Il genocidio dei Rom, un orrore rimosso

Porajmos è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Il termine può essere tradotto anche come “devastazione” o più semplicemente “tutti morti”.
A differenza della Shoah di cui ormai si conosce quasi tutto, lo sterminio dei Rom resta ancora un orrore sconosciuto, un “genocidio dimenticato”, su cui solo di recente si è iniziato a far luce.
Una rimozione forse dovuta al fatto che gli zingari restano ancora oggi un soggetto percepito come
poco simpatico con cui è difficile identificarsi.
Questo popolo nomade, geloso dei suoi costumi e poco disposto a farsi assimilare, sconta anche così
la secolare diffidenza nutrita nei suoi confronti.


Secondo i nazisti gli zingari erano ladri, truffatori, soggetti pericolosi, non per i comportamenti effettivamente tenuti, ma per cause genetiche. Già nella primavera 1933, poco dopo la nomina di Hitler
a Cancelliere, il governo nazista allestì un Campo di lavoro a Dachau, un sobborgo di Monaco, per internare gli individui considerati “asociali”: Rom, vagabondi, mendicanti, alcolizzati, prostitute
e omosessuali.
Nell’indifferenza della maggior parte della popolazione, i nazisti elaborarono leggi sempre più dure per i Rom, non solo per comportamenti considerati devianti e criminali, ma perché essi minacciavano
gravemente la “purezza della razza” tedesca.
Per dare una parvenza di scientificità alla persecuzione nella primavera del 1936 venne istituito a Berlino un istituto di ricerca con il compito di indagare sulla popolazione nomade. A dirigerlo fu posto il dottor Robert Ritter considerato il massimo esperto in materia.
Nei suoi scritti pseudoscientifici Ritter affermava «che non c’erano più zingari puri poiché avevano
assimilato le caratteristiche peggiori delle popolazioni dei numerosi Paesi in cui avevano soggiornato nella loro secolare migrazione dall’India. Pertanto, non si potevano considerare “ariani puri” ma “ariani decaduti”, appartenenti a una “razza degenerata” ».
Nel giugno 1936 in occasione dei Giochi olimpici di Berlino la cosiddetta « lotta contro la piaga
zingara» diventa affare di polizia di polizia. Nel 1937, su pressione diretta del partito nazista, viene
istituito un primo campo per zingari a Francoforte sul Meno.
L’8 dicembre 1938 Himmler emana un decreto fondamentale sulla « questione zingara» , che riassume e rende esplicite tutte le direttive precedenti.

La questione zingara andava « considerata una questione di razza» da risolvere mediante la sterilizzazione coatta.

Così secondo i piani minuziosamente predisposti dall’equipe del dottor Ritter si procedette prima a sterilizzare tutte le donne zingare sposate con uomini ariani, poi tutti i bambini che avevano superato
il dodicesimo anno di età. Gli zingari non si dovevano più riprodurre. Ma cosa fare di quelli viventi? La guerra fornì la soluzione.
Il 17 ottobre 1939, dopo l’inizio della guerra e l’invasione della Polonia, l’Ufficio centrale per la
sicurezza dello Stato, ordinò che gli zingari presenti in tutto il territorio del Reich fossero schedati e confinati in campi di internamento, in vista di una soluzione finale.

I campi di concentramento a cui erano destinati gli zingari, oltre ad Auschwitz- Birkenau, furono quelli di Treblinka, Belzec, Sobibor e Majdanek.
Nell’aprile 1940 iniziò la deportazione massiccia degli zingari nei campi di concentramento.

Catalogati come puri (Z), mezzi zingari con predominanza di sangue zingaro (ZM+), mezzi zingari con predominanza di sangue ariano (ZM-) e misti con sangue per metà zingaro e per metà ariano (ZM), gli zingari cominciarono a partire per la Polonia occupata.
Il 22 giugno 1941 l’invasione dell’Unione Sovietica segna un ulteriore passo avanti sulla via dell’orrore.
Il 2 luglio 1941 viene disposta “l’uccisione di tutti gli indesiderabili dal punto di vista razziale e politico, in quanto pericolosi per la sicurezza delle truppe tedesche”, raggruppati in quattro categorie: funzionari comunisti; asiatici di razze inferiori; ebrei; Rom.
Per l’eliminazione, furono costituiti quattro Unità Operative (Einsatzgruppen) aggregati alle armate
tedesche che in pochi mesi massacreranno 800.000 ebrei e decine di migliaia di zingari.
Il 16 dicembre 1942 Himmler firma l’ordinanza per la deportazione degli zingari ad Auschwitz in una sezione appositamente riservata a loro: lo Zigeunerlager di Birkenau un campo destinato a ospitare gruppi familiari.

