Il primo scontro armato tra la Coduri e la Monterosa avverrà il 1° agosto 1944

Chiavari (GE) – Fonte: Wikipedia

Durante l’ultima decade di luglio del 1944, la presenza militare nel Tigullio subirà un notevole cambiamento. Nella maggior parte delle postazioni dello schieramento antisbarco fino allora occupate dalla 42.a divisione tedesca Alpenjager, ora subentrerà la divisione alpina Monterosa della RSI, proveniente direttamente dalla Germania dove ha seguito, con istruttori tedeschi, mesi di addestramento militare e di antiguerriglia.
Il suo arrivo sarà osannato sia dalla “Fiamma Repubblicana” giornale delle B.N. stampato a Chiavari e diretto da Vito Spiotta [nato a Gioia Tauro nel 1904. Federale di Chiavari, fu uno dei più accaniti persecutori dei prigionieri politici e dei partigiani. Processato nell’agosto del 1945, fu condannato a morte e fucilato a Genova il 12 gennaio del 1946 assieme a Enrico Podestà e Giuseppe Righi, entrambi responsabili di numerose sevizie e condanne sommarie] sia da una serie di manifesti di benvenuto fatti affiggere in po’ dappertutto dalle locali autorità fasciste.
La Monterosa, su tradotte militari, il 20 luglio ’44 inizierà intanto a varcare il confine nazionale e a dirigersi verso la Liguria seguendo l’itinerario: Desenzano, Cremona, Novi Ligure, Genova. Ma fin dal principio sarà soggetta a una lunga serie di bombardamenti e mitragliamenti alleati, incitamenti alla diserzione da parte di soggetti interni ed esterni, continui attacchi di disturbo. A Desenzano, per esempio, dopo il passaggio della testa del convoglio, gli alleati bombarderanno un viadotto e il seguito della colonna dovrà faticosamente trasbordare subendo notevoli ritardi. Ma leggiamo quel che riporta un testimone diretto:
«… a Stradella altra sosta forzata, in attesa di passare il Po su un ponte di barche. […] Poi l’arrivo a Genova, e da Genova il trasferimento, a S. Margherita [Ligure].
Non so quanti chilometri ci siano da Genova a S.M.: so che in quei chilometri, sotto il peso dello zaino e del Mauser, la compagnia si è sfaldata miseramente. I mesi di fame si erano fatti sentire in maniera diversa su ciascuno, prima o poi uno di quei ciascuno crollava, e rimaneva per la strada mentre il resto della compagnia andava avanti, ma lasciando dietro una serie di sconfitti, uno ogni cento metri, cinquecento metri, un kilometro, a cui non restava altro, dopo un po’, di riprendere zaino e fucile e trascinarsi avanti. […]. Certo, tra noi c’erano altri fisici, contadini abituati a mettersi sulle spalle un sacco da un quintale, gente a cui la fatica non faceva paura; ma anche per loro è stata dura». [Franco Panizon, “La bella gioventù”, pp. 34/35, Ed. Mursia, Milano, 2010].
Altra testimonianza, giorno dopo giorno, del “cattivo viaggio” da Genova a Sestri Levante è annotata dal cplm Peloni Emilio [btg. Tirano] nel suo “Diario di guerra” pubblicato on line:
«23 domenica: Tortona, Alessandria, linea di Genova, Sampierdarena, Genova Porta Principe, Brignole. Alt 7.30 (scarico tradotta) …naia naia nera….zaino affardellatissimo in spalla alla volta di Quarto sotto il caldissimo sole si suda maledettamente. Ore 11 arrivo alla Villa Carrara, alt nel giardino, riposo. Tutta la santa domenica in attesa del rancio che arriva alle ore 19 (intanto libera uscita con la pancia vuota). Calato il sole. Ore 21 partenza con zaino in cammino per la riviera (40 minuti di cammino e 20 di riposo) stanchissimi, sudati, gli zaini pesano, le gambe vanno male. Dolcetti e Perini ogni tanto cascano a terra. Passati da Nervi.
24 lunedì : Ancora in marcia. 7.30 alt. ad un km dopo (Ruta) riposo. 13.30 rancio, 18 caricati gli zaini su autocarri di passaggio. Dopo riesco a salire su un autocarro militare che mi porta per Recco, Rapallo, fino a Chiavari. Trovati quelli che accompagnano gli zaini, scaricati. Passo la notte con loro. 23.50 allarme, in rifugio (bombardamento si sente vicino) colpi di fucile tutta la notte.
25 martedì: 0.30 cessato. Ore 4 arriva la compagnia, si prosegue oltre Lavagna. 6.30 alt a Cavi. Riposo in mezzo a campi minati. 14 rancio, 13 bagno in mare. (allarme) sempre sole, si pernotta.
26 mercoledì: 3 sveglia, 4 partenza con zaini, Sestri Levante, S.Bartolomeo. 6.30 alt, riposo in campi di ulivi. Allarme, 12 rancio a secco, 19 rancio caldo. 20.30 si prendono in consegna le postazioni dei mortai e i bunker al mare a Riva Trigoso.
