Il Mister Inglese con la camicia da notte

Archivio Moreschi

[…] Un imprecisato giorno del 1885, munito del pesante armamentario per le riprese esterne, Roncarolo si recò a metà della passeggiata Imperatrice per raggiungere villa Tennyson, dove abitava il “Mister Inglese con la camicia da notte” [Edward Lear].
Gli indigeni sanremesi avevano catalogato Lear ed il suo insolito abbigliamento, con questa pennellata: forse una variante nonsense del “ligusticum acetum”?
L’importante ospite, assai noto nell’intera città, nonostante la sua abituale riservatezza, era stato probabilmente raccomandato a Roncarolo dall’architetto Giovenale Gastaldi, progettista e costruttore delle due ville che Lear edificò a Sanremo durante i diciotto anni della sua permanenza.[…] Sulle soglie della sessantina, Lear aveva intrapreso la sua avventura sanremese, seguendo le orme di altri colleghi “invalid”, evadendo dalle gelide nebbie, infarcite da smog, della più ricca nazione d’Europa; in fuga da inverni in cui le ore di sole non superavano, complessivamente, due giornate nel mese.
Aveva scelto le Riviere mediterranee dove i cieli sono quasi sempre tersi, trascorrendo tra i brividi un primo inverno a Cannes che gli lasciò una sfavorevole impressione, manifestata più volte nella sua copiosa corrispondenza. […] Il brano di una lettera a Thomas Wolmer del 1 maggio 1870 rivela il motivo pressante per il quale Edward Lear aveva deciso lo spostamento in Riviera: “Sono sempre più stanco di alloggi rumorosi, mi scopro sempre meno in grado di sopportare un altro inverno in Inghilterra, quindi non riuscendo a sostenere l’onere di spesa per due case e due viaggi all’anno, ho comprato un pezzo di terra e sto costruendo una casa.” Con questo annuncio esteso a tutta cerchia dei suoi celebri amici, Edward Lear comunicava la sua nuova residenza a San Remo, dove, inconsapevolmente, assumeva anche i panni del perfetto testimonial di quel flusso migratorio di lusso che, negli Health resort delle Riviere, stava dando corpo al nascente fenomeno di massa chiamato Turismo residenziale.
[…] Edward Lear si reca a Londra per alcune settimane, passa due estati in albergo a Monte Generoso, dipingendo le Alpi e, nel 1875 trascorre un intero anno a girovagare per l’India, ospite del suo amico Governatore, nel palazzo di Calcutta. Ritorna a Sanremo carico di schizzi da completare e di semi di piante per il suo giardino delle quali si vanterà in più occasioni con gli amici come Hubert Congreve figlio (lettera del settembre 1881): “Il giardino continua a progredire e non l’ho ancora scoperto tutto, invece la terrazza superiore potrebbe avere già tre anni o tre mesi di età. Crescono quattro specie di Ipomea, due di Tecoma assieme ad altri splendidi fiori.”

Ipomoea indica – Foto Moreschi

Il riferimento alle Ipomee ritorna in un altro caso “Alcune Ipomee del Governatore Grant Duff sono splendide…” ed induce all’ipotesi che sia stato, proprio il nostro Edward, l’untore che ha diffuso da queste parti la splendida Ipomea a fiori violacei, rosa e bianchi che da oltre un secolo infesta felicemente tutto il ponente; soprattutto le siepi, arrampicandosi su canne e cipressi lungo la linea ferroviaria, ora pista ciclopedonale.
Non va ignorato, infatti, che le rotaie scorrevano a poche decine di metri dalle sue due ville, ma neppure che il Lear al quale è anche intitolata la specie, sia un celebre botanico inglese e non il nostro Eddie. Per contro, a corroborare l’ipotesi circa la sua responsabilità di questa invasione floreale, concorrono le citazioni sulle quattro Ipomee ed il fatto che i loro semi li importò dall’India: infatti, fra i sinonimi accettati per questa Convolvulacea si segnala prepotentemente quello di Ipomoea indica.
Nonostante le gratificazioni orticole, sul suo quieto vivere non certo entusiasmante, ma privo di scossoni, si abbatte, o meglio si innalzano i cinque piani dell’Albergo Astoria West End a gettare un’ombra oscura su gran parte del giardino di villa Emily, cancellando metà del Mar Ligure e compromettendo le condizioni di illuminazione che l’architetto Gastaldi aveva assicurato al grande studio di Lear: la vista imprendibile, promessa a suo tempo, era stata occupata con destrezza.

