Durante quei primi lunghi sette mesi la Resistenza rimase sola

Fonte: Rete Parri

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Il movimento resistenziale nacque dall’opera di piccoli gruppi di esponenti dell’antifascismo storico fortemente motivati e dall’apporto di un certo numero di militari sbandati mossi dai sentimenti più diversi. Laddove questi due elementi si manifestarono da subito la Resistenza si sviluppò più rapidamente.
[…] La prima forma di resistenza offerta dalle forze armate del disciolto esercito era però fragile, specie quando gli ufficiali che si trovarono a capo di quelle precarie aggregazioni rimanevano ancorati alla logica dello scontro tra eserciti tradizionali, non sapendosi adattare alla nuova situazione che richiedeva altre tecniche di combattimento. I primi gruppi di militi che scelsero di attuare gli schemi di una difesa rigida, muro contro muro, furono spazzati via dall’ineluttabile superiorità della Wehrmacht, un esercito regolare a tutti gli effetti superiore in uomini, mezzi ed organizzazione.
[…] La lotta resistenziale doveva essere altra cosa. Alla guerra di posizione bisognava contrapporre una guerriglia leggera di piccole unità da tenere lontane dalle battaglie campali, pena l’annientamento; alla concentrazione in brevi spazi la frammentazione sul territorio; all’attesismo armato la risolutezza della lotta continua senza sosta intesa a rendere la vita impossibile ai tedeschi ed a fascisti <70. Quest’ultima questione era molto cara al Partito comunista che si impegnò, fin dagli inizi del movimento resistenziale, in una forte campagna contro l’attesismo. La logica a fondamento della politica attendista, condannata da Pietro Secchia come un “insidia da sventare” <71, si basava sull’attesa del momento opportuno: “I “ribelli” sono troppo deboli per combattere fin d’ora contro il nemico: ogni loro atto, così inermi come sono, non può ottenere se non risultati bellici irrisori, serve soltanto a porre in grave rischio le popolazioni civili soggette a rappresaglia. Bisogna, se si vuole essere ragionevoli, attendere per combattere “il momento buono”, il momento in cui gli eserciti alleati sono vicini” <72.
Tutto ciò era molto lontano dalla strategia che il Partito comunista stava perseguendo.
Nella Resistenza il Partito comunista svolse una politica basata sul presupposto che quanto più intensamente le forze popolari, guidate dalla classe operaia e dal suo partito, avessero partecipato alla comune battaglia antitedesca e antifascista, tanto più esse avrebbero poi contato e avuto la capacità di imporre quelle profonde riforme sociali che si sarebbero collocate nella direzione del socialismo. Nonostante il Pci ritenesse necessario non isolarsi su posizioni classiste per perseguire quella sua politica, ma porsi invece al centro di un vasto sistema di alleanze con tutte quelle forze partitiche disposte a ritrovarsi sul territorio dell’unità nazionale nella lotta contro i tedeschi, permaneva comunque evidente una netta diversità dei comunisti nel modo di pensare forme e metodi della lotta resistenziale. L’”unità della Resistenza”, che fu la linea politica dichiarata con maggiore o minore energia da tutti i più importanti partiti in nome della pregiudiziale necessità di vincere la guerra nazifascista, non eliminava le diversità degli obiettivi di fondo, perseguiti dai vari protagonisti.
Per i comunisti i partigiani dovevano impegnarsi in un attacco continuo e sistematico agli occupanti, l’assalto come metodo di propaganda e di crescita, perché dall’attivismo delle bande si sarebbero formati i quadri combattenti della Resistenza e non nell’inazione.
Di tutt’altro avviso era Ferrucio Parri leader del Partito d’Azione la cui strategia era centrata sulla necessità della ricostruzione dell’esercito disciolto l’8 settembre, del quale si voleva recuperare la struttura gerarchia e l’efficienza militare, potenziato però con l’innesto di volontari civili <73.
