Italiani nella guerra civile di Spagna

Fonte: ANPI Lissone

È stato detto che la guerra di Spagna (17 luglio 1936-1° aprile 1939) fu un preludio e una prova generale della Seconda guerra mondiale, in cui si affrontarono le forze antifasciste e quelle fasciste. Ciò è in parte vero, ma con un paio di precisazioni. A differenza che nel conflitto mondiale, i Paesi democratici come la Gran Bretagna e la Francia o gli Stati Uniti non scesero direttamente in campo. L’aiuto maggiore alla Repubblica venne dalle brigate internazionali di volontari (circa 32 mila) e dai mezzi e uomini inviati sino a un certo punto dall’Unione Sovietica. La seconda differenza è che mentre nel 1945 vinse il fronte antifascista, nella guerra civile del 1936-1939 si affermarono i golpisti di Francisco Franco, con l’aiuto fondamentale dei nazisti, che inviarono la divisione aerea Condor, forte di circa seimila uomini, e dei fascisti italiani che oltre a all’aviazione e alla marina impiegarono in totale circa 60 mila uomini, dieci volte più degli alleati tedeschi. Mussolini volle che si chiamassero Corpo truppe volontarie (Ctv): in realtà quello fascista fu un corpo di spedizione composto da soldati e ufficiali attratti soprattutto dalla paga. A differenza della spedizione d’Etiopia, con cui il regime raggiunse il massimo del consenso, con la guerra di Spagna cominciarono ad affiorare le prime crepe. I veri volontari italiani furono quanti, circa tremila, combatterono a fianco della Repubblica spagnola e in più di un’occasione fascisti e antifascisti italiani si scontrarono direttamente. Cinquecento furono i morti fra le brigate italiane, mentre quattromila fra il corpo di spedizione fascista. Un enorme tributo di sangue da una parte e dall’altra che in qualche modo anticipò la Guerra civile del ’43-’45.
Il Corriere della Sera, come tutta la stampa di regime, seguì con grande attenzione l’evoluzione della guerra, che Benito Mussolini e il genero Galeazzo Ciano credevano erroneamente si potesse risolvere in pochi mesi. L’attenzione fu più alta con l’aumentare dello sforzo militare. Nel 1937 andarono in Spagna Achille Benedetti, Mario Massai e Renzo Segàla, nel 1938 arrivarono anche Guido Piovene e Virgilio Lilli, nel 1939 a Massai e Lilli si aggiunse Ciro Poggiali […]
I lettori italiani non erano informati con obiettività, soprattutto quando — come spesso capitava — le truppe fasciste dovevano segnare il passo. Particolarmente imbarazzante fu per Mussolini e tutto il regime l’episodio di Guadalajara del marzo 1937, quando il corpo di spedizione italiano venne fermato dalle brigate internazionali, all’interno delle quali si distinse il battaglione Garibaldi, che ebbe come primo comandante il repubblicano Randolfo Pacciardi e primo commissario politico il comunista Ilio Barontini. Più fortunati erano i lettori americani e inglesi, poiché tra i loro giornalisti c’erano Ernest Hemingway («Per chi suona la campana»), George Orwell («Omaggio alla Catalogna») e Robert Capa, il fotoreporter autore della famosa foto del miliziano colpito mentre va all’attacco.
Fra i nostri reporter, a dire un po’ di verità ci provò Indro Montanelli, che sul «Messaggero» descrisse la battaglia di Santander senza toni retorici, anzi come un’allegra scampagnata, ma venne per questo espulso dall’ordine dei giornalisti. Le cronache del «Corriere della sera» rimangono tuttavia un importante documento storico da integrare con una lettura ex post degli eventi. Va inoltre ricordato il ruolo che nella guerra di Spagna ebbero le brigate di Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli. L’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, avvenuto in Francia a Bagnoles-sur-l’Orne il 9 giugno 1937 per mano di un gruppo di cagoulard (incappucciati) che agivano agli ordini dei servizi segreti italiani, è da legare senz’altro all’efficace azione del 28 agosto 1936 a Monte Pelato condotta dai 140 volontari italiani organizzati da Carlo e dall’efficace parola d’ordine da questi lanciata il 13 novembre dalla radio di Barcellona: «Oggi in Spagna, domani in Italia».
