Il campo di internamento per slavi ad Alatri

Fonte: FAI

A partire dall’estate del 1942, in numerosissimi piccoli comuni del centro e nord Italia vengono internate, ad opera di una struttura del Ministero dell’Interno, circa duemila persone, tutte provenienti dalla cosiddetta provincia del Carnaro (cioè Fiume-Rijeka) (vedi P111).
Nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie composte da anziani, donne e bambini avviati all’internamento in quanto “congiunti di ribelli”.
In realtà, se guardiamo ai luoghi di provenienza di questi cosiddetti “congiunti di ribelli”, ritroviamo molti dei nomi dei villaggi distrutti dall’esercito italiano come forma di rappresaglia indiscriminata nei confronti della popolazione civile accusata di dare aiuto e sostegno al movimento partigiano.
Gli internati provengono, ad esempio, da Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje vedi AC00390), o Radevozzo in Monte (Ratečevo Brdo, vedi AC00460), Rubessi (Rubeši, vedi AC00459), Postegna di Villa di Montenevoso (Podstenje, Ilirska Bistrica, vedi 00510), Castua (Kastav, vedi AC00690), ma soprattutto da Jelenje e Podhum.
Solo da queste due ultime località, dopo la fucilazione di circa cento uomini e l’incendio delle case, vengono internate più di 1.000 persone (tra gli altri, vedi le località di nascita di molti degli internati in AC00613 e AC00001).
Quasi sempre, prima di essere assegnati all’internamento in un piccolo comune del nord o centro Italia, i civili rastrellati dalla provincia di Fiume vengono raccolti presso il campo provvisorio di Laurana (Lovran) (vedi ad esempio AC00490 e AC00553).
In un documento della prefettura di Parma si fa cenno comunque a un altro campo di transito, molto poco conosciuto, quello di Mattuglie (Matulji, vedi AC00635).
[…] Tra l’inizio di gennaio e la fine di marzo 1943, al campo delle Fraschette si susseguono dunque gli arrivi: il 18 dalla provincia di Alessandria (Sezzadio, San Salvatore Monferrato, Bassignana e Lu Monferrato); il 27 dello stesso mese dalla provincia di Cuneo (vedi AC00426 anche dal comune di Sanfrè); tra il 15 gennaio e la fine di marzo, in diverse giorni e da ben undici comuni (Verbania, Borgo Ticino, Invorio, Divignano, Armeno, Borgolavezzaro, Orta San Giulio, Carpignano Sesia, Fara Novarese, Romagnano Sesia e Grinasco) arrivano dalla provincia di Novara. Dalla quella di Vercelli partono invece 220 internati in un unico scaglione il giorno 8 marzo 1943 (vedi AC00254).
Dalla Lombardia, per primi – il 26 gennaio – vengono trasferiti alle Fraschette gli internati presenti nella provincia di Sondrio (vedi AC00139); durante il mese di febbraio arrivano da Pisogne, Bagolio, dal ricovero per anziani di Botticino e Pezzaze da Iseo e Marone, tutti comuni in provincia di Brescia; contemporaneamente ai 79 internati della provincia di Cremona (probabilmente quelli ospitati presso l’Ospedale Germani di Cingia de’ Botti); qualche giorno prima, il 29 gennaio, è la volta dei 63 “congiunti di ribelli” provenienti dalla provincia di Bergamo (vedi AC00325); infine, a febbraio, vengono trasferite le persone internate nelle provincie di Mantova e Como.
Dalla provincia di Genova è documentato un solo trasferimento, quello del 13 febbraio 1943 di sei internati (una donna con i suoi cinque figli tutti minorenni) provenienti dal comune di Torriglia.
Tra gennaio e marzo del 1943 arrivano al campo di concentramento Le Fraschette anche i “congiunti dei ribelli” internati nelle provincie dell’Emilia Romagna, della Toscana e dell’Umbria: 14 persone da Novi di Modena; 27 da Neviano degli Arduini, 12 da Pellegrino Parmense e 13 da Varsi (questi ultimi tre comuni tutti in provincia di Parma); 22 dal comune di Argenta in provincia di Ferrara; 27 da diverse località della provincia di Siena; dall’Umbria provengono i 22 internati alloggiati presso l’Ospedale degli Incurabili di Perugia, i 4 ospitati a Montefalco e i 6 di Montegabbione.
Per il Veneto abbiamo rintracciato ordini del Ministero dell’Interno rivolti solo alla prefettura di Padova e a pochi altri casi specifici. Così, dai comuni padovani di Galliera Veneta, Gazzo Padovano, Grantorto, Galzignano, Vescovana, Piombino Dese, Tombolo, Mestrino e Sant’Urbano partono suddivisi in tre diversi scaglioni alla volta di Frosinone 60 internati civili molti dei quali nativi di Podhum. Dalla provincia di Belluno, e precisamente dalla casa di ricovero di Lamon e da quella di Cavarzano, vengono trasferite altre 20 persone.
Tutti i trasferimenti al campo di concentramento delle Fraschette avvengono – come abbiamo detto – tra la fine del 1942 e il mese di marzo del 1943. C’è però un’eccezione, quella dei “congiunti di ribelli” internati nel comune di Penne, in provincia di Pescara, avviati ad Alatri il 10 luglio del 1943. Si tratta di ventidue persone (5 famiglie) provenienti probabilmente dalla cittadina di Kastav. A Penne sono sistemati nei locali delle ex concerie Cantagallo, anche se l’edificio avrebbe bisogno di urgenti lavori. In un primo tempo sembra che il Ministero dell’Interno approvi la spesa. Ma qualcosa evidentemente va storto. E così un anno dopo il loro arrivo, anche i civili internati a Penne vengono trasferiti nel Lazio.
In conclusione, ad Alatri sarebbero stati internati nel complesso almeno mille “congiunti di ribelli” della cosiddetta provincia del Carnaro.
A questi devono però essere aggiunti i 405 internati provenienti direttamente dal campo provvisorio di Lovran (Laurana).
Infatti, nel novembre del 1942, il prefetto di Fiume Temistocle Testa vuole chiudere tale campo, e ordina pertanto di inviare i 350 internati ancora presenti direttamente alle Fraschette di Alatri. Il primo dicembre 1942 partono 231 internati (vedi AC00465 e AC00466). I rimanenti, insieme a nuovi rastrellati, partono in due scaglioni: 77 persone il 18 febbraio 1943, altre 97 tre giorni dopo (vedi AC00507 e AC00456). Per un totale quindi di 405 persone.
Redazione, Alatri – Campo di concentramento Le Fraschette, I campi fascisti