27 giovedì: 7 sveglia, sistemazione in camera per il nostro alloggio nella villa del Sig. Storchi a Riva Trigoso. (allarme continuo ogni ora). 14.30 rancio a secco, ritiro munizioni e trasporto in postazione. 19 rancio caldo (pappina) sole.
28 venerdì: 7 sveglia, trasporto munizioni, allarmi, 12.30 rancio caldo. 18 monto di guardia alle postazioni con 5 uomini. 19.30 rancio caldo, si dorme nel bunker.
29 sabato: 0.10 allarme aereo, chiarori di bengala, colpi traccianti sparati contro gli aerei dagli equipaggi delle bettoline che passano sul mare. Le bombe cadono a vuoto in acqua, servizio continua. 13.30 rancio, 16.10 allarme. 2 caccia bombardieri in picchiata sul bivio di Parma e Spezia [Bivio Lapide in Loc. Lapide n.d.a.], colpita una casa e sotto rimangono i primi caduti del BTG Tirano (1 Serg. 15a comp. e 3 alpini 11a) ore 18 fine servizio, 19 rancio, 19.10 adunata comp. Il Capitano raccomanda il contegno e spiega la nostra situazione. Ordine del giorno: i primi caduti del Tirano. Il com. Btg. 22. Presi quattro ladri di pesche nel frutteto della villa Storchi. [http://www.italia-rsi.org: Peloni Erminio, Diario online del cplm della Monterosa].
Comunque il suo arrivo nelle varie postazioni assegnate, alla fine si realizzò. Il primo grosso reparto a giungere in Riviera e a completarsi (il 26/7/’44) fu il btg Tirano di stanza a Sestri Levante. Ma come furono accolti, dalla popolazione locale, gli alpini della Monterosa? Qualcuno, preferendoli ai tedeschi e alle B.N., con un certo ottimismo; altri con indifferenza; altri ancora, scorgendovi il rischio di un prolungamento della guerra, con disappunto.
[…] Quando poi, sul finire del mese di luglio, nel Levante Ligure, l’arrivo della Monterosa s’era quasi completato e un presidio s’era insediato a Velva Santuario, la “Banda Virgola” (con circa 50 uomini all’attivo) era già più d’un mese che vi si era a sua volta stabilita. Sulle prime, sia da parte degli alpini sia da parte dei partigiani, sembra non vi siano state grosse perplessità, perché, per alcuni giorni, i due schieramenti proseguirono le loro normali attività senza preoccuparsi troppo l’uno dell’altro.
Ma questa calma iniziale durerà poco, perché solo dopo pochi giorni avverrà tra loro il primo scontro armato. E tra gli alpini [tralasciando, per mancanza di dati più precisi, quelle tentate in Germania, assai poche, a quanto si può leggere, e finite tutte in malo modo e quelle avvenute durante il trasferimento in Italia], anche le prime, massicce diserzioni. Ed è nella Coduri, nella Cichero e nella Centocroci che i disertori della Monterosa troveranno il loro primo rifugio, in quanto formazioni più prossime ai loro stessi insediamementi.
Il primo scontro armato tra la Coduri e la Monterosa avverrà il 1° agosto 1944. Infatti quel giorno un gruppo di alpini della Monterosa, con alla testa certo ten. Colini, toscano, a Castello (SP) durante un controllo del territorio, sorprenderà il distaccamento di “Cè” (Talassano Cesare n. 1921) e riuscirà a catturare due partigiani: lo stesso comandante Cè e “Grigio” (Cesare Marsili n. 1885). Giunta la notizia al comando di Velva della Coduri, “Virgola” (Eraldo Fico n. 1915), dispone subito il contrattacco. Riuniti i suoi si dirige verso Carro, che dista circa 15 km da Velva. Arrivato qui e avuta conferma che gli alpini, sulla via del ritorno da Castello, si trovavano ancora lì a Carro a far razzia di bestiame, scende dal camion, suddivide i suoi uomini in gruppi di 10 e ordina l’accerchiamento del paese.
Al segnale convenuto, i partigiani balzano sugli alpini che, presi di sorpresa e sopraffatti, cercano scampo nei vicini boschi, lasciando però in mani partigiane 9 prigionieri, tra cui un paio feriti, molto materiale bellico e il bestiame poco prima razziato. Nonché i due partigiani: Grigio e Cè. Ma dal gruppo degli alpini in fuga nella boscaglia, partiva improvvisamente una raffica di mitraglia diretta verso un gruppetto di partigiani appostati dietro un basso muretto, e una pallottola colpiva “Scioa” (Giuseppe Coduri n. 1914) in piena fronte facendolo stramazzare al suolo, esamine.
Il 1° agosto 1944, la Banda Virgola, sosteneva così il suo primo conflitto a fuoco con la Monterosa; e, contemporaneamente, subiva anche la sua prima perdita sul campo. La notizia della morte di Coduri impressionò molto i suoi compagni che volendo perpetuarne la memoria, da quel momento in poi la “Banda Virgola” non si chiamerà più così, ma prenderà il nome del suo primo caduto e si chiamerà “Banda Garibaldi Coduri”.