Edward Lear, Una vista su Sanremo da Villa Congreve, 1871 (acquarello) – Fonte Moreschi

“Questo posto è assai cambiato da quando sono arrivato: le due proprietà più vicine a casa mia in particolare. Quella del Signor Shuttleworths sotto di me è stata completamente lasciata a tedeschi per sei anni, un Hotel ed una Pensione: e lo spazio è tutto disseminato di Germuomini, Germandonne e Gerbimbi” (a Forterscue 12 settembre 1873). Proprio una brutta storia, capace di gettare Lear nello sconforto tanto che il dilemma, se restare o abbandonare Sanremo, si alterna a lungo nei suoi scritti. Lo si ricava da questo doppio “de relato” contenuto nel Libro di Lady Strachey Later Letters of Edward Lear (T. Fisher London del dicembre 1910), dove Hubert Congreve, figlio dell’amico John, prefaziona quanto segue: “… guai che hanno rattristato e amareggiato i suoi ultimi anni, portato alla vendita di Villa Emily sostituita con la costruzione di Villa Tennyson, sorta in una posizione dominante, dove sarebbe stato impossibile nascondergli di nuovo la vista del mare. La rabbia che lo aveva colto nel veder costruire un grande albergo proprio davanti alla sua vecchia casa non può esser meglio rappresentata se non riportando le sue stesse parole, scritte di getto nella lettera del novembre 1879: “Non è ancora detto se parto o no per la Nuova Zelanda – afferma mestamente Lear -, di sicuro una buona dose di nuovo zelo ed energia sarà necessaria. Mister Northbrook ed il Duca di Derby mi hanno messo nella condizione di poterlo fare, aiutandomi nel modo più cordiale ed amichevole. Ma poiché al momento sembra impossibile trovare un terreno di mio gusto, visto che non mi va di vivere nella zona ad est di Sanremo (la Krapfen-town di Sanremo), né posso permettermi di abitare in solitudine lontano dal centro cittadino, mi propongo di allontanarmi di 2000, o al massimo 2500 miglia da qui e, qualora non riesca a realizzare il mio proposito entro questa Pasqua, è mia intenzione di mollare tutto e spostarmi ad Auckland. Grazie mio caro ragazzo, Hubert, per il tuo tentativo di trattenermi in questa che è stata una casa felice per nove anni, felicità alla quale hanno contribuito anche le tue grandi qualità.”

