Il manganello è destinato a diventare l’arma per antonomasia dello squadrismo

Fonte: Wikipedia

Armi, mezzi di trasporto, la stessa camicia nera possono essere considerati i materiali tecnici e simbolici attraverso i quali la violenza squadrista si può esplicare.
Manganelli, bastoni, rivoltelle, pugnali, moschetti, bombe e petardi, ma anche mitragliatrici e addirittura qualche cannoncino sono il campionario delle armi con cui gli squadristi hanno dimestichezza e che impiegano nelle lotte di piazza e nelle spedizioni punitive. Un campionario che rende bene la «superiorità tecnologica» di cui godono le squadre e che «non deriva che in minima parte dalla torpida arretratezza e dal colpevole ritardo mentale dei socialisti ad afferrare l’importanza di quei mezzi moderni», rinviando piuttosto a una «ineguale distribuzione della proprietà e del possesso di tali strumenti», quale che sia la loro origine: «se privati non appartengono certo all’operaio salariato o al mezzadro […]; ove pubblici, questure e prefettura, comandi di corpo d’armata e caserme dei carabinieri non li mettono davvero a disposizione dell’intera comunità» <374.
Inizialmente tuttavia trovare “gli arnesi” necessari per impegnare i sovversivi e conquistare gli spazi pubblici non è sempre facile. La disponibilità di residuati del recente conflitto facilita in parte la situazione. In occasione della spedizione su Treviso delle squadre venete (13-15 luglio 1921), Chiurco racconta che «i fascisti, tra i quali Raffaele Sapori di Venezia e molti altri, fecero un giro sul Grappa e sul Carso a raccogliere bombe indispensabili a qualsiasi azione diretta. Il Fascio di Vicenza, con a capo il cap. Attilio Fugagnollo, si distinse non solo per il numero di fascisti che riuscì a portare a Treviso, ma anche per un camions di munizioni che seppe trovare sul Grappa e portare all’azione» <375. Le squadre ferraresi, per esempio, possono contare su partite di moschetti e bombe trafugati dal magazzino militare di Tolmino, mentre quelle bolognesi su ben quattro mitragliatrici sottratte dal fascista Celestino Cavedoni dal deposito di Tauriano <376.
Nonostante i residuati del recente conflitto, soprattutto nel 1919 e nel 1920, i singoli fasci si rivolgono direttamente al Comitato centrale perché fornisca armi e munizioni. Per evitare brutte sorprese in caso di controllo della corrispondenza molto spesso le richieste sono in codice. Ezio Lascialfare, del Fascio fiorentino, nel giugno 1920 richiede così «60 xxxx per gli sprovvisti dell’attuale squadra “Me ne frego”». Ma il 2 luglio Pasella risponde: «Per la richiesta di 60 xxxxxx vi informiamo di essere assolutamente sprovvisti» <377. Un altro fascista fiorentino, Mario Montanari, lamenta con sarcasmo la mancanza di armi, soprattutto rivoltelle: «le nostre squadre sono molto malamente armate. Occorrono armi! Occorrono armi! Una sconfitta non per mancanza di coraggio, ma per mancanza delle suddette, sarebbe per noi la morte civile! Qua ci temono, perché credono che si abbia un’arsenale [sic] bell’e buono e dire invece che siamo sprovvisti di molto e molto! […]. Fissare il numero è inutile. Quanto potete inviare sarà bene accolto. Ne abbiamo oltremodo ed urgentissimo bisogno. Con la rivoltella che ci avete inviato ci si può appena suicidare!!» <378. Tuttavia, davanti alle pressanti richieste, la risposta del Comitato centrale è assolutamente negativa: «In quanto agli arnesi il CC non può assolutamente assumersi nessun impegno verso i singoli Fasci per intuitive ragioni finanziarie; necessariamente le difese locali devono essere escogitate ed approntate dai singoli Fasci locali. Non è che non si voglia fare una questione di procedura; noi saremo arcilieti di provvedere anche a questa parte non disprezzabile dell’azione fascista ma per soddisfare a siffatte esigenza occorrerebbe che i Fasci o meglio CC disponesse di una cassa fonda come il pozzo di San Patrizio, perciò pazienza» <379.