L’indomani, 2/8/1944, dopo le esequie di Scioa nel Santuario di Velva, la Coduri, in seguito alle insistenze del commissario della Cichero “Marzo” (Canepa G.B. n. 1896), giunto appositamente il giorno stesso a Velva, accompagnato da una ventina di russi, freschi disertori dell’esercito germanico, e comandati da un certo “Stella”, dovette trasferirsi, per maggiore sicurezza, sulle pendici del Monte Penna, in Val d’Aveto. Durante il trasferimento, con l’assenso dello stesso Virgola, circa una ventina di uomini lasceranno la Coduri per aggregarsi alla “Centocroci” (brigata comandata da “Richetto” (Salvestri Federico n. 1916) e appartenente alla IV Zona spezzina) che operava nel quadrante Varese Ligure/Passo di Cento Croci/Val di Taro.
Intanto la Monterosa, nei quattro cinque giorni successivi alla battaglia di Carro, occupò e fortificò notevolmente le sue postazioni della Val Petronio, di Velva Santuario e della Val di Vara, spingendosi fino a S. Pietro Vara. E l’11 agosto, in un agguato teso da ignoti, trovano la morte altri tre alpini appartenenti al reparto che partecipò alla battaglia di Carro: i sergenti Percussi Sergio e Rossato, e l’alpino Colombo che stavano recandosi a casa in licenza. Nessuno seppe mai chi fosse il responsabile (o i responsabili). Voce di popolo, però, parlandone con me, ha fermamente sostenuto che c’entrassero faccende di donne: forse uno sgarbo o avances sgradite verso qualche ragazza del luogo.
Il giorno 29/7/’44, in Riviera, la Monterosa dà intanto inizio alle sue innumerevoli fucilazioni. A Recco (GE), quel giorno, venne fucilato l’alp. del btg. Aosta, Spoggiari Franco, disertore. Di lui si sa poco, ma si può intuire che la sua diserzione fu un caso isolato, tentata durante il suo trasferimento in Riviera. E il giorno 4 agosto, a S. Margherita di Fossa Lupara (Sestri Lev.), lungo il rio La Valletta, in Loc. Villa Zarello, venne fucilato per diserzione, il cap.le Grasso Vittorio, bresciano, appartenente al btg Tirano. Dodici giorni dopo (il 16) a Castiglione Chiavarese sarà la volta dell’alp. Ritrovato Emilio, chiavarese, del btg Trasporti; e quindici giorni appresso (il 19), sulla stessa piazzola dov’era stato ucciso il cap.le Grasso, vengono fucilati, sempre per diserzione, altri 5 suoi commilitoni: Gualandi Rino, Mantovani Gino, Mercatelli Termine, Nardini Rolando e Travasoni Raul, tutti originari di Argenta (MN).
Su quest’ultima fucilazione si ha una breve ma significativa testimonianza del cplm Peloni Erminio [ivi, op. cit.] che nel suo “Diario online”, in corrispondenza di tale data annota, senza parvente emozione: «8.30/10.30 foto, 12.30 rancio, lavori galleria, 16.30 adunata BTG a S. Vittoria per la fucilazione di 5 alpini del Morbegno, 19.30 esecuzione sentenza, 20 ritorno, rancio». [nda: notare che il Pelone afferma qui che i 5 condannati sarebbero appartenuti al btg Morbegno, mentre si sa con precisione che appartenevano invece al btg Tirano. Solo il plotone di esecuzione era invece composto da militari appartenenti al btg Morbegno].