Accanto a tali partiti si collocava la componente conservatrice che non escludeva di salvare l’istituto monarchico appoggiando il governo del sud e l’apparato statale ricostituitosi nel Mezzogiorno attorno alla monarchia. Il diverso modo di intendere la lotta partigiana fece nascere continue tensioni tra i vari partiti. Prevalse comunque su tensioni e rivalità la volontà di unire le energie in vista del comune scopo della liberazione.
Anche se furono poi i partiti politici più organizzati ad assumere un ruolo decisivo nel profondere alla Resistenza una dimensione politica e a recitare un ruolo centrale nella lotta di liberazione.
Il Partito comunista e il Partito d’azione, potevano vantare, a differenza degli altri partiti politici che parteciparono alla costituzione dei Comitati di liberazione nazionale (Cln) – e cioè il Partito socialista, la Democrazia cristiana, il Partito liberale e il Partito democratico del lavoro – una lunga tradizione di opposizione politica al fascismo, avendo sperimentato e maturato le proprie capacità organizzative nella lunga clandestinità a cui erano stati costretti.
Nei Comitati di liberazione, nati dopo la caduta del fascismo come organismi delle opposizioni formati dai partiti antifascisti in via di riorganizzazione, il Partito comunista e il Partito d’azione si affermarono, nel corso della lotta di liberazione, come la vera guida politica della Resistenza. E nello sviluppo e graduale affermazione come organismo dirigente della Resistenza dei Comitati di liberazione, il Cln di Milano si affermò come guida dei Cln del territorio occupato. L’investitura del Cln di Milano, sancita formalmente il 31 gennaio 1944 da parte del Comitato di liberazione centrale (Ccln) a dirigere la Resistenza del nord, non avvenne in modo scontato. Infatti la leadership di Milano a guidare politicamente e militarmente (attraverso il Comitato militare) la Resistenza fu contesa con Torino. In Piemonte il Cln di Torino agiva in presenza del più importante sviluppo dell’attività partigiana dei territori occupati. Uno sviluppo avvenuto in un contesto favorito sia dalle caratteristiche del territorio, sia dalla presenza lungo l’arco alpino di ingenti forze dell’esercito dissoltosi l’8 settembre 1943, sia dalla tradizione di antifascismo e di radicamento operaio tipici del capoluogo piemontese. Nonostante questo su Milano pesarono però una serie di fattori che si rivelarono determinanti, come la presenza in città delle rappresentanze per il nord dei partiti antifascisti, nonché l’insediamento dei comitati generali delle più importante formazioni partigiane (in testa la Garibaldi e la Giustizia e libertà) che uniti all’eccentricità geografica di Torino fecero del capoluogo lombardo la capitale della Resistenza <74.
La legittimazione della funzione dirigenziale di Milano veniva comunque ribadita dal consenso degli altri Cln regionali e dall’autorità che andava acquistando nella conduzione concreta della lotta, tanto da rappresentare un contropotere rispetto alla potenza occupante. Un potere, quello del Cln milanese, che era fondato su un’autorità politica alternativa a quella espressa da Salò, ma che mancava ancora di un’organizzazione unitaria dell’iniziativa militare che si cercava di raggiungere con la costituzione del Cvl. La costituzione dei Cln rappresentava dunque una tappa fondamentale dello sviluppo politico del movimento resistenziale come “asse portante di un complessivo processo di rinnovamento del paese e della società italiana, e non soltanto come un organismo tecnico-politico deputato alla condotta imminente della lotta di liberazione e destinato ad esaurirsi con essa” <75.
