Il caso del partigiano Giancarlo Puecher Passavalli

Fonte: La Conca

Agli albori della Resistenza in Brianza, possiamo rilevare come l’attività più consistente, la fioritura maggiore d’iniziative, avvenne nella zona tra Erba e Lecco. A Ponte Lambro, piccolo paese sulla collina erbese, già il 13 settembre si costituì un gruppo autonomo. Lo componevano don Giovanni Strada, parroco del paese presso la cui canonica si tennero delle riunioni clandestine. Poi Franco Fucci, ufficiale sbandato del 5°alpini, reparto di stanza a Milano ma che era sfollato a Lecco dall’agosto del ’43 a causa dei bombardamenti, Giovanni Rizzi quarantenne odontotecnico milanese, Bonamici ex-sottufficiale dell’Auto centro di Milano, Bartolomeo Alaimo, Andrea Ballabio, Enrico Bianchi e soprattutto Giancarlo Puecher Passavalli. Giancarlo era un giovane di soli vent’anni, appartenente ad una nobile famiglia di origini trentine ma residente a Milano, dov’era nato in via Broletto. Con il padre Giorgio, di professione notaio, i fratelli e le zie era sfollato nella villa di loro proprietà a Lambrugo e già lì diversi sbandati avevano potuto apprezzare l’aiuto disinteressato dei Puecher. Proprio a Lambrugo, Giancarlo raggruppa un nucleo di giovani che fanno della villa il loro punto di riferimento. Il loro “capo” ha un forte sentimento patriottico, del tutto ideale, ma è ben chiara la sua visione del momento: i tedeschi sono invasori da combattere come i loro fiancheggiatori fascisti e la sua determinazione a fare la propria parte in questa lotta è molto forte. Emana grande decisione e carisma, malgrado la giovane età. I primi partigiani di Lambrugo sono dodici: Felice Ballabio, che abbiamo già trovato attivo nel gruppo dirigente di Pontelambro, Antonio Porro, Ratti, Rinaldo Zappa, Carlo Rossini, Felice Gerosa, Elvio Magni, Guido Porro, Dino Meroni. Altri tre di questo gruppo originario cadranno durante la Resistenza, come Mario Redaelli nei giorni dell’insurrezione dell’aprile ’45; Grazioso Rigamonti e Alberto Todeschini deportati e morti entrambi a Mauthausen. Puecher agì sempre a stretto contatto con Franco Fucci, erano i comandanti, i due più decisi; l’ex- alpino in Grecia aveva aperto gli occhi sulla catastrofica realtà storico-politica del fascismo e aveva deciso di saltare il fosso. Le loro azioni s’indi­rizzarono all’inizio per dotarsi di mezzi per spostarsi rapidamente nella zona. Riuscirono ad avere un’Augusta, una Fiat e Fucci rubò a Milano una Topolino requisita dai tedeschi. L’11 settembre Fucci, con alcuni di Ponte Lambro, recupera due camion a Castelmarte e uno ad Arcellasco. Puecher fa un colpo al Crotto Rosa di Erba, ritrovo di alcuni borsaneristi, “confiscandogli” una buona quantità di ben­zina. A Merone e dintorni il 15 e il 17, Fucci e Puecher recuperano quattro cavalli e sei muli abbandonati dall’esercito, affidandoli a contadini di Lambrugo. Viene poi il turno delle armi, recuperate a Bindella, a Erba e perfino a Cusano Milanino. Il materiale recuperato è portato prima a S. Salvatore, poi non ritenendo più il luogo sicuro, convogliato a Ponte Lambro. L’attività del gruppo è rivolta poi a rifornire i nuclei partigiani della vicina mon­tagna. A questo proposito Francesco Magni nel suo libro di memorie, che è praticamente la storia della 55^ brigata Rosselli, segnala un incontro che egli ebbe con Puecher il 24 ottobre 1943 a Lambrugo, appunto per intrecciare contatti più stretti fra montagna e pianura. In novembre pare sia già in atto il salto di qualità del gruppo verso il combattimento. La relazione Morandi riporta un sabotaggio alle linee telefoniche tedesche nella zona di Canzo e Asso da parte del gruppo di Ponte Lambro. Il4 novembre, la scala del monumento ai caduti di Erba viene disseminata di volantini inneggianti alla Patria e alla libertà e una bandiera tricolore con il ricamo Patria e Libertà viene issata in cima. Questo proto-nucleo partigiano destò l’interesse dei nascenti comandi milanesi, tanto che fu contattato verso la metà di ottobre da Giulio Alonzi, del Comitato militare clandestino di Milano in giro per rendersi conto delle forze ribelli in quel momento. Poi da Poldo Gasparotto e dal colonnello Morandi che stava cercando come già detto di tirare le fila del movimento nel lecchese; infine da un anonimo esponente comunista proveniente dall’Alfa Romeo. Si tratta con molta probabilità di Sabino Di Sibio, residente