Ma di quest’ultimo fatto, anch’io serbo tuttora viva memoria: 1°) – perché quel giorno vi fu un grosso via vai di truppe alpine in zona, tra Via per S. Vittoria, Loc. Ramaia e Villa Zarello, dove tra l’altro vennero aumentati anche i militari di servizio al posto di blocco alpini-tedeschi quivi operante, che fermava e impediva a tutti, ma specialmente a noi ragazzi, di dirigerci verso Villa Zarello, luogo dell’eccidio. E alla mia squadra (tutti ragazzi tra i 6 e i 12 anni) la maggior parte dei quali abitanti in via Fabbrica e Valle, quindi sulla sponda opposta del torrente Gromolo rispetto alla Loc. Ramaia, e perciò obbligati a utilizzare la passerella pedonale che in quel punto unisce ancora oggi le due sponde del torrente, impedirono persino d’imboccarla, la passerella, e ci cacciarono bruscamente indietro. 2°)- perché le fucilazioni avvennero poco distanti da casa mia, in località Villa Zarello dove, assieme ai miei fratelli e a mia madre (mio padre era già morto) andavamo spesso a cercare legna da ardere. Intanto su quella piazzola (che praticamente era nel centro di un accampamento di tende del btg Tirano) esiste tuttora un piccolo monumento (eretto dal Comune di Sestri Levante unitamente a Bernardello Sebastiano qualche anno dopo la fine della guerra) dedicato a quei giovani soldati. Tralasciando poi la tragica impressione che fecero, non solo su di me ma su tutta quanta la popolazione di Sestri, tutto quel susseguirsi di uccisioni di cui non si riusciva a capire bene le ragioni, né la crudeltà, né lo “sprezzo” con cui furono trattati i loro resti, il fatto che ho più chiaro in mente è quello che i pali dov’erano stati legati i condannati sono stati lasciati a lungo sul posto (penso quale ammonimento per ricordare agli altri militare la fine riservata ai disertori) tutti scheggiati e insanguinati. Tra l’altro ce n’era uno totalmente divelto perché, si diceva, che il militare che vi era stato legato, urlando, si divincolasse con tutte le sue forze, e anche se colpito a morte, avesse nell’impeto sradicato ogni cosa. Un altro particolare molto agghiacciante era che alle spalle della piazzola dov’erano stati allineati e legati i militari, scorre La Valletta, e subito dopo la collina retrostante s’inerpica ripida verso l’alto, dove, per effetto delle pallottole che avevano attraversato o lambito i corpi dei condannati ed erano terminate lì, erano sparsi ovunque frammenti umani frammisti a indumenti insanguinati. Altri di quei resti erano appiccicati sui cespugli lungo i cigli erbosi della Valletta, dove spesso noi andavano a dissetarci bevendone l’acqua corrente. Quando, guardando, vidi questo spettacolo mi salì il vomito. E da allora non sono mai più riuscito ad avvicinarmi per bere a quella roggia. E ancora oggi, ogni volta che ho modo di passare da quelle parti, chino il capo e mi faccio un segno di croce.
Mia madre, allora, capendo forse che io e mio fratello più grande di me di due anni, ci eravamo spaventati nel vedere tutto quelle cose orribili, dopo averci raccomandato di non avvicinarci mai a quei militari, per nessun motivo, né di accettare niente che ci venisse offerto da loro, da buona toscana qual era, concluse: «… perché sono gentaccia che da quando sono arrivati non hanno fatto altro che ammazzarsi tra loro».
Un altro particolare che mi fece un’enorme impressione, ma che fece impressione anche a tutti gli abitanti del luogo, e che, particolarmente ostili e duri verso gli autori di tanta crudeltà, ne discussero a lungo, fu che alla fine i cinque corpi furono caricati su un paio di carrette militari e trasportati presso il cimitero parrocchiale di S. Margherita di F.L. (a circa 500 m di distanza) dove furono abbandonati dai loro commilitoni; e solo dopo raccolti da mani pietose e cristianamente sistemati.
Comunque noi ragazzi, allora, piuttosto frastornati e avendo un po’ intuito quello ch’era accaduto quel giorno, avevamo posto gli alpini, quelli là, nei cattivi e nelle persone da cui, per non avere brutte sorprese e guai, era meglio starcene lontani.

Carro (SP) – Fonte: Wikipedia

[…] E a loro, sappisti, era demandato anche il compito, prima di avvisare i Comandanti dei distaccamenti che v’erano degli alpini da accompagnare in montagna, di eseguire un’accurata indagine per capire se i richiedenti erano sinceri (perché le spie erano molte, sia tra i militari medesimi sia fuori della loro cerchia).
Poi si dovevano accertare quant’erano di numero; avvisarli di portare con sé, quante più armi possibili, munizioni, vestiario, e soprattutto scarpe in quanto i partigiani ne avevano particolare bisogno. Poi dovevano chiedere se intendevano restare a combattere con la Resistenza oppure raggiungere le loro case. In quest’ultimo caso, però, avrebbero dovuto lasciare tutte le armi e le munizioni in loro possesso ai partigiani, e possibilmente anche i capi di vestiario e le scarpe a loro non strettamente necessarie. In cambio avrebbero avuto un lasciapassare utile per spostarsi attraverso le limitrofe zone partigiane.
Comunque, per tornare a casa, lungo il tragitto non sarebbe stata loro più garantita nessuna protezione armata. Alla fine, se tutto questo era accettato, si fissava l’appuntamento in un certo luogo e a una data ora, si concordavano gli ultimi dettagli circa gli accompagnatori, di cui loro potevano materialmente vederne solo uno o due, ma che a breve distanza (cosa non sempre vera) erano presenti diversi elementi armati che li seguivano e che sarebbero immediatamente intervenuti qualora ci fosse stato qualche movimento strano, o qualche tentativo di rivolta o d’insubordinazione verso le loro scorte-guida.
Come reclutatore e organizzatore della prima fase, Bastian era molto efficace, anche perché agevolato dal fatto che la sua casa era praticamente circondata da uno degli accampamenti più numerosi del Btg Tirano (o del Morbegno quando, verso metà settembre ’44, il Tirano venne trasferito in Piemonte). Inoltre era operaio delle OLE – Officine Liguri Elettromeccaniche produttrici di componenti elettrici per la telefonia militare e affini – dove svolgeva il suo lavoro di fabbro quasi sempre di notte perché la direzione dello stabilimento, ad un certo punto aveva deciso, per non subire le continue interruzioni di lavoro a causa dei frequenti allarmi (suono di sirene soprattutto) che annunciavano probabili bombardamenti alleati e il conseguente allontanamento degli operai dalla produzione, di farli lavorare soltanto di notte.