A Torino, come nelle altre principali città italiane, gli antifascisti del Comitato delle opposizioni decisero di costituirsi nel Comitato di liberazione nazionale regionale (Clnr). Il Comitato, rientrato nella clandestinità dopo la semi-clandestinità del periodo badogliano, si era assegnato la duplice funzione di guida politica e militare della Resistenza. Tale scelta implicava, per il nuovo organismo politico-militare, il misurare l’efficacia della propria azione sul terreno dello scontro armato, della guerra partigiana organizzata: “Non si trattava di “fare la resistenza“ soltanto con i centri clandestini, il sabotaggio, i “servizi” informativi per gli alleati, ma di farla con bande permanenti, cioè di condurre la guerriglia con volontari ai quali fornire armi, munizioni, mezzi di sostentamento sulle montagne, provvedendo gli uomini del necessario in una campagna logorante di cui non si poteva prevedere la durata e che doveva impegnare un nemico ben attrezzato” <76. Per ciò, a coordinamento dei piani e delle attività di guerriglia delle diverse bande, fin dal mese di novembre venne costituito il “Comando unico” delle formazioni partigiane. Affidato al generale Operti, che portò con sé in cambio della nomina a comandante militare della regione (avvenuta col voto contrario dei comunisti che non superarono la diffidenza e il discredito che pesava sui militari di carriera pensando per il Comando militare della Resistenza ad un organo collegiale) i fondi della cassa della disciolta 4a armata utilizzati per finanziare la guerra delle bande, il comando non forniva i risultati sperati.
La scelta dell’Operti si rivelò ben presto sbagliata. Il generale manteneva rapporti saltuari con il Clnrp, e le linee di condotta organizzativa e strategica tracciate dal generale sulla funzione del Comitato militare di Torino e della Resistenza erano antitetiche al punto di vista della sinistra, in primis con il P.C.I. Per Operti “la resistenza aveva necessità di una fase preparatoria durante la quale, con complicati collegamenti e ingarbugliate trafile gerarchiche, i servizi del comando si sarebbero dedicati a censire i quantitativi d’armi delle bande, le disponibilità di automezzi, i depositi di carburante, ecc. ecc.; nel contempo, gli ufficiali dello stato maggiore avrebbero compilato i ruolini delle forze, inquadrato i reparti, e completato i piani offensivi.
Quanto all’attività partigiana, essa sarebbe stata limitata ai sabotaggi ed ai periodici colpi di mano. Nella seconda fase, da aprire dopo i mesi di questa preparazione, l’esercito e i patrioti sarebbero stati all’altezza di intensificare la guerriglia per poi insorgere all’arrivo degli alleati” <77.
Per i comunisti invece la Resistenza non poteva essere relegata ad un ruolo d’appendice nei confronti degli eserciti alleati, né ripiegare su attendismi e disegni a lunga scadenza, né tanto meno farsi imbrigliare in un dispositivo burocratico; la guerriglia doveva costringere il nemico a distogliere quanto prima delle forze nemiche dal fronte <78. Bisognava “agire subito” come scriveva Secchia in un articolo pubblicato su “La Nostra Lotta” nel novembre del 1943, perché “non è vero che prima bisogna organizzarsi e poi agire, che se agiamo prima saremo stroncati. Se noi abbiamo delle organizzazioni a carattere militare che non agiscono, queste in breve tempo si disgregheranno e si scioglieranno. Invece l’azione addestrerà queste organizzazioni militari e le temprerà nella lotta, l’esperienza le rafforzerà e svilupperà. E’ dalla lotta e dall’esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi e contro i fascisti” <79.
