed è passibile di condanna a morte”.
[…] I giovani di leva, gli elementi comunque atti al servizio nel Corpo delle Camicie Nere o negli altri corpi e specialità delle Forze Armate, possono comunque appartenere alle Squadre soltanto “pro-tempore” e in attesa di arruolamento”. <3
Una specie di milizia più o meno proletaria sull’esempio immutabile dei Paesi dittatoriali
[…]Pavolini tenta di metter su, con i nuovi fascisti, sgusciando nelle pieghe lasciate aperte dalla sorveglianza tedesca, una specie di polizia propria che operi autonomamente, senza bisogno di permessi speciali. Ma l’esperimento non funziona che per trenta giorni. Il 5 dicembre 1943 il segretario del partito è costretto a diramare un’altra circolare controfirmata dal capo della sua segreteria politica, Olo Nunzi, e ad informare che, conformemente agli ordini del Duce, con la costituzione della Guardia Nazionale Repubblicana, è venuto a cessare il motivo per cui si ricostituirono le squadre del Partito, successivamente trasformate in squadre di polizia federale. Tali squadre sono pertanto sciolte” <4 . Ma il mese successivo, nella prima decade del gennaio 1944, arriva un contr’ordine. Per volontà di Mussolini (come sottolinea un’altra circolare di Pavolini) presso ogni Federazione viene costituito un ”Centro arruolamento volontari per il combattimento”, del quale devono far parte tutti i fascisti repubblicani tra i 17 e i 37 anni di età. I più anziani sono destinati alla G.N.R. <5
[…] È un fanatico. “Lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita”, ha gridato il 14 novembre 1943 al congresso di Verona in Castelvecchio, cioè all’assemblea costituente del fascismo all’ombra delle baionette tedesche, “e chi è stato squadrista una volta lo è sempre!” <7 .
È amicissimo dei nazisti. Già verso la fine degli Anni Trenta elogiava appassionatamente Hitler, “l’oscuro milite… che si contrappone in toto così alla democrazia repubblicana come al marxismo comunista, così all’internazionalismo ebraico come a certi reliquati feudali del prussianesimo: a tutto un mondo tramontante e a tutto un mondo mal neonato”; un uomo ‘solo, diverso fin nello stile mentale; diverso fino in quel suo volto inquieto e inconfondibilmente moderno, dai pensosi occhi d’orfano, d’artigiano e d’autodidatta, apparizione nuova e sorprendente in mezzo alle facce lardose e sfocate della dirigenza democratica e a quelle sigillate, d’acciaio, del prussianesimo tradizionale e vetusto’. <8
E odia, invece, a morte Renato Ricci, squadrista, carrarese, anche lui un bersagliere, il capo dell’Opera Nazionale Balilla che ora comanda la Guardia Nazionale Repubblicana.
Ricci ha in mano un comando armato e probabilmente anche un avvenire nello sviluppo della guerra: lui no.
La sua “polizia di partito”, come abbiamo visto, è saltata, un certo tipo di squadrismo rudimentale è stato abolito e i compiti di quel genere, anche quelli d’istituto, che sono poi di controllo della massa, sono passali alla G.N.R., la formazione succeduta ai reali carabinieri. A questo punto Pavolini, che si è visto sfuggire di mano la grande occasione, stringe un accordo con Renato Ricci, suo nemico personale. Le sedi del Fascio – questo è il compromesso, destinato naturalmente a durare poco tempo – verranno sorvegliate e protette permanentemente da 20 militi (della G.N.R., N.d.R.) armati di moschetto mitragliatore, con cambi della guardia ogni 24 ore. I dirigenti dei fasci dovranno provvedere – ma ciò sarà subito smentito dalla realtà in molte parti – ad istituire, nelle singole sedi, dormitori, refettori e servizi adeguati. I capi provincia (la nuova denominazione dei prefetti) consegneranno ai fascisti repubblicani più noti una rivoltella con relativo porto d’arme (rilasciato su benestare dei tedeschi, N.d.R), mentre il partito fornirà una parte dei moschetti-mitragliatori necessari alla guardia.
“Con queste disposizioni – conclude il segretario del partito – si compie un altro importante e necessario passo innanzi sulla via della normalizzazione del Paese, resa possibile dalla graduale e sempre più integrale coincidenza tra i principi della Rivoluzione e l’ordinamento dello Stato”. <9
Come i partigiani, anche i fascisti hanno provveduto ad armarsi saccheggiando le caserme, in barba alle disposizioni dei nazisti. Ma si sentiranno sempre deboli, e quando avranno bisogno di altri moschetti o mitra dovranno presentare domanda ai comandi germanici, i quali boicotteranno in ogni modo le forniture. Pavolini è contro Ricci, Ricci cerca in ogni modo di fargli le scarpe, i tedeschi cercano di frenare ambedue i rivali e di controllarli il più possibile, così come tanno in tutte le nazioni europee occupate, dove hanno a loro disposizione formazioni di volontari, dalla Francia all’Ucraina, dal Belgio alla Norvegia, dalla Danimarca alla Jugoslavia. Il gioco è sottile, ma brutale, ed al centro di esso si trova Mussolini, posto su quel trono posticcio che durerà ormai molto poco.
Mussolini, tornato dalla Germania dopo essere stato liberato dai paracadutisti a Campo Imperatore, non ha avuto il permesso di tornare a Roma. Ha dovuto fermarsi in Romagna, nella sua Rocca delle Caminate, e quando vi è arrivato ha trovato ad attenderlo – per protezione e sorveglianza – un reparto di SS che gli ha presentato le armi. Poi, i tedeschi gli hanno scelto un posto tranquillo a Nord, sul Lago di Garda, fuori da ogni tentazione, e da quel luogo egli adesso tenta di tessere, ma invano, la sua tela autonoma.
[…] Pavolini ha inventato agli inizi del 1944 una nuova forma di richiamo alle armi o, meglio, alle bandiere: i “centri di arruolamento per volontari al combattimento” piazzati presso le Federazioni locali dei fasci repubblicani, fino a Grosseto, L’Aquila, Terni, Roma, Rieti ed Ascoli Piceno, e persino in Germania (segreteria Fasci repubblicani, posta da campo 733) ed a Trieste, dove i nazisti la fanno da padroni.