D’altra parte, se l’arsenale di un Fascio come quello fiorentino è molto ridotto, ancora peggiore sembra essere la situazione in contesti più marginali. Nel settembre 1921, il segretario del Fascio barese Francesco Fato, scriveva preoccupato a Pasella: «noi non abbiamo uno spillo per difenderci, perché ereditammo, come sapete, un fascio più che sfasciato da Costantino & Compagni. Né abbiamo il modo come rifornirci di qualche cosa perché siamo senza un quattrino. Non vi chiedo fondi, ma non potreste, inviando qualcuno qui, rifornirci di qualche cosa? Badate che quanto vi chiedo è della massima urgenza e serietà e sono arciconvinto che provvederete a tempo a evitarci guai serissimi» <380. Addirittura il Fascio di Parma organizza una spedizione di armi, con intermediario il Comitato centrale, del valore di ben 1300 lire: «spediteci gomme quattro cento dieci otto due cento otto nonché libro cassa gratuito corredo dieci scatoline disegno puntine più lapis assortiti pagamento Milano attendiamo subito personalmente», andando incontro tuttavia a non poche difficoltà con i pagamenti <381. Una lettera del Fascio di Desenzano (Brescia) al Comitato milanese permette di farsi un’idea, seppur molto approssimativa, del costo di rivoltelle e manganelli: «Per squadre d’azione e Lonato, Sirmione, Rivoltella £. 300 […] Acquisto di n. 1 rivoltella e cartucce £ 115. Acquisto di n. 8 bastoncini clava £ 200» <382.
Nella contabilità dei fasci più importanti ci possono essere fondi speciali per l’acquisto di armi o per l’affitto e il mantenimento di camion e automobili. Interrogato da alcuni funzionari della questura di Bologna, il fascista Ferdinando Parisano, accusato durante l’assemblea del Fascio di Bologna di appropriazione indebita, confessa «che di certe spese fatte, come perquisizioni in casa e sequestro di armi, acquisti di armi da Ufficiali e da soldati, acquisti di camions, spese di propaganda ecc. non posso in assemblea pubblica portare giustificazioni che solo potrei fare a seduta privata ai dirigenti il del [sic] fascio» <383.
Nelle sue memorie, anche lo squadrista fiorentino Emilio Papasogli ricorda la mancanza cronica di armi: una narrazione comunque che sembra anche volta a far esaltare – ben oltre la realtà – il coraggio delle camicie nere e la loro opera di “redenzione patriottica”. «Sveliamo ai lettori un’altra novità – scrive Papasogli – “I fascisti sono armati fino ai denti”, diceva la gente, e si rintanava in casa alle prime note di “Giovinezza”. Niente di più falso. I fascisti erano quasi sempre disarmati. Anche nelle spedizioni. Se qualcosa difettava negli squadristi, questo era proprio l’armamento […] allorché il comandante iniziava il “censimento” venivano alla luce una diecina di arrugginiti “schizzetti” che solo nella fantasia giovanile potevano arrogarsi il nome di rivoltelle […]. E qualche migliaio di comunisti attendevano con molta esteriore bellicosità e con altrettanta intima “fifa”. La spedizione aveva così il solito esito. I fascisti non s’armavano per ragioni … di cassa, mentre i Fasci facevano del loro meglio, ma in genere non riuscivano a racimolare che qualche fucilone austriaco o qualche “schioppo” inservibile con a lato la fida bacchetta». Durante la spedizione su Vaiano (17-18 aprile 1921), per esempio, dei 220 squadristi fiorentini solo un centinaio sono armati: «c’erano dei Wetterly a un colpo ma il loro tonfo lo facevano lo stesso» <384. Se soprattutto nei primi mesi quindi si
tratta, quando ci sono, di armamenti raffazzonati e non sempre moderni, nondimeno servono ugualmente a impressionare e terrorizzare il nemico: una funzione “psicologica” delle armi che, attraverso il rumore o la semplice esibizione, era parte integrante della violenza perpetrata dagli squadristi che erano perfettamente consapevoli di questo potenziale intrinseco.