La consapevolezza del pericolo che potesse insinuarsi la passività e l’inerzia nelle bande partigiane spinse il rappresentante comunista Osvaldo Negarville <80 a condurre una campagna risoluta contro l’operato dell’Operti e contro quei partiti del Cln piemontese troppo indulgenti verso la sua politica. A fine dicembre, esibendo alcune circolari scritte dall’Operti in cui la guerriglia partigiana veniva descritta come una lotta da condursi contemporaneamente contro i tedeschi, gli alleati e le bande sovversive, aggravata dalla proposta di una tregua d’armi con i nazifascisti, richiesta dall’Operti stesso in cambio di un incarico di ordine pubblico da svolgersi in eventuali zone da spartirsi con gli occupanti, il generale fu rimosso dal suo incarico <81. Fu sostituito dal generale Giuseppe Perotti che impresse da subito la propria opera verso “l’azione continua di molestia contro il nemico per impedire l’affermarsi del prestigio del governo neo-fascista e per logorare il morale del tedesco” <82. Per far ciò bisognava potenziare il coordinamento fra il Comitato militare di Torino e i dipendenti Comitati militari locali che sul territorio, tra mille difficoltà, cercavano di esercitare il ruolo di organizzatori e di guide della Resistenza. Furono perciò istituiti un gruppo di ispettori, formati in maggioranza da ufficiali effettivi, con il compito di accertare, in collaborazione con i dirigenti dei Comandi militari locali, la situazione effettiva delle bande, di portarvi le direttive del comando e di risolvere i differenti problemi legati alla condotta e alle esigenze di bande strutturalmente ancora fragili.
[…] Gli anglo-americani non volevano che l’Italia una volta liberata dai nazifascisti potesse diventare teatro di una resistenza antialleata. Il timore che la nascita delle brigate partigiane, inquadranti forze in continua crescita, organizzate unitariamente dalla fitta rete dei Cln nazionali nati capillarmente sul territorio italiano, divenissero l’“avanguardia armata di correnti politiche indocili ai piani americani per il futuro del paese” <84, fece sì che gli alleati sostenessero, almeno inizialmente, tiepidamente l’opera partigiana. Essi chiedevano alla Resistenza di limitare il proprio contributo militare al servizio informazioni sulle attività tedesche e ai sabotaggi delle infrastrutture in quei luoghi ritenuti di enorme importanza nell’ottica dell’avanzata alleata; sperando così di scongiurare la politicizzazione della lotta armata. Non era un caso che le brigate Garibaldi venissero di norma escluse dai rifornimenti aerei degli alleati. Ma anche i quantitativi di materiale bellico concessi alle altre formazioni partigiani, in testa vi erano le formazioni autonome inquadrate da ufficiali del disciolto esercito, erano dosate. Il criterio discriminatorio riguardante gli aviolanci seguito dagli Alleati aveva procurato malumore nei comandi delle formazioni non sostenute, principalmente a causa della disparità del potenziale bellico che si creava tra bande che godevano degli aviolanci alleati e quelle che ne rimanevano escluse. In molti casi le proteste e i dissidi tra formazioni partigiane si inasprivano a tal punto da sfociare in scontri a fuoco tra gli stessi protagonisti impegnati nella comune lotta di liberazione. Gli alleati si mostrarono diffidenti verso l’autonomia militare dei movimenti di liberazione nazionale e soprattutto verso quella politica perché avevano ben chiaro che, una volta eliminato il comune nemico, un nuovo contrasto sarebbe emerso tra la democrazia capitalista e il socialismo di stato, altrettanto insanabile di quello superato con il nazifascismo. Infatti, dalla coalizione degli Alleati, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano sorti come i principali paesi a determinare la vittoria sul nazifascismo. Con tragitti economici e politici diversi gli Usa e l’Urss si presentavano nello scenario della seconda guerra mondiale come le due nuove superpotenze mondiali da cui dipendeva il nuovo “ordine internazionale” postbellico.
