Il discioglimento della IV Armata e la Resistenza

Boves (CN)

In Piemonte, all’indomani dell’8 settembre, vengono a realizzarsi una serie di circostanze che in breve tempo pongono la regione in una situazione alquanto particolare rispetto agli altri territori del nord Italia. La circostanza più densa di conseguenze sul piano militare, e poi su quello politico, è il ritiro della IV armata dalla Francia e il suo sbandamento in territorio cuneese. L’armata, comandata dal generale Mario Vercellino, era dislocata in Provenza con circa 150.000 uomini. Pochi giorni prima dell’armistizio il comando si stava preparando per il rientro in Italia, dovendo essere sostituita nell’occupazione della regione da un’armata tedesca. L’8 settembre coglie ufficiali e soldati di sorpresa, come accade del resto in ogni teatro operativo. La loro fortuna è trovarsi a pochi chilometri dall’Italia, per di più dalla regione, il Piemonte, dalla quale provenivano la maggior parte degli ufficiali e soldati e dove aveva sede il comando militare dell’armata. La ritirata in territorio piemontese non è però priva di ostacoli. Di diversi episodi di resistenza si rendono protagonisti gli alpini lungo la zona di confine: Grenoble, Chambery, al passo del Moncenisio e quello in cui fu protagonista l’11° reggimento Alpini del col. Domingo Fornara. A Nizza poi, solo la resistenza del presidio italiano in servizio alla stazione contribuisce ad agevolare il rientro dei soldati dell’armata in Italia. La ritirata comporta quindi un prezzo molto alto in termini umani e materiali, inquanto durante le operazioni di rientro diversi reparti vengono disarmati da parte dei tedeschi lungo tutta la costa azzurra e condotti nei campi di prigionia. Al momento del ritiro, la IV armata conta ancora centomila uomini, di cui circa 60.000 combattenti, sparsi tra la Provenza e la Liguria. La sera dell’8 settembre solo la II divisione celere è in territorio piemontese, presso Torino, mentre la divisione alpina “Pusteria” si trova parte in Savoia in marcia verso il Piemonte e parte a Ventimiglia. Con le forze presenti in Italia, il comando della IV armata tenta di creare una linea difensiva nella parte occidentale del Piemonte, dapprima coinvolgendo l’11° reggimento alpini nella valle Dora Riparia, a ovest di Torino, poi una volta giunta notizia della disfatta del reggimento, viene tentata una seconda linea di difesa utilizzando la II divisione celere (10 settembre). Ma, la rapidità dei movimenti tedeschi lungo i passi montani e nell’avvicinamento a Torino fanno decidere il comando a spostare la II divisione nella zona di Cuneo, mentre nello stesso pomeriggio del 10 Torino viene occupata dai tedeschi. Proprio l’occupazione del capoluogo e di altre città piemontesi induce Vercellino a sciogliere ciò che rimane dell’armata.
È il 12 settembre.
A questo punto i soldati si trovano senza guida.
Come abbiamo detto, molti dei militaridell’armata sono piemontesi, pertanto il ritorno alle proprie famiglie diventa possibile, ein alcuni casi auspicabile, dato il catastrofico momento che sta vivendo l’esercito, mabuona parte del resto dei soldati, tra cui anche alcuni ufficiali, è di origine meridionale. A questi è impedita ogni possibilità di un rapido rientro a casa, e sono pertanto costretti a rimanere in Piemonte, possibilmente nascosti. È il momento di decidere cosa fare, non solo per questi ultimi, che non hanno alternative tra consegnarsi ai tedeschi e restare in Piemonte, ma anche per gli stessi soldati di origine piemontese, per i quali un rientro a casa, seppur desiderato e possibile, comporterebbe dei rischi per sé e per le proprie famiglie. Se nella penisola la soluzione prevalente è il «tutti a casa», i “superstiti” della IV armata si trovano nella condizione di poter fare una sola scelta di fronte all’occupazione tedesca. Mentre i soldati e gli ufficiali piemontesi dell’armata si trovano già «a casa», i soldati meridionali sono costretti a seguire i propri ufficiali e accettare l’accoglienza della popolazione locale. […]
Pompeo Colajanni, “Barbato”, tenente del cavalleggeri a Cavour, dopo aver visto giungere gruppi di sbandati della IV armata la mattina del 9 e soldati in fuga dalla caserma di Pinerolo, che nel frattempo veniva circondata dai tedeschi, la sera del 10 raduna una quindicina di uomini, tutti meridionali, prende un camion e si dirige verso Barge, dove nella casa di Virginia e Ludovico Geymonat li attendono veterani e staffette del partito comunista di Torino. […] La presenza di militari, pur dotati di un certo spontaneismo sia militare che politico, non è però circostanza sufficiente allo sviluppo del movimento partigiano in provincia di Cuneo. È necessario individuare altri elementi che hanno permesso lo sviluppo di un’organizzazione partigiana continuativa in territorio occupato. Si possono considerare tre fattori principali: le circostanze dello sbandamento della IV armata, il territorio in cui esso si verifica e l’assenza di armate tedesche di grandi dimensioni dislocate nel Piemonte occidentale agli inizi di settembre.