a Milano e operaio appunto dell’Alfa Romeo, sfollato nel comune comasco di Lipomo dove aveva dato aiuto a molti sbandati e dove aveva cercato di imbastire un’organizzazione resistenziale contattando i gruppi della zona compresi quelli di Erba. Le notizie a questo proposito apparirebbero sicure in quanto provenienti da appunti scoperti e requisiti dalla polizia fascista nel corso di una requisizione in casa del Di Sibio stesso, che nel frattempo si era reso irreperibile. Questa attività di un personaggio di una famiglia molto nota, in una zona fatta di piccoli paesi, non poteva non attirare l’attenzione delle autorità fasciste che intanto si erano insediate nel comasco come in tutto il resto dell’Italia occupata. La cattura di Puecher e Fucci fu però abbastanza casuale. Tutto parte da un episodio poco chiaro, l’uccisione a Erba da parte di ignoti, del centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia e dell’amico Angelo Pozzoli. Nella stessa serata del 12 novembre, Puecher e Fucci provenienti da Milano dove si erano recati per collegamenti e per finanziamenti, si erano portati a Canzo, nella villa dov’era sfollato l’ex-consigliere nazionale Alessandro Gorini che si dichiarava passato all’antifascismo. I motivi di quella visita sono diversi a secondo delle versioni ma comunque si trattava di ottenere aiuti per il movimento partigiano. I due non sapevano sicuramente niente dell’agguato mortale dei due fascisti, avrebbero potuto rimanere a dormire in un ambiente sicuro, invece verso le 22.30 preferirono ripartire in bicicletta sfidando il coprifuoco. Il loro bagaglio era certo compromettente, avevano in una borsa un tubo di gelatina e due manifestini di minaccia verso alcuni fascisti in vista. Nei pressi di Lezza, i due incontrarono una pattuglia di tre uomini (Fucci in una sua memoria parla di una dozzina). I militi li dichiararono in stato di fermo per violazione delle norme del coprifuoco e dissero che li avrebbero condotti al comando di Erba. A questo punto il fatto probabilmente decisivo: Fucci estrasse la pistola e premette il grilletto ma l’arma s’inceppò, in risposta a ciò il suo custode gli sparò a bruciapelo colpendolo al ventre. A questo punto uno rimase a piantonare il ferito e Giancarlo fu portato a Erba; era riuscito a gettar via la pistola e il materiale esplosivo era sulla bicicletta del Fucci. Puecher fu immediatamente inter­rogato e picchiato dai poliziotti fascisti. Fucci venne portato all’ospedale S. Anna di Como, mentre il fascista Airoldi, uno dei minacciati dai volantini partigiani, stendeva una lista di amici del Puecher che vennero arrestati la notte stessa. Se quel colpo fosse partito, se l’arma di Franco Fucci avesse sparato, buona parte della storia della Resistenza in quella zona sarebbe stata diversa. A questo punto i destini dei due si separarono senza incontrarsi mai più. Mentre il Fucci rimarrà in prigione fino alla Liberazione peregrinando dal carcere di Como a quello di Vercelli e poi a S. Vittore, la sorte di Puecher fu molto più sfortunata. Ancora un episodio in cui egli non c’entrava niente segnò la sua fine: il 20 dicembre lo squadrista erbese Germano Frigerio venne ucciso in un agguato. I fascisti brancolavano nel buio e allora decisero di usare come capro espiatorio, ciò che avevano in mano. Puecher non aveva nulla a che fare con quell’uccisione, dato che da più di un mese si trovava in carcere. Ma, incredibilmente, venne montato a suo carico e di altri prigionieri, un processo al di là della farsa da un tribunale definito straordinario con l’elenco più completo delle irregolarità processuali che fosse possibile commettere. Ma la sentenza era stata emessa prima ancora d’iniziare: quattro dovevano morire. I difensori riuscirono a salvarne tre, uno, Giancarlo Puecher, fu destinato alla fucilazione, senza avere colpe per una misura così grave. Gli altri, Luigi Giudici, Giulio Testori, Silvio Gottardi, Giuseppe Cereda, Vittorio Testori e Rino Grossi ebbero pene detentive fra i 5 e i 30 anni. L’atto finale dell’assassinio di Giancarlo Puecher si compì la notte del 21 dicembre, ad un muro del cimitero di Erba. Il cappellano che assistette all’esecuzione raccontò che il condannato abbracciò uno per uno i militi del plotone che l’avrebbero ucciso e morì gridando viva l’Italia.

Giancarlo Puecher Passavalli è la prima medaglia d’oro al valor militare della Resistenza.

