Il Monte Grappa nell’estate del 1944

Bassano del Grappa (VI) – Fonte: Wikipedia

[…] Bassano del Grappa […] “Lunedì, alle 18, migliaia di cittadini gremivano la vasta piazza Vittorio Emanuele [oggi piazza Libertà, N.d.R.] in attesa delle aspettatissime parole del Duce, e quando dall’altoparlante la Sua voce si fece udire il più religioso silenzio regnò sulla moltitudine, sempre più emozionata sino a che irrefrenabile scoppiò l’applauso e l’invocazione: Duce! Duce!”; così scriveva il periodico locale Il Prealpe del 16 giugno 1940, a proposito dell’entrata in guerra; nella breve estate di libertà del 1943, all’indomani della caduta di Mussolini, lo stesso periodico bassanese poteva pubblicare numerosi articoli di condanna del passato regime, ma dopo l’8 settembre, con
l’occupazione tedesca della città, tornavano alla ribalta gli esponenti più fanatici ed inferociti del regime fascista; a fine novembre, proprio a Bassano si stabiliva il Sottosegretariato all’Aeronautica della R.S.I. ed un pesante clima di diffidenza e paura arroventava la città.
Diversamente dal Regno del Sud, dove, seppur lentamente, riprendevano vita i partiti antifascisti e le prime forme di confronto e partecipazione democratica, nell’Italia centrale e settentrionale, furono i giovani che, per primi, vennero coinvolti nella nuova situazione, in termini che non ammettevano deroghe o mezze misure.
“Nel periodo dal 15 al 30 novembre 1943, dovranno presentarsi per il servizio di leva […] tutti gli appartenenti alla classe 1925 della leva di terra. […] Coloro che senza esserne legalmente impediti non si presenteranno nel termine stabilito saranno denunciati al Tribunale militare territoriale di guerra ai sensi dell’articolo 151 del Codice Penale Militare di guerra.”
Recitava così il primo Ordine di chiamata alle armi per militari dell’Esercito che portava la fatidica data del 4 novembre 1943 e la firma del Ministro della Difesa Nazionale della R.S.I., il generale Graziani.
A Bassano, molti giovani si presentarono spontaneamente alla caserma “Cimberle-Ferrari”, riaperta come “Centro Raccolta Alpini”; cresciuti nel pieno del regime e frastornati dall’incessante propaganda fascista, dalle sue certezze assolute e dall’assenza pressoché totale di riscontri o alternative, non aveva avuto modo di valutare obiettivamente gli eventi in atto; si spiega così perché, nel novembre 1943, la classe del 1925 avesse risposto alla chiamata alle armi nella quasi totalità, con una percentuale minima di renitenti, come ebbe a sottolineare lo stesso Graziani.
Nonostante prevedessero la pena di morte, i bandi di reclutamento successivi vennero però in gran parte disattesi ed al posto di un esercito di leva regolare, che dimostrasse la legittimità e la continuità della R.S.I. rispetto al passato regime, prevalse invece una molteplicità di milizie, fortemente politicizzate, espressamente designate a compiti di repressione, spesso riottose ed indisciplinate, mentre appariva sempre più evidente la profonda dipendenza della Repubblica di Salò dalle truppe tedesche, dai loro interessi ed obiettivi.
In tale contesto, per il territorio bassanese, il Grappa ha un ruolo chiave: fin dall’armistizio dell’8 settembre, molti militari dell’ex Regio Esercito, che non avevano potuto tornare a casa e volevano fuggire alla deportazione in Germania, avevano trovato nella montagna simbolo della Grande Guerra un rifugio facile e relativamente sicuro; nella tarda primavera del 1944, con la ripresa dell’alpeggio e la riapertura delle numerose malghe, ad essi si erano aggiunti anche i molti giovani che non volevano essere reclutati con la Repubblica Sociale Italiana o servire i tedeschi nell’organizzazione Todt.
Tuttavia, nonostante i ripetuti lanci alleati di armamenti, esplosivi, indumenti, viveri e medicinali, non tutti i renitenti potevano essere armati o minimamente addestrati ed era difficile anche trovare pane e coperte. Profonde divisioni, inoltre, contrapponevano le stesse formazioni partigiane, complicando ulteriormente il quadro: un assembramento eterogeneo di partigiani […] di idee politiche di colore diverso annotava a proposito il maggiore inglese Harold W. Tilman, capo di una missione alleata.