Gli avvenimenti interni agli stati quindi avevano conseguenze internazionali che andavano a fondersi con la divisione in due sfere di influenza dell’Europa e della conseguente politica delle alleanze organizzata dalle due superpotenze. L’ingerenza degli americani nella politica italiana era improntata anche alla propria esigenza espansionistica. All’atto della firma dell’armistizio, infatti, gli alleati avevano riconosciuto ufficialmente il governo Badoglio, che guadagnò lo status di cobelligerante dichiarando il 13 gennaio 1944 guerra alla Germania, come unico legittimato a governare in Italia. A fronte di ciò per gli angloamericani l’azione resistenziale rischiava di incrinare gli equilibri politici stabiliti con l’armistizio. Però, anche se considerati i garanti del rispetto dell’armistizio da parte degli alleati, Badoglio e Vittorio Emanuele III rappresentavano il simbolo di una continuità con il passato che le forze antifasciste rigettavano con intransigenza proprio per la natura democratica della lotta di liberazione che avevano intrapreso, implicante anche una radicale rottura con il passato.
Appariva dunque chiaro come gli scopi della guerra alleata poco si armonizzassero con quelli del movimento di Resistenza italiano, aprendo così una questione istituzionale imperniata sull’atteggiamento da assumere nei confronti del re e del suo governo che tenne in scacco i partiti ciellenisti fino alla svolta di Salerno.
Durante quei primi lunghi sette mesi la Resistenza rimase sola, senza aiuti dalle forze alleate, con forti contrasti interni e con l’inverno alle porte da affrontare con scarse risorse, proprio nel momento in cui il rallentamento delle operazione militari concedeva agli occupanti di concentrare maggiori forze contro le bande partigiane <85.
[…] Durante la sua fase neonatale la Resistenza era fortemente caotica e indisciplinata, perché caratterizzata dall’anarchia dei primi nuclei partigiani che agivano sul territorio in modo autonomo e senza un effettivo coordinamento per la mancanza o la debolezza di quegli organismi politici, come i Cln, che dovevano guidare e finanziare la lotta partigiana. Inoltre ad imbracciare il fucile fu comunque una minoranza che peccava di esperienza. La composizione eterogenea delle bande, in cui confluirono oltre ai militari anche i civili, fece emergere tutte le contraddizioni di gruppi armati che mancavano di una adeguata esperienza bellica. Alla scarsezza delle armi, che divenne cronica per tutti i venti mesi di lotta, si associò per molti l’incapacità del loro utilizzo. Se a quello si aggiunge la mancanza di addestramento per i civili e la mancanza di esperienza di guerriglia per i militi, si capisce come, nei primi mesi della lotta, la maggior parte delle bande si sciolse, o venne spazzata via dai rastrellamenti nazifascisti, o preferì rifugiarsi nell’inazione dell’attesismo. Solo le bande che poterono contare sulle capacità, l’intuito e la risolutezza degli uomini che ne erano a capo sopravvissero a quella iniziale selezione naturale.
[NOTE]
70 Cavaglion, La Resistenza spiegata a mia figlia, p. 46
71 Articolo L’attesismo: una insidia da sventare, pubblicato in Pietro Secchia, I comunisti e l’insurrezione, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 63
72 Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 187
73 Peli, La Resistenza in Italia, p. 44
74 Enzo Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della liberazione, Einaudi, Torino 2001, p. 234
75 Ibidem
76 Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 27
77 Ivi, cit., p. 39
78 Pietro Secchia e Filippo Frassati, Storia della Resistenza. La guerra di liberazione in Italia 1943 – 1945, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 322
79 Secchia, I comunisti e l’insurrezione, cit., p. 65
80 Osvaldo Negarville: nome di battaglia “Valerio”, nato a Buttigliera Alta (To) il 05.06.1908, residente a Torino in via Groscovello 8. Appartenente all’Arma del Genio Civile con grado di soldato. Partigiano dal 09.09.1943 al 07.06.1945. Dal 09.09.1943 al 20.07.1944 nella delegazione Garibaldi con grado di comandante di divisione; dal 20.07.1944 al 25.09.1944 nella III° divisione Garibaldi con grado di commissario politico; dal 25.09.1944 al 07.06.1945 nel comando IV° zona con grado di comandante gruppo divisioni, dal database del partigianato
81 Battaglia, Storia della Resistenza italiana, p. 204
82 Alessandro Trabucchi, I vinti hanno sempre torto, De Silva, Torino 1947, cit., p. 71
84 Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 133
85 Peli, La Resistenza in Italia, p. 54
Marco Pollano, La 17a Brigata Garibaldi “Felice Cima”. Storia di una formazione partigiana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2006-2007

Inizialmente la Resistenza partigiana fu condotta da reparti di ridotta consistenza, organizzate in bande. Spesso la reazione tedesca alla presenza di civili che attuavano azioni di sabotaggio, di appoggio a ex-prigionieri e piloti anglo-americani abbattuti dietro le linee fu condotta con la consueta brutalità, applicando le disposizioni ricevute dai loro comandi, procedendo a fucilazioni di ostaggi e innocenti in numero proporzionale alle perdite avute.