Per capire l’assurdità di quel procedimento, è da riferire che nell’estate del 1944, a Brescia, il Guardasigilli della Rsi riconobbe la nullità del processo di Erba e l’arbitrarietà delle condanne, facendo con ciò liberare tutti gli imputati incarcerati. La sete di vendetta fascista non si affievolì dopo quell’atto criminale.

In Via Broletto 30 a Milano, dove aveva abitato la famiglia Puecher in una casa distrutta nel bombardamento del 16 agosto 1943, è stata collocata una Pietra d’inciampo al nome di Giorgio Puecher Passavalli – Fonte: ISR Novara

Il padre di Giancarlo, Giorgio Puecher, era stato anche lui arrestato con il figlio. Venne rimesso in libertà subito dopo l’esecuzione del 21 dicembre. Circa un mese e mezzo dopo però, venne nuovamente arrestato con la vaga accusa di opposizione politica e fu rinchiuso nel carcere milanese di S. Vittore. Trasferito poi a Fossoli, venne suc­cessivamente inviato a Mauthausen, dove morì per gli stenti e i maltrattamenti 1’8 aprile 1945. L’ampio spazio dedicato al gruppo di Ponte Lambro ha molteplici motivazioni. Sicuramente una è lo spessore morale e la combattività del suo trascinatore, Giancarlo Puecher, il cui nome sarà ripreso da ben quattro formazioni partigiane di diversa origine che si costituirono in seguito. Poi per ciò che rappresenta nell’evoluzione della Resistenza brianzola che stiamo osservando. Pur avendo effettuato azioni non ancora pesanti, questo è l’unico gruppo che riesce a passare, anche se purtroppo per poco, dalla fase cospirativa al confronto armato. Non osiamo pensare cosa sarebbe potuta diventare la Resistenza in questi luoghi se Puecher e Fucci avessero potuto agire ancora per un po’. Lo vedremo spesso in questo nostro percorso, la lotta per la libertà fu condotta comprensibilmente da una minoranza, anche se con il consenso di gran parte della popolazione, e spesso è un individuo particolarmente entusiasta, deciso e coraggioso ad essere determinante per la crescita della ribellione in una determinata zona.

(da ”La Resistenza in Brianza 1943 – 1945” di Pietro Arienti Ed. Bellavite 2006) ultima lettera di Giancarlo Puecher Passavalli scritta prima di essere fucilato il 21 dicembre 1943 (da Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia: Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana)

ANPI Lissone

[Giancarlo Puecher Passavalli] Nato a Milano il 23 Agosto 1923 da Annamaria Gianelli e dal Dott. Giorgio Puecher Passavalli di Como, ma discendente da nobile famiglia trentina, a Milano Giancarlo cresce e studia, prima al Ginnasio Parini, poi all’istituto Leone XIII dove compie due corsi liceali in un anno; sempre a Milano, diciannovenne, consegue la promozione al II anno di legge presso l’Università regia.
Robusto ed esuberante, impiega le sue eccezionali doti fisiche nell’attività sportiva, e le impiega a fondo: ciclismo, sci, alpinismo, atletica, nuoto, automobilismo, tennis, lo trovano appassionato cultore pur non riuscendo ad esaurire le sue risorse nè a soddisfare le sue aspirazioni; forse soltanto il volo potrà appagare il suo materiale e morale bisogno di ascesa. Ed eccolo, dopo essersi presentato come ufficiale volontario nell’Esercito, volontario pilota. Sottoposto all’esame fisico alla Scuola di Torino, è dichiarato perfetto.
La gioia delle ali è ormai a portata di mano, ma non si lascia cogliere. Il destino decide altrimenti.
La guerra allontana Giancarlo dalla sua città. La casa dov’è nato, in via Broletto, verrà poi rasa al suolo dal bombardamento del Ferragosto 1943.