Cosicché a Bastian, oltre che permettergli, sia a lui sia agli altri elementi impegnati nella cospirazione, di svolgere nottetempo delle riunioni di gruppo (a cui non era raro, nel periodo antecedente il partigianato attivo, che partecipasse anche lo stesso Virgola e suo fratello “Naccari” (Italo Fico n. 1918 che abitavano poco distanti) e di giorno di fare comodamente il contadino. E questo gli dava l’opportunità di disporre di molti prodotti della terra, in quei tempi di fame, tipo uova fresche, frutta di ogni tipo e buon vino che lui offriva volentieri. Nel Tirano erano presenti soprattutto Bergamaschi, Bresciani, Comaschi, ecc. che non disdegnavano affatto di sorbirsi un bell’uovo fresco e berci sopra un bicchierotto di vino buono. E da cosa nasceva cosa. E lui era diventato, per quei giovani, un punto di riferimento importante: per avere informazioni, per chiedere piccoli favori, per conversare o assaporare un po’ di atmosfera quasi famigliare. Dopo ciò, era evidente che scivolare nel discorso di lasciare tutto e andare nei partigiani era cosa semplicissima, per Bastian. Poi dava fiducia e sicurezza perché aveva delle stalle, dei capanni agricoli (e davanti a casa un canneto fitto di più di mille metri quadri dove solo lui riusciva tranquillamente a districarsi) che confinavano con i boschi, dov’era possibile trovare alla svelta un nascondiglio. E poi aveva anche un piccolo uliveto situato in mezzo al bosco, poco oltre il punto dove sorge il monumento dei fucilati, e quindi alle spalle dell’accampamento del Tirano, dove anche qui aveva un capanno dentro cui occultava di tutto, e dove molti famigliari di partigiani a volte s’incontravano con i loro cari o si lasciavano messaggi. Insomma, Bastian aveva tutto per poter svolgere questo compito (e molti altri) in modo egregio. E lo fece. Il suo compito (unitamente ad altre persone) era quello di trovare alpini pronti a salire in montagna, occultarli nella prima fase, avvisare i distaccamenti (Virgola, Riccio, Gronda, Leone, ecc.) e consegnarli, abbastanza informati su tutto, alle squadre che l’avrebbero poi condotti in formazione.
[…] 5)- Quella che segue è una memoria raccolta e trascritta, negli anni 76-79, da “Gronda” (Minetti Antonio n. 1920) per la “Storia della Coduri”: e racconta di una diserzione di 26 alpini della Monterosa di stanza a Riva Trigoso. Operazione iniziata da “Moschito” (Agazzoni Giovanni n. 1920) e condotta a termine da “Rango” (Groppo Silvio n. 1924).
Così racconta Moschito: «Era una mattina di fine settembre [’44] mi trovavo alla Casa Bianca [piccola località poco oltre Montedomenico dove esiste una casa, anch’essa denominata Casa Bianca, entro cui, in momenti diversi, trovò alloggio il Comando della Coduri oppure qualche suo distaccamento, n.d.a.] con «Gronda» (mi ricordo che nel momento c’era anche «Virgola») e «Virgola» quando vidi entrare un ragazzo di Montedomenico dicendo che a Balicca [altra piccola località agli inizi delle rispettive ascese che salgono a Montedomenico e a Libiola] c’era un giovane che voleva parlare con noi poiché a Riva Trigoso tre alpini volevano congiungersi con i partigiani, e malgrado i dissensi di Gronda e di Virgola, scesi al punto indicato e vi trovai Gaggiati Domenico, [già giovane collaboratore dei partigiani e operaio dei Cantieri di Riva Trig., n.d.a.] che vedendomi disse come mai ero lì. Risposi che avevo portato granoturco al mulino, poi disse che lui ci si trovava per mettersi in contatto con i partigiani. Avendo intuito che il partigiano ero io e assieme, su una bicicletta, scendemmo immediatamente a Riva passando il posto di blocco tedesco sito sulla strada di S. Vittoria, passando dalla via Don Toso Emanuele (allora chiamata via dei Chiodi), S. Bartolomeo e le Rocche. Qui Gaggiati prese la bicicletta in spalla e siamo scesi a Riva Ponente, dirigendoci verso Via Genova, ed entrammo in casa del signor Bruzzone Antonio (socialista, poi divenuto consigliere del Comune di Sestri Levante tra il 1956/1965 e assessore tra il 1965/1969). In quell’appartamento vi era un gruppo di giovani, qui ho notato che il padrone di casa era molto preoccupato dalla mia presenza e chiesi dove erano i tre alpini, si fece avanti un giovane che si faceva chiamare Macario (era di Ge-Molassana e lavorava a Riva nella TODT), il quale mi accompagnò all’inizio del Ponte sul Petronio indicandomi il Bunker dove si trovavano gli alpini, dato che in quell’istante era suonato l’allarme aereo, Macario fuggì verso i