Devic a Gorzegno disse che a Cortemilia lo aspettava il Tenente di Mauri per ragioni di indole territoriale

Enrico Martini (Mauri) – Fonte: Wikipedia

[…] nel corso dell’estate del ’44, nella fase di espansione del movimento, i comandi di divisione tentano, laddove sia possibile, di occupare nuove aree. La linea di confine tra la Liguria e il Piemonte sembra essere la sede predestinata a questo genere di confronto. Nel luglio infatti, un’unità garibaldina guidata da un certo “Bartali” [con molta probabilità da individuare in Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, in seguito capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, indi vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione], «sedicente inviato dal Comitato Ligure di Liberazione Nazionale», aveva disarmato alcuni reparti della Val Tanaro. Il comitato politico e quello militare di Torino rispondevano alla denuncia fatta da “Mauri”, assicurando di non aver mai consentito a un passaggio della val Tanaro alle dipendenze del comitato ligure e, provvedendo adenunciare il fatto alle autorità centrali, lasciava il maggiore libero di «adottare quelle altre misure contingenti che risultassero indispensabili per il ripristino della situazione». L’area però sembra presentare alcune difficoltà di gestione, tanto è vero che – come abbiamo visto sopra – nel mese di settembre il gruppo “Patrioti di Calizzano” e quello di Arturo Pelazza chiederanno di passare con “Mauri”, per evitare di essere inquadrati nelle formazioni garibaldine liguri. Poco più a est, al confine tra la provincia di Savona e quella di Cuneo, “Mauri” si trova ad affrontare un altro problema di definizione dei confini, questa volta con la Divisione Garibaldi “Gin Bevilacqua”, a cui scrive nel febbraio ’45, negando ogni suo nulla osta all’“occupazione” dei paesi di Montezemolo e Priero. “Mauri” sostiene infatti di non aver mai preso accordi in tal senso e che il CLN savonese non può avanzare diritti sul territorio piemontese, pregando «codesto Comando di astenersi nel modo più assoluto dall’ostacolare l’attività delle mie formazioni in tale Zona a scanso di spiacevoli incidenti» […] Ma il problema qui non è la sola definizione dei confini. La “pretesa” del comando della Divisione garibaldina è determinata dalla presenza nell’area suddetta di reparti garibaldini dipendenti dal comando ligure. Secondo le disposizioni della circolare n. 1000 del CMRP, i gruppi che si trovano in area diversa da quella a cui appartiene il proprio comando devono «ricevere tutto l’aiuto possibile rammentando che si tratta di unità dello stesso Corpo dei Volontari della Libertà», aggiungendo inoltre che «l’approfittare della circostanza di un trasferimento per imporre ai nuovi venuti un mutamento di indirizzo nella loro appartenenza alle formazioni è da considerarsi delittuoso». A quanto risulta dai documenti, “Mauri” non sembra avere l’intenzione di inquadrare i reparti liguri nel suo comando
Fino a quando ordini contrari non perverranno i reparti di cotesta Divisione [I Garibaldi, NdA] dislocati nella VI^ zona piemontese saranno considerati quali ospiti se la loro permanenza é [sic] temporanea e dovuta a cause di forza maggiore ma specifica anche che In caso contrario dovranno passare alle dipendenze del Comando VI^ zona
I toni della comunicazione però non sembrano far pensare a un pacifico superamento della spinosa questione, poiché “Mauri” sostiene che il comando garibaldino «voglia far valere ipotetici diritti [sulla zona, NdA] con la violenza», a cui il maggiore sarebbe «costretto a reagire con la forza». Inoltre, in conclusione della lettera, viene lanciato un nuovo e più chiaro avvertimento Il comando Brigata Pedaggera reagirà con le armi a qualsiasi tentativo di forza.
L’arco entro cui si snoda il confine ligure-piemontese è foriero di altre frizioni tra i diversi gruppi, la cui contrapposizione deriva anche da ragioni di appartenenza regionale. Nell’estate del ’44, «fra i gruppi sorti tra l’Erro e lo Scrivia esistevano rapporti alquanto confusi. Nessuna formazione disponeva di una zona d’influenza delimitata d’accordo con le altre unità».
Ognuna di queste infatti, per timore di essere sopraffatta e privata di approvvigionamento e per i «contrasti derivanti dalla differente caratterizzazione politica», operava in competizione con le altre.
