I caratteri della Resistenza nel Monferrato

Casale Monferrato (AL), Via Lanza – Fonte: Wikipedia

Al liceo classico di Casale Monferrato, fino all’autunno 1943, vi era un preside e alcuni docenti che utilizzavano gli insegnamenti scolastici per convincere e formare le coscienze degli alunni in modo adesivo al regime, al Fascio. Si raccoglievano soldi e indumenti per inviare alle truppe in guerra, per aiutare i soldati nelle colonie africane; in ogni aula, tramite un sistema di filodiffusione audio, si ascoltavano i discorsi del Duce e dei gerarchi fascisti; si moltiplicavano gli abbonamenti alle riviste fasciste, comprese quelle inneggianti alla guerra e all’imprese espansive per raggiungere l’impero. A scuola, e non solo a scuola, si intrecciava la cultura con la propaganda, per fare proseliti.
Di contro, invece, dal settembre 1943 vi fu un crescente dissenso fra gli studenti, animato anche dal mondo cattolico. Ad ottobre, i tedeschi presenti in città prelevarono a forza con camion varie decine di studenti all’uscita del liceo e li costrinsero a pulire le caserme militari in vista dell’arrivo delle SS tedesche. Nei giorni a seguire, gli studenti non frequentarono la scuola per giorni, protestando contro la violenza subita. Anche fra i docenti, il fronte prima compatto e filoregime si ruppe; pochissimi aderirono alla RSI; iniziarono le forme di antifascismo fra i giovani, in collegamento con le prime formazioni partigiane nate fra le colline.
Dalle scuole e dagli oratori, giungevano idee ed entusiasmo.
Nel liceo classico, s’infittiva il dialogo fra alunni e docenti. Nell’istituto, maturarono le convinzioni antifasciste, Pietro Lenti (fucilato a Valenza con tutti i componenti della banda Lenti, catturata a Madonna dei Monti di Grazzano Badoglio), il partigiano Sergio Morello, figura emblematica della resistenza monferrina e delle valli piemontesi.
Gli animatori del CNL di Casale Monferrato svilupparono contatti con l’ambiente scolastico della città.
Significativa, ad esempio, fu la figura del giovane studente Tommaso Grandi (detto Steulin).
Nato a Calliano il 22/5/26, frequentava il III anno del liceo classico di Casale Monferrato, quando aderì alla Divisione Partigiana Matteotti, nella brigata di Calliano a maggio 1944. Venne subito inserito negli organici della formazione e si distinse per impegno ed efficacia.
Grandi Stefano e l’amico callianese Antonio Spinoglio strinsero legami di amicizia con i proprietari del circo Saladini, un piccolo circo di provincia che si era fermato alcuni giorni a Calliano. Grazie a questi contatti, si erano avvicinati agli ambienti della R.S.I. di Asti per carpire utili informazioni. Dalla loro delicata azione, si ebbero alcune importanti notizie sulle programmate operazioni di rastrellamento nazi-fascista, sugli spostamenti delle truppe e sulle spie inserite nelle organizzazioni partigiane.
Il Grandi e lo Spinoglio decisero, con uno stratagemma non perfettamente riuscito, di sottrarre armi e munizioni alla caserma di Asti delle Brigate Nere. Vennero scoperti e catturati. Chiusi nelle carceri di Asti, vennero interrogati, seviziati. Il 23 aprile, quando le truppe fasciste della RSI abbandonarono Asti per Milano, alcuni soldati della legione Muti li condussero dal carcere alla località Duca di Valmanera e qui vennero uccisi a raffiche di mitra.
Ancora per non dimenticare.
Il Vescovo Giuseppe Angrisani ed il clero casalese vennero etichettati come “clero ribelle e stonato” rispetto alla diffusa omogeneizzazione.
Nelle sezioni del P.N.F., fra i miliziani, fra le truppe tedesche, il clero casalese venne spesso apostrofato e denigrato. Tangibili prove sono i commenti pubblicati sul periodico “Lavoro Casalese”, alcuni rapporti della polizia locale, le prese di posizione delle autorità fasciste.