rifugi e io pensai che era il momento di agire, e mi diressi verso il bunker. Entrai e vidi che gli alpini non erano 3 ma 4. Con la pistola in pugno dissi loro che ero un partigiano sono venuto a prelevare i tre che volevano venire con me, essi rimasero allibiti e ci fu qualche minuto di silenzio, la situazione si faceva sempre più imbarazzante per tutti. Poi uno mi disse: “Ora non si può, c’è pericolo. Venga questa sera alle ore 20 alla trattoria del “Carbonino” (era in via E. Piaggio ed era un locale molto noto perché frequentato anche dagli operai dei Cantieri, n.d.a.) siamo tutti d’accordo”. Mi tese la mano che la strinsi. Anche gli altri mi salutarono allo stesso modo. Uscii preoccupato temendo che mi sparassero alla schiena, ma camminando a passo lento e avendo percorso una decina di metri, mi rassicurai subito, pensai che c’era un alpino in più e un fucile in più. Arrivato all’altezza della farmacia incontrai Valentino (Specchio) faceva parte delle S.A.P. di città, gli chiesi se aveva l’A.B.C. del Partito, poiché “Meneghetta” (Dellepiane Bruno n. 1920) medico della «Coduri», lo voleva leggere e mi disse se avessi incontrato Specchio di farmelo dare) di passare dopo tre giorni che me lo avrebbe procurato.
Io andai a casa, cenato, ritornai per l’ora prescritta all’appuntamento dal “Carbonino”, entrai e vidi una tavolata di soldati tedeschi che mangiavano, mi avvicinai al banco e chiesi alla titolare, Giulia Venzi, dov’erano gli alpini, mi rispose che erano nell’altra sala, apersi la porta ed entrai, davanti a me mi si presentò un quadro davvero inquietante: che al momento era funereo, gli alpini non erano 4 ma due tavolate tutti seduti in attesa di mangiare.
Chiusi la porta a chiave, mi levai il soprabito, misi la pistola e lo sten sul tavolo e chiesi il responsabile, si presentò un caporal maggiore, gli dissi: 1500 partigiani hanno circondato Riva centro, ho tempo ¼ d’ora per trattare con voi, se entro tale termine di tempo non escono hanno ordine di attaccare; alle mie parole gli alpini allibirono, ma parte si alzarono in piedi, il caporal maggiore mi fece notare che il tempo da me richiesto era limitatissimo e che non si poteva nemmeno discutere, (a parte che il sottoscritto ha parlato così perché è stato preso dalla paura trovandosi di fronte ad un gruppo così numeroso, rinfrancato dalla richiesta del caporal maggiore, chiesi se si poteva prendere due ore di tempo per le trattative, avuto conferma, dissi loro che dovevo uscire per avvertire i reparti (che praticamente non esistevano) così uscii e andai all’osteria di Magin (Castagnola Tomaso in via Libertà, e in seguito a Riva Ponente all’osteria “da Muleta” ho fatto trascorrere 40 minuti in tutto dando loro la convinzione che i partigiani c’erano realmente.
Rientrato ho mangiato con loro una bella polenta con spezzatino, piatto da Natale per me, con la fame arretrata che avevo nello stomaco. Ci siamo messi d’accordo che al sabato notte sarebbero venuti via tutti. Uscii per primo, i tedeschi erano andati via e io andai a casa mia a dormire, l’indomani mattina raggiunsi Iscioli e dissi a Gronda che gli Alpini del presidio di Riva venivano tutti con noi; però, per forza di cose dovevo portarli [attraverso] Moneglia in quanto a farli passare nella Val Gromolo era pericoloso dato che esistevano gli Alpini da Barattieri, Alpini e tedeschi a Villa delle Pesche in Sara, e tedeschi nelle vicinanze di Villa Zarello, e ho pregato che mi desse in aiuto Rango che lui era pratico dei distaccamenti nemici sul versante di Moneglia, ed era più facile far passare il reparto da quella parte che non dalla Val Gromolo. Era il 30/9/44, giorno di sabato, scendo con il compagno Rango e arriviamo a Trigoso in casa mia. Ed è qui che dissi al compagno Rango di aspettarmi a Moneglia, all’imbocco della galleria che sarei arrivato con gli Alpini, e ci lasciammo. Coadiuvati dal gruppo S.A.P. di Riva, gli Alpini lasciarono il bunker e si portarono all’imbocco della galleria, qui con il compagno “King” (Bottari Enrico n. 1924) arrivammo a Moneglia con gli Alpini, purtroppo data l’ora tarda, «Rango» non c’era più, e io mi misi in testa alla colonna, King la chiudeva, e mi inerpicai sulla collina in mezzo agli uliveti. Dopo una ½ ora di marcia vedo il chiaro dentro un rustico, busso alla porta, sento dire chi è, partigiani rispondo, aprite, ho bisogno di parlarvi. La risposta è negativa, “non apro a nessuno”, io gli rispondo che se non avesse aperto gli avrei fatto saltare il casolare, allora la moglie disse al marito: “Carogna apri qui abbiamo dei bambini”; e così che mi si presentò un uomo con il volto terrorizzato che tremava come una foglia, io le misi una mano sulla spalla dicendo: “Ma siamo tutti partigiani, non abbiate paura, siamo mica fascisti!”