[…] Alla difficoltà nello stabilire chiari confini in base alle caratteristiche geomorfologiche dell’area, si aggiunge la poca chiarezza del Comando piemontese che «mentre aveva indicato in modo dettagliato i limiti territoriali del Comando di zona alessandrino con altri settori operativi della regione, aveva usato una formula alquanto sommaria per determinare i confini con i settori operativi dipendenti da altri organismi regionali: “limiti regionali con la Liguria e la Lombardia”». Dato che dai comandi centrali non giungevano disposizioni più precise, e poiché la situazione nel settore diveniva sempre più confusa, «il comando della VI zona ligure, subito formato alla fine di agosto [1944] in val Trebbia, si dispose a risolvere da solo il problema di riunire le bande fra l’Erro e lo Scrivia e di decidere la loro dipendenza operativa». Questa circostanza creerà non pochi problemi nella futura definizione della VII zona piemontese, come avremo modo di vedere più avanti […]
Il Comitato di Torino era già intervenuto, a partire dalla primavera, per risolvere il tema spinoso dei rapporti tra formazioni. Il 26 maggio aveva chiarito la funzione della «divisione in zone operative», che avrebbe dovuto migliorare l’organizzazione e il coordinamento della lotta, mentre ad agosto aveva diffuso una circolare che specificava le funzioni del Comando di zona e la nomina del relativo comandante. Entrambe queste disposizioni non avevano però prodotto l’effetto sperato, in quanto la suddivisione delle zone giustificava nei comandi più numerosi e influenti la pretesa di gestire autonomamente tutti i gruppi presenti in quello che si considerava il proprio territorio, mentre l’invito a costituire comandi unici spesso cadeva nel vuoto per le resistenze di alcuni comandanti ad accordarsi con formazioni “rivali”. L’estate aveva però fatto riflettere il Comitato di Torino sull’esigenza di introdurre norme più precise e vincolanti nella gestione dei rapporti tra formazioni. Le denunce di disarmi operati da alcune brigate a scapito di altre più deboli e l’arrivo di notizie che informavano di incidenti accorsi tra le bande a causa dei passaggi di singoli o gruppi da una formazione a un’altra spingono infatti il CMRP a diramare una circolare, la n. 1000, che regolamenta i trasferimenti e i passaggi dei partigiani. L’esperienza vissuta con la vicenda del “Biondino” (1) aveva fatto riflettere sulla necessità di definire in senso normativo pratiche che le formazioni gestivano già da tempo in modo del tutto informale. Quella stessa vicenda diventa paradossalmente motivo di collaborazione tra autonomi e garibaldini […]
Processi di reclutamento e inquadramento si verificano non solo nelle Langhe, macaratterizzano tutta l’area di confine tra il Piemonte e la Liguria, territorio interessato, a partire dal novembre, da intensivi rastrellamenti tedeschi che quasi contemporaneamente chiudono in una tenaglia il basso Piemonte partendo, a est, da Genova, Alessandria e Acqui e, a ovest, dal Ponente ligure e da Cuneo. Le operazioni tedesche costringono diversi gruppi a spostarsi in altre zone o province confinanti, contribuendo a generare caos tra le formazioni già in parte sbandate. Esigenze di approvvigionamento costringono la brigata Garibaldi ligure-alessandrina e la divisione Garibaldi “Capitano Mingo” a sconfinare in provincia di Alessandria nel mese di novembre [1944]. Senza particolari problemi, i garibaldini trovano un accordo con la formazione presente, la VIII divisione GL, per creare un confine convenzionale tra i gruppi piemontesi e quelli liguri. Gli incontri però non sempre si concludono con un accordo tra le parti […] Nel corso dell’inverno i continui sbandamenti mettono in allarme i diversi gruppi, che vivono nascosti nei paesi di montagna per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La situazione di tensione è riportata anche da episodi come quello che coinvolge “Primo” Rocca e reparti della II divisione Langhe [..] Dopo la creazione del CG e la trasformazione dei comitati militari regionali inorganismi dipendenti dal comando supremo di Milano, si rende necessario suddividereil territorio del nord Italia in zone operative che ricalchino, anche se non completamente, i confini amministrativi provinciali. In Piemonte la situazione appare fin da subito complessa. Qui, la prima suddivisione della regione aveva creato una zona per ogni provincia, a sua volta divisa in settori, con a capo un ufficiale dell’esercito o un delegato del CMRP. La provincia di Cuneo, che qui ci interessa, era divisa in tre settori che corrispondevano uno alla parte nord-occidentale, un altro a quella sud-occidentale e in ultimo quello del Monregalese-Langhe. Anche dopo l’uscita di Operti, architetto di questa struttura, la suddivisione era rimasta invariata, almeno fino all’intervento del CG in luglio. Ma già a partire dalla primavera la struttura disegnata da Operti non trovava più riscontro nella realtà, poiché parte dei partigiani che occupavano la parte occidentale della provincia di Cuneo si erano spostati a est, disfacendo la suddivisione settoriale originaria. Dalla primavera poi, la crescita del movimento in tutto il basso Piemonte e l’importanza assunta dall’area delle Langhe esigevano una nuova verifica della suddivisione territoriale. Con la creazione delle zone operative in luglio, il CG deve tenere conto delle caratteristiche territoriali delle diverse aree e di quelle militari delle formazioni che vi operano. In questo senso è impossibile ricalcare sulla cartina amministrativa le relative zone operative. Così, la provincia cuneese viene divisa in due parti, quella occidentale delle valli alpine e quella orientale del Monregalese e delle Langhe, che per le caratteristiche cui si accennava sopra comprende parte del territorio ligure a sud e di quello astigiano-alessandrino a ovest […] Se l’accordo tra Garibaldini e GL viene raggiunto, resta però la questione “Mauri”. Il maggiore, anche se le sue forze sono temporaneamente disgregate, esercita una grande influenza nelle Langhe e all’interno del Comitato militare e, in virtù di essere «il pupillo della missione alleata», può avere rapidamente a disposizione armi, equipaggiamento e appoggio militare da parte inglese. Inoltre, l’atteggiamento del maggiore nei confronti dei garibaldini sembra mantenere quella «sovrana superiore degnazione» che Latilla e “Andreis” gli rimproverano, insieme al fatto che in tutte le occasioni avute per discutere del comando di zona «la persona di Mauri non compare mai, tutt’al più si può parlare con i suoi ufficiali, e ciò non è sufficiente per poter arrivare a qualcosa di piùconclusivo». La presenza di missioni alleate presso le formazioni partigiane è un ulteriore fattore didestabilizzazione degli equilibri politici e militari nelle Langhe. Questo avviene perché gli ufficiali inglesi paracadutati nel basso Piemonte si stabiliscono preferibilmente presso le formazioni autonome, ritenute dai comandi inglesi le più organizzate ed efficienti sul piano militare.

