Giacomo Natta, negato alla stabilità

Edolo Masci, Carla, olio su tela, 1968 – Fonte: Reti Dedalus

Bordighera (IM), Premio Cinque Bettole del 1956: da sinistra Giacomo Natta, Carlo Betocchi e signora; in piedi i pittori Camarca, Giuseppe Balbo e Omiccioli – Foto di Beppe Maiolino – Archivio: www.giuseppebalbo.it

Il sedici maggio 1960 moriva in Roma, ospite, quasi a riconfermare la sua assoluta instabilità, lo scrittore ligure Giacomo Ferdinando Natta.

Al Caffè Giubbe Rosse di Firenze nel dopoguerra, da sinistra, sono seduti in prima fila Vittorina e Giuseppe Raimondi, Alessandro Parronchi, Mario Luzi, Eugenio Montale, Ugo Capocchini, in seconda Giacomo Natta e Leonetto Leoni. In piedi tra Parronchi e Luzi appare il Marchese Rafael Lasso de la Vega
Fonte: www.cultura-barocca.com

Era nato a Vallecrosia (IM) il 17 gennaio 1892 a un passo dal confine col Nizzardo. Ma al contrario del Mohamed Scheab del suo amico Ungaretti, non era “figlio di emiri” e non solo parlava il francese, ma si sentiva francese. Di cultura e di sentimenti. Ma come l’amato Montaigne, non amava Parigi, grigia e maleodorante, ma la luce tenue e dorata del golfo di Nizza, la Promenade des Anglais, il Capo d’Antibes di fronte all’Isola di Saint Honoré. Negato alla stabilità, come dimostrano i suoi passaporti affollati di visti, di continui passaggi di frontiera, era a suo agio nel frequentare più luoghi e più ambienti. Dalla Francia, dov’era stato precettore presso una ricca famiglia borghese, alla Svizzera dov’era stato segretario del grande psicoanalista e sessuologo Hirschfield, a Firenze, dove aveva frequentato con discrezione il circolo degli intellettuali che si dividevano fra i caffè delle Giubbe Rosse e il Paskoski, ai tempi di Lacerba, di Palazzeschi, di Dino Campana, di Soffici, di Montale, di Carlo Betocchi e di tanti altri poeti, scrittori, pittori come Rosai.

Giacomo Natta, tra Marino Piazzolla e Barilli
Fonte: www.cultura-barocca.com

Di quegli anni serbava un ricordo nitido e ironico. A Campana aveva dedicato uno splendido racconto, pubblicato su L’Approdo di Betocchi, a Roma si era stabilito verso la fine degli anni ’30, non senza improvvise assenze e non meno imprevedibili ritorni, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e i due decenni successivi, traducendo per editori, per la radio, facendo consulenze editoriali o correggendo poesie altrui alle quali non esitava aggiungerne dei suoi, estemporanei e dei quali mai avrebbe rivendicato la paternità. Le sue dimore erano state raramente gli hotel, più spesso camere d’affitto, piccole pensioni, come quella della moglie del giornalista Felice Chilanti, a un passo da Piazza di Spagna. E quello era, appunto, il suo luogo, fra il Caffè Greco e la sala da te Babington. Di quelle residenze temporanee, quasi soste ombrose in un deserto assolato, parlava con humor e ironia, ne dipingeva gli interni, tracciava i ritratti delle buone signore che le conducevano. Spesso vedove bisognose d’affetto oltre che di quattrini, materne o al contrario, invadenti e irritanti, quasi sempre rese indulgenti di fronte alla sua disarmata povertà.
Di una, in particolare, vedova di un noto architetto pontificio, faceva un ritratto a tutto tondo, nel quale erano compresi, come in una colonna sonora, i litigi con la sorella nubile, sventata e vogliosa e gli annunci trionfali di una prossima “grande esposizione delle opere di mio marito, il grande Beguet, che lascerà stupito lei che con quello straccio d’intelligenza che g’ha – la signora era meneghina – a mala pena riesce a campare”. Una volta che era tornato nella casa per ritirare una valigia lasciata in pegno per morosità, era stato accolto dalla sorella nell’ingresso in ombra. “Vostra sorella?” – aveva chiesto. E lei: “Mia sorella è morta, è lì, fra due ceri…”. E subito, allungando la mano: “E l’uccello, come sta?” Naturalmente non era vero niente, la sorella era viva e vegeta e più aggressiva che mai. Di un’altra, nizzarda, Madame Bernolet veuve Bricol, raccontava l’ossessione maniacale per la sporcizia degli ospiti e dei cani, che la spingeva a controllarne le deiezioni confrontando quelle che credeva di trovare nella sua casa o nel suo giardino. “Ça c’est trop fonsè, gli aveva detto una volta, c’èst pas a vous”, assolvendolo temporaneamente da ogni sospetto.