Ovviamente il manganello è destinato a diventare l’arma per antonomasia dello squadrismo, codificando una ben precisa pratica violenta, volta innanzitutto a punire l’avversario in modo umiliante, ma anche, almeno nell’auto-rappresentazione, a “inculcare nei crani refrattari” la verità patriottica e fascista. Arma tutto sommato di facile reperibilità, il manganello assume spesso le caratteristiche del semplice bastone di legno; almeno nei rapporti di polizia dell’epoca si parla più spesso di bastoni piuttosto che esplicitamente di manganelli <385.
Altre volte si tratta di armi ben più originali: dai «bastoni di gomma» al «manganello tipo poliziotto americano» per arrivare a «un magnifico stoccafisso o baccalà, dotato d’un largo nastro (tricolore)» <386.
Nelle sue memorie Guido Fracastoro, mette in luce le caratteristiche che fanno del bastone fascista un’arma particolarmente efficiente: «l’arma comune, quella nostra per eccellenza, era il manganello. Salutiamo il manganello, salvatore della Patria! Nell’angusta sede del nostro Fascio […] di questi santi strumenti ve n’erano a centinaia. Merce di vero contrabbando. Costavano poco e fruttavano assai […] erano poi armi silenziose e intelligenti, che facevano proprio per noi» <387.
Già nel periodo anteriore alla marcia su Roma si assiste, soprattutto nel 1922, a una sorta di codificazione del manganello come arma propria degli squadristi: indicativo che si parli allora di «bastone uso fascista» o di «bastone fascista» o, ancora, che il fascista padovano Gino Baù, aggredito da alcuni socialisti, venga privato dei suoi attributi specifici di squadrista, vale a dire «il fez, distintivo, e il bastone» <388.
Nel resoconto di poco successivo alla marcia, Emilio Papasogli fa del manganello una caratteristica fondante del “tipo fascista”: «allora eravamo nel ’20, il fascista, ripeto, era un “tipo”. Aveva una sagoma propria, un carattere proprio, una mentalità e una filosofia propria. Si riconosceva fra mille al volto espressivo, al modo veloce di camminare, al gesto energico e nervoso, al “manganello” robusto e fedele compagno d’avventure» <389.
Strumento di beffa, il manganello nella mitologia squadrista ha una funzione pedagogica: «data la relativa inoffensività di tale arma – scrive lo psicologo Giulio Cesare Ferrari – le bastonature per quanto gravi e regolari per periodicità, non impressionavano troppo le Autorità né il pubblico, ma demoralizzavano potentemente coloro che si aspettavano di poterne essere vittime» <390.
È lo stesso Mussolini ad affermare, ribadendo la necessità di una violenza «chirurgica» e «cavalleresca», a sottolineare che «per imporre le nostre idee ai cervelli, dovevamo a suon di randellate toccare i crani refrattari» <391.
E ancora: «Non c’è che un rimedio: picchiare sodo! E confidiamo che, a poco a poco, pestando sui crani, si snebbieranno i cervelli» <392. Crani che tuttavia a volte si rompono: la colpa ovviamente è sempre del morto, come nel caso di Attilio Boldori, ucciso dagli squadristi cremonesi, e il cui decesso è imputato da Farinacci alla sua innata fragilità cranica <393. O di Pasquale Ussaggi, ucciso con un pugno dallo squadrista padovano Riccardo Arturo Callegari durante «una disputa su argomento politico»; arrestato e processato, Callegari viene assolto per l’inesistenza del reato, avendo l’autopsia rilevato «la fragilità della calotta cranica» del defunto <394.
Il manganello «divenne lo strumento emblematico del rito di punizione, il “feticcio simbolico” del culto grottesco con il quale si procedeva alla purificazione e alla liberazione della patria dai “nemici interni”» <395.
Per certi versi complementare del manganello è il pugnale, altrettanto diffuso e ricco di significati, non solo simbolici. Il pugnale per molti squadristi rappresenta un’arma quasi sacra, probabilmente il simbolo concreto della connessione tra squadrismo fascista e arditismo.
Lo esprime bene Fracastoro in un suo diario in versi: «Il pugnale. Un amico assai che vale / per l’Ardito è il suo pugnale. / Lo tien fisso innanzi al petto / sicché a molti fa dispetto: / fa dispetto, ma che conta?/ la sua lama è sempre pronta: / arma forte, arma latina / arma chiara e non meschina. / Il cannone o la mitraglia / il bersaglio a volte sbaglia, / ma la punta del pugnale / va precisa in cuor al male. / E l’Ardito ciò sa bene, / sicché al petto se lotiene» <396.