Li coordina un Ispettorato nazionale diretto dal dr. Giulio Gai con sede a Maderno (Brescia), posta da campo 704. Il centro di Treviso è comandato dal ten.col. Tullio Pillonetto, quello di Livorno dal ten. Renato Giovannelli, quello di Genova prima dal ten. col. Giovanni Carrara e poi da Livio Faloppa, quello d’Imperia dal capitano Francesco Lanteri, quello di Firenze dal ten. Renato Calvani, e via dicendo. Il partito ha preparato una serie di blocchi che contengono 100 fogli di viaggio gratuiti in ferrovia (e con la riduzione del 50 per cento sulle autolinee e ferrovie secondarie): su di essi ogni centro scrive le generalità dei volontari e li smista alle località (in prevalenza Vercelli, Verona, La Spezia, Parma, che hanno attrezzature adeguate) dove essi verranno sottoposti a visita medica e incorporati. I fogli di viaggio sono preparati con molta cura, ed in un angolo hanno una scritta in tedesco, nella quale non si fa alcun accenno al fascismo, ma che contiene, naturalmente, un errore di lingua: Heeres-Freiwilliger, der in dienstliche Auftrag reisi. Die deutschen militàrischen Stellen werden gebeten, in umgehindert passieren zu lassen und ihm in Notfall Schutz u. Hilfe zu gewàhren (Volontario dell’esercito che viaggia per ragioni di servizio. Le unità militari tedesche vengono pregate di lasciarlo passare liberamente e, in caso di necessità, di assicurargli protezione e aiuto).
In alcune città l’accettazione e lo smistamento avvengono celermente, come a Genova, in altre tutto come al solito va a rilento. <12 l 6 marzo 1944 Pavolini, che insegue sempre il sogno d’un “esercito personale”, manda un secco telegramma a tutti i capi provincia per sapere il numero preciso dei volontari nelle formazioni fasciste, “compresi gli elementi aderenti alle compagnie della morte”. Vuole che siano specificati per grado: ufficiali, sottufficiali e truppa, e che la loro idoneità fisica sia stata accertata dopo una rigorosa visita medica. <13 È una specie di censimento delle sue forze che il segretario del partito, il quale sta meditando la ricostituzione del proprio apparato armato, vuole concludere con la massima urgenza. Chiede che le notizie gli siano comunicate per telegrafo, per telefono o per corriere speciale, ma la cosa deve essere difficile perché le risposte richieste non giungono. Ed allora, sette giorni dopo, interviene Mussolini, da lui sollecitato, il quale domanda perentoriamente: “Datemi notizie su situazione Centri federali arruolamento e compagnie della morte. Siete invitati ad occuparvi energicamente della questione”. <14
È un momento di acuta crisi nella repubblica di Salò. Gli angloamericani sono sbarcati ad Anzio, in quella provincia di Littoria che è l’orgoglio dei fascisti essendo riusciti un tempo a prosciugare le Paludi Pontine. Mussolini ha chiesto l’invio al fronte di reparti italiani, ha avuto colloqui burrascosi con i nazisti, i quali non vogliono in campo militare la collaborazione di unità italiane, sulla cui capacità e fedeltà non credono neanche per un attimo.
[…] Preoccupato per tutto quanto sta succedendo e per le eventuali conseguenze psicologiche della caduta della capitale sulla parte dell’Italia ancora in mano ai fascisti, ma anche cogliendo al balzo la nuova occasione, Pavolini dirama il 4 giugno 1944 a tutti i commissari federali (i quali, a loro volta, avvertono i questori) un ordine segreto: “Mettere subito e precauzionalmente in stato d’allarme i fasci, sorvegliare attentamente la situazione”. “Bisogna fare della caduta di Roma” dice il segretario del partito “il motivo drammatico dello spirito di riscossa e di rivincita. Evitare sui giornali ogni minimizzazione, che sarebbe idiota, affiggere il proclama del Duce o provvedere con striscioni analogamente intonati. In quelle città in cui ciò riesca possibile, opportuno e ambientalmente sentilo, il partito può prendere l’iniziativa di pubbliche dimostrazioni, possibilmente con partecipazione di forze armate e con espressioni di solidarietà e cameralismo alleato”.
Ma subito dopo avverte senza mezzi termini:”Nelle settimane venture sono prevedibili, per parte di tutti i vili, i consueti passi per tagliare la corda, per mettere l’altro piede nell’altra staffa, per ritornare agli abbracci universali di settembrina memoria. Anche qui sorveglianza e occhi aperti… intransigenza contro i traditori e i nemici, massima solidarietà tra tutti i camerati, rimandando a miglior tempo le discussioni inutili”. <16
Pavolini, e non soltanto lui, teme (come avverrà) un nuovo flusso di diserzioni nell’esercito di Salò e si precipita in Toscana visitando le camicie nere di Firenze, Grosseto, Siena, Arezzo e delle altre provincie minacciate dall’avanzata alleata e con grossi sforzi, superando molte difficoltà, organizza il trasferimento al Nord di chi vuole combattere e scuote l’ambiente che traballa. Lo stesso fa il vice-segretario del partito, Giuseppe Pizzirani, radunando i federali dell’Alta Italia ed illustrando loro i piani per la resistenza e la “resurrezione”. Sette giorni dopo il primo ordine segreto, cioè l’il giugno 1944, Pavolini ne dirama un secondo disponendo che “i fascisti repubblicani non inclusi nelle Forze Armate siano tutti dotati di porto d’armi”, cioè di un documento che deve essere convalidato dai tedeschi. È un atto formale e burocratico, che è meglio sbrigare subito perché “in caso d’emergenza” i fascisti potranno “essere mobilitati, dotati di armi e impiegati in compiti di ordine pubblico”.
La situazione è veramente drammatica, sembra, all’improvviso, che il Po possa essere raggiunto dagli anglo-americani. Quasi tutti i ponti sul grande fiume sono stati distrutti dai bombardieri alleati, tra la pianura lombarda e le provincie emiliane si è creata una frattura che conta.
C’è un momento in cui i partigiani sembrano non avere più alcun timore dei presidi fascisti: agiscono senza coperture, ormai la G.N.R. non regge più.
È il grande momento atteso da Pavolini. I giornali dei fasci repubblicani sparsi un po’ dappertutto hanno ricevuto da lui l’imbeccata e sottolineano l’urgenza di provvedimenti.
