Il Pilastro presenta caratteristiche ecologiche che ne rendono decisamente semplice l’individuazione su una qualsiasi mappa del Comune di Bologna

Figura 6.1.3 – Pilastro – Città di Bologna, anno 2002. Fonte: SIT – Unità intermedia Sistemi Informativi Territoriali- Comune di Bologna. Immagine qui ripresa da Manuela Maggio, Op. cit. infra

Il Pilastro è stato scelto poiché caratterizzato da una serie di tratti comuni a molti altri quartieri italiani sorti nel secondo dopoguerra (ma soprattutto durante gli anni ’60) e individuati come quartieri popolari per eccellenza, in cui il social mix è stato perseguito in alcuni momenti come strumento di risoluzione di diverse problematiche.
In diverse città italiane, in particolar modo del nord della penisola, il periodo post-bellico combaciava sia con la ripresa post-bellica, sia con un definitivo sviluppo industriale; un rinnovato e accentuato bisogno di casa spingeva il settore edilizio a decollare per rispondere alle esigenze abitative dell’epoca; al contempo alcuni strumenti di politica pubblica privilegiavano la costruzione di abitazioni popolari per le fasce medio basse della popolazione, in special modo per la classe operaia (vedi il quinto capitolo per un approfondimento). I quartieri ERP vengono qui, quindi, considerati come il frutto di un mix di condizioni strutturali e di forze che si sono in qualche modo imposte sull’espansione delle città dell’epoca configurando forme che persistono e operano ancora oggi. E proprio oggi essi rappresentano i principali spazi urbani in cui le attività di mixité, dove presenti, prendono luogo.
Dopo una premessa su alcuni elementi di contestualizzazione rispetto alla nascita del quartiere oggetto di interesse, il capitolo scenderà nei dettagli che riguardano il Pilastro rispetto soprattutto a due elementi: la sua storia, dalla progettazione durante gli anni ’50 a dinamiche relative a tempi più recenti, l’evoluzione dei tratti socio-demografici locali, privilegiando, come indicato, un’ottica sia comparativa, sia longitudinale e valutando l’influenza dell’edilizia residenziale pubblica sulla stessa evoluzione sociale.
Nascita e storia di un quartiere periferico di edilizia residenziale pubblica
Premessa
Il Pilastro nasce nel 1966 nella periferia nord-orientale bolognese, immerso in campagne che all’epoca apparivano sconfinate. La sua storia è stata indubbiamente travagliata ed oggi il quartiere presenta un volto decisamente diverso rispetto a quando, nel luglio del 1966, venne inaugurato come “villaggio” con le prime 411 abitazioni e con i primi 2.500 abitanti.
Ma andiamo per ordine. Innanzitutto il Pilastro non è un vero e proprio quartiere, per lo meno non dal punto di vista amministrativo. Si tratta in realtà di un rione, dunque di una sezione di spazio all’interno di un più ampio territorio; nel dettaglio, di un’area specifica del più esteso quartiere San Donato <78, uno dei quartieri in cui il Comune di Bologna è ripartito. Riguardo a ciò è bene ricordare che la suddivisione in quartieri nel Comune non è sempre stata la medesima. Bologna ha attraversato negli anni ’60 del ‘900 quello che successivamente venne individuato come il primo tempo del decentramento: in quel periodo la città venne suddivisa in quindici quartieri, pensati e progettati in relazione alle caratteristiche locali. Questi, divenuti operativi a partire dal 1962, si insediarono effettivamente nelle periferie bolognesi solo il 5 giugno del 1964 <79 quando, tra l’altro, a seguito di un ulteriore riassetto interno che aveva dato luce ad una nuova suddivisione del centro storico, erano aumentati a 18.
Ciò che qui risulta importante è che i quartieri non rappresentavano semplicemente la dislocazione del potere centrale tipica del decentramento amministrativo, ma erano stati immaginati come veri e propri punti di raccordo e come strumenti di supporto delle comunità locali, con strutture e ruoli predeterminati da un Regolamento che li inquadrava dal punto di vista giuridico (vedi ad esempio Zacchini, 1976).