. Preso da parte chiesi l’itinerario da fare senza incappare nei distaccamenti nemici, la strada me l’insegnò giusta e io sbagliai e camminavo verso la Bottigliona, è stata una vera fortuna che incontrai la zia di Rango, la quale mi mise al corrente che la Bottigliona era occupata dai tedeschi. Mi mise a conoscenza pure dove poter nascondere gli Alpini, i quali li ho sistemati in due baracche e mandai a chiamare Rango, il quale si presentò con un altro che non ricordo se era suo fratello oppure “Lupo” (Braconi Roberto n. 1919), a loro lasciai gli Alpini e tornai a Riva con Bottari per ritirare la stampa da Valentino, senonché incappai nel rastrellamento che i tedeschi e i fascisti avevano iniziato, e mi rifugiai in un buco nel cortile di casa mia. Mandai una staffetta da Virgola per avvertire che gli Alpini erano al sicuro, e al mattino seguente [del 2.10.44] arrivai a Iscioli che gli Alpini condotti da Rango erano appena arrivati. Bottino 27 uomini e 27 fucili, dei quali 10 semiautomatici, 3 machine gewehr e 3500 colpi. A conclusione dell’operazione la Signora Venzi Giulia e Macario sono stati arrestati e condotti a Castiglione Chiavarese, il comando Alpino voleva sapere da loro chi era l’uomo del soprabito, cosa che nessuno dei due poteva dirlo poiché non ero conosciuto da loro, in più presero numerosi giovani in parte portati in Germania. La signora Gai Giulia in Venzi e Macario furono rilasciati dopo circa una quindicina di giorni di detenzione.
6)- Parte conclusiva dell’azione condotta e raccontata a Gronda da “Rango” (Groppo Silvio n. 1914): «Era il giorno 16 settembre ’44, quando al distaccamento comandato da Gronda si ritorna a parlare dei 26 alpini di stanza a Riva Trigoso che sono decisi a venire in montagna con tutte le armi; chi ancora una volta ne parlava era Moschito, allora il Rango dice: mi sembra diventata una favola ormai, mi dà la sensazione che tu Moschito vuoi ritornare giù con la scusa degli alpini e che invece vuoi andare a trovare la tua giovane moglie, proprio non ci credo più; Moschito, ribatte che vada anche lui a sincerarsi e così si renderà conto. Rango accetta, ma Gronda, che ancora non aveva parlato, prese la parola e disse: ragazzi, non è uno scherzo da nulla prelevare, anche se vengono volontariamente, 26 alpini a Riva Trigoso, farle attraversare tutte le gallerie che portano a Moneglia, attraversare il paese, salire su al Bracco (e sappiamo quanti accampamenti di alpini e Tedeschi ci sono lungo questo tragitto) attraversare la statale del Bracco, sempre pattugliata, scendere a Fiume di Castiglione, risalire verso S. Pietro di Frascati attraversando l’altra strada battuta in continuazione dal nemico, con accantonamenti di alpini a S. Pietro – di alpini e Tedeschi in quantità a Castiglione Chiavarese, per non parlare del traffico che il Caposaldo del Santuario di Velva riversava su quella via – del forte gruppo di fascisti esistenti a Castiglione, è una azione questa che va molto meditata, ma soprattutto dobbiamo prima sincerarsi dove sono ubicati i nemici, quanti sono, tracciare accuratamente l’itinerario e dislocare lungo tutto il percorso staffette del posto pronte ad intervenire per avvertire di eventuali cambiamenti di percorso per forze maggiori. Stati calmi, penserò a tutto e poi vedremo il da farsi. Tutti ne convennero e così fu fatto. Furono fatti tutti gli accertamenti e il giorno 6 ottobre (notare la differenza di date tra Moschito e Rango che però non ha rilevanza ai fini del racconto, n.d.a.) avuto ordine dal Gronda partii per incontrarmi la sera a casa di Moschito e decidere il da fare; ricordo sempre che il Gronda mi disse: stai bene attento Rango, se vedi che ci sono pericoli lascia perdere tutto, non voglio rischiare la vita di nessuno, del resto se non li prendiamo adesso li prendiamo un’altra volta. Mi trovai con Moschito, parlammo anche con due alpini e si decise che la sera dopo, alla mezzanotte io sarei stato ad aspettarli all’uscita dell’ultima galleria, fin lì li avrebbe accompagnati Moschito. La sera dopo attesi fino all’una, e oltre; poi visto che non si vedeva nessuno raggiunsi casa mia e mi sistemai in un fienile, ormai albeggiava e di giorno era molto pericoloso