Il bollente reggiano Armando Wender che abbiamo citato all’inizio scrive su Diana Repubblicana di giugno che “la misura è al colmo. Troppo abbiamo pazientato, troppo abbiamo sopportato… non ci sentiamo in grado di continuare a predicare bontà, generosità, umanità, dato che domani stesso, forse, non ci sarebbe più coerenza tra le nostre azioni e le nostre parole: né di ordinare e di pretendere calma, disciplina e inazione da parte dei fascisti, per il semplice fatto che questi sono in ebollizione, si dimenano, si agitano e fatalmente molti di essi esploderebbero, cercando di comprendere lo sfogo naturale ed umano che sfocia dal loro cuore esacerbato, dal loro animo esasperato… Basta, quindi, con le parole, occorre reagire, reagire in qualsiasi modo, ma reagire… Alla violenza, noi che non ci sentiamo così serafici, così mistici, così santi da porgere a chi ci colpisce anche l’altra guancia, risponderemo con la violenza. Legalmente o illegalmente, poco importa”. <17
Pavolini implora i tedeschi: “Aiutatemi!”
Pavolini non si ferma qui e cavalca la tigre con estrema spregiudicatezza. Scrive a Mussolini (18 giugno), forzando la realtà, che tutti hanno abbandonato i loro posti. “Chi ha retto alla situazione – dice – sono stati i fascisti, e soltanto i fascisti”. <18 Poi va dai tedeschi (l’SS-Ober-gruppenfuhrer Karl Wolff e l’ambasciatore nazista Rahn) che gli sono amici ed hanno fiducia in lui, ed espone il suo progetto di creare le Brigate Nere.
“Gli italiani non temono il combattimento – spiega – quelli che sono fedeli al Duce lo sono per davvero. Non amano, però, essere chiusi in caserma, inquadrati, irreggimentati, dover sottostare all’addestramento, portar vistose e pesanti divise. Il movimento partigiano ha successo perché il combattente nelle file partigiane ha l’impressione di essere un uomo libero. Egli è fiero del suo operato, perché agisce indipendentemente e sviluppa l’azione secondo la sua personalità e individualità. Bisogna, quindi, creare un movimento antipartigiano sulle stesse basi e con le stesse caratteristiche. Io ne prenderò la direzione [ad un certo punto vi fu persino il tentativo del gen. Archimede Mischi, proveniente dalla milizia e capo di S.M. delle Forze Armate di Salò, di mettersi alla testa dei nuovi reparti neri, N.d.R.]. Diventerò il capo delle Brigate Nere e, affinché non ci siano azioni disordinate o parallele, mi atterrò alle
direttive che riceverò dal generale Wolff. Le spese saranno a carico del governo di Salò. I tedeschi ci debbono, però, dare le armi”. <19
I tedeschi, abituati a cose consimili accadute in Francia, in Norvegia, in Olanda ed in tante nazioni europee da essi occupate, non respingono quel progetto dell’ex-bersagliere toscano e dànno il loro assenso.
Ottenuto il viatico dei nazisti, i quali naturalmente informano con una nota da Verona della sezione III A del Comando della Polizia di Sicurezza e del Sicherheitsdienst in Italia tutti i loro gangli vitali (An alle Aussenkommandos und Aussenposten, an alle Abteilungen und Referate im Hause zur Kenntnis), Pavolini, da quell’astuto falco che è, perfeziona la manovra con un ultimo atto, fondamentale e necessario agli effetti della legalità: il “sì” di Mussolini. Che glielo dà, senza tanto tergiversare, firmando in proposito la mattina del 21 giugno una circolare segreta: “Data la situazione che è dominata da un solo, decisivo, supremo fattore, quello delle armi e del combattimento – dice il documento del Duce che annuncia il nuovo Corpo ausiliario delle Camicie Nere composto dalle [vecchie, N.d.R.] squadre d’azione -, davanti al quale tutti gli altri sono di assai minore importanza, decido che, a datare dal 1° luglio, si passi dall’attuale struttura politica del Partito ad un organismo di tipo esclusivamente militare… Data la natura dell’organismo ed i suoi scopi, il comando sarà affidato ai capi politici locali. Non ci saranno gradi, ma soltanto funzioni di comando. Il Corpo sarà sottoposto a disciplina militare e al Codice militare del tempo di guerra. Il Corpo sarà impiegato agli ordini dei capi delle provincie, i quali sono responsabili dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini contro i sicari ed i gruppi di complici del nemico” <20
II 25 giugno Pavolini, che sta prendendo tutti in contropiede, dirama dal suo Quartier Generale di Maderno una propria circolare, anch’essa segreta, ai delegati regionali, ai capi delle provincie ed ai commissari federali, dando direttive più precise e rapide. La circolare si compone di 8 punti e, la diamo in riassunto, dispone che “i commissari federali, con l’aiuto dei delegati regionali e provinciali, devono subito e con la massima premura adoperarsi per il prelevamento di tutte le armi e munizioni dei carabinieri (sofort weitgehendet fùr die Einziehung aller Waffen und Munition der Carabinieri), così come degli altri Corpi Armati che le depongono o in qualche modo in questo momento non appaiono sicuri”.
“Le squadre d’azione che arrivano dalle zone occupate hanno propri comandanti (per la maggior parte i loro commissari federali originari) e si riorganizzano in Brigate… nella provincia nella quale hanno trovato sistemazione”. “L’amministrazione federale è autorizzata a distribuire ai componenti delle squadre che ne abbiano bisogno e prestino servizio lo stesso soldo… della G.N.R.”
Pavolini, che si è scelto come ufficiale addetto il fiorentino Puccio Pucci, già segretario generale e poi commissario del CONI, precisa poi che non sono permesse le requisizioni, gli arresti o le altre iniziative di polizia, nel senso più profondo della parola. “Nelle azioni contro i ribelli non si fanno prigionieri” (In den Aktionen gegen die Rebellen werden keine Gefangenen gemacht). Eventuali misure disciplinari contro le camicie nere non devono essere prese alla presenza di estranei; perciò i comandanti devono esigere “fedeltà assoluta e cieca disciplina”. Entro il 30 giugno ogni comandante di B.N. deve inviargli al Quartier Generale per mezzo di corriere un rapporto che specifichi: numero delle squadre addestrate, dei combattenti già armati e ancora da armare, notizie sulle armi, munizioni, automezzi ed altri dati importanti. “Il Corpo non ha né un ‘centro’ né una ‘periferia’. L’ufficio dello Stato Maggiore è situato presso il Quartier Generale, cui va rivolta ogni richiesta… e non ha sede fissa, perché si può spostare ovunque sia necessario”. <21
Il decreto che istituisce le B.N.