Lambrugo: Casa Puecher Passavalli – Fonte: Brianza Popolare

Trapiantato in Brianza, a Lambrugo, in una villa che domina dall’alto di un poggio le verdissime ondulazioni susseguentisi fino a morire nel Pian d’Erba contro la barriera dei monti di Vallassina, qui è colto dagli avvenimenti della tarda estate. Settembre 1943: periodo oscurissimo per le coscienze italiane.
Soltanto un’eletta minoranza sa veder subito la giusta via e l’imbocca senza esitazione; altri, anche di buona volontà, tentennano dubitosi del proprio giudizio, smarrendosi nel sovrapporsi caotico degli eventi.
Ma Giancarlo non può sbagliare. Sua guida è l’amore ardentissimo per l’Italia trasmesso a lui dalle generazioni di patrioti da cui discende.
Forse anche riecheggia in lui il suo stesso grido d’amore di quando, studente dodicenne, l’estro precoce gli dettava una composizione poetica sulla sua Patria. All’Italia appunto è intitolato quel breve saggio che non si può leggere senza meraviglia, non tanto per la sua forma — sebbene eccezionalmente sicura e matura in un bambino — quanto per la limpidezza del concetto sgomitolato senza titubanze dalla premessa alla recisa conclusione […] Proprio così, Giancarlo: con più vasta significazione, anche nell’istante di dedicarle la vita hai detto: è l’Italia, e basta. L’adolescente ha confermato l’assunto del bambino: non si discute quando è la Patria in gioco!
Forse, nel momento della decisione, gli suona nel cuore per le misteriose vie dell’eredità di sangue, la voce di quell’antenato arcivescovo che dal pulpito di Trento osava mescolare il grido dell’irredentismo alle parole della fede: oggi pure si tratta di redimere l’Italia da un selvaggio, e Giancarlo non fraintende il richiamo.
Ardente come non mai, nei giorni stessi del caos settembrino Giancarlo si butta allo sbaraglio. Menti più mature della sua brancolano ancora nel buio: dov’è il bene, dove il male? Ha diritto chi vuol comandare, ha ragione chi non vuole obbedire? Qual’è il nemico, quale l’amico?
Ma Giancarlo non esita; il suo entusiasmo è perfettamente sereno perchè scevro da incertezze. Il padre, patriota purissimo anch’egli, è tuttavia sgomento da tanto fuoco; non ostacolerà il figlio nel cammino intrapreso ma vorrebbe almeno che altri, più esperti, preparassero la via. Ma Giancarlo è una fiamma viva, dove tocca accende; e il padre non resiste.
Da quell’istante casa Puecher diviene una forgia di passione italica. Chiamati da Giancarlo, altri giovani, amici e compagni d’infanzia, vi si adunano; problemi altissimi vengono affrontati e discussi.
Giancarlo insegna, propone, s’infiamma. Nell’età in cui altri cercherebbero una guida, si fa guida e guida sicura.
Intorno a lui stanno all’inizio 12 ragazzi dai diciotto ai ventitrè anni; Ballabio Felice, Porro Antonio, Ratti Ilo, Zappa Rinaldo, Rossini Carlo, Redaelli Mario, Gerosa Felice, Magni Elvio, Porro Guido, Rigamonti Grazioso, Todeschini Alberto e, subito dopo, Meroni Dino, tutti di Lambrugo. Essi sono il buon terreno in cui la semente darà frutti di sofferenza e di sangue.
Ma parlare non basta, agire bisogna!
Già durante il periodo dello sbandamento militare i Puecher avevano ospitato, assistito, avviato verso la montagna o le case numerosi sbandati. Ci sono tre ufficiali che forse conservano ancora il vestito avuto in dono nella rossa villa di Lambrugo.
Ma adesso è il momento dell’azione costruttiva.
I ragazzi nascosti in montagna necessitano di viveri, medicinali, indumenti, denari: tutto. Giancarlo cogli amici pensa a raccogliere e distribuire. Ma fra gli stessi che gli stanno vicino son dei renitenti, “disertori” reietti dai posti di lavoro… Al termine d’ogni riunione Giancarlo si guarda intorno — quello sguardo azzurro potranno mai dimenticarlo i compagni? –:
— Ragazzi, c’è qualcuno che ha bisogno?…
E tiene già il portafogli in mano, quasi a incoraggiare il “sì” peritoso.
Camerata vero, amico impareggiabile, araldo di fede patria, vede il nucleo degli adepti aumentare. Tutti fidati? Sul conto di qualcuno gli amici tentennano, ma Giancarlo è puro, non sospetta l’impurità.
Ora sono in parecchi. Le forze vengono divise in due campi: uno, in difensiva a Lambrugo, l’altro comandato dal tenente Fuci, per il deposito di armi e materiali a Pontelambro, e San Salvatore, località elevata sopra Erba.
Le armi, certo, non son molte; qualcuna l’hanno lasciata i militari sbandati, due moschetti li offre il parroco di Lambrugo, un caro prete che ha fatto l’altra guerra come cappellano degli Arditi riportandone i distintivi dell’onore — eh, don Edoardo Arrigoni, come sfavillano gli occhi, come si scalda il cuore ripensando a quel tempo! — e che adesso rivive momenti eroici assistendo questi suoi ragazzi nell’impresa audace, nel rischio mortale.