[NOTE]
374 PALLA, I fascisti toscani, cit., pp. 475-476.
375 CHIURCO, Storia della rivoluzione fascista, cit, vol. III, p. 348. Sulla spedizione di Treviso, si veda F. SCATTOLIN, Assalto a Treviso: la spedizione fascista del 13 luglio 1921, Cierre, Verona 2001, FRANZINELLI, Squadristi, cit., pp. 85-86, ma anche le osservazioni di Giulia Albanese a proposito della ricostruzione di Franzinelli: G. ALBANESE, La crisi dello stato liberale e le origini del fascismo, «Studi Storici» 2, 2004, p. 604.
376 Cfr. BALBO, Diario, cit., p. 24; e rapporto del questore di Bologna Relazione del questore (4 luglio 1921) in ASBo, Gabinetto di prefettura, b. 1350.
377 Lettera di Ezio Lascialfare a Pasella (29 giugno 1920), in Acs, Mrf, b. 29, sf. 188. Pasella rispondeva il 2 luglio: «Per la richiesta di 60 xxxxxx vi informiamo di essere assolutamente sprovvisti». Sull’uso di messaggi in codice per quanto riguarda le armi cfr. GENTILE, Storia del partito fascista, cit., p. 481.
378 Lettera di Montanari a Cesare Rossi (24 agosto 1920), Acs, Mrf, b. 29, sf. 188. La lettera è citata anche in FRANZINELLI, Squadristi, cit., p. 37. Sottolineato nel testo.
379 Lettera del Comitato centrale a Pietro Galardini (26 agosto 1920), Acs, Mrf, b. 29, sf. 188. La lettera era in risposta a una precedente di Galardini (datata 24 agosto 1920): «Termino pregando [Cesare] Rossi di ricordarsi che i fascisti fiorentini, pur possedendo un discreto coraggio, difettano di xxx e che è addirittura imprudenza dimenticarli. Il 12 settembre è vicino e molti cattivi amerebbero punirci», ivi.
380 Lettera di Fato a Pasella (27 settembre 1921), in Acs, Mrf, b. 23, sf. 44. Sottolineato nel testo.
381 Cfr. telegramma di Emilio Morini a Luppi (27 aprile 1920), in Acs, Mrf, b. 35 sf. 355. Si vedano anche gli altri telegrammi contenuti nel medesimo sottofascicolo. In realtà pare che alla fine il carico di armi si sia concluso in un mezzo fallimento, essendo stato possibile ottenere solo poche rivoltelle, che peraltro i fascisti parmensi non volevano neppure pagare: le altre infatti erano state addirittura perse: scriveva Marinelli da Milano: «gli oggetti non sono andati a destinazione e con buon senso perché voi stessi non sapete dove Diavolo siano andate a finire. Si vede che regna un po’ di confusione quel Fascio di Parma, quando non si tien conto di un capitale di L. 1375, cifra totale degli oggetti sopra accennati» cfr. lettera di Marinelli a Stefanini (16 dicembre 1920), ivi. Umberto Banchelli ricorda che «i denari non erano mai troppi, specialmente per le armi e le munizioni»: U. BANCHELLI, Le memorie di un fascista (1919-1923), Vam, Firenze 1923, p. 135.
382 Lettera del Fascio di Desenzano a Cesare Rossi (16 febbraio 1921), in Acs, Mrf, b. 28 sf. Desenzano.
383 Verbale di interrogatorio di Ferdinando Parisano, sottoscritto in qualità di testimoni dall’agente investigativo Antonio Pannuti, dal vice commissario Giuseppe Marocco e dal commissario Emilio Vargiu (6 dicembre 1921); in ASBo, Gabinetto di prefettura, b. 1350. Parisano, nato il 8 aprile 1900, di professione ferroviere, si era iscritto al Fascio di Bologna il 27 ottobre 1920; era stato accusato di appropriazione indebita assieme a Leandro Arpinati e Bartolazzi; ma mentre Arpinati era stato poi liberato da ogni accusa, lui e Bartolazzi erano ancora sotto inchiesta da parte del Fascio; minaccia, se non venisse completamente prosciolto, di ricorrere a vie legali «e trascinare in carcere con me Arpinati, Grandi, Baroncini, Chiarini, Berardi, Pini, Baccolini, Giordani, Salmi, Bonaccorsi, Marincala, Gentile, Nannini, Ambrosi, Cavedoni, Bartolazzi, Penaglia, Tirantelli, Pelagatti, Sarti e Castegnari. Nel caso che io dovessi soccombere avverto che ho affidato ai miei famigliari una lettera contenente le dichiarazioni sulla responsabilità dei personi [sic] suindicati».