Il giorno dopo, il 26 giugno, Mussolini che si è incontrato con il Maresciallo Graziani, ministro delle Forze Armate, con il quale ha avuto un colloquio burrascoso, firma il decreto che istituisce le Brigate Nere. Ma per un atto di deferenza, prima che esso venga fatto conoscere pubblicamente, scrive al Maresciallo, nemico acerrimo di Pavolini e delle camicie nere, che sinceramente disprezza, una lettera riservata.
“Caro Graziani – gli dice – l’organizzazione del movimento contro il banditismo cui avete accennato ieri sera deve avere un carattere che colpisca la psicologia della popolazione e sollevi l’entusiasmo nelle nostre file unificate. Deve essere la marcia della Repubblica Sociale Italiana contro la Vandea; deve irradiarsi a mano a mano in tutte le provincie e ripulirle radicalmente”. <22
Il decreto che dà origine alle Brigate Nere – cioè al Partito che si arma – porta il numero 446 e si compone di tredici articoli.
[NOTE]
2. Archivio di Stato, Como – Prefettura 111.
3. Archivio di Stato, Como – Scarsellati 3.
4. Archivio di Stato, Como – Scarsellati 4.
5. Guerrino Franzini, Storia della Resistenza reggiana, ANPI, Reggio Emilia, 1980, pag. 67.
6. Giampaolo Pansa, L’esercito di Salò, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Milano, 1968, pag. 150; Edgardo Baldi-Aldo Cerchiari, Enciclopedia Moderna Italiana, Sonzogno, Milano, 1937-38.
7. Frederick K. William Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Einaudi, Torino, 1963, pag. 618.
8. Italia- Germania, Maggio XVI, Roma, Ulpiano editrice, 1939 (presso la Wiener Library di Londra).
9. Archivio di Stato, Como-Scarsellati 3.
10. Archivio di Stato, Como – Gabinetto, varie, 107.
11. Tempo nostro, Pistoia, gennaio-aprile 1944, Anno III, n. 1-2, collezione Antonio Vinaccia, Pistoia.
12. Collezione Sergio Coradeschi, Milano.
13. Archivio di Stato, Como – Scarsellati 4.
14. idem.
15. ANPI Sondrio.
16. Archivio di Stato, Como – Scarsellati 4.
17. Istituto storico della Resistenza, Reggio Emilia.
18. Frederick K. William Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Einaudi, Torino, 1963, pag. 618
19. Eitel Friedrich Mòllhausen, La carta perdente. Memorie diplomatiche 25 luglio 1943-2 maggio 1945, Roma, Sestante, 1948, pag. 339.
20. Nationale Volksarmee – Militàrarchiv der DDR – Potsdam.
22. Giorgio Pisano, Storia delle Forze Armate della RSI, FPE, Milano, 1965, pag. 2298.
Ricciotti Lazzero, Le Brigate Nere, Rizzoli, 1983

Come sostiene Aurelio Lepre, “la formazione dell’esercito della RSI fu determinante nel dare un carattere fortemente drammatico alla spaccatura fra gli italiani. Per questo, le responsabilità di Graziani nello scoppio della guerra civile furono quasi uguali a quelle di Mussolini. Mentre la Milizia di Ricci mobilitava solo i fascisti, la formazione dell’esercito di Graziani costrinse tutti i giovani attraverso la leva, a prendere le armi accanto ai tedeschi o a disertare” <296.
Effettivamente quasi tutti gli studi recenti e passati sono concordi nel mettere in luce come, al di là dell’immagine propagandistica di un esercito di Salò coeso e unito, la realtà fosse ben diversa <297. A minare le basi del giovane esercito repubblicano furono soprattutto la diffusa renitenza alla leva e l’altrettanto esteso fenomeno delle diserzioni che la propaganda tentava in tutti i modi di nascondere. Agirono, contemporaneamente, anche altri aspetti come i forti dissidi interni tra le autorità della RSI e l’atteggiamento critico e ostruzionista dei tedeschi, dopo l’8 settembre, poco inclini a fidarsi degli italiani e “sempre pronti ad attrarre nuovi uomini per le loro unità” <298.
La frammentazione delle forze armate repubblicane era, d’altra parte, una caratteristica congenita, presente sin dall’atto costitutivo dell’esercito e dovuta, in primo luogo, al confluire in esso di numerosi reparti, molti dei quali dipendenti solo nominalmente dal Ministero della Difesa Nazionale.
L’esercito repubblicano nacque ufficialmente con il Decreto del Duce del fascismo del 27 ottobre 1943. Il decreto stabiliva lo scioglimento delle regie forze armate e la costituzione delle forze armate repubblicane <299. Lo stesso giorno il governo emanò la legge fondamentale sull’esercito, inquadrato in reparti costituiti da volontari e da militari di leva. Ne entrarono a far parte i militari e gli ufficiali dell’ex esercito regio che decisero di aderire alla RSI <300 (ce ne furono alcune migliaia anche tra gli internati militari) <301 e le reclute del 1924 e 1925, sulle quali piombò il primo bando di arruolamento emanato il 4 novembre 1943. Già in quella prima chiamata alle armi, erano previste misure di rappresaglia, per evitare le evasioni al reclutamento, che andavano dall’arresto dei familiari del renitente al rastrellamento: in campo nazionale su 180.000 precettati, se ne presentarono circa 87.000.
I primi coscritti e una parte di militari internati in Germania finirono col formare le prime, e uniche, quattro divisioni del nuovo esercito (inizialmente nei progetti di Graziani ne dovevano essere create venticinque). Inviate in Germania, furono addestrate dai tedeschi e, una volta rientrate in Italia, furono impiegate principalmente in azioni contro i partigiani.
Le Grandi Unità addestrate in territorio tedesco furono la Divisione Fanteria di Marina San Marco, la Divisione Bersaglieri Italia, la Divisione Granatieri e Alpini Littorio e la Divisione Alpina Monterosa. <302
In basse alla Relazione sintetica sulla riorganizzazione dell’esercito, redatta dall’Ufficio Operazioni e Servizi dello Stato Maggiore del 29 marzo 1944, il gettito complessivo dell’esercito e dell’aeronautica fornito dalle regioni italiane non occupate dagli anglo-americani, toccava i 211.105 richiamati e volontari <303.