L’azione dei Servizi Segreti
Nell’assoluta necessità di reperire informazioni sulla consistenza, la dislocazione, i movimenti delle truppe tedesche, gli Alleati fecero ricorso ai propri servizi segreti (Special Operations Executive, SOE, britannico e Office of Strategic Services, OSS, degli Stati Uniti).
Nella difficile situazione brindisina, con mancanza di uomini, di mezzi, di spazio e con le continue interferenze alleate, il S.I.M. fu faticosamente ricostituito; al suo comando fu posto il colonnello Pompeo Agrifoglio, già appartenente al Servizio, caduto prigioniero in Africa e fatto rientrare apposta dagli Alleati dal campo di prigionia negli Stati Uniti dove si trovava.
All’interno del S.I.M. fu costituita la 1a Sezione “Calderini”, guidata dal tenente colonnello Giuseppe Massaioli, con compiti “offensivi”; da essa dipendevano: un “Gruppo bande e sabotaggio” (maggiore Antonio Lanfaloni), con compiti di collegamento e rifornimento, e un “Gruppo speciale” (maggiore Luigi Marchesi), con compiti informativi.
Date le difficoltà che i due Servizi anglo-americani avevano incontrato in precedenza, tutti e due ritennero opportuno prendere contatto con il S.I.M. per poterne avere l’appoggio, sia in uomini sia in mezzi. Il S.I.M., a sua volta, ritenne conveniente poter disporre dell’appoggio, specie in finanziamenti e mezzi, che la cooperazione con i Servizi alleati assicurava. Comunque, ognuno dei tre servizi continuò a perseguire, principalmente, i propri obiettivi e ognuno fece, innanzitutto, i propri interessi, ciò che a volte causò gravi inconvenienti con ripercussioni anche nel campo primario delle operazioni.
Le azioni in appoggio della Resistenza, in fase di iniziale organizzazione, non rientravano nei piani dei servizi alleati. Invece il S.I.M. aveva interesse a che fossero appoggiate le organizzazioni “militari” nate dallo sbandamento dei reparti delle Forze Armate e che costituivano una forte opposizione alla tendenza in atto, nel nascente movimento partigiano italiano che andava assumendo connotazioni sempre più politiche di tipo comunista anti-monarchico.
Il reclutamento del personale per i Servizi alleati avvenne direttamente oppure, in particolare per quanto si riferisce al personale militare, attraverso il S.I.M. o, a Napoli, attraverso una organizzazione messa in piedi, ai primi di novembre, da Raimondo Craveri, “Mondo”, genero di Croce, che si definiva Organizzazione Resistenza Italiana (ORI); tale organizzazione raggiunse un accordo con l’O.S.S. in una apposita riunione che si tenne ad Algeri a fine 1943. Fra i primi ad aderire vi fu il sottotenente medico di Marina Enzo Boeri, Giovanni, figlio di un ex deputato antifascista, che all’armistizio si trovava a Napoli. Una volta paracadutato nel Nord Italia, Boeri divenne, dal 12 settembre 1944, il capo del servizio informativo del CVL.(78)
I britannici chiesero la collaborazione della Marina italiana per quanto riguardava l’impiego di MAS, VAS e sommergibili per l’avvicinamento alle coste italiane.(79) Inoltre essi cercarono di reclutare personale italiano da impiegare come guide e interpreti.