In città, oltre al clero secolare, espressero chiaro dissenso verso il fascismo e l’occupazione tedesca, anche le comunità salesiane del Valentino ed i Padri Somaschi di via Trevigi.
I salesiani ospitarono parecchi militari dopo l’8 settembre, numerosi giovani renitenti; accolsero partigiani, nascosero vitto, vestiario ed armi. La loro casa divenne un riferimento operativo di transito, da Casale verso Alessandria ed Asti, dalla città verso la collina.
Nell’oratorio del Valentino vi era pure una sala riservata ai militari di leva, denominata “Convegno militare”. Qui trovarono tutti ospitalità, in pieno raccordo con l’altro centro d’accoglienza salesiano di Borgo S. Martino, dove dal 9 al 20 settembre ’43 ricevettero ospitalità ed aiuto, vitto e sostegno più di 620 militari di passaggio.
Nei mesi successivi, i salesiani casalesi ospitarono quattro ex militari siciliani per circa un anno e protessero, con vitto completo, per diciotto mesi il tenente Filosa Vittorio di Napoli.
A Borgo S. Martino, dal 10 settembre ’43 a marzo ’44, i salesiani ospitarono otto ufficiali ricercati dai fascisti e, dal 24 dicembre ’43 al 15 marzo 1944, vennero nascosti due partigiani che sfuggirono gli arresti dei nazifascisti ad Arcesa di Brusson.
A Casale, il direttore Don Giuseppe Orsingher consigliò, aiutò e protesse la famiglia ebrea Rosenthal, come altri ebrei di passaggio. Anche a Borgo S. Martino, a marzo 1944 venne ospitata una famiglia ebrea, prima di raggiungere la Svizzera.
Don Antonio Volpato, sacerdote salesiano, venne arrestato dalla Brigata Nera nell’ottobre ’44. Furono ispezionati e perquisiti i locali della comunità salesiana e la camera di Don Volpato. Subito si presentò e, mentre salutava un gruppo di persone (una decina), si sentiva afferrare dal maggiore tedesco Meyer per l’orecchio sinistro tirandolo da farlo sanguinare e spingendo brutalmente a terra. Contemporaneamente vomitò mille improperi contro i preti, incolpandoli di favorire i ribelli, gli ebrei ed impedire che i contadini si presentino sotto le armi. L’interprete (la signora Tani, svizzera), urlando ancor più del maggiore, traduceva esagerando ancora. Il direttore si mantenne calmissimo e infine domandò di parlare. Disse: “Io non ho mai favorito i ribelli e gli ebrei, non ho mai favorito azioni. Il trattamento ricevuto in questo momento, veramente fuori legge, lo deferirò al Comando superiore che ben conosco”. Il Meyer continuò: “Restano sotto sequestro la sala del convegno, la camera del prete e le altre due vicine. Voi preti sarete tutti fucilati, compreso il vostro Vescovo”. Poi se ne andarono.
Nei giorni successivi, i salesiani coinvolsero i superiori di Torino che si recarono ripetutamente da Meyer. Il maggiore si dimostrò sempre più determinato. Don Volpato venne trasferito al comando tedesco di Valenza. I tedeschi portarono via dall’oratorio tutti i mobili e le attrezzature, fonografo, macchina proiezioni, dischi. Meyer confermò sempre la volontà di condannare Don Volpato. Dopo ennesime trattative, si giunse allo scambio fra tre caporali tedeschi catturati dai partigiani (Schick, Manuel, Berustein) e tre sacerdoti (don Volpato, don Ballario e don Boiardo). Don Volpato ritornò al Valentino il 23 novembre. La vicenda di Meyer fra i Salesiani del Valentino conferma l’arroganza, la violenza e la pretestuosità dell’atteggiamento dei tedeschi occupanti.