Si pensa a qualche colpo di mano. A Ceriano Laghetto, la caserma dei carabinieri… A Desio, nel Collegio Arcivescovile ci sono armi occultate… Ma nè l’uno nè l’altro va ad effetto. Il rettore del Collegio di Desio va in Germania…
Le ricerche, i contatti non sono facili e richiedono tempo, per quanto le biciclette volino sulle strade brianzole. Occorrerebbero macchine.
Un giorno Giancarlo è a Milano. Davanti alla Stazione Centrale sosta un’automobile tedesca. Piena luce, piazzale popolato, nessuno penserebbe a combinare un tiro. Infatti Giancarlo non pensa, chè sarebbe perder tempo. Agisce. Un vetro spezzato da un pugno, la portiera aperta dall’interno… La macchina balza, fugge, è fuori vista, è in campagna.
Chissà se il ragazzo che adesso impugna il volante conquistato ha per un attimo la visione della sua prima macchina, anch’essa conquistata, ma in ben altre circostanze! Si chiamava “Eulalia I”, e l’aveva costruita, giovinetto ancora, con le sue stesse mani dopo essersi procurato un miracoloso motore. Filava la straordinaria Eulalia; nei viali del giardino di Lambrugo profondi solchi testimoniavano della sua attività piuttosto turbolenta. Ma non avrebbe pensato il fanciullo d’allora, nè i parenti che assistevano con trepidazione a quelle manifestazioni d’esuberanza ardita, a quali sviluppi sarebbero giunte le precoci prodezze automobilistiche.
Via a velocità pazzesca guizzando sulle curve di quei serpenti che sono le strade di Brianza, le vetture “requisite” — ne arriva poi un’altra, fascista — compiono egregiamente l’imprevista missione.
Scarseggia però la benzina. Si sente dire che ve ne sia imboscata al Crotto Rosa di Erba. Lasciarla là a disposizione dei nazifascisti o dei borsaneristi sarebbe criminoso. Così la pensano i patrioti, così la pensa, fortunatamente anche il Maresciallo dei carabinieri di Erba.
Una notte, caso dovuto a un “miracolo”, la pattuglia dei militi non esce per la solita ronda. Proprio la stessa notte, vedi coincidenza, alcuni giovani che non hanno l’aria di clienti s’introducono al Crotto. Non vogliono bibite; liquido sì, ma di un genere potabile soltanto per il motore.
Quando gli inattesi ospiti se ne vanno, nel Crotto vi sono dei bidoni in meno e un ricordo di più; il ricordo di due splendidi occhi azzurri, perchè Giancarlo, per non spaventare due donne presenti al colpo, s’è tolto la maschera…
I fascisti cominciano assai presto a farsi sentire. Bieche figure prendono ad agitarsi intorno agli animosi eroi dell’idea: Airoldi, Bruschi, Saletta, illustri nomi della criminologia mussoliniana. Ma i patrioti non desistono e la guerra sorda allinea i colpi ai colpi. Ci sono proseliti da fare, munizioni da scovare, muli e cavalli del disciolto esercito da sottrarre all’avversario; c’è da drizzar le orecchie al minimo sentore di buon bottino, e correre. Talvolta si arriva tardi, come a Missaglia, in una villa dove il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) aveva segnalato armi e le armi non si trovano perchè la previdenza fascista le ha fatte sparire un’ora prima.
Giornate di fatica strenua, di pericolo assillante. Fatica e pericolo che sul volto di Giancarlo, rincasante a notte, si traducono in un maggiore affinamento di lineamenti belli, in un più chiaro ardore, in maschia e adulta tensione.
Tuttavia prudenti bisogna essere, per i compagni se non per sè. La collina di San Salvatore non sembra più adatta a mantener segreti: si trasporta allora tutto ciò che contiene a Pontelambro, in un cascinale di gente fidatissima.
Un giorno vien presentato a Giancarlo un viso nuovo: un biondino; un capo partigiano, gli vien detto da persona degna di fiducia. C’è un bel colpo da fare: benzina all’albergo Milano di Bellagio. Benissimo, si combina: tutto è pronto nei particolari, macchina compresa.
Senonchè, la mattina dopo il biondino non c’è più; il biondino è sparito con la macchina.
Non lo rivedranno dunque più a Lambrugo? Oh si, lo rivedranno in compagnia di tedeschi. Perquisizione, in casa Puecher e altrove. Non trovano nulla. Seccatissimi portano via la zia di Giancarlo, l’intrepida signorina Gianelli, e altre persone che assaggiano il carcere nazifascista per tre giorni.
(Particolare piccante: il biondino risulta nipote di un giornalista e radiocommentatore fascistissimo, ben conosciuto e stramaledetto dagli ascoltatori dell’Eiar).
Lo sguardo limpido, il chiaro viso di Giancarlo ormai danno l’incubo al fosco podestà di Erba che incalza con denuncie e ricerche, tanto che il giovane è costretto per qualche tempo a lasciare la zona.