[…] A Napoli, a Brindisi e a Monopoli continuava l’attività di reclutamento e di addestramento di personale italiano da destinare alle missioni oltre le linee. I corsi(80) (inizialmente tenuti ad Algeri, per una parte del personale reclutato) comprendevano l’addestramento al lancio col paracadute, quello alla voga (per il personale da inviare via mare) e quello al sabotaggio; vi erano, inoltre, corsi particolari per il personale destinato a compiti speciali, per istruttori, per il perfezionamento degli agenti, anti-sabotaggio, per operatori radio telegrafisti, ecc (81) Particolarmente delicato era il problema dei radiotelegrafisti. Grazie all’attività di Boeri, l’O.S.S. di Napoli riuscì a reclutare nove marinai radio telegrafisti che facevano servizio a bordo dei sommergibili italiani inviati a Napoli per fornire elettricità al porto.(82)
Dalle loro basi iniziali, stabilite a Napoli, a Brindisi, a Monopoli e Bari, SOE e O.S.S. cominciarono la loro azione di penetrazione nel territorio italiano occupato dai tedeschi. Il S.I.M. fornì direttamente propri uomini e si adoperò per reclutare altro personale fra quello delle Forze Armate.
L’inizio del movimento di Resistenza clandestina
Nell’Italia occupata dai tedeschi, i militari italiani si allontanarono dai reparti tornando a indossare l’abito civile; per molti, però, si trattò solo di un espediente per non cadere nelle mani delle Forze Armate tedesche poiché, in questo caso, sarebbero stati inviati in Germania come prigionieri o, nel migliore dei casi, come lavoratori più o meno volontari. Certo non mancarono coloro che per scelta politica, per calcolo o, a volte, per necessità, fecero scelte diverse che andarono dall’aderire alla Repubblica Sociale ed entrare a far parte delle sue Forze Armate, all’appoggio ai reparti tedeschi, essendo inquadrati nei reparti ausiliari dell’Esercito (in particolare artiglieria contraerei, genio, unità di supporto varie), all’arruolarsi direttamente nelle Forze Armate tedesche (anche dei corpi speciali quali le SS) indossandone la divisa e giurando fedeltà al Führer e al Reich.
La sera stessa dell’8 settembre ebbe inizio quel fenomeno che assunse il nome di Resistenza e che ebbe il suo nucleo iniziale principale proprio negli ufficiali e nei soldati che si sottrassero al disarmo e alla cattura, cui si unirono, via via, i volontari civili di ogni età e condizione sociale, che agirono perché animati dal sentimento di ribellione contro l’invasore e contro ogni forma di oppressione, più che guidati da convincimenti di ordine politico che assunsero un aspetto preponderante solo successivamente, a 1944 inoltrato.
La maggior parte del personale della Marina presente a Roma e Napoli si allontanò dal servizio, e anche quando chiamata dai bandi e dai proclami sempre più perentori delle Forze Armate della RSI, rimase lontana adducendo scuse e trincerandosi dietro i certificati di medici compiacenti che diagnosticavano malattie (spesso vere, ma non invalidanti) e ferite (che non mancavano). Una parte del personale, peraltro, ritenne proprio dovere non solo non collaborare con i tedeschi, ma prendere parte attiva alle azioni che avessero contribuito ad allontanarlo al più presto dal territorio italiano occupato. Così personale della Marina lasciò le città per raggiungere le prime bande che si organizzavano nella Resistenza clandestina armata; altri passarono le linee per combattere nei reparti delle Forze Armate regolari o per portare informazioni. Furono organizzate reti di sostegno al personale che resisteva passivamente fornendo denaro e altri appoggi sia ai militari, sia alle famiglie, quando rimaste in territorio occupato per la partenza, sulle navi, del militare capo-famiglia. Altri ancora parteciparono attivamente all’organizzazione delle bande e delle reti di Resistenza.