Vi fu un altro fatto significativo, poco noto, opportunamente ripreso dalla storiografia locale più attenta. La sera del 4 marzo 1944, nella frazione di Zanco del Comune di Villadeati, nella chiesa parrocchiale, si tenne un incontro presieduto dal Vescovo Angrisani. Vi parteciparono, inoltre, un rappresentante del Vescovo di Parma, monsignor Evasio Colli (originario di Lu); un rappresentante dell’arcivescovo torinese Maurilio Fossati, un delegato del Vescovo Monsignor Umberto Rossi di Asti; una decina di parroci monferrini, fra i quali don Ernesto Camurati, alcuni esponenti della DC. L’incontro venne promosso anche da Giovanna Mazzone, fondatrice di numerose opere sociali a Casale Monferrato ed animatrice dell’antifascismo cattolico.
Ed infine, la testimonianza coraggiosa degli ebrei vittime di una discriminazione folle.
Fu con il 1938 che si acuì e prese tragica forma il razzismo fascista antiebraico, dopo solo settant’anni di vita dello Stato unitario. Prima in modo lieve e poi più esplicito, il regime intensificò il teorema della razza pura, muovendo dalle misure repressive ed isolatrici all’interno della scuola pubblica, giungendo poi al Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato il 14 luglio sul “Giornale d’Italia”; promosse una serie di censimenti locali sulla popolazione ebraica, decretò l’estraneità degli ebrei alla comunità nazionale.
In data 18 agosto 1938, il Ministero dell’Interno comunicò ai vari prefetti che “l’appartenenza alla razza italiana è requisito essenziale e inderogabile per poter coprire cariche pubbliche”.
Venne disposta la sostituzione dei funzionari pubblici non ariani e si costrinse ad attribuire incarichi pubblici, inviti per discorsi o comunicazioni solo ad esponenti della razza italiana; sulle guide telefoniche non potevano comparire i nomi degli ebrei; sulla stampa nazionale non poteva comparire la pubblicità di aziende ebraiche.
A livello locale, “Il Monferrato” del 20 agosto 1938 diede ampio spazio ai provvedimenti limitativi e discriminatori previsti dalla legislazione, dalle circolari ministeriali ed ordinanze.
In data17 settembre del 1938 diede la notizia come alcuni insegnanti ebrei fossero stati esonerati dall’incarico: il prof. Raffaele Jaffe dovette lasciare la presidenza del Magistrale Lanza e la prof. Levidalli lasciare il posto di docente all’Istituo Tecnico Leardi.
Jaffe era nato ad Asti nel 1887, da Jaffe Leone e Foa Debora. Sposò Luigia Cerutti. Si battezzò nel 1937. Venne arrestato a Casale nella retata del 16 febbraio 1944, trasferito al campo di Fossoli, poi deportato ad Auschwits, deceduto il 6 agosto 1944.
Il Consiglio dei Ministri del 2 settembre ’38 aggiornò il regio decreto legge n. 1930 che proibì agli ebrei l’iscrizione alle scuole di qualsiasi ordine e grado, vietò il conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza; fu interdetto agli ebrei l’insegnamento universitario e negli istituti superiori; furono vietati i libri di testo redatti da ebrei; vi fu una vera epurazione dei testi ebraici. Nell’anno scolastico ’38-’39 a Casale, ben quindici alunni vennero allontanati dalla scuola pubblica.
“La Gazzetta di Casale” fece eco alle leggi e disposizioni repressive; giunse a pubblicare un elenco di 27 ditte da boicottare perché di proprietà israelitica.
Il giornale invitò i veri fascisti a non comperare i dolci nella pasticceria di Elia Carmi, a non acquistare tessuti e gioielli nei negozi di Foa e sotto i portici di via Roma.
Una ricorrente campagna antisemita venne condotta dal settimanale “Il Lavoro casalese” per tutto il periodo di pubblicazione (’43-’45), con direttore Arturo Pettenati, sindacalista nazionale dei cementieri.