Villa Emily in Sanremo (IM) ai tempi di Lear – Archivio Moreschi

Il periodo di sconforto, punteggiato da alti e bassi umorali, si conclude con una nuova dose di entusiasmo e di rappacificazione nei confronti della città, indotto dalla nuova impresa che richiede ancora l’opera dell’Architetto Gastaldi. Lear, dal canto suo, si trasforma in emigrante temporaneo ed intermittente fra villa Emily in attesa di compratore ed una camera dell’Hotel Royal, definita “luogo accogliente dove alloggiare: i Bertolini sono una famiglia molto stimabile e l’albergo offre una grande scelta di sistemazioni.” Tutte le fasi del trasloco e della nuova edificazione sono descritte nelle sue missive alla platea degli amici all’estero: dalla rimozione dei vecchi tralicci ad arco per rampicanti e delle relative piante, già trasportate nel nuovo giardino, nei dintorni del quale enumera ben otto uomini intenti a scavare e manovrare per tutto il giorno al costo di sedici scellini alla settimana. Descrive l’obbrobrio e la desolazione della vecchia villa, perché cinquantasei enormi casse contenenti libri e disegni ingombrano le stanze in attesa di sistemazione.
[…] Nella primavera del 1882 in città si sparge la notizia che la Regina Vittoria, alla quale il giovane Lear aveva impartito lezioni di disegno, avesse affittato una villa a Sanremo e stesse per capitare da queste parti. La conferma alla vicenda si riscontra in una lettera a Lord Carlingford (10 aprile 1882), nella quale Edward anticipa il futuro Eco della Riviera, descrivendo i retroscena:” Naturalmente non so se Sua Maestà verrà o no a Sanremo, ma ho potuto capire che non sarà molto facile, tanto più che anche un’altra fonte me lo aveva anticipato. Posso confermarti con grande tranquillità, visto che mi conosci bene, il mio sollievo dal fatto che Sua Maestà non venga, perché il cerimoniale di Corte risulta insopportabile a questo bambinone.” Lear riporta, inoltre, le dicerie che si sono diffuse nell’ambito della colonia inglese e fra la popolazione della città; circolano le storie più assurde e ridicole che giuravano, persino, su una visita della Regina alla sua galleria. La più risibile, fra tutte, riportava che a Villa Tennison il cuoco avesse cucinato per due giorni e due notti grandi quantità di pasticcio di maccheroni, perché secondo i locali più informati: “E’ noto che la Regina d’Inghilterra mangia in continuazione pasticcio di maccheroni ed insiste perché il suo seguito faccia altrettanto. Inoltre, nessuno a San Remo lo sa cucinare così bene come il Signor Giorgio Cocali”. Le assurde voci sull’arrivo di Sua Altezza Reale non si interrompono e, sempre nella stessa missiva, Lear commenta alla sua maniera che: “Un centinaio di pazzerelli sono giunti davanti al mio cancello e vi si sono piazzati per circa un’ora. Quando hanno scoperto che nessuna Regina sarebbe arrivata, sono andati via strappandosi i capelli e consumandosi i denti. Spero vivamente, qualora dovesse arrivare Sua Maestà, di essere informato della futura evenienza in largo anticipo, onde evitare di farmi trovare in pantofole ed in maniche di camicia. E poi, come ben sai, non vado matto per i contatti con le Altezze Reali, perché sono solo un povero paesaggista capace unicamente di esprimere i propri pensieri invece di controllarli. L’altro giorno qualcuno mi ha chiesto: “Perché tenete chiuso il Vostro giardino?”. Ed io gli ho risposto: “Per tener lontane le bestiali orchestrine tedesche, ed in maniera particolare ogni odioso gironzolante tedesco. Un mio amico ha replicato che se mai venisse Queen Victoria a visitare la galleria avrei dovuto evitare simili commenti; penso che mi tratterrò, sempre che ci riesca.” Passato il pericolo dell’augusto arrivo, finalmente si verificò il ritorno per la seconda volta a Sanremo di Lord Carlingford […] Un pomeriggio, nel giardino dell’albergo, Lord Carlingford si crogiolò troppo a lungo con i raggi del sole invernale e, indossando la sola giacca, si assopì beatamente, venendo sorpreso dal tramonto; il risultato fu un forte colpo di freddo ed un serio collasso. Lord Carlingford, tornato a Londra ne soffrirà le conseguenze per lungo tempo, ed il suo sistema nervoso resterà permanentemente indebolito. I Quotidiani mondiali dell’epoca riportarono la notizia del malore sanremese dell’ex ministro e Lear rimase affranto per quanto era accaduto: “ Sono disgustato che il “Daily Telegraph” di sabato abbia pubblicato una notizia come questa: “Lord Carlingford giace molto malato a San Remo” ( 21 dicembre 1885). Nel mese di febbraio del 1886 la cassetta postale di villa Tennison si riempì oltre misura di corrispondenza; erano le missive degli amici con i duplicati della lettera inviata dal celebre critico, storico dell’arte, letterato John Ruskin al Pall Mall, contenente l’elenco dei suoi cento libri preferiti fra i quali, figurava questo verdetto: “ Non conosco altro autore al quale possa esser così grato per la mia pigrizia come Edward Lear. Devo metterlo per primo fra il centinaio di autori.” Questa è l’ultima piacevole notizia che l’artista ricevette a Sanremo, città che aveva condiviso per una ventina d’anni, osservandola tutti i giorni dal suo buon ritiro, frequentandola quasi furtivamente, avendo rapporti con molti suoi cittadini, esprimendo, nel tempo, una nutrita serie di giudizi, qui condensati per necessità superiori non precisabili, che i maniaci della Bibliografia devono preoccuparsi di collocare, obbligati così, ad una maggior learica immersione. […]

Alfredo Moreschi in

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