Demonte (valle Stura), agosto 1944. Incontro fra dirigenti delle formazioni partigiane Giustizia e Libertà e autonome del Cuneese e l’ufficiale del Soe Neville Darewski (maggiore Temple). Da sinistra Piero Cosa, Aldo Sacchetti, Dante Livio Bianco, Neville Darewski (maggiore Temple), l’avvocato Guido Verzone, l’ammiraglio Alberto Marenco di Moriondo, Ettore Rosa, Carlo Olivero, Walter Cundari, Enrico Martini (Mauri).
Gruppo di partigiani delle formazioni autonome riuniti in occasione dell’inaugurazione della lapide dedicata al maggiore Temple in località denominata “Pino” in Valle Ellero, giugno 1945. Si riconoscono: a sinistra, don Pietro Servetti, Piero Cosa, don Giuseppe Bruno e Guido Verzone; al centro, in divisa, Edward Ballard e Dino Giacosa.

L’arrivo del maggiore Neville Darewski “Temple” (*) presso il comando di “Mauri”, nell’agosto del ’44, preceduto da una visita alle formazioni nelle valli Stura, Grana e Gesso e in val Ellero presso Piero Cosa, offriva agli occhi di garibaldini e GL l’impressione che “Mauri” potesse ottenere un vantaggio da quella circostanza; tanto più che il comando della VI divisione non otteneva lo stesso interessamento da parte inglese, almeno fino a quando “Temple” non concorderà con “Andreis” un regolare lancio di armi, interrotto poi verso la fine del ’44. Con l’arrivo del colonnello John Stevens e del capitano Edward Ballard il 19 novembre, il contesto non sembra cambiare. Il primo, in veste di capo delle missioni alleate in Piemonte, si sposta continuamente tra le Langhe e Torino, dove giunge una prima volta il 20 dicembre per esporre il suo progetto di organizzazione delle forze partigiane per la regione, lasciando Ballard quale capo missione presso la I divisione alpina comandata da Bogliolo. A questo poi si aggiunge un altro capitano inglese, Patrick O’Regan “Chape”. I due ufficiali restano nelle Langhe in modo continuativo, stabilendo contatti con tutte le formazioni dell’area. Per ripristinare gli accordi tra missione inglese e garibaldini, si deve attendere la riunione del 27 gennaio 1945 tra comandanti partigiani e ufficiali alleati […]

(*) […] l’arrivo del maggiore Temple rappresentava qualcosa di più: era arrivato tra noi un ambasciatore e un addetto militare del governo inglese e degli Alleati, era il riconoscimento ufficiale e tangibile della legittimità della nostra lotta; con lui diventavamo cobelligeranti. L.B. Testori, La missione Temple nelle Langhe, in AA.VV., N. 1 Special Force nella Resistenza italiana, Volume I, Bologna, 1990, p. 159 – Nell’agosto ’44 erano attive ben 4 missioni italiane, con 13 agenti italiani; 9 missioni britanniche con 16 agenti britannici; 13 italiani in missioni britanniche. In Piemonte, le comandava il maggiore “Temple”, missione “Flap“. Cfr. M. BERRETTINI, op. cit., p. 38. “Temple” (Neville Darewsky), classe 1914, ufficiale dell’esercito inglese, morì il 15 novembre 1944 in un incidente a Marsaglia (CN). Era stato paracadutato tra le formazioni di Mauri il 6-7 agosto 1944. Ebbe importanti incontri con il Cmrp; a lui si deve l’idea della costruzione dell’aeroporto di Vesime (AT); qui giunsero Stevens e Ballard, gli ufficiali dello Soe che lo sostituirono. Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia


Il convegno di Cortemilia sembra aver permesso un riavvicinamento tra autonomi,missione inglese e garibaldini dopo il periodo dei rastrellamenti di fine ’44, ma non per questo riesce a risolvere i motivi di fondo del contrasto tra le formazioni. Per i due mesi successivi, fino alla fine del marzo ’45, assistiamo a un ripetersi di denunce e accusere ciproche così come era avvenuto durante il periodo estivo-autunnale. I garibaldini lamentano infatti le promesse disattese degli alleati relativamente alla questione dei lanci. “Nanni”, scrivendo al CBG per il Piemonte, spiega quale sia la circostanza che danneggerebbe i garibaldini
La missione Alleata risiede permanentemente presso le formazioni MAURI. Gli uomini di fiducia del Cap. Ballard sono uomini di MAURI. L’Ufficiale addetto ai Lanci, Ten. Cotta […] è supremamente antigaribaldino in tutte le sue manifestazioni. Insomma il Cap. Ballard vive in un ambiente in cui si cerca di mettere le formazioni garibaldine in cattiva luce […] è più disposto a credere a quello che cento voci al giorno gli dicono: che noi non abbiamo uomini, che noi [sic, non] siamo organizzati, che non sapremo usare le armi che sarebbe disposto a darci. […] L’unico lancio da noi (raggruppamento Langhe) ottenuto per diretto interessamento del Capitano Ballard è stato per intero ceduto alle Divisioni VIII e IX del Monferrato che avevano mandato in nostra zona I00 uomini per essere armati ed equipaggiati con un lancio diurno che poi non avvenne