Proprio “Il Lavoro casalese” accusò ripetutamente gli ebrei di alimentare la diserzione e la renitenza ai bandi di Graziani, di promuovere alcuni furti di mezzi ed armi alle caserme e sedi della RSI. Il 4 dicembre ’43, in occasione della riunione del rinato Fascio casalese, il leader Carlo Fornero chiese una pubblica denuncia di tutti coloro che avevano tratto vantaggio dal capitalismo ebraico. La polizia locale ed i militi del RSI assicurarono, in realtà, alle truppe tedesche ogni appoggio operativo alle varie campagne antisemite. Ad inizio ’44, il commissario di PS Maiocco, con la collaborazione del segretario politico fascista Bacco e del console Imerico, con l’inganno, raccolse l’elenco completo dei pochi ebrei ancora residenti, anziani, ammalati; venne promessa la loro esclusione dalla deportazione.
L’elenco venne, invece, dato alle SS per i futuri arresti. A Casale, da febbraio a maggio ’44, furono arrestati 18 ebrei, inviati poi nel campo di Fossoli di Carpi, poi alle Nuove di Torino, infine in Germania. Solo un ebreo catturato tornò in Italia: Emilio Foa.
Gli ebrei arrestati e inviati ai campi di sterminio nazisti furono: Faustina Artom, anni 73; Vittorina Artom, anni 75; Isaia Carmi, anni 58, già consiliere comunale; Carlo Cohen Venezian, anni 59; Riccardo Fiz, anni 74; Roberto Fiz, anni 70; Matilde Foa, anni 54; Raffaele Jaffe, anni 66; Augusta Jarach, anni 67; Federico Simone Levi, anni 66; Vittorio Levi, anni 41; Erminia Morello, anni 58; Corrado Mortara, anni 32; Lino Muggia, anni 66, Giuseppe Raccah, anni 69; Bianca Salmoni, anni 60; Cesare Davide Segre, anni 57; Sanson Segre, anni 85; Giulia Rosa Segre, anni 56; Moise Sonnino, anni 79; Eugenia Allegra Treves, anni 73; Sharja Gruzdas, anni 40.
Drammatica la vicenda del dott. Riccardo Fiz: venne prelevato ed arrestato dal letto dell’Ospedale, dove giaceva vecchio ed infermo. Si parlò di una delazione o errata indicazione di una suora in servizio all’ospedale.
Arturo De Angeli (esponente e segretario della comunità ebraica nel primo dopoguerra) riuscì a scappare con la sorella ed i genitori, trovando rifugio fra le colline.
All’elenco, vanno aggiunti molti altri casalesi ebrei che vennero arrestati in altre località italiane, perché già avevano abbandonato la comunità casalese. Anche a Casale, a seguito delle circolari prefettizie e degli ordini impartiti dagli organi di polizia, gli ebrei videro sempre più limitate le libertà personali, con sequestro delle radio, con controlli domiciliari notturni, con improvvise convocazioni alla sede del Fascio, con minacce e schiaffi lungo le vie della città, con precettazioni nei campi di lavoro.
Sergio Favretto, avvocato e saggista storico
[Tra le pubblicazioni di Sergio Favretto: Il papiro di Artemidoro: verità e trasparenza nel mercato dei beni culturali e delle opere d’arte, LineLab, Alessandria, 2020; Con la Resistenza. Intelligence e missioni alleate sulla costa ligure, Seb27, Torino, 2019; Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza, Seb27, 2017; Fenoglio verso il 25 aprile, Falsopiano, 2015; La Resistenza nel Valenzano. L’eccidio della Banda Lenti, Comune di Valenza, 2014; Resistenza e nuova coscienza civile. Fatti e protagonisti nel Monferrato casalese, Edizioni Falsopiano, Alessandria, 2009; Giuseppe Brusasca: radicale antifascismo e servizio alle istituzioni, Atti convegno di studi a Casale Monferrato, maggio 2006; Casale Partigiana, Libertas Club, 1977]

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