In effetti, alle formazioni iniziali, caratterizzate da una preponderante presenza ed organizzazione militare, si erano presto aggiunte la brigata “Matteotti”, d’ispirazione socialista, ed il battaglione garibaldino “Monte Grappa”, d’ispirazione comunista; nel luglio del 1944, si aggiunsero anche il battaglione garibaldino autonomo “Anita Garibaldi”, la brigata “Italia Libera val Piave” e la brigata “Italia Libera val Brenta”; le ultime due, precedentemente unite, si erano divise a causa delle divergenti concezioni strategiche, che opponevano il maggiore Edoardo Pierotti, che mirava ad evitare il più possibile azioni che provocassero la rappresaglia avversaria, e coloro che, come Ludovico Todesco, “capitano Giorgi”, o il tenente Gigi Toaldo, vicini al Partito d’Azione, non ammettevano debolezze e patteggiamenti di sorta. Solo ai primi di settembre, grazie alla determinazione del capitano inglese Paul N. Brietsche, che operò sul Grappa nell’estate 1944 con la missione guidata da Tilman, si riuscì a costituire un embrione di Comando Unico di tutte le formazioni del Grappa.
Sul piano operativo, nonostante le gravi difficoltà interne, lo scarso coordinamento e le non sempre sopite rivalità, nell’estate 1944 le azioni dei vari gruppi partigiani stanziati sul Grappa si erano fatte più continue ed audaci, grazie al collegamento con le formazioni partigiane della pianura ed ai lanci alleati. Una lunga serie di sabotaggi, assalti, incendi, catture e requisizioni si registrò in tutto il territorio circostante il massiccio, a partire dal clamoroso attentato al forte Tombion della notte tra il 6 ed il 7 giugno 1944, che provocò l’interruzione ferroviaria e stradale della Valsugana per molti giorni. Tra luglio ed agosto, si intensificarono ulteriormente le azioni di
sabotaggio sulle linee ferroviarie Bassano-Padova e Trento-Bassano-Venezia, tanto che il Comando Supremo tedesco pose il Grappa tra gli obiettivi dei grandi rastrellamenti dell’estate 1944: a seguito dello sbarco in Normandia, il fronte italiano aveva perso d’importanza per la strategia alleata ed era sempre più vitale per i tedeschi garantirsi collegamenti sicuri con la madrepatria, eliminando alla radice ogni forma di Resistenza.
A partire dai primi giorni di settembre, si accentuò quindi l’arrivo nel territorio bassanese di un gran numero di truppe tedesche, specializzate nella lotta contro i partigiani […]
Sicuramente segreta era l’articolazione operativa del rastrellamento, ma il fatto che il massiccio fosse isolato e completamente circondato da 142 chilometri di strade asfaltate, lungo la Valbrenta, il Feltrino, la valle del Piave e la Pedemontana, lasciava facilmente prevedere un’azione fatta di accerchiamenti successivi e concentrici; inoltre, grazie alla fitta rete di relatori ed infiltrati allestita dal tenente Perillo, capo dell’ “Ufficio Politico Investigativo” di Bassano, per il comando tedesco era facile anche conoscere con esattezza la consistenza e l’armamento delle formazioni partigiane.
In particolare, all’elaborazione del piano d’attacco di quella che sarà chiamata “Operazione Piave”, risultarono molto utili le informazioni fornite da Eleonora Licia Naldi, una giovane bolognese che, da semplice dattilografa della sede bassanese del ministero dell’Aeronautica, era divenuta segretaria ed amante dello stesso tenente Perillo. Il diario di Lino Camonico, giovane studente bassanese e coetaneo della bolognese, che aveva avuto modo di conoscerla già da alcuni mesi, è particolarmente esplicito a riguardo: “A proposito della Licia, mi è venuta in mente un’idea, che può essere bizzarra, ma che non mi esce più dal cervello. Non potrebbe darsi che tutto questo voglio dire questi arresti siano opera sua: perché se non sbaglio qualche volta aveva visto a casa mia tanto Lucio che Bepi, e forse i nomi erano sfuggiti a me o ai miei” […]
Anche i comandanti partigiani erano informati del rastrellamento che si stava preparando per il Grappa, dopo che, tra agosto e settembre, erano già avvenuti rastrellamenti in grande stile nei vicini territori di Asiago e del Cansiglio; la testimonianza dell’antifascista bassanese Carlo Manfrè ricostruisce in termini precisi il clima ed i timori diffusi in città durante quei giorni cruciali […]
Definite con precisione ed adeguatamente preparate, le operazioni di rastrellamento vennero portate a termine da diversi reparti tedeschi, per un totale di circa 5.000 uomini, e da varie formazioni della R.S.I., complessivamente di circa 3.000 uomini; nei giorni immediatamente precedenti l’assalto al Grappa, il loro arrivo si evidenzia in vari modi, come scrive il parroco di Fonzaso: “Dovunque soldati armati, in gran parte ex prigionieri russi: entrano spavaldi nelle case, chiedono prepotenti vino, alcolici, minacciano, fanno paura. Le requisizioni, ruberie di viveri, vestiario, oggetti d’ogni sorta sono all’ordine del giorno. La popolazione terrorizzata si tappa in casa”.