Passata anche la seconda fase del decentramento, che vide durante il corso degli anni ’70 un notevole coinvolgimento dei cittadini nella vita politica del quartiere come realtà politico-amministrativa, nel 1985 un nuovo ri-assemblamento ridusse a nove le unità decentrate.
Oggi, a seguito di una riforma entrata in vigore il 7 giugno 2016, troviamo nuovamente modificata la ripartizione amministrativa di Bologna. I Quartieri sono in totale 6: Borgo Panigale-Reno, Navile, Porto-Saragozza, San Donato-San Vitale, Santo Stefano, Savena. Ad essi sono delegate funzioni in materia di servizi sociali, servizi educativi e scolastici, servizi sportivi, attività culturali, assetto del territorio, servizi demografici.
Proprio a seguito delle rimodulazioni avviate, i quartieri di Bologna nel 2017 erano abitati da oltre 60.000 residenti in media <80 ed è questo il principale motivo per cui non è possibile individuare nella divisione amministrativa esistente un caso studio compatibile con gli elementi socio-spaziali richiesti da quanto affrontato all’interno di questa tesi e in particolare del primo capitolo. Il quartiere, per essere giudicato tale dal punto di vista sociologico, deve essere una realtà sì spazialmente delimitata e identificabile, ma anche uno spazio territoriale limitato a tal punto da poter essere vissuto da chi lo abita e caratterizzato dall’essere terreno di relazioni e interazioni tra gli abitanti (Ledrut, 1978; Kennet e Forrest, 2006; Mouleart et al., 2010; Park, 1925).
Questa particolare struttura può essere trovata in quella che è stata la prima divisione spaziale in quartieri della città, o ancor di più nella divisione odierna in aree statistiche del Comune:
“I criteri che hanno guidato la delimitazione delle aree statistiche sono stati quelli di individuare aree che siano aggregazione di sezioni di censimento (considerando le sezioni 1991 e 2001), che appartengano ad un unico “vecchio quartiere” e che tengano conto delle barriere esistenti sul territorio che ostacolano la fruizione dei servizi (quali ferrovie o strade urbane di scorrimento) <81.”
Il Pilastro presenta caratteristiche ecologiche che ne rendono decisamente semplice l’individuazione su una qualsiasi mappa del Comune di Bologna, anche non particolarmente recente. Lo snodo ferroviario che lo delimita nella sua zona meridionale è infatti facilmente rinvenibile in mappe o cartine della città in cui la zona non esisteva o non era stata ancora neppure progettata. Le zone settentrionali sono confinanti con l’area rurale della periferia bolognese; nella zona occidentale il limite è individuabile in un centro commerciale, mentre sul lato orientale un tratto di tangenziale divide i territori e un ponte connette il Pilastro al resto della città (vedi Figura 6.1.3). Il territorio ha inoltre una popolazione di circa 7.000 abitanti e un forte simbolismo che lo caratterizza sia esternamente, seppur spesso ancora negativamente, sia internamente.
La storia del rione è fortemente connessa a quella dell’intero quartiere San Donato di cui è parte. San Donato è un’area territoriale che è cresciuta e si è estesa registrando un grande sviluppo tra il 1951 e il 1971, con ritardo rispetto al resto delle periferie bolognesi (Lipparini 1999, p. 81). La via San Donato, principale via dell’omonimo quartiere, oggi fondamentale per l’intera Bologna e conosciutissima da chi vive in città, venne asfaltata solo nel 1948 con l’obiettivo di connettere l’area al centro storico e fino all’inizio del ventesimo secolo non era altro che un susseguirsi di poderi (Pieretti 2000, p. 38). Solo a partire dagli anni ’50 del ‘900, dunque, può dirsi che il quartiere San Donato sia diventato effettivamente un ramo della (e connesso alla) città di Bologna.