[…] Nei mesi che precedono l’insurrezione finale si assiste a un balletto di accuse, in cui reciprocamente i vari comandi denunciano pratiche irregolari compiute dagli altri gruppi. “Mauri” accusa GL e Garibaldi di fare «propaganda reclamistica» e di indire «coscrizioni», offrendo anche una retribuzione. Questo, secondo il maggiore, produce un’emorragia continua di uomini, che dalle sue divisioni raggiungono quelle garibaldine o GL. Da parte loro, “Nanni” e “Remo” non mancano di denunciare la propaganda antigaribaldina condotta dalle unità di “Mauri” […]
I lanci sembrano essere il motivo principale di conflittualità all’interno delle formazioni. La carenza di armi proprio nel periodo che precede l’insurrezione crea malessere nei comandanti di quelle unità che per la loro posizione vengono poste in secondo piano in fatto di rifornimenti […]
Ci troviamo però quasi alla fine della guerra e, anche se non si può sapere con certezza il giorno della liberazione, i partigiani comprendono che nel giro di qualche settimane il CMRP ordinerà l’insurrezione generale. Entro quella data, i comandi di zona dovranno essere costituiti con i relativi comandanti e commissari. La loro costituzione non è solo un atto formale o un argomento da far valere agli Alleati. I comandi unici sono necessari per la coordinazione della fase insurrezionale, che deve garantire una contemporanea insurrezione nei maggiori centri, una verifica in quelli minori e un controllo generale del territorio liberato. Operazioni non semplici, tanto più che in esse intervengono comandi partigiani centrali e periferici, CLN e missioni alleate […]
Ma le direttive giunte da Torino il 25 aprile mettono nuovamente tutto in discussione. I vari comandi seguono le istruzioni contenute nel piano E. 27, il cui ordine è appena giunto nelle Langhe. La VI e la XIV divisione Garibaldi, secondo due itinerari diversi, devono raggiungere il capoluogo regionale da sud-ovest, come supporto alle divisioni di “Barbato” che giungono da est e a quelle della IV – val Chisone e III – valli di Lanzo e Canavese che giungono da ovest, nord-ovest. Alle divisioni garibaldine si aggiunge la III GL “Langhe”, mentre la sua gemella, la X comandata da “Minetto”, deve convergere su Asti. Dopo aver liberato diversi centri delle Langhe, anche “Mauri” scenderà su Torino, lasciando dietro di sé quelle «colline soleggiate» che poco più di un anno prima lo avevano accolto in «un tenero verde primaverile» divenendo la sua seconda casa […]
In questo contesto, sorprende il mantenimento dell’identità di gruppo anche a seguito di continui e a volte repentini cambiamenti. Non possiamo non notare infatti come nelle bande del primo periodo si mantenga vivo e costante un certo senso di appartenenza, cui a volte si richiamano i comandanti per riportare all’ordine, per invogliare alla lotta o per sottolineare un valore aggiunto di cui sentono di essere portatori. La presenza di un’identità di banda si percepisce attraverso una profonda immersione nel loro microcosmo, adottandone cioè «il punto di vista» sulla guerra, sulla politica del domani e sugli altri partigiani. Il senso di appartenenza viene infatti costruito a partire da una precisa demarcazione tra un noi e un loro, che non nasce come la premessa di un conflitto tra le diverse formazioni partigiane, ma che è finalizzata, forse inconsapevolmente, alla coesione interna: fondamentale nelle forme di guerra irregolare dove, in mancanza di uno stato che si faccia o che sia considerato garante di una legalità pubblica condivisa, diventa fondamentale la creazione di un’etica promossa dai gruppi combattenti. Questa viene “formalizzata” nel corso della primavera, quando le bande vivono una forte crescita e un rapido mutamento interno, con la formulazione di regolamenti e l’esecuzione di provvedimenti disciplinari finalizzati a forgiare un nuovo ideale di combattente ma anche di uomo. Queste pratiche risultano efficaci in particolare tra coloro che hanno condiviso l’esperienza invernale e superato momenti critici e decisivi come, per il caso degli autonomi, la grande battaglia di val Casotto del marzo ’44. I miti che si costruiscono intorno ai fatti di guerra e ai propri morti servono a edificare quel senso di coesione interna che è anche presupposto per il rispetto di regole e l’adozione di comportamenti […]