In breve gli zingari iniziano ad arrivare da tutti i territori conquistati e occupati dai nazisti: Francia, Belgio, Olanda, Jugoslavia (e dal 1944 anche dall’Italia).
Il primo convoglio di Rom arrivò ad Auschwitz il 26 febbraio 1943. Un secondo arrivò il 1° marzo. Molti altri arrivarono entro maggio. Già alla fine del 1943, i Rom nel lager erano 18.738, spesso (soprattutto i
bambini) utilizzati come cavie negli esperimenti “medici” del dottor Mengele.

Il 23 marzo 1943, fu operata la prima eliminazione di massa. In poco più di un anno lo sterminio fu
totale: il 27 gennaio 1945 , al momento della liberazione del lager da parte delle truppe sovietiche su 4.000 prigionieri era rimasto un solo zingaro.
E’ difficile stabilire il numero totale dei rom vittime del nazismo: le cifre ufficiali indicano circa
500.000 vittime di cui circa 300.000 furono gli assassinati dagli Einsatzgruppen in Ucraina, Russia e Crimea. 34.000 furono gli zingari tedeschi, 28.000 quelli provenienti secondo le autorità jugoslave dalla sola Serbia. Le consistenti comunità rom di Polonia e Olanda furono interamente cancellate, per non parlare dei massacri operati in Croazia dagli Ustascia di Ante Paveljc.

Lo sterminio degli zingari ebbe un capitolo anche italiano, finora poco studiato anche per il rifiuto
spesso inconscio ad accettare la dimensione razziale della persecuzione.
Più facile (ed è accaduto) liquidare la questione affermando che in Italia la politica discriminatoria
fu tardiva e indirizzata essenzialmente contro gli stranieri per ragioni di ordine e sicurezza. Secondo
questa teoria fu l’occupazione nazista della Jugoslavia a determinare la fuga di molti rom verso
l’Italia e di conseguenza a indurre le autorità fasciste a internarli. Insomma, il mito degli “italiani brava gente” anche in questo campo ha impedito di fare seriamente i conti con ciò che era realmente
accaduto.

In realtà la lotta agli zingari fu una campagna accuratamente studiata, propagandata e messa in atto dal regime fascista già dalla metà degli anni Venti indipendentemente da ciò che avveniva in Germania. Una pagina vergognosa della storia italiana di cui ancora oggi quasi non si parla di cui è possibile sulle base di ricerche recenti ricostruire sinteticamente gli snodi fondamentali.

Foto segnaletiche redatte dalla polizia fascista

Il 19 febbraio 1926 una circolare inviata ai prefetti precisava di respingere gli “zingari”, qualsiasi fosse la loro provenienza anche se in possesso di documenti validi per l’ingresso in Italia. L’8 agosto di quello stesso anno il Ministero degli Interni precisava che l’obiettivo da perseguire era l’epurazione del territorio nazionale dalla presenza di carovane di “zingari”, di cui era superfluo ricordare la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica.
Iniziava una politica di espulsione verso qualsiasi rom o sinto potesse essere individuato come soggetto privo di cittadinanza italiana; saltimbanchi, giostrai, allevatori di cavalli, calderai, venditori di vimini o di stoffe ricamata che fino ad allora avevano girato l’Italia senza eccessivi problemi
iniziarono a essere fermati dalla polizia, accompagnati ai confini ed espulsi dal territorio nazionale.

Il 17 gennaio 1938 il capo della polizia Arturo Bocchini ordina alle questure di schedare tutti i rom istriani dividendoli tra soggetti con precedenti penali non pericolosi, soggetti senza precedenti penali e pericolosi e soggetti pericolosi.
Il prefetto istriano Cimoroni stila immediatamente liste dettagliatissime e tra febbraio e maggio avvia
la pulizia etnica dell’Istria dai rom e sinti che, imbarcati su traghetti vengono mandati al confino in decine di paesini nelle province di Nuoro e Sassari. La stessa pratica di allontanamento venne adottata per i sinti trentini. In tutto tra le 100 e le 150 persone, componenti interi nuclei famigliari, vennero sottoposte a questo trattamento che prefigurava il vero e proprio internamento di massa degli anni di guerra.
Non ha dunque fondamento la tesi di chi considera la persecuzione dei nomadi come un portato diretto
della guerra e delle pressioni dell’alleato tedesco.
Argomentazioni usate come scusanti, come se se ciò attenuasse in qualche modo le responsabilità
del fascismo. Ma le cose non stanno così. Come per gli ebrei anche per gli zingari si trattò sempre
di scelte autonome del regime fascista e del suo capo Benito Mussolini.