[…] Ma vediamo più da vicino il campo delle “Fraschette”: una chiara descrizione è data, ad esempio, da una slovena che fu internata: Milena Giziak da Vertoiba, frazione del comune di Gorizia. Arrestata con tutta la famiglia nel settembre 1942 perché un fratello era andato partigiano, rinchiusa in carcere (aveva solo 13 anni!) fino al marzo 1943, con cibo scarsissimo e con suore-agenti di custodia che obbligavano le donne a pregare, fu, infine, spedita con altre 150 donne alle “Fraschette”. Ecco cosa leggiamo nella testimonianza rilasciata dalla stessa e pubblicata nel volume dell’ANED intitolato: “Gli internati dal 1940/1943”.
“Il campo di Fraschette era collocato in una conca disabitata, circondata da monti. Eravamo quasi solo
donne. Il vitto era impossibile: un mestolo di brodaglia e un etto di pane al giorno. Sporcizia rivoltante nei luoghi dove il cibo veniva preparato. Spaventose soprattutto le condizioni delle croate e delle greche, tanto da essere costrette ad aggirarsi attorno ai bidoni della spazzatura onde recuperare bucce di patate e qualche altro scarto”.
Una certa solidarietà, afferma la Giziak, veniva loro dai giovani soldati di guardia, i quali “tolleravano le
uscite clandestine delle internate per saccheggiare nelle campagne circostanti la frutta e quant’altro potesse attenuare gli stimoli della fame”. È l’eterna complicità dei sessi, che prescinde dalle ideologie e dai regolamenti; una delle cose che, in ogni epoca, hanno consentito di sperare, nonostante tutto.

Fonte: FAI

LA MEMORIA LUNGA

Dei campi di deportazione ed internamento fascisti, abbiamo detto, raramente si parla, ma non possiamo continuare ad esaltare le colpe degli altri omettendo l’esame dei nostri errori che si chiamano appunto “confino” ed “internamento”, misure realizzate da un governo pienamente legittimato, dal Fascismo monarchico libero e sovrano. Questo fascismo ha partorito la realtà del campo “le Fraschette” di Alatri. Questo campo è particolarmente interessante perché rappresenta diverse tipologie di internamento succedutesi, e risponde alle diverse basi dello sviluppo dei campi di concentramento fascisti.
Nel 1922 il fascismo istituì il confino di polizia per avversari politici; nel 1938 vi furono le leggi razziste
(che si preferisce, per vergogna, chiamare “razziali”), con possibilità di provvedimenti restrittivi verso gli ebrei; l’internamento invece risale al 1940 ed è misura di guerra. Il regime ne fece largo uso, molto più del “confino”, perché per comminare il confino erano necessari alcuni passaggi burocratici, il confinato poteva appellarsi e così via. L’internamento invece non aveva bisogno di commissioni, né di rinnovi. Era un provvedimento rapido e definitivo. Anche per questo “istituto”, però, va fatta un’ulteriore distinzione: c’era un internamento di Polizia, che concedeva un sussidio agli internati, ed una seconda forma di internamento, gestito direttamente dai militari, che riguardava i territori occupati. Non concedeva alcun sussidio, e riguardava in massima parte le popolazioni slave,
dove era viva l’attività partigiana. Il campo delle “Fraschette” venne progettato nell’aprile del 1941 per ospitare 7.000 prigionieri di guerra, ma, dato il problema impellente degli sfollati, il Ministero degli Interni decise presto di destinarlo a questo uso. Alla fine prevalse un terzo uso: campo di internamento per migliaia di slavi che venivano deportati per rappresaglia contro l’attività partigiana. La gestione dell’internamento, però, fu affidata non alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, bensì all’Ispettorato Generale per i servizi di guerra. Ciò consentiva al governo di risparmiare il versamento del sussidio di L. 6,50 al giorno per ogni internato. Al campo, dunque, fu la fame più nera. All’interno del campo, si mangiava solo, da parte degli slavi, la brodaglia preparata dai militari.
Diversa era invece la situazione per i non numerosi internati anglo-maltesi che venivano assistiti dalla Croce Rossa svizzera. Erano gli slavi, insomma, ad essere condannati all’inferno. Traccia chiarissima ne risulta dalla consultazione dei registri di morte, di cui il sindaco di Alatri, con gesto liberale e lungimirante, ha consentito a chi scrive la consultazione e l’uso per fini di documentazione storica.
L’elenco è lungo, allucinante. Morivano, in percentuale, il 95% di internati slavi, quasi ogni giorno, dai
due mesi di età agli 89 anni (in appendice a questo studio pubblichiamo un elenco parziale di tali vittime).
Nel luglio 1943 su 1.162 “Dalmati” presenti nel campo, circa 500 erano bambini, quasi tutti orfani. Gli
internati erano civili, familiari di “ribelli” slavi, tenuti in ostaggio per convincere i partigiani a rinunciare alle loro attività in cambio del ritorno a casa degli internati. Di queste cose, in particolare, si è occupato lo storico calabrese Carlo Capogreco, a cui dobbiamo la maggior parte delle notizie qui sopra riportate. Il 25 luglio non modificò la situazione degli internati, che, anzi, nell’estate del 1943 salirono fino ad un numero massimo di 4.500 persone.
Dopo l’8 settembre, il venir meno della vigilanza consentiva a molti internati di fuggire, e, nel novembre dello stesso anno, le SS tedesche imposero al governo di Salò il trasferimento degli ultimi rimasti, in numero di 1.300, al campo di Fossoli, presso Carpi. Gli slavi, però, avevano avuto modo, per la massima parte, di tornare fortunosamente e faticosamente a casa. I tedeschi non erano molto interessati ad essi. Uno studio approfondito su queste vicende però manca ancora. Con l’estate del 1943, inoltre, il vescovo di Alatri, mons. Facchini, aveva ottenuto la presenza di una comunità di 5 suore nel campo per assistere gli internati. Preferiamo trattare a parte questa vicenda.