384 PAPASOGLI, Fascismo, cit., p. 109, M. PIAZZESI, Diario di uno squadrista toscano, 1919-1922, Bonacci, Roma 1980, p. 145.
385 Gli esempi sono innumerevoli: cfr. per esempio il telegramma del prefetto Mori del 21 aprile 1922 in Acs, Ps 1922, b. 113, fasc. Baricella.
386 Le citazioni sono tratte rispettivamente dal Rapporto del vicecommissario Pironti al prefetto di Bologna (31 marzo 1921) in ASBo, Gabinetto di prefettura, b. 1345, da R.A. VICENTINI, Il movimento fascista veneto attraverso il diario di uno squadrista, Zanetti, Venezia 1935, p. 108 e dal memoriale di Gino Finzi, in BELLINETTI, Squadrismo di provincia, cit., pp. 76-77. Secondo la testimonianza di Finzi, l’arma viene introdotta in seguito al divieto governativo di usare i manganelli tradizionali: «alla prima comparsa di tale prototipo d’arma tutti ne risero, ma in brevi giorni la trovata fece macchia d’olio, sicché quasi tutti gli squadristi polesani se ne dotarono, constatando la sua superiorità anche dal lato dell’efficienza», ibidem. D’altra parte la curiosa arma non sembra limitata al solo Polesine: cfr. FRANZINELLI, Squadristi, cit., p. 49, che riporta il caso dell’«onorevole Baccalà» Carlo Buttafuochi.
387 FRACASTORO DI FORNELLO, Noi squadristi, cit., pp. 39-40.
388 Le citazioni sono tratte rispettivamente dal rapporto del prefetto di Padova (31 maggio 1922) in Acs, Ps 1922, b. 141, lettera del segretario del Fascio di Bari Francesco Fato al Comitato centrale (4 dicembre 1921) in Acs, Mrf, b. 23, sf. 44, e dal rapporto del prefetto di Padova (29 luglio 1922) in Acs, Ps 1922, b. 141, fasc. 10.
389 PAPASOGLI, Fascismo, cit., pp. 104-105.
390 G.C. FERRARI, La psicologia della Rivoluzione fascista, «Rivista di psicologia» XVIII/1, 1922, p. 154. Sulla pedagogia della violenza squadrista cfr. R. BEN-GHIAT, Fascist modernities: Italy, 1922-1945, University of  California Press, Berkeley-London 2001, pp. 13-20.
391 Discorso tenuto da Mussolini all’adunata regionale dei fasci dell’Emilia Romagna (2 aprile 1921), in MOO, XVI, pp. 239-246.
392 “Popolo d’Italia” (5 febbraio 1921), cit. in N. TRANFAGLIA, La prima guerra mondiale e il fascismo, Utet, Torino 1995, p. 269. Sulla stessa linea Mario Del Bello: «le verghe dei fasci furono spartite. E sui crani lucidi, sui crani imbottiti di perversità, sui crani di tutti gli imbecilli acquiescenti, si snodarono i colpi dei nuovi littori a richiamare il senno»: M. DEL BELLO, Il volo delle aquile giovinette, Il Libro Periodico, Roma 1933, p. 16.
393 TASCA, Nascita e avvento del fascismo, cit., p. 263. Cfr. anche SALVATORELLI, Nazionalfascismo, cit., p. 39.
394 L’assoluzione del fascista Callegari, in “La Provincia di Padova” (16-17 dicembre 1922).
395 GENTILE, Storia del partito fascista, cit., p. 502.
396 FRACASTORO DI FORNELLO, Noi squadristi, cit., p. 107.
Matteo Millan, L’«essenza del fascismo»: la parabola dello squadrismo tra terrorismo e normalizzazione (1919-1932), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Padova, 2011

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