La costituzione del nuovo esercito si presentò sin dagli esordi problematica. I primi ad aderire furono i fascisti di antica e nuova fede. La prima forza armata della RSI fu la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), “nata tra il novembre e il dicembre 1943 attorno a quei reparti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), nominalmente formati da soli volontari che avevano rifiutato l’Armistizio” <304. La GNR raccolse i Carabinieri, la Guardia di Finanza, i reparti di Camicie Nere (CC.NN.), e le formazioni di polizia stradale, confinaria e carceraria, arrivando a inquadrare nei suoi ranghi anche la ormai superflua Polizia dell’Africa Orientale (PAI) <305.
La storia dell’esercito di Salò inizia nello stesso modo. In Italia settentrionale un primo nucleo del futuro esercito repubblicano si radunò attorno alle esigue formazioni rimaste immuni dal naufragio dell’otto settembre. Nello stesso modo si formeranno anche le poche unità dell’Aeronautica e della Marina che serviranno sotto l’emblema del gladio e dell’alloro <306.
Si aggiunsero poi i volontari italiani già arruolati dalla Wehrmacht, compresi una cinquantina di battaglioni di operai addetti alle fortificazioni che si avvicendarono lungo la mutevole linea del fronte italiano <307.
I battaglioni di lavoratori italiani furono integrati all’interno dell’Organizzazione Todt, nota anche con la sigla O.T. Dipendente dal Ministero della Difesa Nazionale e posta sotto il controllo di Fritz Sauckel (plenipotenziario del lavoro militarizzato del Reich) e della Wehrmacht <308. Fu addirittura creata un’Intendenza militare del lavoro con l’incarico di gestire questi reparti, che ben presto finirono paradossalmente coll’alimentare l’emorragia dei giovani dall’esercito repubblicano. Infatti, pur non essendo obbligatorio, il reclutamento nella Todt sostituiva altre forme di coscrizione e offriva migliori condizioni di vita rispetto all’esercito.
In alcuni casi in Italia l’O.T. reclutò forzatamente la manodopera soprattutto per costruire fortificazioni e, nelle due zone speciali (Litorale adriatico e Prealpi), per sorvegliare le vie di comunicazione, obiettivi sensibili della lotta partigiana.
Oltre alla Todt, come forza a essa sussidiaria, in Italia operò l’Organizzazione Paladino, fondata dal generale Francesco Paladino. Essa aveva funzioni simili alla struttura germanica ed era organizzata in Ispettorati, con sedi dislocate in alcune città dell’Italia centro settentrionale (Roma, Firenze, Milano e Verona). La Paladino reclutava manodopera per la costruzione delle fortificazioni nell’Italia centrale <309. Molti italiani erano stati arruolati nella FLAK (FlugabwehrKanone – cannone contraerei). L’acronimo indicava l’artiglieria contraerea tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1944 e il 1945, almeno 10.000 soldati (comprese 677 donne) finirono col militare nella Flak tedesca di stanza in Italia, posti agli ordini del generale Von Hippel <310. La promiscuità tra personale italiano e tedesco non dava sempre frutti positivi, considerato l’atteggiamento sospettoso dei tedeschi e l’insofferenza degli italiani di fronte agli scomodi alleati.
[NOTE]
296 A. Lepre, La storia della Repubblica di Mussolini. Salò: il tempo dell’odio e della violenza, Mondadori, Milano 1999, pp. 146-166.
297 Per un’esaustiva bibliografia sulla questione dell’esercito repubblicano si veda la n. 251 del cap.1.
298 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, Bollati Borighieri, Torino 1993, pp. 266-296.
299 Decreto del duce 27 ottobre 1943, Scioglimento delle Forze Armate Regie e costituzione delle Forze Armate Repubblicane, Gazzetta Ufficiale 10 novembre 1943, n. 262.
300 Ibidem, Art. 2: “Gli ufficiali e i sottoufficiali di carriera sono tutti volontari. La provenienza degli ufficiali è unica: tutti debbono cominciare il servizio come soldati in corpo di truppa e avanzare per meriti esclusivamente militari, secondo le norme che saranno in seguito emanate”.
301 Sulla questione degli Internati Militari Italiani in Germania (IMI) si vedano: N. Labanca, Internamento militare italiano, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, vol I, Einaudi, Torino 2000, pp. 113-119; Associazione nazionale ex internati (Anei), Resistenza senz’armi. Un capitolo di storia italiana (1943-1945) dalle testimonianze di militari toscani internati nei lager nazisti, Le Monnier, Firenze 1984 (2^ edizione 1988); E. Collotti, L. Klinkhammer, Il fascismo e l’Italia in guerra. Una conversazione tra storia e storiografia, Ediesse, Roma 1996; N. Labanca (a cura di) Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista(1939-1945), Le Lettere, Firenze 1992; A. Natta, L’altra Resistenza. I militari internati in Germania, Einaudi, Torino 1997.
302 C. Cucut, Le Forze Armate della R.S.I. 1943-1945. Forze di terra, Gruppo Modellistico Trentino di studio e ricerca storica, Trento 2005, p. 34 e sgg.
303 AUSSME, fondo I/1, busta 1, fascicolo 6, 1944 marzo 29, Relazione sintetica sulla riorganizzazione dell’esercito.
304 A. Rossi, Le guerre delle Camicie Nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra civile, Edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa 2004.
305 Decreto legislativo del duce, 8 dic 1943, n. 913, Istituzione della Guardia Nazionale Repubblicana, in V. Caputo e G. Avanzi, Le leggi per le forze armate…, cit., pp. 98 – 99. N. Arena, RSI: Forze armate della Repubblica sociale italiana: la guerra in Italia 1943, Albertelli editore, Parma 1999.
306 E. Mastrangelo, Presenti arbitrari. Le diserzioni nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, Italia Storica, Genova 2012, pp. 26-29.
307 Ibidem.
308 Il nome Organizzazione Todt deriva dal plenipotenziario per le costruzioni edili Fritz Todt, che fu individuato come responsabile dei progetti civili e militari nell’ambito del Piano quadriennale e della preparazione economica per la guerra in Germania. Per realizzare tali progetti, Todt utilizzò la manodopera messa a disposizione dall’introduzione del servizio del lavoro obbligatorio in Germania. Durante la guerra, l’ingegnere Todt progettò monumentali fortificazioni militari come il Vallo atlantico a cui si aggiunsero altri lavori per la riparazione dei danni provocati dalla guerra. A tal fine l’Organizzazione Todt, autonoma dall’autorità militare, si avvalse di manodopera coatta, tra cui molti prigionieri provenienti dai campi di concentramento, installandosi in tutti i Paesi occupati. E. Collotti, L’occupazione tedesca in Italia, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, vol. 1, Einaudi, Torino 2000, p. 63.