Ma presto ritorna perchè qui è il teatro della sua passione, perchè qui è la ragione della sua esistenza; torna consapevole del pericolo e presentendo la morte. Quante volte cogli amici più intimi non s’è lasciato sfuggire la parola del presagio che ora diviene, nel chiaroveggente spirito, certezza!
Il 12 Novembre 1943, due repubblicani sono assaliti e uccisi da ignoti a Erba: il centurione Pontiggia e l’amico suo Pozzoli.
Perchè le indagini siano avvelenate dallo spirito di vendetta, vengono affidate a un fratello del Pozzoli. Immediatamente i dintorni della cittadina brianzola si fanno per i patrioti scottanti.
Ventiquattr’ore sono appena scorse dal fatto, che Giancarlo Puecher e un suo compagno, forti della loro perfetta innocenza, si mettono in sella per una delle ormai solite missioni. A Lezza, tra Pontelambro ed Erba, un alt, poi colpi d’arma da fuoco…
Giancarlo, che ha subito gettato la pistola, viene preso, percosso. Perchè? Non ha sparato, non gli trovano indosso nulla di compromettente, agli occhi dei catturatori non dovrebbe risultar colpevole che di contravvenzione al coprifuoco. Ad ogni buon conto picchiano.
Il suo compagno, ferito, è in possesso di manifestini antifascisti dei quali, all’insaputa di Puecher, assume tutta la responsabilità.
La prigione si spalanca davanti ai due, richiudendosi alle loro spalle. La mattina dopo è incarcerato anche il Dott. Giorgio Puecher, il padre reo d’aver continuato nel figlio la tradizione eroica della famiglia sua.
Ed ha inizio, dopo le pagine dell’audacia disfidante, l’ultima, la sovrumana, quella del coraggio santo che non trova il suo sfogo nell’azione nè il suo premio nel successo, che attinge alle sole forze dello spirito mentre il corpo langue e la gioia dell’iniziativa è preclusa. Il coraggio dei martiri.
I giorni lugubremente scorrono nel carcere infame, martellando la resistenza fisica dei predestinati, non la resistenza morale; chè anzi tanto si eleva e palpita e vive la fiamma dell’idea, da erompere a un dato istante in un getto di luce fulgidissima, simile a quella che resta ad illuminare per sempre le celle di Sauro, di Battisti e di Oberdan.
Giorgio e Giancarlo Puecher potrebbero fuggire, se volessero; l’ha comunicato segretamente una voce amica: i carabinieri, al momento concertato, chiuderanno gli occhi…
Non fuggono. E’ una cosa tanto semplice a dire: non fuggono. Con altrettanta semplicità padre e figlio la compiono, questa cosa sovrumana ch’è la rinunzia a un’evasione. Quando restare significa prigionia senza fine, umiliazioni, percosse, tortura, quando restare significa forse la morte, restano. Per non abbandonare i compagni incarcerati con loro, restano. E’ tanto semplice per anime come Giorgio e Giancarlo Puecher […] Al Dott. Giorgio Puecher vien diretta la seguente lettera: “Egregio Signore, A me fu affidata la dolorosa missione di assistere Vostro figlio nei suoi ultimi momenti. La sua immagine è viva nella mia mente e nel mio cuore, perchè la sua morte fu così serenamente cristiana da far stupire e commuovere fino alle lagrime tutti i presenti.
Alle due di notte lo avvicinai nella sala del Tribunale; mi accolse con affabilità e, prima ancora che io ne accennassi, domandò di essere comunicato. Non avevo con me il Santissimo e subito mi recai a prenderlo nella vicina Parrocchia. Volle fare la Sacramentale Confessione di tutta la sua vita, poi si comunicò col fervore di un Angelo. Mi parlò del papà, dei fratelli, di don Carlo Gnocchi, del Padre Marabotti (se ben sovvengo questo cognome); ciò che avvenne fra me e lui è inesprimibile… durante il percorso pregammo insieme. Giunti… Giancarlo, dissi, vieni ancora pochi istanti e poi ti getterai nell’amplesso della mamma tua che ti attende. L’accompagnai al… gli diedi la Sacramentale Assoluzione, lo abbracciai e baciai ancora una volta, l’ultimo bacio fu al Santo Crocefisso ed all’immagine della Vergine Maria, poi gli posi in mano la Corona del Santo Rosario… appena cadde corsi da lui e lo unsi coll’Olio Santo. Il medico ne costatò la morte immediata.
Appena fatto giorno celebrai la Santa Messa in suffragio dell’anima sua, e non passa giorno senza che io abbia un fervido momento per lui.
Caro Signore, non Vi dico di non piangere, di soffrire stoicamente (parola stolta per un cristiano), ma di essere cristianamente forte nel Vostro dolore come lo fu nella sua morte Vostro figlio.
Invoco su di Voi e sulla Vostra famiglia la pace e la benedizione di S. Francesco”. Dev.mo Padre Bastaroli Fiorentino.