IL VESCOVO ANTIFASCISTA

Agli inizi di febbraio 1944, il governo di Salò inviava alla segreteria di Stato vaticana una nota riservata,
riguardante il vescovo di Alatri, mons. Facchini. Ci piace riportarla:
“Monsignor Vescovo di Alatri il giorno 30/1/1944 durante la Santa Messa delle ore 12.00, in un appello ai fedeli di Alatri dichiarava, alla presenza di numerosi ufficiali, che era necessario mostrare ai tedeschi i denti”.
Fu lui a coordinare in zona le tre componenti della Resistenza (quella cattolica, quella militare e quella
marxista, che divenne presto preminente) ed a fornire il ciclostile per stampare, in Curia, il giornale clandestino dei partigiani. La morte di questo nobile prelato, negli anni ’60, durante il Concilio Vaticano II, non ha attenuato il rispetto dei concittadini per il nome; rispetto che è sempre stato e rimane totale. Il segretario di mons. Facchini, oggi vecchio parroco di campagna, ma fine intellettuale ed ottimo filologo autore di studi specialistici, fornisce testimonianze verbali toccanti circa quel periodo. La presenza di quel campo di internamento nella sua diocesi era, per il Vescovo, una spina nel cuore che non gli dava pace. “Andava anche due o tre volte al giorno al campo, a piedi oppure con la sua Balilla”. “I responsabili del campo non avevano grande considerazione per le condizioni
degli internati”. Accadevano strani traffici, specie denaro. Monsignor Facchini accusava tutti pubblicamente, dal pulpito. Riuscì a far trasferire il direttore, ma, dopo poco, lo vide reintegrato. Partì allora per Roma, per parlare col Capo della Polizia, ma non ottenne nulla. Evidentemente troppo forti erano gli interessi in gioco. Ottenne però l’autorizzazione a creare, all’interno del campo, un presidio di suore; al momento dell’attuazione, però, le suore della diocesi si rifiutarono. Mons. Facchini era prelato non uso a discutere con i suoi inferiori: dette ordine alle stesse di eseguire le sue direttive. È grazie al diario della superiora di quel gruppo di suore, Madre Mercedes Agostini (che proprio Facchini volle fosse compilato e conservato), che abbiamo notizie preziose sulla vita del campo.
Un giorno il Vescovo dovette protestare affinché l’infermeria del campo fosse fornita di un bisturi: durante la notte, infatti, un internato medico aveva dovuto operare un’appendicite urgentissima con una lametta da barba “perché l’ospedale era lontano e l’ammalato rischiava di morire in barella”. A guerra finita, dettero a Mons. Facchini una medaglia di bronzo al merito, ma egli non volle andare a ritirarla in Prefettura. È bello anche sentire di queste testimonianze: il 1° maggio 1943, cinque donne slave del campo furono sorprese con un nastrino rosso tra i capelli. “È il 1° maggio, dissero ai poliziotti, e vogliamo festeggiarlo”. Il Prefetto, informato, raccomandò maggiore vigilanza. E sempre dal Prefetto, Mons. Facchini (che pur sempre era sacerdote), si lamenta così: “i soldati addetti alla cucina si prendono la libertà di assumere in cucina, come aiutanti, le più belle tra le donne del
campo”. E pazienza!

ANCORA TESTIMONIANZE

Luisa Deskovic, dalmata, nel 1941 studiava a Belgrado ed era comunista. Scoppiata la guerra, rientrò a
Sebenico e fu arrestata per le sue idee politiche. Confinata a Ventotene, senza alcun processo, nell’agosto 1943, a fascismo caduto, fu trasferita alle “Fraschette” dai “badogliani”. Si dichiarò, al momento dell’immatricolazione, jugoslava, ma i poliziotti la minacciarono: “la Dalmazia è Italia!”.
“Gli slavi all’epoca erano circa 4.000. Due volte al giorno ti davano il rancio con la gavetta, una brodaglia con qualche pezzo di zucca. Non ho mai mangiato, né prima né dopo, una roba tanto disgustosa”, dichiarò.
Dopo l’8 settembre, tra la confusione generale, decise di allontanarsi. Prese il treno per Roma e da lì risalì al Nord Italia. Altri rimasero, altri ancora furono deportati dai nazisti. Oggi andrebbe fatta una ricerca accurata.
La mortalità nel campo, specialmente tra i piccoli, era alta. I fanciulli infatti erano privi di ogni cura e
lasciati per tutta la giornata fuori. La ristrettezza delle baracche induceva le mamme a spingerli fuori. Con l’arrivo della scuole, si organizzò una scuola per 400 alunni. I bimbi croati organizzarono un coro: “amavano cantare”, dicono le suore nelle loro testimonianze. Dal Vaticano incominciò anche ad arrivare latte in polvere. Finalmente!
Ma oramai eravamo nell’estate del 1943 e troppi erano morti in precedenza. Suor Mercedes ricorda i nomi di cinque bambine croate affidatele: SKERIC Ljubica, di 5 anni; SKERIC Milica di 9 anni; SKERIC Stefania di 7 anni; Tommasovic Danica di 12 anni; Matjejevic Milica di 7 anni.
“Camminavano scalze, tenendo in mano gli zoccoli perché erano troppo grandi”. Al momento del bagno, la più piccola pianse nel doversi mettere in acqua. Al momento del trasferimento degli ultimi internati a Fossoli, le suore li scortarono fino a destinazione.
Dopo il 1944 il campo ospitò prima prigionieri tedeschi e poi profughi e dalmati, ed altri ancora, fino agli anni ’70, quando fu chiuso, per essere riaperto dopo la caduta del muro di Berlino: la storia continua!