Alcuni partigiani decidono di lasciare le bande originarie, per avere a disposizione più armi, e altri ancora, avendone l’opportunità, preferiscono entrare in un gruppo di cui condividono prospettive e idee. In questa fase, che si avvia all’inizio dell’estate, individuiamo il momento della «seconda scelta», in cui singoli partigiani o gruppi non ancora inquadrati possono decidere di appartenere a una formazione piuttosto che a un’altra, avendo a disposizione una serie di opzioni, in un primo momento impraticabili […] Oltre a cogliere l’eterogeneità dei comportamenti bellici e una loro difficile periodizzazione sulla base delle varie fasi della guerra regolare, ci siamo accorti che «guerriglia partigiana», per nulla univoco, è in realtà un concetto polisemantico. Esso infatti è strettamente legato alla singola formazione che lo codifica e lo esercita. L’ideale di una guerra di guerriglia che muova principalmente dal «popolo», dalle «masse», seppur non resa effettiva, era presente nei programmi delle principali formazioni «politiche». La forte attenzione dei gruppi garibaldini langaroli nei confronti delle popolazioni civili, al di là del semplice supporto, era orientata a una partecipazione attiva di queste nella Resistenza, aspetto che invece non emerge nella produzione documentaria e nella conduzione della guerriglia delle formazioni maurine, le quali invece appaiono più propense a un reclutamento tra ex effettivi dell’esercito e tra le nuove leve. Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Facoltà Lettere e Filosofia, Corso di laurea magistrale in Storia e civiltà, Anno Accademico 2012-2013

(1)

Il 15 maggio scorso Matteo Abbindi, detto “Il Biondino” ha avuto il giusto riconoscimento resistenziale. Sedici ex partigiani della Val Bormida, che sono stati alle sue dipendenze o l’hanno conosciuto personalmente, sono riusciti a far mettere a Cairo Montenotte, nella via dove è stato fucilato, una targa a ricordo del suo sacrificio. Ha combattuto coraggiosamente i nazifascisti in Val Casotto, in Val Bormida e sulle Langhe; è stato uno dei primi comandanti partigiani e per questo motivo i fascisti della Divisione San Marco l’hanno fucilato. Il nipote, Mario Taretto (nella foto) e la sua famiglia da queste pagine vogliono ringraziare la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, i giornalisti e i giornali che in questi anni hanno espresso parole positive sul suo operato resistenziale; un grazie particolare al ricercatore Fulvio Sasso che attraverso i suoi due libri ha permesso di riscoprire quest’uomo, volutamente dimenticato,
dandogli dignità e umanità. Matteo Abbindi, “Il Biondino”, nel 1943-’45 ha combattuto e dato la vita per sconfiggere il nazifascismo e per un’Italia migliore.
Patria Indipendente, 15 dicembre 2002
Nell’inserto “notizie e cronache associative” del n. 11/2002 di Patria, abbiamo dato notizia dell’inaugurazione, a Cairo Montenotte, di una lapide a Matteo Abbindi. Come abbiamo appreso in seguito, si è trattato di un’iniziativa privata,
alla quale l’ANPI locale era rimasta completamente estranea. Ci scusiamo con i compagni della zona e con i nostri lettori per l’errore in cui siamo incorsi in relazione a un personaggio sul quale i giudizi storici e morali sono controversi.
Patria Indipendente, 23 febbraio 2003

A Roccaverano, al confine tra l’astigiano e l’acquese, la resistenza fu aspra e accanita. Almeno tre celebri comandanti partigiani – Matteo Abbindi, «Biondino», Oscar Gangemi, «Morgan», e Olimpio Marino, «Freccia» – operarono con le proprie formazioni su questo scenario di boschi, calanchi, valloni a strapiombo e viti sempre più rare, che cedono il posto ai pascoli, dell’Alta Langa.
Sullo sfondo dell’epoca, esistono storie di uomini e cronache di vicende che vari testi hanno cercato di ripercorrere. E questo non tanto perché i fatti siano già divenuti lontani nel tempo, ma perché essi non sono spesso adducibili a fonti affidabili. Gazzetta di Asti, 3 luglio 2019

Matteo Abbindi nasce a Savona il 20 Settembre 1911 da genitori sconosciuti che lo affidano all’Orfanotrofio Provinciale.
Fu poi adottato da una famiglia di contadini che risiedevano in una sperduta località, detta Pradone, nel Comune di Scaletta Uzzone, proprio al margine con il confine della Provincia di Cuneo. Fu trattato come un figlio vero e lui dimostrò sempre un grande attaccamento alla famiglia adottiva.
Con poco successo frequentò le scuole elementari poste a più di quattro Km. dalla sua abitazione, distanza che doveva percorrere ogni giorno a piedi per recarsi alle lezioni.
Interruppe il duro lavoro nei campi soltanto per il servizio di leva che svolse nel corpo degli Alpini.
Nel 1935 si arruolerà volontario nella guerra d’Africa. Ferito rientra in Italia nel Marzo del 1936.
Riprende la sua attività agricola presso la famiglia adottiva.
Uomo dal carattere forte, sicuro, autoritario, piaceva alle donne con le quali ebbe sempre un notevole successo.
Dopo l’otto settembre 1943 il suo nome fu inserito, dall’allora Segretario Comunale del PFI, Giovanni Barisone, in un elenco di sei persone destinate al lavoro in Germania. L’Abbindi si convinse di essere stato inserito in quell’elenco soltanto perché era un trovatello e minacciò di fargliela pagare.
Naturalmente non si presentò alla chiamata e divenne partigiano in Val Casotto con il nome di “FOLGORE”. Dopo la disfatta subita dalle forze partigiane in quella Valle, rientrò nella sua zona e iniziò a raggruppare attorno a se i numerosi sbandati presenti.
