E sarà una piccola spallata al re, proprio una spallata

Il racconto Una spallata al re, di cui si parla in queste pagine, non è sconosciuto ai lettori di Giorgio Caproni. A restituirlo alla bibliografia dei suoi scritti ha provveduto sin dal 1980 Luigi Surdich, che ne ha registrato l’uscita sull’“Italia libera” del 4 giugno 1946, seguita dalla riproposizione, il 1° giugno 1947, sulla terza pagina dell’edizione genovese dell’“Unità”; quasi tre decenni più tardi è stata Adele Dei a ripubblicarlo – giusta la redazione più recente – nella sezione Il dopoguerra del volume in cui ha raccolto il corpus complessivo delle prose narrative del poeta livornese, segnalando lo pseudonimo (Giorgio Maestri) impiegato per la prima volta sulle colonne del quotidiano del Partito d’Azione e, a quanto risulta sino ad ora, in seguito mai più utilizzato.

Scritto nell’imminenza del referendum istituzionale che avrebbe sancito la nascita della Repubblica e stampato in concomitanza con l’uscita dei primi, parziali risultati della consultazione elettorale, l’esile apologo si inscrive nel ristrettissimo novero di testi di invenzione pubblicati dopo la fine del conflitto nei quali Caproni appare “disponibile ad arrendersi alle ragioni del cosiddetto ‘impegno’ civile e sociale”: urtato dal piglio battagliero e cameratesco con cui un collega aveva manifestato la propria intenzione di voto (“voglio dare anch’io una spallata al re”), Agostino, un guardiano con un passato nell’Arma dei carabinieri, si trovava costretto a fare i conti con l’oscuro turbamento suscitato da parole suonate irriguardose alle sue orecchie; l’immagine tragicomica del “re a gambe all’aria […] con tutte le sue decorazioni e la sciabola nella polvere calda e chiazzata d’olio nero del deposito” che quella frase colta al volo nel mezzo di una discussione era stata in grado di accendergli nella mente, tuttavia, aveva dato esca a un pensiero egualitario (“considerava per la prima volta il re non come un nome letto sui libri bensì come un uomo vero, un uomo davvero eguale a lui, a un guardiano del deposito dei tram”) capace di schiudere le porte alla lucida consapevolezza delle correità riconducibili alla monarchia sabauda nelle vicende del ventennio fascista e, da ultimo, nelle sciagurate alleanze politiche e militari che avevano precipitato il Paese nella devastazione della guerra. L’opzione repubblicana, che la storia accordava a uomini tornati liberi e padroni del proprio destino, trovava pertanto una legittimazione piena e meditata nelle parole che sigillavano la repentina maturazione politica e psicologica del protagonista:

“Una spallata al re voglio dargliela anch’io. Credete che io non sappia che il re è colpevole? Avete ragione di aver pensato che io sono un tonno: io ho pensato soltanto ora che il re è un uomo e che a un uomo colpevole è giusto dare tutti insieme questa spallata, con tutte le nostre spalle unite”. Senonché gli altri due perché erano rimasti a bocca aperta? Non si aspettavano quell’improvvisa unione e, guardando la spalla immensa di Agostino, era proprio come se anche loro ora capissero una cosa nuova. “Basterà una crocettina sulla scheda dalla parte della Repubblica”, disse alfine uno con un’ansia nuova. “E sarà una piccola spallata al re, proprio una spallata”, aggiunse Agostino. E in tutti e tre era entrata una fiducia nuova, e anche uno strano orgoglio nuovo. […]