QUELLI CHE RIMASERO

Ecco l’elenco parziale degli internati defunti tratto dal registro di morte fornito dal Comune di Alatri. La limitatezza del numero qui riportato è data solo dal fattore contingente dello scarso tempo disponibile, a chi scrive, per la ricerca; ma di molto detto elenco si potrebbe allungare, e lo si può allungare, se lo si ritiene opportuno, data la disponibilità, meritevole, del sindaco Cittadini. Le sicure inesattezze nelle indicazioni delle località di origine dei defunti, sono dovute alla scarsa conoscenza di quelle località, sia da parte di chi scrive che da parte dell’estensore del certificato relativo nel 1943.

data di morte cognome nome luogo di nascita e anno età

03/01/43 Pavic (Pavic) Nicola (Nikola) Betina (1892) 11
08/01/43 Stimac (`´Stimac) Giuseppe Cerni Lug (`´Crni Lug) 88
11/01/43 Branica Fortunato Susak (Su`´sak) 72
12/01/43 Malnar Maria Cerni Lug ( `´Crni Lug) 65
19/01/43 Molnar Isidoro Crni Lazi ( `´Crni La`´zi) 66
20/01/43 Segic Giovanni Esopiccolo (Mali Azor) 74
24/01/43 Rodin Antonio (Ante) Previcchio (1872) 70
06/02/43 Sarson (Sar`´son) Miranda Fiume mesi 2
10/02/43 Badalon Andrea Castel (Ka`´stelj) 63
11/02/43 Zivkovic (`´Zivkovic) Matteo (Mate) Zaton (1872) 72
15/02/43 Iadrievic (Jadrijevic) Giovannina Prinosten (Primo`´sten) 66
17/02/43 Vranic Agostino Costerna S. Lucia (Kosterna) 79
23/02/43 Zoretic Angela mesi 2
27/02/43 Popovac Giovanni Bigliana Superiore (Biljana) 18
06/03/43 Intelia Natale Zara 13
06/03/43 Bosna Simica (`´Simica) Betina (1883) 58
15/03/43 Burtina Antonio (Ante) Butina (Betina) (1876) 67
22/03/43 Baretincic Pasquale Logne (Lokve) 62
24/03/43 Bosna Zvita (Cvita) Betina (1888) 58
08/04/43 Medanic Cristofaro Esopiccolo (Mali Azor) 70
13/04/43 Palunic Barbara Gerado 68
16/04/43 Rosic Albina Padum (Podhum) mesi 1
20/04/43 Petrovic Pietro Potenon 97
21/04/43 Buble Pietro Trau (Trogir) 68
21/04/43 Lovic Miena Rogasnica (Roga`´snica) 68
25/04/43 Samon Michele Podice 56
27/04/43 Mrsa (Mr`´sa) Vincenzo (Vice) Zaton (1882) 67
28/04/43 Salamun Boro (Bo`´zo) Tiesno (Tijesno) (1884) 69
11/05/43 Orlon (Orlov?) Fortunata Esopiccolo (Mali Azor) 48
15/05/43 Vicic Giuseppe Padum (Podhum) 61
28/05/43 Barac Francesca Padum (Podhum) 78
07/06/43 Petricic Antonio Esopiccolo (Mali Azor) 73
15/06/43 Ielenc (Jelenc) Antonio Moncalvo mesi 6
18/06/43 Skok Mario Merea m. 7
26/06/43 Ban Emilia Pademun mesi 17
02/07/43 Santor Milena Tecech mesi 4
04/07/43 Toman Vieno Esopiccolo (Mali Azor) mesi 5

Nota: i dati riportati dall’Autore sono stati integrati con dati forniti da Samo Pahor ed aggiunti in parentesi.

Fonte: FAI

UNO SGUARDO AI DOCUMENTI

Il Servizio Ispettivo della Regia Prefettura di Frosinone inviò al Prefetto di Frosinone, il 2/7/43, una relazione relativa ad un’ispezione effettuata nel campo di concentramento di Fraschette di Alatri. Da questa relazione, conservata nell’Archivio di Stato di Frosinone, riportiamo degli ampi stralci.