Irene Crippa, Op. cit. infra: Erba – La muraglia del cimitero – “… vi sedette un tribunale fittizio a consumare, con un simulacro di processo, una reale infamia”. Fonte: Brianza Popolare

Contemporaneamente, alla stampa fascista vengono inviate cronache di questo genere: LA FUCILAZIONE DI UN PERICOLOSO BANDITO “Questa notte a Erba veniva giustiziato un temibile fuorilegge, autore di numerose rapine a danno di pacifici cittadini, e mandante di svariati omicidi. Il bandito, ch’era divenuto il terrore delle popolazioni vallassinesi e brianzole, era un certo Giancarlo Puecher…“. La popolazione di Erba accorre a portare bracciate di fiori sul tumulo del bandito Puecher. Allarmatissimi, i fascisti mettono piantoni alla tomba incaricandoli di togliere qualsiasi segno di omaggio; e ancora devono strapparne i fasci. Proibiscono allora, a chiunque voglia, di avvicinarsi.
Nel muro di cinta del camposanto, intorno alla figura del giustiziato i proiettili hanno scavato dei fori profondi. Una mattina, in ogniuno di essi, appare un fiore.
Così agiscono le popolazioni terrorizzate. A Lambrugo, altro paese brianzolo, la salma di Giancarlo Puecher giunge due mesi dopo, per graziosa concessione delle autorità fasciste. Proibizione di ogni concorso popolare; il sacerdote ha appena il tempo di benedire il feretro, poi deve allontanarsi.
Tanto temono ancora i mussoliniani dal ragazzo che hanno ucciso? Temono infatti; non sanno ma presentono.
Perchè “i martiri convalidano la fede in una vera idea”.
Perchè il ragazzo dagli occhi azzurri ha detto: “giovani d’Italia, seguite la mia via”, ed i giovani la seguono.
Perchè “la via” di Giancarlo è quella della luce ed essi sono nell’ombra, quella dell’amore ed essi sono nell’odio, quella della Patria che li maledice da tutte le sue ferite mentre stende le braccia ai figli santi che ancora sanno incoronarla di gloria..

Irene Crippa, Renate Brianza, 6 novembre 1945 – Editore originale: Stefano Pinelli – Milano; Trascrizione per Internet: Enrico Spreafico mail:sprea@libero.it: (Enrico Spreafico il 13 ottobre 2003: Un libro dimenticato e ritrovato. Un documento scritto “a caldo”, nei mesi seguenti la Liberazione e dato alle stampe nel novembre 1945. E’ un libro “partigiano” scritto da una partigiana, Irene Crippa, sulle ferite ancora aperte e su quelle battaglie appena concluse. E’ un’opera importante per coloro che vogliono capire come le varie organizzazioni partigiane della Brianza si siano formate e collegate, e conoscere quello che in quei giorni cruciali accadde. Il libro viene messo in rete con il gentile consenso delle Arti Grafiche Stefano Pinelli di Milano, azienda che allora ne curò la stampa) – 2 gennaio 2006 – Brianza Popolare

Quella del Puecher viene definita una figura emblematica del movimento antifascista globalmente inteso e di quello cattolico in particolare.
Nella sua storia personale si esprime l’intera storia della Resistenza: quella di tanti giovani che, a migliaia, si unirono agli adulti per costruire una componente, quella cattolica, non unica ma essenziale e necessaria della Resistenza italiana.
Giancarlo Puecher Passavalli nasce a Milano nel 1923 sotto auspici favorevoli, appartenendo ad una famiglia agiata che poteva vantare un titolo nobiliare.
Il padre Giorgio, stimato notaio, era stato volontario nel primo conflitto mondiale; politicamente si considerava un liberale ma l’avvento del regime l’aveva indotto a dedicarsi esclusivamente alla famiglia e al lavoro.
La madre Annamaria Gianelli era una donna disinvolta, moderna nei gusti e in grado di trasmettere ai suoi cari la propria giovialità.
Entrambi nutrivano una profonda fede in Cristo e nella sua istituzione terrena, la Chiesa cattolica.
Nell’arco della sua breve esistenza Giancarlo è sempre accompagnato dalla travolgente passione sportiva che lo porta ad affermarsi nel ciclismo, nel nuoto, nell’equitazione, nell’atletica, nel tennis, nelle discipline invernali e nelle competizioni motoristiche.
Questa sua passione non gli impedisce di applicarsi con profitto nello studio.
La sua formazione iniziale avviene nella scuola elementare di via Spiga, luogo deputato ad accogliere i figli della Milano-bene.