Tra le formazioni italiane, vi era anche la XXII Brigata Nera “Antonio Faggion” al comando dell’ing. Passuello […]
Era italiano anche il comandante della XXII Brigata Nera “Antonio Faggion”, protagonista di un altro episodio che, al pari di quello accaduto ad Onigo, non rimase isolato durante quei giorni terribili […]
In tale contesto, le esecuzioni capitali cominciarono presto, secondo le modalità che erano state esplicitamente prefigurate in un comunicato del colonnello della SS-Polizei Paul Zimmermann, tra i responsabili delle operazioni, datato 17 settembre 1944: “Uccidete tutti coloro che catturerete, distruggete i loro corpi rendendoli irriconoscibili, agite pensando di avere davanti il peggior nemico, un assassino senza scrupoli, che vi colpisce nell’ombra, alle spalle, incendiate tutto, ricordate che la popolazione parteggia per i ribelli!”
Tra il 22 e il 28 settembre, all’esterno del muro di cinta meridionale della caserma “Efrem Reatto”, vennero eseguite diciassette fucilazioni […]
Oltre che l’eliminazione dei ribelli, il rastrellamento aveva anche l’obiettivo di terrorizzare la popolazione civile, colpevole di sostenere i partigiani; per questo motivo, in tutti i paesi attorno al Grappa ci furono fucilazioni ed impiccagioni pubbliche, alle quali vennero obbligati ad assistere gente comune e, in molti casi, i parenti delle vittime. Ad Arten, frazione di Fonzaso, tra i fucilati vi fu anche Lino Camonico, che aveva cercato inutilmente di fuggire al rastrellamento andando in direzione opposta alla sua Bassano.
Nella città del Grappa, l’obiettivo di terrorizzare la popolazione civile venne ampiamente raggiunto il pomeriggio del 26 settembre 1944 […]
Prestando fede ad una testimone, almeno altri trenta cappi avrebbero dovuto essere predisposti sulle rimanenti vie di accesso alla città, in modo che le impiccagioni potessero essere di monito non solo per i bassanesi, ma anche per tutti coloro che arrivavano in città, oltre che dalla Valbrenta e dal Trevigiano, anche da Padova e da Vicenza; il terribile proposito non fu però completamente attuato, perché la serie di impiccagioni venne sospesa a seguito di un intervento diretto del vescovo di Vicenza, dopo gli infruttuosi tentativi dell’arciprete abate di Bassano e del Commissario Prefettizio della città, Rolando Stecchini: in una relazione scritta, don Antonio Fioravanzo, segretario del vescovo Zinato, riferisce di una convocazione in seminario dell’ammiraglio Sparzani, ministro della Marina della R.S.I., al quale il vescovo richiese con fermezza di por fine alle esecuzioni, protestando fortemente per quelle appena avvenute; alla presenza di mons. Zinato, prosegue la relazione, l’ammiraglio si mise telefonicamente in contatto con Mussolini, che ottenne dal comando tedesco la sospensione delle impiccagioni […]
Il più giovane degli impiccati aveva appena compiuto sedici anni, il più anziano non aveva trent’anni. Essi si aggiungevano ai diciassette barbaramente fucilati, nei giorni precedenti, all’esterno del muro di cinta della caserma “Efrem Reatto”, mentre la lunga scia di morti e barbarie continuerà anche in seguito, con i tre fucilati di San Michele, il 5 gennaio 1945, ed i tre fucilati per rappresaglia sul ponte Vecchio, il 22 febbraio dello stesso anno, dopo l’attentato partigiano al Ponte Vecchio.
Le loro singole vicende sono state oggetto dell’amorevole ricostruzione effettuata da Lorenzo Rossi, Paolo Meggetto, Roberto Zonta e Diego Geremia; grazie al loro lavoro, raccogliendo testimonianze ed incrociando numerosi studi più recenti, è stato possibile aggiungere un volto ed una storia ai tanti Martiri finora poco conosciuti e fissare un’ipotesi di nome e cognome per gli impiccati ed i fucilati che sono ancora ricordati come “ignoti” su croci e lapidi.
Tutto questo impegno, certosino ed appassionato, ci rende più vicine e riconoscibili anche le pagine più tragiche e cupe della storia recente della nostra città. Francesco Tessarolo, Il Monte Grappa nell’estate del 1944, Introduzione a Francesco Tessarolo, Paolo Meggetto, Roberto Zonta, Vite spezzate. Gli eccidi nell’agro bassanese (1944-45), Attiliofraccaroeditore, 2018

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