Il Campo di Concentramento di Fraschette, come avete rilevato nelle visite effettuatevi, presenta varie
deficienze costruttive, organizzative e funzionali.
Irreparabili le prime, salvo poche modifiche di ripiego da apportarvi con molto accorgimento;
brillantemente superabili le altre quando vi si dedichino, con i fondi necessari, volontà, intelligenza e cure assidue.
Il suo atto di nascita risale ai primi del 1942. Ma si tratta di una nascita illegittima, avulsa da ogni legge
della più elementare dottrina topografica ed urbanistica anche nel senso più primitivo della parola.
Scelta la località, che invero risponde al criterio di impianto di un campo di concentramento perché ben lontano da centri abitati e da vie di comunicazione, di difficile evasione e contemporaneamente di facile sorveglianza, si trovò uno spiazzo circolare di circa seicento metri di diametro, pianeggiante, circondato da monti, e su quello spiazzo di terreno, così come si trovava, si buttarono a caso circa duecento baracche. Il costruttore – non si può parlare di progettista poiché non si vede una traccia nella costruzione di un abbozzo nemmeno embrionale di progetto razionale – non si preoccupò di tracciare un piano regolatore e mise in esecuzione le baracche prima di pensare alle strade, agli acquedotti, alle fognature.
Non livellò il terreno, sicché tra una baracca e l’altra si hanno dislivelli di vari metri e, per un falso senso di economia di tempo, non di danaro, piuttosto che livellare la platea dove doveva sorgere ogni baracca, preferì colmare gli avvallamenti, per ogni baracca con costosi muri in pietra sovraelevantisi, anche di vari metri, sul piano del terreno. Oggi, a strade costruite, si hanno baracche sottostanti di molto al livello stradale e tutto il campo si presenta con una serie di montagne russe che intralciano seriamente il deflusso delle acque di rifiuto e delle fognature e la regolare distribuzione idrica dell’impianto interno del campo.
Vero è che il concetto originario era di adibire il campo a prigionieri di guerra, mentre poi, a costruzioni quasi ultimate, si mutò detta destinazione. La trasformazione nell’impiego ricettivo del campo non diminuisce, anzi aggrava le deficienze.
Nel campo di concentramento delle Fraschette, anziché i prigionieri di guerra, si immisero internati di
guerra: cioè uomini e donne; bambini e vecchi; persone sane, ammalati e tarati; forti, ardenti tripolini e donne di razza slava che non lasciano dubbi sulla loro lascivia; famiglie organiche, numerose, e persone sole di ambo i sessi.
Restando per ora ad esaminare il problema dal punto di vista costruttivo del campo, appare chiaro che le baracche, così addossate come sono fra di loro, la maggior parte delle quali formanti un unico dormitorio indiviso per settanta persone, costituiscono una continua istigazione alla immoralità ed un serio pericolo per il propagarsi di malattie infettive e di parassiti dell’uomo. I gabinetti distanti dalle baracche, non sono raggiungibili, specie nella stagione invernale e di notte, dai vecchi, dai bambini, dagli ammalati e dalle gestanti. Mancano cucinette familiari per le necessità vittuarie sussidiarie delle famiglie, che per tale deficienza cucinano dentro le baracche, mentre le diciotto cucine per il vitto normale non sono facilmente controllabili; i canali di rifiuto sono lontani dalle baracche e le donne, piuttosto che recarvisi, imbrattano il terreno circostante.
Altre sono certamente le necessità di un campo di concentramento di soldati, tutti più o meno giovani, sani e disciplinabili, altre quelle di elementi così eterogenei come si trovano tra gli internati civili. Della differenza di disciplina risentono vari servizi come quello della distribuzione idrica, sottoposto a maggior usura e soprattutto la moralità.

Il Campo delle Fraschette è destinato ad avere una capacità ricettiva di settemila internati.
Attualmente ne ospita circa cinquemila.

Fra questi circa un migliaio sono anglo-maltesi ed il resto croati, sloveni e dalmati, provenienti dalle
provincie italiane alloglotte e dal territorio conquistato.
La suddetta promiscuità di razze, in uno spazio così ristretto, procura numerosi e vari inconvenienti sia tra gli internati che per gli organi preposti alla sorveglianza del campo. Nuoce anche alla futura assimilazione degli elementi di razza slava che fanno severi confronti tra la loro povertà, il trattamento deficiente che ricevono al campo e la ricchezza dei mezzi degli anglo-maltesi continuamente ed a profusione provvisti di ogni ben di Dio, anche del superfluo, dal Governo Inglese, attraverso la Croce Rossa.
È auspicabile, allorché il Ministero dell’Interno disporrà di altri campi di concentramento, che i vari campi ricevano internati di un’unica nazionalità. Altre divisioni si imporrebbero per la tutela della morale e per una più proficua sorveglianza: i celibi ed uomini senza famiglia potrebbero concentrarsi in appositi campi con personale di sorveglianza tutto maschile; le donne sole e le nubili in altri campi ed i nuclei familiari in campi opportunamente predisposti con baracche divise in appartamenti.
Allo stato attuale della situazione, perché il Campo delle Fraschette si organizzi e funzioni in modo
regolare, occorre tenere ben presente che i dirigenti di esso sono responsabili di un’organizzazione che ha le necessità di un Comune di cinquemila abitanti, elevabile ad una popolazione di settemila, con l’aggravante che in questo Comune l’iniziativa degli organi dirigenti deve sostituirsi e sovrapporsi a quella privata; bisogna cioè che questi cinquemila abitanti siano approvvigionati di viveri da mercati lontani e di vestiario; che si riparino le loro abitazioni; che si facciano funzionare gli impianti elettrici casalinghi oltre a quelli pubblici; che si forniscano di mobili, suppellettili, coperte e lenzuola; che si curi la conservazione di questo ingente materiale; che si puliscano le loro case e i cessi; che si curino gli ammalati; che si tengano puliti e si disinfestino; che si impedisca il deterioramento doloso di tanto materiale:
La popolazione di questa città non è normale; è nostra nemica; ha voglia di sottrarsi ad ogni disciplina;
vive nell’ozio più assoluto e deleterio; pensa ad allontanarsi al più presto possibile ed anche evadere; a procacciarsi un nutrimento maggiore e migliore, ed i giovani, costretti al celibato coatto vogliono comunque soddisfare gli stimoli dei sensi, acutizzati dalla promiscuità e dalla proibizione a cui fa contrapposto l’istigazione delle donne.
A tutte queste necessità provvedono attualmente un Direttore del Campo, due funzionari di ragioneria, un medico, un Commissario di PS ed un ufficiale subalterno dei CCRR; nessun organo tecnico per i servizi dei tale natura, pochi agenti dell’ordine, nessun coadiutore amministrativo.
Dopo queste necessarie premesse d’ordine generale passiamo ad esaminare singolarmente i vari servizi:

SERVIZI AMMINISTRATIVI
Sotto questa dizione attualmente si comprende l’organizzazione ed il funzionamento dei servizi
amministrativi e tecnici, di polizia urbana, mortuaria ecc. Vi sono a capo: il Rag. Capo Cav. Uff. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) con le funzioni di consegnatario dei materiali mobili ed immobili, nonché del magazzino vestiario ed il Rag. Cav. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) addetto ai servizi viveri e trasporti, all’economato, alla segreteria ed ai servizi di cassa per conto degli internati. Sono coadiuvati: da un magazziniere per i viveri, carbone e legna; una dattilografa-archivista; quattro uomini di fatica per il carico e lo scarico degli automezzi e per i trasporti entro il campo; un operaio specializzato per la manutenzione degli impianti idrici, sfornito però degli attrezzi necessari, un elettricista, anch’esso sfornito di attrezzi e materiale; 30 internati addetti al servizio di nettezza urbana e di pulizia dei cessi. Per la rimozione delle immondizie dal campo provvede, mediante appalto, una ditta di Alatri. Per la fornitura delle casse funebri, dovrebbe provvedere il fornitore del Comune di Alatri, ma, sebbene provvisto dell’assegnazione del legname, recentemente ha lasciato una salma per tre giorni in baracca prima di fornire la relativa cassa.

Alla confezionatura del rancio per gli internati provvede un reparto dell’81° Reggimento Fanteria
comandato da un subalterno.
Il Rag. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) fu assegnato al Campo delle Fraschette nell’ottobre 1942 con l’incarico di prendere le consegne dal Comm. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.). Non è a dire che il (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) abbia trovato ordine e precisione. Iniziò nel disordine più assoluto che gli fece trovare il suo predecessore. I due lavorarono assieme fino al marzo del corrente anno nell’intento di scambiarsi le consegne del materiale, ma si lasciarono più confusi di prima, senza addivenire alle consegne né all’atto basilare di queste: cioè la compilazione dell’inventario.
Il (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) che è pignolo di quella pignoleria improduttiva e ritardatrice che Voi gli conoscete, Eccellenza, rimase solo a ricamare sulle sue carte ed a torturarsi il cervello, invero non fosforescente, con troppi “ma” e con innumerevoli “se”; sicché nella Vostra recente visita alla Colonia avete trovato il lavoro del (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) quasi allo stato iniziale e gli assegnaste il termine del 30 giugno per concludere i suoi lavori.
Eseguita l’ispezione, nei riguardi della compilazione dell’inventario ho trovato i registri dei buoni di
carico, anche quelli riferentisi alla situazione originaria del campo, incompleti per omissione imputabile ad (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) che non vi ha segnato alcuni materiali forniti dalla S.A. Pasotti e dall’ECA di Frosinone. Ora i due predetti Enti hanno fornito l’elenco dei materiali dati in carico. (…)
Ma quando si pensi che i Capi baracca hanno omesso di elencare il materiale effettivamente mancante in seguito a furti, a dispersione o distrazione materiale e a distruzione dello stesso (materiale legnoso bruciato per cottura di vitto, lenzuola tramutate in biancheria ecc.), all’atto di una nuova consegna il (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) si troverà parecchio materiale mancante. (…)
La lavanderia, il forno, le camere frigorifere e le camere di disinfezione, sebbene ultimati, non sono stati dati in consegna per dilazione imputabile al (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.). (…)
Nei magazzini oltre al materiale nuovo viene immesso anche quello proveniente dalle baracche, già dato in uso agli internati. Detto materiale, non sterilizzato ed anche non lavato, costituisce un permanente pericolo per tutti. (…)
Al (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) è altresì affidato il magazzino vestiario. Sulla distribuzione del
vestiario egli ha idee tutte personali. Nulla distribuisce gratuitamente agli internati, anche se indigenti fino alla miseria, anche se materialmente scalzi e seminudi. Si decide a fare qualche vendita a lunghi intervalli, ed allora, in quei rari mattini di vendita si forma un affollamento incontenibile dalla forza pubblica; così i giorni di vendita diradano sempre più. Quest’inverno non ha distribuito nessun cappotto, sia maschile che femminile. Attualmente vi sono in magazzino varie casse di scarpe, ma restano chiuse. Attende di avere il tempo di controllarle e poi inscriverle nei buoni di carico. così per vari indumenti che restano chiusi e non inseriti nei buoni di carico.
Il fatto è che egli considera tale servizio avulso dalle sue mansioni, tanto vero che recentemente, e
precisamente il 12 giugno, provocò, a mezzo della Direzione del Campo, una richiesta di suo compenso del 4% sugli incassi provenienti dalla vendita di indumenti agli internati. (…)
In merito alla mancata distribuzione e vendita degli indumenti, le lamentele degli internati sono state
continue ed hanno oltrepassato il recinto del Campo. La cosa fu constatata, su delazione degli anglo-maltesi, anche da ispettori inviati appositamente dalla legazione svizzera e dopo un mese dalla visita, pervennero a questi, per tramite della C.R. Internazionale, un’infinità di indumenti, – ivi compresi, per colmo d’ironia, pigiama e guanti – molti dei quali tuttora residuano presso il magazzino di deposito del materiale proveniente dal Governo Inglese.
Per quanto riguarda il (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) non resta, dall’evidenza delle risultanze, che confermare la proposta del Direttore del Campo tendente all’immediata sostituzione.(…)
Il nuovo consegnatario dovrà essere coadiuvato da altro impiegato di concetto, poiché, se un impiegato tiene la contabilità ed aggiorna le scritturazioni, occorre che il secondo si occupi del magazzino vestiario, della sua contabilità, che curi la consegna del materiale agli internati che arrivano, che proceda alla riconsegna ed alla presa in carico del materiale degli internati che partono, che controlli detto materiale, che lo faccia lavare o disinfettare, che vigili e passi in rivista il materiale dato in uso agli internati.(…)
In quanto ad automezzi per trasporto di cose il Campo possiede un automezzo che si trova
nell’impossibilità di funzionare per eccessivo consumo di benzina (circa un litro per km.). Per il trasporto giornaliero del pane, del latte e di piccoli quantitativi di merce si è noleggiato in permanenza un motofurgoncino per 4000 lire al mese. Per altri trasporti si noleggia un autotreno (1500 lire per un viaggio da Frosinone) oppure, nelle suddette proporzioni, si rimborsa il trasporto alle ditte fornitrici. (…)
Per gli internati il Rag. (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.) esegue il servizio di riscossione dei vagli e
del pagamento di essi agli interessati. Si tratta di varie centinaia di vagli che si ricevono al giorno. Per le somme destinate agli internati eccedenti le loro necessità normali, esegue il servizio di cassa. Dette somme vengono trattenute e per ogni internato si stabilisce una contabilità dei depositi in appositi libretti in duplice copia, una delle quali va all’internato stesso.
Detto servizio, attualmente affidato ad internati, per maggior sicurezza, dovrebbe essere affidato
all’impiegato che, come sopra ho proposto, dovrebbe coadiuvare (il nome è cancellato nel testo, n.d.r.).
SERVIZIO CUCINE
Come ho già detto il Campo ha 18 cucine internati in funzione. Vi ha preposto un distaccamento dell’81° Fanteria comandato da un sottotenente, della forza di tre sottufficiali, cinque graduati, e 45 uomini di truppa.
Graduati e sottuficiali hanno mansioni generiche di sorveglianza, ma non la esercitano.
Degli altri, tolti gli uomini addetti alla spesa pane per gli internati, alla spesa viveri internati, spesa truppa, magazzino viveri, cucinieri truppa, distribuzione latte, aiutante di contabilità, ripostigliere, piantoni alle camerate, barbiere, attendente, pulizie refettori ecc., a ciascuna delle suddette cucine rimane addetto un solo soldato, incontrollato. Ogni soldato ha creduto di costituirsi il suo harem in cucina assumendo le più belle ragazze alle sue dipendenze. Faceva il gallo del pollaio, coccolato e servito. Nella Vostra visita, Eccellenza, avete proibito questo sconcio e sono stati assunti ragazzi al posto delle donne, col compenso del supplemento del pane.
Ciò non di meno, per deficiente sorveglianza, le donne ho visto che continuano a sfarfalleggiare attorno alle cucine, i soldati continuano a far niente e le cucine sono in mano degli internati. Come vengono lavate le verdure nessuno sa; sta di fatto che nelle minestre non è raro di trovare, opportunamente bolliti, bachi e vermi di verdura.
Quello che arriva poi di derrate nelle marmitte, della razione prescritta, è cosa ancora più misteriosa. Cosa succede nel tragitto che va tra i magazzini e le diciotto cucine? Quanti generi vanno distratti per costituire devoto omaggio dei giovani soldatini alle più belle del Campo? Tutti interrogativi senza risposta poiché manca ogni controllo. L’ufficiale non si è mai visto al Campo all’ora dei pasti; lo stesso per i sottufficiali. Tutti però, all’ora della libera uscita passeggiano gaiamente dentro il campo assassinando, con occhiate e con motti, le belle del loro cuore.
La disciplina non si conosce; il sottotenente che comanda il distaccamento è troppo giovane ed inesperto per mantenerla nelle condizioni, specie, in cui vivono incontrollati, i militari del distaccamento. Fra essi vi è qualcuno, teoricamente cuciniere, figlio di ricchi commercianti romani che sta a Fraschette per evitare di essere mobilitato; ma per sé, per i suoi compagni e per qualche donna spende, in media, a Fraschette le sue quattromila lire settimanali.
In queste condizioni occorre un rimedio radicale; o aumentare l’organico del reparto portandolo ad una Compagnia, comandata da un Capitano che, coadiuvato da subalterni, voglia e sappia mantenere la disciplina, la sorveglianza ed i controlli, e che dia ad ogni cucina almeno tre uomini ed un graduato che provvedano da soli alla confezionatura ed alla distribuzione del rancio; ovvero eliminare del tutto i militari affidando ogni cucina ai capo baracca, che almeno hanno interesse a che tutto vada in pentola e sia cucinato a dovere, ed istituire sorveglianti borghesi.