Milano: uno scorcio dell’Istituto Leone XIII

Terminate le elementari frequenta le medie inferiori all’istituto statale Parini; si iscrive poi all’Istituto Leone XIII, gestito dai padri gesuiti.
Terminato anche questo ciclo di studi decide, seppur contro voglia, di intraprendere gli studi giuridici per seguire il padre nella carriera notarile.
Ricco, intelligente e vivace, il giovane Puecher può superare le asprezze e i sacrifici della vita grazie all’attenzione dei genitori, che gli trasmettono una profonda devozione religiosa.
Nel 1941 la signora Annamaria Gianelli cede improvvisamente al male incurabile che l’aveva aggredita un anno prima; ne deriva un profondo periodo di crisi per il giovane, il quale tenta di colmare il vuoto venutosi a creare ricercando nuovi affetti nelle figure della zia Lia Gianelli e di Elisa Daccò, ragazza che egli aveva già scelto come compagna della sua vita.
Durante l’università Giancarlo porta avanti i suoi sogni di “defensor patriae” (Bianchi, 1965) e fa domanda di volontario quale pilota nell’Arma Azzurra, ma la destituzione di Mussolini nel luglio del 1943 gli impedisce di rendersi utile come aviatore.
Il giovane Puecher è estraneo alla politica, ma vive l’amor di patria come sentimento naturale, senza una specifica preparazione ideologica, se non quella del Vangelo.
La strada scelta da Giancarlo rientra nel filone cattolico democratico che si collega al Movimento guelfo d’azione, anche se egli non lo conosce direttamente.
Spinto dal desiderio di un profondo rinnovamento etico, viene a contatto con un’embrionale formazione partigiana autonoma, organizzata sui monti a nord di Erba dal tenente degli alpini Franco Fucci, diventandone uno dei punti di riferimento. Il gruppo è composto da pochi giovanissimi, dai diciotto ai ventitré anni; nel loro programma pochi obbiettivi ma funzionali: offrire assistenza agli sbandati, arrecare disturbo ai tedeschi, colpire il nemico senza spargimenti di sangue con azioni di risonanza.
Giancarlo e il suo gruppo non hanno né remore né timori: quando si affronta una strada anti-conformista occorre accettare la circostanza dell’imprevisto; hanno solo un sogno: vedere un’Italia libera e ricostruita soprattutto nello spirito.
Se l’epilogo del sogno dovesse coincidere con la morte, questo non li turba.
L’imprevisto si presenta la notte del 12 dicembre ‘43: nel corso del trasporto di esplosivo e di materiale di propaganda, Giancarlo viene sorpreso e catturato nei pressi di Erba, mentre Fucci, che lo accompagna, rimane gravemente ferito al ventre in un tentativo di reazione. La sua condizione di prigioniero politico lo rende pericolosamente oggetto delle rappresaglie repubblichine.
Il giorno 20 dicembre, a causa dell’uccisione di un noto squadrista locale Germano Frigerio, il prefetto di Como Franco Scassellati impone la costituzione di un tribunale straordinario che sentenzia la morte per Puecher e altri tre partigiani. Le condanne a morte di questi vengono subito commutate in pesanti pene detentive, quella di Puecher viene mantenuta.
L’avvocato Beltramini non riesce ad impedire la fucilazione di Giancarlo, essendo questa un atto preventivamente deciso dai dirigenti fascisti.
A Puecher rimane solo il tempo di scrivere un’ultima lettera al padre, che succesivamente deportato, morirà a Mauthausen.

Irene Crippa, Op. cit.: Erba – La muraglia del cimitero – “La mattina dopo, in ogni foro di proiettile era sbocciato un fiore… Oggi ancora fiori, sempre, dove un nome sul pilastro ed una scrostatura nell’intonaco segnano il punto del crimine senza nome”. Fonte: Brianza Popolare

Poi viene condotto al cimitero di Erba dove, dopo aver abbracciato in segno di perdono cristiano i componenti del plotone d’esecuzione, viene fucilato alle 2 del mattino del 21 dicembre 1943, alla luce dei fari di un camion.
Giancarlo Puecher Passavalli, partigiano e cristiano, è una delle prime vittime della guerra di liberazione. Come sottolinea Giacomo De Antonellis (autore della seconda biografia di Puecher), “il caso Puecher” deve servire a ricordare e non dimenticare chi ha perso la vita per riconquistare la libertà e la democrazia.
La Resistenza di Giancarlo Puecher di Massimiliano Suardi e Alessandro Vecchi in La Conca, Periodico del Centro culturale Conca Fallata – 60° Liberazione – anno XIII – aprile 2005

Precedente I partigiani della banda Tom Successivo I caratteri della Resistenza nel Monferrato