Nascevano così, man mano, le Brigate “Garibaldi”,(83) le formazioni “Giustizia e Libertà”, il Raggruppamento “Fiamme Verdi”,(84) le Brigate “del Popolo”, le Brigate “Matteotti”, il Gruppo Divisioni alpine “Mauri”, le Brigate “Mazzini”, l’Organizzazione “Otto”, l’Organizzazione “Franchi”, le formazioni partigiane “Autonome”. I militari erano presenti in tutte queste organizzazioni, con maggiore preminenza in quelle che, ispirandosi alla tradizione militare, avevano un dichiarato carattere apartitico quali: “Fiamme Verdi”, “Mauri”, “Brigate del Popolo”, “Franchi”, “Otto”.
[NOTE]
(78) C.V.L., Corpo Volontari della Libertà.
(79) MAS e VAS erano ritenuti migliori delle similari unità britanniche perché più piccoli, pescavano di meno, e potevano avvicinarsi di più alla costa anche perché dotati di motori silenziati.
(80) I corsi dell’O.S.S. si tenevano a Napoli a Villa Raja e comprendevano l’addestramento all’impiego di ogni tipo d’arma ed esplosivo, alla guida di veicoli, alla topografia, all’impiego come agente speciale, alla radiofonia.
(81) I corsi del S.I.M. si tennero, dal novembre 1943 al febbraio 1945, in Puglia in centri denominati Fabbrica, Villa e Villetta. In essi, rispettivamente, vi furono addestrati: 471, 294 e 205 persone. Nel febbraio 1945, i corsi furono spostati in Toscana, nei Centri di Torre Fiorentina, Castagno e Villetta, addestrando, rispettivamente, 91, 31 e 38 persone.
(82) Mameli, Onice, Otaria, Pisani, Platino e Vortice.
(83) Il Comando Generale delle Formazioni Garibaldi fu costituito a Milano ai primi di novembre del 1943. Il comando fu assunto da Luigi Longo.
(84) Le Fiamme Verdi si costituirono il 22 novembre 1943.
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale – Anno XXIX – 2015, Editore Ministero della Difesa

La guerra partigiana assunse in Italia una così grande ampiezza proprio perché fu sempre, sin dal primo giorno, accompagnata, alimentata, sostenuta dalle centinaia e centinaia di scioperi, dal sabotaggio della produzione bellica nelle fabbriche, dall’azione dei “gappisti” nelle città e dalle rivolte dei contadini nei villaggi. Senza i grandi scioperi nei centri industriali, senza l’azione dei contadini e delle masse popolari, l’avanguardia eroica dei combattenti sarebbe rimasta isolata, i distaccamenti partigiani non si sarebbero moltiplicati e trasformati in brigate e poi in divisioni.
La guerra partigiana ebbe in Italia carattere diverso che in altri paesi d’Europa, non soltanto per la particolare situazione politico-sociale (un paese occupato dallo straniero e oppresso da vent’anni dalla tirannia fascista), ma anche per le diverse condizioni dell’ambiente, del “terreno” per usare una parola del gergo militare.
Basta pensare ai grandi centri industriali italiani, alla loro ubicazione, alle numerose linee ferroviarie e stradali che collegano rapidamente i più importanti centri del nostro paese, ai numerosi valichi facilmente raggiungibili anche da autocolonne e dai carri armati per comprendere come la guerra partigiana che si combatteva in Italia fosse diversa per molti aspetti ad esempio da quella della Jugoslavia.
Pietro Secchia, Introduzione in (a cura di) Pietro Secchia, La guerriglia in Italia, Feltrinelli, Milano, 1969