[…]
UN ALTRO DOCUMENTO
Anche il documento che segue è conservato presso l’Archivio di Stato di Frosinone.
R. ISPETTORATO GENERALE DI P.S. PER LA VENEZIA GIULIA
NOTA RISERVATA DELL’ISPETTORATO GENERALE DI PS PER LA VENEZIA GIULIA, FIRMATA
DALL’ISPETTORE SPECIALE DI POLIZIA (Giuseppe Gueli).
N. 0394/0162, Trieste 20 aprile1943/XXI.
OGGETTO: Soccorsi per gli internati
SIGNORI QUESTORI TRIESTE – FIUME – GORIZIA – POLA – SAVONA – FROSINONE
SIGNORI COMANDANTI GRUPPO CC.RR. TRIESTE – FIUME – GORIZIA – POLA
SIGNORI COMANDANTI NYCLEI MOBILI DI POLIZIA – TUTTI
COMANDI CAMPI DI CONCENTRAMENTO CAIRO MONTENOTTE – FRASCHETTE DI ALATRI
ON/LE MINISTERO DELL’INTERNO
DIREZIONE GENERALE DELLA P.S. ROMA
ECC. PREFETTI DI TRIESTE – FIUME – GORIZIA – POLA
COMANDO XXIII CORPO D’ARMATA DI TRIESTE
COMANDO 5° ZONA R.G. DI FINANZA TRIESTE
COMANDO LEGIONE CC.RR. DI TRIESTE
COMANDO 5° LEGIONE M.V.S.N. SESANA
In occasione di alcuni fermi, recentemente operati in diverse stazioni ferroviarie della Venezia Giulia,
questo Ufficio ha avuto modi di accertare che le persone fermate, provenienti da Cairo Montenotte e Fraschette di Alatri, erano in possesso di pacchetti di lettere che gli internati – ai quali avevano portato denaro, viveri e corrispondenza – avevano loro consegnato, brevi manu, per recapitarlo alle proprie famiglie.
Qualcuna ha dichiarato di aver avuto esplicito permesso dal Comando Stazione CC.RR. di provenienza,
prima di intraprendere il viaggio.
Occorre che tale traffico abbia immediatamente termine per seguenti ragioni:
1°) Nella Venezia Giulia, tale forma di soccorso ha assunto l’aspetto di vera manifestazione di solidarietà con gli internati, da parte della popolazione allogena, che fa a gara col dare denaro, indumenti o commestibili.
Permettendo ciò, si darebbe la sensazione che i campi di concentramento siano luoghi di villeggiatura, la qualcosa annullerebbe il fine per il quale questo Ispettorato speciale di Polizia provvede all’internamento dei famigliari dei ribelli, chè di ottenere così la costituzione di coloro che fra essi sono fortemente attaccati alla famiglia e la successiva costituzione anche dei recalcitranti, quando saranno venuti a conoscenza che alla costituzione dei loro compagni è seguito il ritorno immediato dei congiunti internati, chiesto direttamente e tempestivamente da questo Ispettorato come da autorizzazione della C/le Ministero dell’Interno.
Insomma i campi di concentramento debbono essere ritenuti luoghi di severa punizione morale ed
economica, e la liberazione dei familiari dei ribelli, ritornati a noi, un premio ed una leva per indurre gli altri, rimasti con i ribelli, a costituirsi.
2°) non può essere consentito che individui internati ricevono lettere o ne possano scrivere per farle recapitare clandestinamente, sottraendole alla necessaria censura.
Premesso quanto sopra, presi gli ordini superiori, prego voler disporre che sia impedita, con tutti i mezzi, l’esplicazione di siffatta attività procedendo al fermo, sia in partenza, che in arrivo delle persone che si recano nei comuni, sedi di campo di concentramento, per recapitare danari, indumenti, lettere e viveri, e provvedendo al sequestro del materiale del quale siano trovati in possesso.
I fermati dovranno a mezzo di ordinaria corrispondenza dell’Arma essere tradotti ed internati nel carcere di Trieste a disposizione di questo Ispettorato Speciale.
Particolare raccomandazione viene rivolta ai sigg. Questori di Gorizia Savona e Frosinone in
considerazione che il maggior traffico di persone si svolge tra le stazioni ferroviarie suddette.
Vincenzo Cerceo, Cronaca di un’infamia. “Le Fraschette” di Alatri, campo d’’internamento per slavi, La Nuova Alabarda, novembre 2003