I soldati della IV armata, rispetto ad altri contingenti italiani, hanno in primo luogo il vantaggio di essere già in fase di rientro verso l’Italia nei giorni immediatamente successivi all’armistizio. Per i tedeschi risulta più difficile attuare il disarmo e l’arresto di truppe che sono in viaggio, sparse su un territorio lungo centinaia di chilometri. […] L’aiuto si manifesta in forme diverse. Oltre a vestire di abiti civili i militari, la popolazione della provincia di Cuneo dà informazioni stradali, offre ospitalità temporanea che, in alcuni casi, si traduce in integrazione nel nucleo famigliare, presso cui diversi ex militari svolgono lavori nei campi o altro tipo di attività. […] La famigliarità del luogo è sicuramente un elemento coadiuvante per la formazione diun’organizzazione clandestina in territorio occupato. Dà il vantaggio sul nemico, il qualeè costretto a organizzarsi in brevissimo tempo e non può nell’immediato realizzare uncontrollo capillare del territorio a esclusione dei centri più grandi. Ne è un esempio il fatto che mentre città come Torino, Cuneo e Alba vengono occupate immediatamente dopo l’8 settembre, i tedeschi giungono a Boves solo il 19, e vi combatteranno per ben quattro giorni prima di espugnarla. Se diamo uno sguardo alla logistica delle forze tedesche in Italia alla vigilia dell’8 settembre, notiamo che le divisioni tedesche sono presenti in tutte le regioni italiane, o in aree direttamente confinanti, come ad esempio la parte orientale della penisola e del centro-nord, mentre nel nord-ovest, eccetto per la Liguria, dove stazionano tre divisioni, non sono presenti stabili truppe tedesche. In Piemonte sono tuttavia presenti gruppi non indivisionati e, in arrivo dalla Provenza, le divisioni tedesche dell’Armata comandata da von Runstedt, che andavano a sostituire i soldati della IV armata. Questa circostanza consente un certo margine di manovra per i soldati italiani scampati agli arresti, ma le scarse o contraddittorie comunicazioni tra i comandi centrali e quelli divisionali periferici non consente una rapida riorganizzazione delle truppe italiane ancora in movimento. Sul piano storico, notiamo inoltre un’altra singolarità del caso cuneese. Si realizza una continuità tra disciolto regio esercito e movimento armato di resistenza. Ovunque, infatti, i militari italiani vengono disarmati e deportati, se non sterminati, dalle truppe tedesche, che in poche ore occupano tutto il territorio italiano non ancora conquistato dagli Alleati.[…] I contadini manifestano una favorevole accoglienza sia verso gli sbandati dell’armata, che verso i prigionieri alleati fuggiti, anche se per certi versi il loro comportamento è ambiguo: da una parte, aiutano i militari perché riconosciuti come vittime di uno statu quo che essi stessi rifiutano, ma dall’altra hanno difficoltà ad aiutare coloro che, uscendo da questa condizione, diventano avversari attivi di quello statu quo, cioè la guerra, l’occupazione tedesca, il fascismo. […] Anche in presenza di queste circostanze, che hanno concorso ad agevolare la sopravvivenza di molti militari, il movimento partigiano non avrebbe potuto svilupparsi se alla fase di dispersione e arroccamento nelle zone montuose del cuneese occidentale, non fosse seguito il momento organizzativo e di iniziativa militare, che avrebbe dato di lì a poco un forte segnale politico al CLN piemontese. Lo spontaneismo di questi gruppi di ex militari che, in diversi casi, seguendo i propri ufficiali, fuggono dai tedeschi e si rifugiano tra le vallate alpine sarà l’elemento distintivo del fronte resistenziale ancor prima che si verifichino i collegamenti con gli organi politici centrali. Alcuni di questi soldati andrà a ingrossare le file delle brigate autonome, dove si concentrano il maggior numero di ex militari, ma molti soldati si trovano, anche in virtù delle circostanze, a entrare nei ranghi delle formazioni garibaldine […] Se la formazione spontanea di piccoli gruppi di resistenti, a partire dal settembre ’43, rappresenta un successo dal punto di vista politico, tuttavia il loro potenziale bellico è molto basso. La mancanza di coordinamento e di un aiuto dal Fronte Nazionale di Liberazione di Torino si fa sentire dalle prime settimane. Il nucleo di Boves è il primo ad essere colpito. Il 19 settembre infatti, le SS tedesche rastrellano la zona e assediano la città; gli scontri durano quattro giorni e si concludono con la dispersione della banda, “l’uccisione di 57 civili e l’incendio di 417 case”. Questo episodio e le notizie relative alla formazione di numerosi gruppi in tutto il Piemonte, convince il Fronte ad accelerare la costituzione del Comitato di Liberazione Regionale, che a fine settembre acquisisce funzioni politiche e militari. In questo modo, l’elemento politico, il FNL divenuto CLN, e l’elemento militare, ciò che rimane della IV armata e di altre unità dell’esercito, costituiscono il nucleo, la base del futuro movimento resistenziale. Lo spontaneismo delle prime bande (fatti di Boves, banda di “Barbato” e quella di “Italia Libera”) verrà raccolto dal CLN di Torino come stimolo ad una rapida organizzazione delle forze in campo.
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Facoltà Lettere e Filosofia, Corso di laurea magistrale in Storia e civiltà, Anno Accademico 2012-13

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