Da quel momento divenne “IL BIONDINO”.
In brevissimo tempo il suo gruppo, che si era disposto a S. Giulia – una frazione nel Comune di Dego in Provincia di Savona – si fece conoscere per arditi colpi di mano.
Più di una volta si sono verificati notevoli sconfinamenti, senza per altro creare particolari problemi […] Il problema principale però era costituito dal vettovagliamento, in una zona che non presentava grandi risorse e per di più non esisteva alcuna fonte ufficiale di finanziamento. All’inizio non esisteva alcun collegamento o contatto con altre formazioni partigiane. Erano del tutto isolati, cosa abbastanza comune ai primi gruppi di allora.
Occorreva trovare viveri, vestiario e quanto altro era necessario per la sussistenza di quel gruppo d’uomini che ogni giorno doveva pur alimentarsi.
Per far fronte alle esigenze del reparto, il Biondino organizzò i cosiddetti “espropri”. Per prime furono prese di mira le famiglie dichiaratamente fasciste, poi quelle benestanti.Quanto sequestrato era poi venduto e il ricavato utilizzato per sopperire alle necessità del gruppo.
In modo particolare furono presi di mira i centri d’ammasso. Quei magazzini dove i contadini, per effetto delle leggi di guerra, dovevano consegnare obbligatoriamente i loro prodotti.
Dal centro ammassi di Cortemilia, il più grande della zona, un giorno prelevarono un notevole quantitativo di grano che fu asportato caricandolo su un’autocorriera allo scopo sequestrata.
Trasferito il carico a Scaletta Uzzone, gran parte del grano fu distribuita fra la popolazione, fatta salva una certa quantità necessaria alla formazione.
In altra occasione, durante un attacco ad una colonna d’autocarri tedeschi, catturarono un camion con un carico di vino, che fu distribuito alla popolazione.
Molti furono anche i sequestri di merci che negozianti delle città avevano depositato in cascinali della zona.
Inevitabilmente si vennero a creare motivi di rancore e di rivalsa da parte di coloro che avevano subito il sequestro e, naturalmente, motivi d’approvazione e di consenso da parte, invece, di coloro che furono beneficiati.
Alle critiche di chi non condivideva le azioni di sequestro, il Biondino soleva rispondere: Benissimo, da domani veniamo tutti a mangiare a casa tua. Ti va bene?
Con i contadini della zona venne ben presto raggiunto un accordo.
Ad esempio, se dovevano consegnare un capo di bestiame all’ammasso, il Biondino era informato e questi organizzava un finto sequestro, rilasciando regolare ricevuta a sua firma.
L’animale restava così nella disponibilità del legittimo proprietario.
Occorsero, però, alcuni fatti incresciosi. Alcuni proprietari, approfittando di questa comoda possibilità, dichiararono sequestri fasulli, destinando poi i prodotti alla vendita sul mercato nero.
Non solo, alcuni partigiani, falsificando anche loro la firma del Biondino, operarono vari sequestri, vendendo poi il tutto per conto loro.
Per contrastare questi abusi il Biondino non andò tanto per il sottile. Sei suoi partigiani, riconosciuti responsabili degli abusi, furono condannati a morte e i loro cadaveri furono rinvenuti soltanto a fine guerra in fosse nei pressi di S. Giulia.
Nei mesi di Marzo – Aprile 1944 il Biondino organizzò e portò a segno numerosi attacchi a postazioni fasciste, a treni sulle linee Savona – Torino e Savona – Alessandria, oltre ad attacchi a convogli d’autocarri militari transitanti sulle strade della zona.
Lo scopo principale di queste azioni di guerriglia era la cattura delle armi necessarie ai suoi uomini. La machinenpistole che il Biondino portava sempre con sè, e che appare in ogni sua fotografia, era stata da lui catturata in un attacco ad una pattuglia tedesca sulla strada nei pressi di Monesiglio.
Con tutta certezza si può affermare che sino alla fine dell’agosto 1944 il reparto comandato dal Biondino non ricevette mai alcun rifornimento d’armi da altri reparti.
Le imprese della “Banda del Biondino” ebbero ben presto grande eco e suscitarono l’interessamento sia da parte dei vari Comandi Partigiani, sia da parte dei tedeschi e della G.N.R.
Quel che maggiormente sorprende è che, nonostante la loro poderosa macchina d’informazione, i tedeschi e i fascisti si convincono che S. Giulia rappresentasse una roccaforte inespugnabile, difesa da un nutrito ed armatissimo gruppo di ribelli, con armi automatiche leggere e pesanti e addirittura, autoblindo.
Naturalmente nulla di tutto questo. In pratica una “autoblinda” era visibile seminascosta fra gli alberi. Si trattava dei resti di un’autovettura, che il Biondino aveva utilizzato fino a totale esaurimento, trasformandola poi, con fogli di compensato e un semplice tubo per stufa, in un potente quanto improbabile mezzo militare. Potrebbe sembrare strano, ma il trucco funzionò.
La fama d’inespugnabilità tenne le forze fasciste lontane, per lungo tempo, da quella zona.