309 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, cit., pp. 266 e sgg.; C.A. Clerici, L’Organizzazione Todt e le sue attività in Italia durante la Seconda guerra mondiale, “Uniformi & Armi”, ottobre 1995, pp. 56 – 63.
Samuele Tieghi, Le Corti Marziali di Salò. Il Tribunale Regionale di Guerra di Milano (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2012-2013

Pavolini inoltre, scontrandosi con le ritrosie di Graziani, avanzò la richiesta a Mussolini di formare un corpo di difesa aggiuntivo alla frammentaria G.N.R. Il 26 giugno il Duce firmò un decreto per la costituzione del “Corpo ausiliario delle squadre d’azione delle Camicie Nere”, affidando il loro comando generale al segretario del Partito, che a sua volta affiderà il comando delle Brigate nelle varie provincie della Repubblica a fedelissimi Commissari Federali che prenderanno il nome di Comandante di Brigata (tutti comunque di comprovata ed antica fede fascista) <5. Pavolini, volle quindi creare o meglio tentare di riprodurre sul modello partigiano un movimento antipartigiano con le stesse caratteristiche <6. La loro nuova divisa di riconoscimento per la popolazione, sarebbe stata composta da un giubbetto a vita di panno ovviamente nero con sopra un maglione dello stesso colore, il berretto da sciatore e pantaloni alla zuava. Le federazioni fasciste assunsero il nome di “Brigate Nere del Corpo Ausiliario”, dandosi il nome di un caduto gloriosamente morto in servizio per la causa fascista della loro zona <7.
5 Cfr. Arienti Pietro, La Resistenza in Brianza 1943‐1945, Bellavite Missaglia Editore 2006, p.113;
6 Cfr. Roncacci Vittorio, op. cit., p.130;
7 Cfr. Arienti Pietro, op. cit., p.113;
Laura Bosisio, Guerra e Resistenza in Alta Brianza e Vallassina, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Anno Accademico 2008-2009

ROBERTO VIVARELLI, La fine di una stagione. Memoria 1943-1945, pp.126, Lit 18.000, il Mulino, Bologna 2000
Il libro può essere letto sotto molteplici profili. Innanzi tutto ci si può chiedere se esso apporti novità di qualche rilievo alle conoscenze che già abbiamo sulla Repubblica sociale italiana. La risposta è negativa. Si trovano peraltro nel libro molte conferme, ad esempio che, secondo gli atti istitutivi, le Brigate Nere, alle quali Vivarelli appartenne, furono impiegate soprattutto come strumento di lotta antipartigiana, cui anche egli partecipò.
Vivarelli, che dichiara di essersi arruolato per fedeltà all’alleanza con i tedeschi e per combattere contro gli invasori angloamericani, si mostra più volte deluso per il mancato invio al fronte; e quando questo desiderio sembra finalmente sul punto di essere appagato siamo ormai verso la fine dell’aprile 1945 e la sua brigata arriva a Bologna giusto in tempo per dissolversi, abbandonata dai camerati tedeschi in fuga.
Posta a confronto con le altre opere di memorialistica dei fascisti di Salò, ormai numerose, questa presenta molte significative assonanze e sostanziali coincidenze: si pensi ad esempio a opere ormai da tempo in circolazione, come quelle di Giose Rimanelli e di Carlo Mazzantini. Anche da questo punto di vista il libro di Vivarelli non può dunque essere considerato, come pur è stato detto, rivelatore di vicende e di esperienze costrette finora a rimanere nascoste.
Un discorso più articolato è tuttavia suggerito dalla persona dell’autore – autorevole storico delle origini del fascismo, studiate da un angolo visuale di ispirazione democratica – e dal clamore creato attorno al suo libro.
Si presenta innanzi tutto una questione di metodo. Qual è l’io narrante che si racconta in queste pagine? è il tredicenne che fugge di casa per combattere con i fascisti risorti sotto l’egida tedesca o è l’uomo maturo di questi nostri giorni? il libro vuole rievocare il ragazzo di allora o intende esporre il giudizio che oggi lo storico dà degli eventi vissuti da quel tredicenne-quindicenne?
Queste domande nascono dal fatto che Vivarelli cita più volte le pagine di un suo diario di allora, alternandovi parafrasi e giudizi che ritiene tuttora validi e che non si capisce bene se facciano parte di una memoria scarsamente rielaborata o della interpretazione storica di cui oggi egli vuol farsi portatore. È spia di questa non dichiarata ma praticata sovrapposizione di piani l’orgoglioso rifiuto che Vivarelli compie della “attenuante” dell’essere egli allora un adolescente: il valore della scelta fatta non patisce per lui limiti di età.
Eppure di attenuanti Vivarelli va più volte in cerca, non tutte pienamente convincenti. Dichiara che “ignorava del tutto” cosa fosse il nazismo (p. 24): se si riferisce a un corretto giudizio storico è quasi una ovvietà; ma è meno ovvio affermare che nei tedeschi “non vedevamo i nazisti ma semplicemente i nostri alleati”. Basti pensare alla esaltata consonanza ideologica fra fascismo e nazismo che era il cemento dell’alleanza alla quale egli volle rimanere fedele. Ancor meno convincente è l’affermazione secondo la quale “tra la generalità dei militanti della Rsi che io ho conosciuto una questione ebraica semplicemente non esisteva” (p. 26): oltre alla politica antiebraica praticata ormai da cinque anni dal regime fascista, come si potevano ignorare il punto 7 della Carta di Verona (“Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”) e la concreta caccia agli ebrei che i tedeschi avevano scatenato assistiti dai fascisti? Del resto, a p. 23 l’autore parla dei “nostri compagni di fede [sottolineatura mia] e di lotta”, dove il passaggio dall’io al noi, molto frequente nella sua scrittura, segnala lo slittamento dal piano del ricordo personale a quello di una testimonianza di gruppo ritenuta tuttora veritiera.