Si terrà sabato 15 maggio la presentazione del libro “Le Fraschette di Alatri – Da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi”.
Alle ore 10.45, presso l’Aula convegni dell’Istituto “Sandro Pertini” di Alatri, con la collaborazione dell’Associazione culturale “La Materia dei Sogni”, Mario Costantini e Marilinda Figliozzi, autori del testo, illustreranno i risultati delle continue ed intense ricerche sul campo Le Fraschette.
Ad aprire la conferenza saranno il Dirigente scolastico del Pertini, Prof. Matteo Affinito, l’Assessore alla Cultura Dott. Giulio Rossi e il Dott. Bruno Olini, segretario dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani.
Il libro, a cura dell’ A.N.P.C., realizzato anche grazie al contributo della Regione Lazio, vede la compartecipazione di due autori alatrensi: Costantini e Figliozzi hanno cercato di riassumere quanto meglio possibile, le vicissitudini e i ricordi che affastellano ancora la memoria del Campo.
Nonostante sia attualmente sommerso da sterpaglie ed erbacce, anche i più testardi non potranno negare l’enorme valore culturale rappresentato da Le Fraschette.
Una memoria dimenticata non occulterà mai il passato di un luogo ancora vivo: sono proprio quei posti a raccontare, ancora oggi, più di 50 anni di storia. Una storia italiana, certamente, ma anche mondiale: il campo è stato a lungo luogo di passaggio, uomini delle più diverse nazionalità hanno calpestato il territorio nostrano, alla ricerca e nella speranza di ritrovare una vita migliore, lontana da guerre e sofferenze.
Il campo, nato il 1° ottobre 1942 come campo di concentramento per civili, sloveni, dalmati, croati e anglomaltesi, ha visto il succedersi di altre due fasi: nel 1946 venne ricostruito e riconvertito in campo di internamento per “stranieri indesiderabili”, rifugiati e profughi e dagli anni ’60, prima dell’abbandono totale alle incurie del tempo, venne nuovamente riadattato, diventò un Centro di Raccolta Profughi: gli italiani fino ad allora residenti in Tunisia, Egitto e Libia dovettero far ritorno in Italia a causa delle nazionalizzazioni introdotte dai paesi nordafricani.
Il 1976 è stato l’anno in cui, con un decreto ufficiale della Regione Lazio, si sono ufficialmente chiuse le porte del campo.
Il libro rappresenta un sudato lavoro di ricerche, affinché il tempo non ingiallisca le pagine di una storia ancora vicina.
Non esistono ideologie, non esistono prese di posizione politiche: restaurare e ristrutturare quei luoghi rappresenterebbe un’eredità da tramandare nei secoli.
La storia l’hanno scritta i fatti, quel che è stato è stato, ma non sarebbe giusto affossare le memorie, le sensazioni e le sofferenze di chi ha vissuto quegli anni.
Ricordare è ciò che ci tiene in vita, è ciò che ci insegna a non perseverare nell’errore.
Sarebbe bello combattere l’antagonismo del buco nero della storia.
Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta.
c.s., Le Fraschette di Alatri. Da campo di concentramento a centro raccolta rifugiati e profughi, Il Punto a Mezzogiorno, 10 Maggio 2010