Del fatto n’approfittarono tutti i reparti partigiani viciniori. Con la scusa che l’eliminazione d’elementi nazifascisti nelle loro zone avrebbe inevitabilmente portato a feroci rappresaglie, era divenuta consuetudine portare nella zona del Biondino le persone che dovevano essere eliminate.
E’ appena il caso di evidenziare come il gruppo di S. Giulia, le cui imprese ormai erano conosciute da tutti, fosse “corteggiato” sia dai garibaldini sia dagli autonomi di Mauri.
Verso la fine di Maggio del 1944 il Biondino accolse le proposte dei Garibaldini e la sua formazione entrò ufficialmente a far parte della XVI^ Brigata Garibaldi, comandata da Angelo Prete, noto con il nome di battaglia “Devic”. Le intese intercorse garantivano al Biondino il comando del suo gruppo.
Nato nel 1919, DEVIC era il tipico comunista dell’apparato. Uomo integerrimo, grande organizzatore, ardito e coraggioso nel combattimento. Era anche un accentratore, che soleva impartire ordini senza mai accettare una discussione.
Ad Asti, dove lavorava, era stato arrestato dalla polizia fascista per aver organizzato uno sciopero politico. Dopo pochi giorni fu liberato, con un colpo di mano organizzato dal “Commissario Ivan”, un personaggio che ebbe in seguito una grande influenza sul Biondino.
Infatti, il Commissario Ivan entrò poi a far parte del distaccamento del Biondino, con la qualifica di commissario politico.
Ogni qual volta un prigioniero era condotto a S. Giulia si ripetevano le proteste del Biondino. Pretendeva che le fucilazioni fossero effettuate da chi aveva compiuto l’arresto. Sempre, però, il Commissario Politico riusciva a far accettare la situazione. La scusa era sempre la solita: non si possono fare nelle loro zone a causa delle immancabili rappresaglie che ne sarebbero derivate.
In questo modo molte fucilazioni furono addossate al Biondino, soltanto perché eseguite nella sua zona.
Le ricerche compiute dallo storico Fulvio Sasso, profondo conoscitore delle vicende che hanno interessato la vita di Matteo Abbindi, dimostrano che il Biondino, anche se conosciuto come persona dal grilletto facile, non era assolutamente implicato in molti casi che invece gli sono stati accollati. L’esempio più eclatante fu quello dei coniugi Garrone, proprietari del mulino di Roccaverano (AT). La loro cattura, con l’accusa di essere delle spie nazifasciste, fu effettuata dal distaccamento garibaldino comandato dal partigiano “Morgan”. Con un calesse furono trasferiti presso la sede del Biondino, che si rifiutò di fucilarli. Dopo alcuni giorni vi provvide un partigiano, su sollecitazione del Commissario politico. Il tragico sta nel fatto che le accuse imputate ai coniugi Garrone non vennero mai provate e, addirittura, potrebbero essere state una scusa per una vendetta o per potersi impossessare del mulino.
Caso inverso quello dei coniugi Pescetto, uccisi personalmente dal Biondino con una raffica della sua machinenpistole.
Tutto ebbe origine dalla presenza in zona di una donna, proveniente da Imperia, che disse di essere alla ricerca del marito che non si faceva sentire da molto tempo.
Sostiene di aver ricevuto, tempo prima, una sua lettera in cui dichiarava di essersi arruolato fra i partigiani di S. Giulia. Fa subito insospettire che nessun partigiano aveva l’età della donna e che nessuno si sarebbe mai sognato di scrivere a casa, con il rischio di farsi scoprire dalla censura praticata sulla corrispondenza, la località esatta in cui si trovava a fare il partigiano. Le fu trovato addosso un flacone contenente un liquido sconosciuto.
Invitata a berne il contenuto, la donna confessò di appartenere alla G.N.R. e di essere stata inviata con lo scopo di avvelenare il Biondino. Dichiarò anche che, nell’attesa di prendere contatti con i partigiani, era stata una settimana a Piana Crixia ospite dei coniugi Pescetto. Questo bastò per decretarne la loro condanna a morte.
Che il Biondino avesse il “grilletto facile” era risaputo.
In particolare la sua avversione era rivolta verso chi era accusato di spionaggio. Bastava il semplice sospetto per decidere la sorte dei malcapitati.
Bisogna pur affermare che i tentativi conosciuti d’infiltrazioni da parte d’agenti fascisti sono stati numerosi. Il carattere sospettoso del Biondino lo ha sempre messo in guardia da questi tentativi che sono stati sempre smascherati.
Già agli inizi del mese di Luglio si ebbe sentore che i rapporti fra il Biondino e il comandante della XVI^ Brigata si stavano facendo difficili. Tanto è vero che si giunse a formalizzare una grave accusa nei confronti del Biondino: furto, uccisioni indiscriminate e indisciplina.
Quello fu il primo tentativo di disfarsi dell’uomo attraverso le vie giudiziarie.
Il processo si tenne a Pruneto nei primi giorni dell’Agosto 1944.