A Roma, nell’appartamento di un palazzo prossimo a Piazza Venezia ebbe una strana avventura, nella quale fui coinvolto marginalmente anch’io. Gli era stato offerto di abitarvi temporaneamente (tutto ciò che lo riguardava era irrimediabilmente temporaneo e provvisorio), ma ignorava la vera identità del suo proprietario, conosciuto occasionalmente nella trattoria da Toto in Via Mario dei Fiori. Accadde che una notte, la porta d’ingresso si aprì silenziosamente e che alcune persone entrassero nell’ampio ingresso e nel salotto. Le sentì sostare davanti alla porta della camera da letto, bisbigliando, e dopo qualche istante sentì la porta richiudersi alle spalle degli sconosciuti. Pensò a dei ladri, ma lo insospettì che tutto fosse rimasto in ordine e che nessun oggetto fosse stato asportato. La visita si ripeté per due, tre notti consecutive, finché una notte, rientrato più tardi del solito, si trovò di fronte due signori accomodati su due poltrone. Salutò com’era sua abitudine e, prima ancora che aprisse bocca, fu rassicurato da quello che sembrava il più autorevole dei due. Gli spiegò che lui e il suo collega erano agenti della polizia politica incaricati di rintracciare e, se possibile, arrestare il proprietario dell’appartamento. Si trattava di un pericoloso fascista repubblichino, già Moschettiere del Duce, scampato alla fucilazione alla quale era stato condannato da un Tribunale del Popolo nei giorni successivi alla Liberazione. Non c’erano sospetti sul suo conto, gli chiedevano semplicemente se lui, lo stimato prof. Natta (dissero proprio così), poteva essere loro d’aiuto. Natta disse di non sapere niente di preciso sul suo ospite e che, se glielo avessero chiesto, avrebbe abbandonato l’appartamento immediatamente. “È meglio che rimanga, non vogliamo suscitare i sospetti del ricercato”, dissero, prima di lasciare la casa. Quella notte il sonno era stato più sereno del solito.

L’indomani, da Babington, mi raccontò la sua avventura e mi chiese se non volessi io sostituirlo, avendo già lui trovato alloggio in una pensione del Babuino. Il gioco mi divertiva, accettai e, munito di chiave, a notte alta mi ricoverai nell’appartamento. Non successe niente. Ma al mattino il portiere mi avvertì che due signori avevano chiesto di me e che era meglio che mi recassi al Commissariato di polizia per chiarire la mia situazione. Lo feci immediatamente, risposi alle poche domande che mi vennero fatte e fui pregato di non frequentare ulteriormente l’appartamento. Seppi qualche mese dopo che il ricercato era stato arrestato e che la pena gli era stata commutata in qualche anno di carcere. Il francese era la lingua che Natta amava più di ogni altra, quella del cuore, e soprattutto della sua intelligenza. Dalla sua penna l’italiano, del quale aveva una padronanza assoluta, usciva come rinvigorito, sottratto alle facili mollezze estetizzanti che troppo spesso lo affliggono. Non ne faceva un vanto, ma ne era consapevole. Si era formato alla scuola dei libertini e dei moralisti, diceva, con una preferenza per questi ultimi, fra i quali amava cogliere affinità e differenze. Fra la carnalità dei primi e il deserto dei sentimenti dei secondi, mostrava di preferire il secondo, non senza nostalgia della prima. La Rochefoucauld era il suo mentore. Alle sue Maximes ricorreva ogni volta che i sentimenti minacciavano di mistificare la realtà. Diceva che il Marchese lo aveva reso “arido come un cardo” e, mentre ne consigliava la lettura, non mancava di mettere in guardia dalle sue conseguenze. Amava anche Saint-Beuve e i suoi Portraits che non si stancava di rileggere nella memoria, avvezzo com’era a non più frequentarne le pagine. Verso le quali non nascondeva una certa riluttanza che lo aveva indotto a preferire di “scrivere nell’aria”, disteso sul letto col viso rivolto al soffitto. Con quella penna ideale aveva riempito interi volumi, aggiungeva, con la sua solita, fine ironia. Quella che gli sciocchi gli rimproveravano, senza accorgersi che era proprio l’ironia che lo induceva a mitigare i suoi giudizi, a renderlo indulgente verso l’insipienza altrui.

di Ignazio Delogu (1928 – 2011) in Reti Dedalus

Il maestro Elio Lentini al microfono in un’edizione del Premio Giacomo Natta di Vallecrosia – sulla destra, un ritratto di Giacomo Natta
Nel 1957 a Bordighera (IM) per il Premio Cinque Bettole, da sinistra Giacomo Natta, Fernanda Pivano, Marise Ferro, Carlo Bo, Giancarlo Vigorelli, Guido Seborga, Carlo Betocchi
Fonte: www.bordighera.net

Per una bibliografia:

Giacomo Natta, Il cappotto di Dino Campana

… Enzo Maiolino è stato anche un uomo di cultura: un ricercatore appassionato con il “culto” della testimonianza e della memoria. Vanni Scheiviller ha sottolineato “il suo straordinario fiuto di segugio nella ricostruzione di un personaggio come Giacomo Natta, “l’amico Natta” (Questo finirà banchiere, Milano 1984)..

1 – Giacomo Natta, Questo finirà banchiere: racconti / Giacomo Natta; ricordo di Giacomo Natta a cura di Enzo Maiolino – Milano: All’insegna del pesce d’oro, 1984
2 – Pierre Gascar, Le bestie [traduzione dal francese di Giacomo Natta – Torino: Einaudi, 1955 (Tip. F. Toso)
3 – Giacomo Natta, Bordighera, Biblioteca civica internazionale, a cura di Enzo Maiolino [S.l. : s.n., 1986?] (Vallecrosia: Tipografia Visentin)
4 – Giacomo Natta, Il cappello stanco [a cura di Camillo Sbarbaro…] [… dopo il 1957] – Genova: Lombardo
5 – Gérard de Nerval, Conoscere Retif de la Bretonne; a cura e con introduzione di Giacomo Natta – Roma, Organizzazione editoriale tipografica, [1945?]
6 – Giacomo Natta, L’ospite dell’Hôtel Roosevelt; prefazione di Giuseppe Ungaretti – Milano: Edizioni della meridiana, 1953

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