camminare senza essere notati, poi al Bracco tutti sapevano che io ero andato in montagna e quindi c’era poco da fidarsi. Al mattino presto arriva mio padre e mi dice: è venuto Bracconi (Lupo – una delle staffette dislocate lungo il percorso) e mi ha detto che ti aspetta al più presto al posto che tu sai, ma stai attento, perché stamane c’è un movimento di nemici molto più fitto, non so il perché. Mi reco all’appuntamento con Lupo e mi dice: sono venuti gli alpini? Dico di no; meno male, questa notte hanno beccato Bozzano Giuseppe (“Grande” n. 1927) e il cognato di Moschito (Gavignazzi Alfredo “Terribile” n. 1925, in seguito caduto). Mentre eravamo intenti a discutere di questo e pensavamo che alla sera con il buio saremmo tornati al Distaccamento e Moschito ci avrebbe ragguagliato del fallimento; in quel mentre arriva mio fratello più anziano e mi dice: possibile che ne combini sempre delle nuove? Ma che c’è, chiedo io? E lui: guarda che giù a valle, subito fuori del paese di Moneglia, c’è Moschito con una trentina di alpini, che ti aspetta! sono nascosti fra gli ulivi al tale posto; allora dico a mio fratello: tu vai giù direttamente, dato che nessuno ti dice nulla, avvisi Moschito che io arrivo per altra via, e te Lupo tieni gli occhi bene aperti, se ci saranno novità ti manderò ad avvisare. Mi porto sul luogo indicatomi, trovo Moschito con gli alpini, me li consegna e se ne torna indietro attraverso i boschi. Ormai da Riva è stato dato l’allarme della fuga e tutta la zona è in agguato. Dove mettere 26 alpini in pieno giorno e darle da mangiare? Li faccio passare in un valletto profondo e raggiungo 2 casolari miei pieni di fieno e li faccio sistemare alla meglio; eravamo sotto una batteria di alpini a non più di 200 mt, dalla zona ho fatto allontanare gli sfollati, dei miei parenti, alla chetichella per non dare nell’occhio, e feci sistemare alla porta di ogni casolare una mitraglia Machine Gewehr dicendo loro di stare calmi, non parlate e non uscite fuori, attorno ci sono una 50ina di partigiani pronti ad intervenire in caso di bisogno, la batteria sopra di noi è sotto tiro, quindi non avete ad aver paura, pensiamo noi a tutto. Di partigiani in tutta quella zona ero il solo e su in alto c’era “Lupo” (Braconi Roberto n. 1919). Mio fratello racimolò un po’ di viveri nella frazione di S. Saturnino e ce li portò, e la giornata passò senza nessun inconveniente. Alla sera verso le 21 partiamo, io ero molto pratico del posto e conoscevo i viottoli più impensati a menadito; così raggiungemmo il Lupo (una delle tante staffette di controllo dislocate lungo il percorso), ci portammo nelle vicinanze della Via Aurelia dove pensavamo fosse meno pericoloso l’attraversamento e a 4 per volta li facevo passare dalla parte opposta; ma mi accorsi che così facendo perdevamo troppo tempo, allora l’ultimo gruppo lo feci attraversare tutto insieme. Quando fummo dalla parte opposta tutti, ci contammo, mancavano 3 alpini che diedero l’allarme e infatti una grossa pattuglia giunse sul posto e si mise a sparare nella direzione da dove proveniva il rumore, ma andò bene, nessuno rimase ferito. Dovevamo fare presto, scendere al Fiume dove un’altra staffetta attendeva (Scanavino di Campegli, in seguito caduto) lo raggiungemmo ma ci disse che lo Zeffiro (n/s collaboratore al corrente di tutto) era venuto ad avvisarlo che tra S. Pietro di Frascati e Castiglione erano in allarme, perciò di cercare un altro passaggio per attraversare la rotabile Sestri Levante – Varese Ligure. Non c’era più tempo da perdere, ormai avevamo perso troppo tempo, imbracciammo le armi e tentammo di passare fra Castiglione e S. Pietro; ci andò ancora una volta bene, e così all’alba raggiungemmo il Distaccamento. In località Lenzano di Monte Pu trovammo l’ultima staffetta scaglionata lungo il percorso.
Tutti questi alpini [che da 26 qual erano partiti rimasero in 23 perché 3, come abbiamo visto, si dileguarono lungo il percorso mettendo a rischio anche la vita dei loro commilitoni, n.d.a.] dopo essersi riposati, chiesero il n/s lasciapassare e si avviarono verso le loro case. Lasciarono tutto l’armamento e le scarpe buone di cui avevamo molto bisogno.
Quella volta, dopo tanta apprensione per l’attesa, facemmo festa, il Distaccamento aveva in dotazione 2 mitraglie pesanti e per noi, allora, era cosa molto, molto importante». […]
Elio V. Bartolozzi, Fascicolo n. 40 – Doc. 7, La “Coduri” e gli assenti arbitrari della Divisione Monterosa della RSI, netpoetry