Nella definizione di questa nuova realtà periferica e nella caratterizzazione della sua morfologia sociale, ebbe un ruolo fondamentale la costruzione e la dislocazione di edifici di edilizia residenziale pubblica. Nel 1909 l’ex Istituto Autonomo Case Popolari <82 (I.A.C.P.) aveva ormai iniziato ad edificare alloggi popolari in Via Piana; nel 1928-1929 vennero costruiti altri edifici in Via San Donato e in zone adiacenti; tra il 1935 e il 1936 comparvero le cosiddette case “popolarissime” in Via Vezza. Anche per questa ragione, quando l’area venne connessa al centro storico di Bologna nel 1948, nonostante i cambiamenti, San Donato era considerata un’area di confine tra centro e periferia, tra zona urbana e zona rurale, con un’accentuata presenza di contadini e operai (Ibidem, p. 46).
Il Pilastro, entro questo quadro, si colloca all’estremo polo periferico di San Donato e al suo interno oggi risiedono circa 7.000 persone, il 30% circa delle quali, vive ad oggi in un alloggio di edilizia residenziale pubblica.
Elementi di contestualizzazione
L’evoluzione di una realtà urbana non è mai un avvenimento del tutto casuale. In questa sezione verranno trattate alcune questioni ritenute fondamentali per addentrarsi e comprendere il clima storico entro cui si colloca la nascita del Pilastro. Quattro appaiono gli elementi indispensabili a questa disamina.
Il primo, in parte affrontato nella premessa, è relativo alla nascita dei quartieri e all’evoluzione delle funzioni strategiche ad essi assegnati a livello locale. Bologna, quando il Pilastro venne progettato, era da una parte una realtà che aveva già mostrato grandi possibilità di espansione, dall’altro, una città che dopo due conflitti mondiali attraversava un percorso di decisa rinascita. Principalmente per queste ragioni era meta e polo di attrazione per lavoratori provenienti da tutta la penisola e non solo. Sotto il dettato delle spinte urbane, i concetti di centro e periferia venivano a definirsi e con essi il legame dicotomico con cui tuttora viene spesso considerato il rapporto tra le due realtà urbane per eccellenza. Infine, anche in virtù di queste evoluzioni, le politiche abitative, pur provando ad intercettare i trend demografici e migratori del tempo, gestivano i fenomeni oggetto di interesse secondo lo schema emergenziale tipicamente italiano (Tosi, 2017).
[NOTE]
78 Come già visto nel Capitolo 5 a partire dal 2016 il Quartiere ha ampliato le proprie dimensioni trasformandosi in Quartiere San Donato-San Vitale, ma qui si farà riferimento alla vecchia conformazione fisica e morfologica della zona.
79 http://www.comune.bologna.it/storiaamministrativa/stories/detail/40258, consultato il 15.03.2017
80 Si ricorda che Bologna è una città studentesca e il ruolo degli studenti, generalmente abitanti non residenti, potrebbe rimodulare gli equilibri dei quartieri della città in termini di morfologia sociale.
81 http://www.comune.bologna.it/iperbole/piancont/censi20002001/menu_censimenti/menu_abi_mappe/qua_zona_area/nota_aree_stat.htm, consultato il 16.03.2017.
82 L’Istituto Autonomo Case Popolari nasce a Bologna all’inizio del ‘900, a seguito dell’emanazione della Legge Luzzatti. Era una realtà italiana comprendente molteplici enti riuniti con l’obiettivo di costruire e distribuire alloggi per le persone considerate all’epoca maggiormente bisognose. Oggi l’Istituto non esiste più ed è stato sostituito da enti regionali che si occupano di obiettivi simili (vedi Capitolo 4 per maggiori dettagli).
Manuela Maggio, Quartieri di edilizia residenziale pubblica e politica del social mix. Un’indagine quanti-qualitativa a Bologna, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2019