Dal diario del partigiano Ortica, comandante di un distaccamento della stessa Brigata e uomo di fiducia di Devic, si legge: “Il Tribunale Militare era presieduto da Devic: i Giudici erano due Commissari Politici e due Capi Squadra. Il Biondino si difese dicendo che i furti consistevano in requisizioni fatte a ricchi proprietari fascisti, il ricavato serviva per dare una specie di paga ai suoi partigiani, specialmente a quelli che avevano famiglia. Disse che le spie era giusto eliminarle per dare un esempio agli altri. Per quanto riguarda la disciplina, era nei suo carattere comportarsi in quel modo: egli dal nulla aveva formato un forte gruppo partigiano, senza ricevere aiuti da nessuno, né armi, né denaro. Dopo aver discusso i capi di accusa il Biondino venne assolto, anche tenendo conto che era un uomo coraggioso e un ottimo combattente. Devic concluse dicendo che quel processo doveva servire come esempio a tutti coloro che avevano un comportamento indisciplinato; informò il Biondino che, se avesse continuato a comportarsi in quel modo, gli avrebbe tolto il comando”.
Fallito il tentativo di destituirlo con le vie legali, Devic cercò altri pretesti. Tentò di convincerlo a lasciare il comando con il scusa che non aveva la cultura necessaria per mantenere un simile incarico. Arrivò addirittura a presentargli chi sarebbe stato il suo successore.
Passano i giorni e arriviamo a quel fatidico fine Agosto 1944.
Ricordiamo che a quell’epoca il paese di S. Giulia era considerato una “roccaforte inespugnabile”, fino a quando non avvenne un episodio che stravolgerà tutto.
Un reparto partigiano cattura, nel Comune di Malvicino, e quindi ben lontano dalla base del Biondino, tre tedeschi della TOD, che stavano dirigendo lavori di rafforzamento dell’arcata di un ponticello su una strada secondaria.
Dopo alcuni passamani, i tre giungono alla base del Biondino, che non vuol saperne di trattenerli.
Come spesso accadeva, il Commissario Politico lo convinse.
Nel frattempo i tedeschi catturano 40 ostaggi civili e minacciano rappresaglie se i tre non sono liberati. Lo scambio avviene, con l’assicurazione, data al Biondino, che non avrebbero rivelato mai il luogo della loro detenzione.
Mancando alla parola data, uno degli ufficiali guidò invece la colonna dei tedeschi che effettuò il più feroce dei rastrellamenti compiuti in quella zona.
(Fu in quell’occasione che, per aver resistito ad un tentativo di violenza, un tedesco uccise una ragazza del posto. Papa Giovanni Paolo II, dopo un lungo processo, ne decretò la beatificazione).
Per non causare altri danni alla popolazione, il reparto del Biondino si trasferì nella zona del Todocco, sulle alture di Cortemilia.
Siamo alla vigilia dello scontro fra i due, che si concluderà con la morte di Devic […]

Cortemilia 29/8/1944 – Rapporto:
Questa sera venne Devic a Gorzegno il quale disse che a Cortemilia lo aspettava il Tenente di Mauri per ragioni di indole territoriale.
Partiamo e giungiamo nella suddetta città ed andiamo all’Albergo Corona Grossa dove vi erano il tenente ed il capo squadra Pino con un suo compagno, il tenente e Devic parlarono tra di loro poi
finito il Devic si rivolge al capo squadra Pino, dicendo: come mai ti trovi qui? E non sei colla tua squadra? Egli rispose che voleva parlare appunto di questo e cioè voleva esprimere il desiderio di passare con Mauri; egli rispose che senza il suo permesso non andava, ed aggiunse che lo avrebbe portato al comando.
Il tenente chiese a Devic di parlare, questi si alza raggiunge la soglia e poi ritorna dicendo al capo Squadra Pino: anzi ti disarmo e ti porto con me. Il Pino risponde queste testuali parole: non potete disarmarmi perché il mitra è del tenente, Allora il Devic rispondeva: va bene stai qua che poi ti conduco al comando. Egli dopo queste parole si avvia per parlare con il tenente da solo. Dopo un quarto d’ora io vado da loro e dico Devic andiamo a casa che è buio Egli mi seguì ma prima di
lasciare il tenente disse “prima voglio uccidere il Bettino ed il Biondino”. Allora io intervenni e gli dissi “vieni ed andiamocene ne parlerai poi domani”: Egli invece mi disse “Andiamo dal Bettino”.
Ma non lo trovammo. Ritornati indietro, sul ponte incontrammo Bettino il Biondino il Tenente, l’aiutante del tenente ed alcuni altri che parlavano tra di loro. Egli si interpose e disse: “Bettino mettiti da parte” ed a me disse: te lo do in consegna poi aggiustiamo. Il Bettino venne come
distaccandosi di due o tre passi. Mi volto e sento che dice a Pino “mettiti anche tu da quella parte” il ragazzo rimane titubante ed egli con voce imperiosa dice sono un colonnello e tu sei un partigiano
perciò tu mi devi ubbidire
. Per la verità Devic si trovava in uno stato di agitazione che credo incontrollabile. Si rivolge al Biondino e gli dice e tu mettiti anche te così aggiustiamo ogni cosa, il Biondino, cogli altri dice se può parlare sempre di li dove era, ne succede un battibecco, Devic pone la mano sullo Stayer rivolgendolo verso i presenti, sentii degli spari vidi cadere a terra Devic, era mortalmente ferito andai a prendere una cassa e lo adagiammo. Fu portato al cimitero.
Non aveva nulla indosso riguardante ai documenti ed al portafoglio.
IN FEDE
f.to Carlo […]

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