La patria, identificata con il fascismo e la sua guerra, e l’onore da riscattare contro il tradimento monarchico e badogliano sono le motivazioni più forti che Vivarelli dà della sua scelta. Ma il suo libro poco ci fa comprendere di cosa fossero davvero per lui patria e fascismo, né egli ricorda che della patria e dell’onore si potessero dare, in quelle circostanze, anche interpretazioni opposte alla sua. Comunque, le sue motivazioni sono quelle che si trovano ripetute in larga parte della memorialistica dei “ragazzi di Salò” e, già prima, nelle lettere dei caduti della Rsi. Non mi soffermerò pertanto su questo punto, limitandomi a ricordare che l’espressione “ragazzi di Salò” (non usata peraltro da Vivarelli), oggi in gran voga, occulta gran parte di quella che fu davvero la Rsi, fatta anche di vecchie cariatidi del fascismo, di opportunisti che avevano sbagliato indirizzo, di aspiranti al ritorno alle origini violente e “sociali” del fascismo, di apparati burocratici e repressivi ereditati dal ventennale regime, di persone dedite al doppio gioco: insomma una complessità di componenti che la storiografia va ormai ponendo in rilievo – si pensi ad esempio ai recenti libri di Dianella Gagliani e di Luigi Ganapini – e che anche Vivarelli riconosce quando parla della Repubblica sociale come di un “coacervo difficile da capire per chi non l’abbia vissuta” (p. 26).
L’argomentazione che Vivarelli usa per rivendicare con immutato vigore la sua scelta – e questo mi pare un punto di particolare rilievo – induce a un difficile e delicato discorso di metodo storico e, nello sfondo, di filosofia morale. Egli afferma che “l’onestà riguarda le intenzioni e il modo particolare del proprio agire” (p. 15); che è ingiusto attribuire “meriti o demeriti morali non in base al comportamento e alla buona fede di ciascuno, ma alla parte nella quale ci si trova schierati, che poi significa dalla parte dei vinti o dei vincitori” (p. 16); e infine, icastica chiusa del libro, che “io feci semplicemente quello che ritenevo il mio dovere, e credo che basti” (p. 106). Purtroppo non basta, per Vivarelli come per qualsiasi altro essere umano.
[…] Ma esaminiamo nel merito alcune delle affermazioni di Vivarelli basate sulla confusione fra la memoria e il giudizio storico.
Una delle pagine che più colpisce è quella in cui si sostiene che nella lotta fra fascisti e resistenti (il caso in questione è quello di Milano) “la partita era impari”, a tutto svantaggio dei fascisti e dei tedeschi. Questi infatti “per lo più circolavano in divisa ed erano quindi facile bersaglio degli avversari. I quali applicavano nei nostri confronti la regola dello spara e fuggi” (p. 55). L’impressione che l’autore stia pedissequamente riproponendo uno dei peggiori temi cari alla propaganda fascista è rafforzata da quanto subito segue: “Noi consideravamo questo genere di imprese una vigliaccheria, perché si indirizzavano contro vittime impossibilitate a difendersi. Certo eravamo armati anche noi, sicché in teoria avremmo potuto reagire, ma di fatto non ne avevamo il tempo (…) perché in genere ci sparavano alle spalle, sicché a colpirci era un vero e proprio tiro al piccione” (p. 56). I fascisti, dice in un altro passo, erano “carne da macello” (p. 49). Lo stereotipo del partigiano vigliacco che colpisce a tradimento è qui riprodotto con totale adesione.
Pagine come questa rafforzano una impressione che spesso viene suscitata dalla lettura della memorialistica fascista. I fascisti, e Vivarelli con loro, dimenticano che essi erano parte integrante di uno Stato che guardava loro le spalle, che garantiva vitto e alloggio e li faceva agenti del potere dominante contro i fuorilegge perfidamente dediti alla vita clandestina. C’è un’altra pagina di Vivarelli in cui questo punto di vista è ribadito come giudizio tuttora valido. Il reparto di Brigate Nere di cui egli fa parte elimina con procedimento sommario tre presunte spie, e Vivarelli formula un disinvolto paragone con il modo in cui operavano in casi analoghi le forze della Resistenza, “perché di fatto neppure noi disponevamo di un retroterra istituzionale in grado di risolvere casi del genere secondo regole meno barbare”. Ma la Repubblica sociale italiana disponeva di un riesumato tribunale speciale, di tribunali militari, di una Direzione generale di pubblica sicurezza passata al suo servizio, di una buona rete di carceri, insomma proprio di un largo e poderoso “retroterra istituzionale”.
Per capire la rimozione da lui operata credo che occorra rifarsi a un dato costitutivo della storia del fascismo, dalle origini a Salò. I fascisti hanno sempre amato rappresentarsi come ribelli, ma hanno sempre agito, anche nelle loro azioni più violente, con una copertura istituzionale, esplicita o implicita. Questo accadeva anche sotto la Rsi, ma i “movimentisti” preferivano far finta di ignorarlo, anche per il nascosto desiderio di mimesi che molti di essi nutrivano verso le sinistre e ora verso i partigiani. C’è nel libro di Vivarelli una interessante spia linguistica. A proposito dello stato d’animo suo e dei suoi giovani camerati durante i quarantacinque giorni badogliani egli scrive: “ci consideravamo già come dei ribelli” (p. 19). Perché già? Forse i brigatisti neri che, come lui, facevano parte della guardia del corpo di Pavolini erano dei ribelli?
Vivarelli aderisce a una tesi oggi largamente diffusa: dal 1943 al 1945 si sono combattute in Italia due minoranze armate, le uniche a essere veri attori, quale che fosse la parte scelta, mentre “la maggior parte delle persone erano semplici spettatori” (p. 55) e preferivano “stare alla finestra” (p. 106; e anche questa è una espressione tipica della propaganda fascista). La stragrande maggioranza del popolo italiano andrebbe pertanto ascritta a quella che suole essere chiamata “zona grigia”. Di questa zona si danno oggi peraltro due opposte interpretazioni, specularmente ideologiche. Per gli uni essa rappresenta la senior et maior pars del popolo italiano, refrattaria per natura e per cattolica educazione a ogni lotta di fazione. Per gli altri, come per Vivarelli, si tratta invece dell’amorfa massa dei voltagabbana e degli opportunisti. Nel proporre più volte e con forza questa tesi, Vivarelli non tiene conto dei risultati della storiografia, che ha cominciato a scomporre la zona grigia, mostrando come nella massa di coloro che non impugnarono le armi, che erano ovviamente la maggioranza, fossero presenti la Resistenza passiva, la Resistenza civile, il rifiuto di partecipare al doppio gioco e al collaborazionismo passivo, fino ad arrivare a coloro il cui impegno fondamentale fu sopravvivere come che fosse in attesa dell’arrivo degli Alleati, non della vittoria di Hitler (“attesisti”, li chiamavano i resistenti). E curioso che Vivarelli citi episodi che consua scrittura operi alcun tentativo di mediazione. Ricorda ad esempio che i brigatisti neri per essere bene accolti dai contadini erano talvolta costretti a travestirsi da partigiani (p. 66); e, riportando con onestà il giudizio rispettoso di alcuni brigatisti sulla banda partigiana di cui erano stati per qualche tempo prigionieri, sottolinea “l’aiuto costante” che i partigiani ricevevano dalla popolazione e “il modo estremamente corretto” con cui erano stati trattati i prigionieri (p. 71). Speculare contraddizione emerge quando egli scrive che, almeno in una certa fase, “Milano pareva essere tornata una città fascista” (p. 62).