A partire dal 1939, riviste di regime come La Difesa della Razza e pubblicazioni accademiche in particolare di Medicina sociale denunciano la pericolosità sociale degli “zingari” che rappresentano
“uno sfavorevole apporto razziale alla genìa italica”.
Capofila di questa campagna sono l’antropologo Guido Landra e Renato Semizzi, ordinario di Medicina sociale a Trieste e firmatario del Manifesto della Razza.
Nel 1940 Guido Landra, direttore dell’ufficio Demografia e Razza presso il Ministero degli interni, compie un ulteriore passo avanti inserendo la “questione zingari” nei pericoli che minacciano la purezza razziale degli italiani.
Gli zingari venivano assimilati agli ebrei e alle popolazioni di colore delle colonie. Con loro gli Italiani “ariani” non debbono mescolarsi.

Il Ministero degli Interni inizia a progettare l’apertura di campi di concentramento da riservare ai nomadi. Inutile dire che nessuno dei funzionari che a vario titolo partecipò a questi progetti ebbe nel dopoguerra conseguenze giudiziarie o di carriera.

L’11 settembre 1940 con una circolare telegrafica indirizzata a tutte le prefetture del Paese il capo
della polizia Arturo Bocchini da disposizioni per il rastrellamento di tutti gli zingari presenti nel Regno e il loro internamento «sotto rigorosa sorveglianza in località meglio adatte ciascuna provincia».
Una circolare applicata con zelo e cura insolite.
Da tutto il paese (Udine, Ferrara, Aosta, Bolzano, Ascoli Piceno, Trieste, Verona, Campobasso), giungono al ministero telegrammi di risposta che informano sulle persone catturate e chiedono cosa farne.

La soluzione sarà trovata come in Germania nell’internamento in appositi campi.

Il primo campo di internamento fu un ex-tabacchificio a Bojano, un piccolo paese in provincia di Campobasso: tra il 1940 ed il 1941 vi giunsero 58 rom e sinti provenienti da tutto il territorio nazionale.
Chiuso Boiano per motivi logistici, i prigionieri nel frattempo aumentati di altre cento unità furono
spostati nel vicino paese di Agnone che divenne così il luogo specifico d’internamento fascista riservato
agli “zingari”. Ma visto il numero elevato degli arrestati altri campi di concentramento per rom e sinti vennero aperti a Berra (Ferrara), Prignano sulla Secchia (Modena), Torino di Sangro (Chieti), Chieti e Fontecchio negli Abruzzi.
Il 27 aprile 1941 fu emanata un’altra circolare da parte del Ministero dell’Interno con indicazioni
riguardanti l’internamento degli zingari della Jugoslavia occupata. A Tossicìa, nelle montagne abruzzesi, venne creato un campo riservato ai rom provenienti dalla Slovenia.

Altri centri di internamento provvisori sorsero un po’ in tutta Italia. Il crollo del regime e l’armistizio con gli angloamericani portarono al collasso dei campi di concentramento fascisti quasi tutti ubicati nel meridione.
Molti internati riuscirono a fuggire, alcuni per unirsi alla Resistenza.
Chi invece si trovò nelle zone occupate dai nazisti o dalla Repubblica Sociale prese la strada della Germania.

Grazie ad un progetto di ricerca avviato nel 2000 è stato (dopo quasi sessant’anni!) ricostruire molti di questi percorsi. Dai territori controllati dalla RSI gli zingari vennero avviati al campo di concentramento
di Bolzano e da lì smistati nei campi di sterminio tedeschi di Birkenau e Ravensbrück.
Impossibile ad oggi calcolare il numero preciso dei deportati e dare un volto e un nome alle vittime che
furono comunque molto numerose.
Eppure del Porajmos restano poche tracce nella memoria collettiva. Perché, come è stato scritto,
«la memoria ha bisogno di un contesto sociale disposto ad ascoltare». E anche nell’Italia repubblicana
lo stereotipo dei Rom come pericolosi si rivela duro a morire.
E oggi?
Il Porajmos rischia così di essere una pagina di storia che torna ad essere il nostro presente. Di nuovo
vediamo sfilare nelle nostre strade cortei che inneggiano a un triste passato come soluzione ai problemi
del momento, che gridano “prima gli italiani”, che vedono negli zingari (e nei migranti) un nemico da combattere. Nessuno può fare finta di nulla, voltarsi dall’altra parte, non sentirsi coinvolto. Perché
come ci ricordano i versi di Bertolt Brecht:

Zingari costretti a suonare alla partenza dei treni dello sterminio

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari.
E fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei.
E stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato,
perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi
niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto
nessuno a protestare.

di Silvio Amico in I Resistenti, n° 1-2015, anno VIII, Ed. A.N.P.I. Savona

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