Come risulta da quattro lettere allegate ad altrettanti racconti oggi custoditi insieme al dattiloscritto di Una spallata al re, infatti, almeno una parte dei testi rinvenuti tra le carte Gimelli erano stati reca-pitati alla sede del giornale per concorrere a un premio letterario promosso in vista del primo anniversario della Liberazione: La Redazione de “Il Partigiano” – si legge nel numero del 23 marzo 1946 – indice tra i patrioti delle montagne e delle città un concorso per un racconto sull’Insurrezione nazionale, che sarà pubblicato nel numero speciale di dodici pagine del 25 Aprile 1946. Fra i racconti ricevuti sarà pubblicato quello che risponderà meglio per quel carattere e quello stile partigiano semplice e fermo, che era lo stile dei giornali murali, dei giornali di brigata, delle riunioni serali. La realtà stessa degli episodi che ognuno di noi ha vissuto in quei giorni gloriosi, nella semplicità in cui i combattenti l’hanno sentita; è così densa di umanità e di tragicità che può dar luogo ad espressioni artisticamente notevoli. Non importa se si scrive da operai, da contadini, cioè da gente che non ha studiato molto: abbiamo già fatto la dolorosa esperienza della retorica, dei bei periodi che nascondevano una realtà di miseria e di dolore. Oggi bisogna dire la verità, perché la nostra verità è eroismo, è sacrificio, è entusiasmo, la verità sarà la nostra migliore propaganda. I racconti devono pervenire alla Redazione de “Il Partigiano”, in Via G. d’Annunzio 2 -5, Genova, entro il 31 marzo 1946. Il racconto scelto e pubblicato sarà premiato con Lire 3000, e un abbonamento a “Il Partigiano”. […]

Se sugli esiti del primo concorso non sarà il caso di soffermarsi in ragione della qualità per lo più modesta dei sette scritti selezionati nei due mesi successivi all’apparizione del bando, per quanto concerne il secondo converrà ricordare che uno dei tre racconti premiati (il secondo, quello pubblicato il 21 settembre 1946, non il 2 come indicato in tutte le bibliografie, la più recente non esclusa) era proprio di Caproni. Varrà almeno come suggerimento a ripensare le ragioni della presenza di Caproni sulle pagine dell’organo genovese dell’Anpi: un episodio sino ad ora rubricato senza supplementi di indagine nella folta sequenza di ‘occasioni’ pubblicistiche che contrassegna il difficile dopoguerra del poeta ma in realtà legato a doppio filo alla sua personalissima, imbelle e per certi aspetti ancora oscura compartecipazione alla vicenda resistenziale della VI Zona, come certifica la ‘temperatura’ dell’informata e criticamente avvertita motivazione con cui la redazione del giornale introduceva la pubblicazione del racconto Il silenzio: Un anno fa Giorgio Caproni vinceva il concorso per una opera narrativa della rivista “Aretusa”. Era quello il primo racconto che Caproni scriveva ed aveva per argomento un episodio della guerra partigiana. Aveva già pubblicato molte poesie raccolte in un libro: Cronistoria. Adesso era passato alla prosa, e questo importava assai più che peril lato tecnico per l’aspetto letterario. Caproni aveva visto da vicino la vita dei partigiani della Val Trebbia e aveva conosciuto la loro lotta anche costruttiva, sul terreno della nascente democrazia. Ma soprattutto aveva conosciuto i nuovi rapporti tra uomo e uomo, caduta la maschera del fascismo. Aveva sentito che da quei rapporti veniva fuori “l’uomo”, con tutte le sue responsabilità, con il dovere della propria scelta. […]

Che Caproni sia stato (anche) uno degli scrittori della Resistenza è una circostanza da tempo ormai acquisita: basti e avanzi, qui, il rimando all’acuta lettura dei suoi racconti di argomento partigiano offerta da Luigi Surdich e alla loro generosa antologizzazione in un volume allestito da Gabriele Pedullà in concomitanza con il sessantesimo della Liberazione. Quale sia stata la “parte” assolta da Caproni nella storia della Resistenza, invece, è un argomento che attende di essere indagato fino in fondo. […]

Andrea Aveto, Un dattiloscritto ritrovato di Giorgio Caproni, in STORIA E MEMORIA 1-2016 di Ilsrec

Precedente Arrivederci fratello mare (di Nazim Hikmet) Successivo L'ufficiale Barton era in realtà Paolo Buffa e arrivava da Roma