Vivarelli è certamente sincero quando scrive che “il formarsi e lo scendere in campo di un movimento partigiano fu una complicazione non gradita” (p. 26), ribadendo poi che “la guerra civile fu una conseguenza sgradita e non l’originario stimolo dell’impegno e dell’azione” (p. 71). Anche queste affermazioni vanno tuttavia lette in un contesto schiettamente fascista. Abituati ad esercitare la violenza in regime di monopolio illegale e/o legale, i fascisti non riuscivano a capacitarsi, e sembra che ancora non si capacitino, del fatto di trovarsi questa volta di fronte altri italiani in armi contro di loro: davvero una sgraditissima sorpresa.
Mi sono in precedenza soffermato sulla non esaustiva validità dei criteri della buona fede e della retta intenzione nel giudicare i grandi eventi storici e il comportamento in essi dei singoli esseri umani. Possiamo ora comprendere come l’equiparazione delle due minoranze annate composte da volontari sicuri di sé trovi in Vivarelli la sua base, altrettanto arbitraria, nella netta separazione che egli opera fra la lotta in cui esse reciprocamente si uccidevano e il contesto generale della guerra contro la Germania nazista e l’Italia fascista e della posta in gioco mondiale – l’umana civiltà – che essa comportava.
Vivarelli distingue infatti tra fascismo e fascisti: il primo è da condannare con il giudizio storico, i secondi sono da assolvere per la loro buona fede, così come, sembra, vanno assolti i resistenti.
Voglio ora affrontare un ultimo punto. Vivarelli, come ho già ricordato, ribadisce più volte con fermezza che la scelta da lui allora compiuta era giusta, tanto che la rifarebbe senza esitazioni. Che rapporto c’è fra queste nette e chiare affermazioni e l’opera storiografica da lui svolta proprio sulle origini del fascismo?
[…] D’altra parte, se si legge con attenzione quanto da Vivarelli scritto, non solo nella recensione ora ripubblicata, attorno a quel momento della nostra storia, è possibile rintracciare tracce e segnali delle posizioni che, espresse in passato con discrezione, vengono finalmente alla luce nel clima politico-culturale oggi prevalente in cui, attraverso la equiparazione delle due parti, si mira alla rivincita degli sconfitti. Egli scrive infatti che da quella “specie di esilio” in cui ha vissuto per più di mezzo secolo solo ora, scrivendo queste pagine, è riuscito a uscire (p. 95). E lo scrive con il sospiro di sollievo di chi senza rischio può finalmente lasciarsi alle spalle una sorta di pesante nicodemismo troppo a lungo praticato.
Nel 1955 Vivarelli inviò a “Il Ponte” (XI, pp. 750-54), di cui era collaboratore, una lettera nella quale, con onestà, parlava del suo passato nella Rsi. Lo spirito di quello scritto, allora espresso con parole caute e misurate, non è molto lontano da quello del libro odierno.
Nel 1998 Vivarelli ha pubblicato su “Belfagor” (n. 315, pp. 346-54) un breve saggio, Guerre ai civili e vuoti di memoria, molto polemico contro gli studi sulle stragi compiute in Italia dai tedeschi e dai fascisti. Era preso particolarmente di mira il libro di Michele Battini e Paolo Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro: Toscana 1944 (Marsilio, 1997; i due autori risposero in modo bene argomentato su “Belfagor”, 1998, n. 319, pp. 346-54: De Bello civili, con postilla di Vivarelli). Vivarelli accentuava alcune sue tesi quali la negazione di ogni specificità nazista alla guerra condotta dai tedeschi, la ineliminabilità in qualsiasi guerra “senza eccezioni” delle atrocità da non considerare pertanto monopolio nazista, come “tante anime belle unite nella lotta contro la Germania” affermano, e infine la tesi, ripetuta in questo libro più drasticamente, che i veri invasori furono gli angloamericani, non i tedeschi. Queste e altrettali proposizioni convivono nel saggio con la riaffermazione che “moralmente e storicamente” la Resistenza rappresentò “la parte giusta”.
Possiamo dunque tornare al problema posto prima: la difficile conciliazione dei due criteri interpretativi proposti da Vivarelli. Egli si dichiara contrario al cosiddetto “revisionismo” proprio mentre vi apporta sostanziosi contributi, accolti con grande soddisfazione da chi milita in quel campo politico-ideologico; sembra invece stranamente convinto che succubi del revisionismo siano proprio coloro che indagano sulle stragi naziste e fasciste. Ripete più volte il luogo comune che la storia la scrivono i vincitori, qualificati nel libro come impostori, ma non spiega come egli abbia potuto scrivere i suoi libri di storia proprio passando dalla parte dei “vincitori” e utilizzando tutte le opportunità che gli hanno offerto la sconfitta del fascismo e la vittoria della democrazia. Dichiara che preferisce essere stato dalla parte dei vinti perché così ha potuto sfuggire alla superbia dei vincitori; ma oggi, nel clima di rivincita della vecchia Italia che va guadagnando spazio, sembra non saper resistere alla tentazione della superbia dei vinti.
Insomma, sul piano della critica storica, la conciliazione del Vivarelli di quest’ultimo libro con lo studioso di stampo democratico, o addirittura salveminiano, appare veramente ardua. Ma qui debbo fermarmi. Memoria e storia intrattengono fra loro rapporti complicati, segreti e spesso contraddittori. Forse la confusione che Vivarelli opera fra rievocazione e giudizio storico potrebbe essere attribuita a una incompiuta elaborazione del lutto della sua disastrosa esperienza adolescenziale.
Claudio Pavone, Memoria fascista di uno storico democratico, L’Indice dei Libri del mese, Gennaio 2001, Anno XVIII – N. 1