«Rivolta in Spagna e nel protettorato del Marocco» titolava in prima pagina il «Corriere della sera» del 19 luglio 1936. Nonostante il rilievo dato alla notizia, cinque colonne di taglio alto, il servizio datato Parigi, 18 non era firmato. Le informazioni dell’anonimo articolista erano ben circostanziate, ma il giornale di via Solferino non aveva ancora deciso quanto investire su quella novità politico-militare destinata a cambiare gli equilibri nell’Europa mediterranea. Sicuramente, anche a Palazzo Venezia sapevano con largo anticipo dell’«alzamiento» dell’esercito contro il legittimo governo repubblicano e democratico eletto il 16 febbraio 1936. Ma Mussolini non aveva ancora deciso cosa fare: in quale misura cioè appoggiare i generali Francisco Franco, Emilio Mola, Gonzalo Queipo De Llano e José Enrique Varela, a capo della rivolta. La decisione di inviare truppe italiane sarebbe stata presa in novembre. Il contingente sarebbe arrivato a 60 mila soldati nel gennaio 1937. Un numero ben superiore ai seimila della divisione Condor tedesca. Ma ci furono mesi di indecisione. Sicché, anche in via Solferino, nell’estate 1936 si temporeggiava. Gli inviati sarebbero partiti l’anno successivo.
La guerra di Spagna si caratterizzò sin dagli inizi per la violenza contro i civili e fra i civili. Cominciarono i cosiddetti «nazionali», cioè i golpisti guidati da Francisco Franco, che nelle zone conquistane commisero crimini orrendi. Avvenne così il 14 agosto 1936 con la strage nella città di Badajoz in Estremadura e, nello stesso mese, anche nell’isola di Majorca, divenuta importante base navale dei golpisti. I governi repubblicani di José Giral e poi di Francisco Largo Caballero, soprattutto agli inizi, non seppero tenere a freno gli elementi più estremisti e violenti, che si accanirono anche contro il clero. Tra il 18 e il 31 luglio furono uccisi ben 861 sacerdoti. Durante tutta la guerra civile i religiosi eliminati furono poco meno di settemila. Naturalmente sul «Corriere della sera» non si sottacevano questo tipo di notizie. E sull’edizione del 15 settembre 1936, a pagina 2, (sulla timeline) venne ospitato un servizio intitolato «Il Papa denuncia i pericoli del comunismo». Quattrocento profughi spagnoli, la maggior parte religiosi, erano stati ricevuti a Castel Gandolfo da Pio XI, affiancato dal segretario di Stato Pacelli, il futuro Pio XII. «Grave dolore – scriveva il notista da Roma – cagiona al cuore del Papa il pensiero di tante stragi».
[…] «Guernica distrutta dai rossi e liberata dalle truppe di Franco». Così il 30 aprile 1937 il «Corriere della sera» titolava la corrispondenza di Renzo Segàla dalla città martire basca. Nessun accenno all’incursione aerea della Legione Condor nazista, che nel pomeriggio del 26 aprile, aiutata dalla nostra aviazione legionaria, aveva raso al suolo il 45 per cento degli edifici, provocando centinaia di vittime. Non le migliaia rivendicate dalla propaganda repubblicana, ma diverse centinaia. Il bombardamento di Guernica, con il successivo scontro delle opposte retoriche, la cui espressione più alta rimane il quadro di Pablo Picasso, rimane l’epicentro della Guerra civile spagnola, che divenne sempre più un banco di prova dello scontro internazionale tra nazifascismo da una parte e comunismo e democrazie dall’altra. Da un lato i massicci aiuti tedeschi e soprattutto italiani, se si considera l’impiego di uomini, al generale Franco, dall’altro il sostegno alla Repubblica dei volontari dei Paesi democratici (furono circa 32 mila) e dell’Unione sovietica, che inviò mezzi militari e alcune migliaia di consiglieri. Uno sforzo che non fu sufficiente a fermare l’avanzata franchista, anche per le reticente del governo francese di Leon Blum e delle più forti riserve del governo inglese.
«Il popolo di Barcellona chiede la resa» titolava a pagina il «Corriere» del 18 marzo 1938 (sulla timeline). Il 20 avvertiva: «Barcellona abbandonata da centinaia di migliaia di abitanti — scene di terrore e di rivolta». E il 21 incalzava: «Barcellona stremata». Che cosa era successo? Un fatto poco studiato dai libri di storia. Una replica della crudeltà di Guernica. Questa volta a farne le spese la popolazione della capitale catalana, protagonisti assoluti gli aviatori italiani, che su ordine diretto di Benito Mussolini avevano sganciato sulla popolazione 44 tonnellate di esplosivo. I morti causati dalle incursioni dei bombardieri Savoia Marchetti furono seicento, secondo le stime più prudenziali. Per Mussolini l’avanzata delle truppe nazionali era di una lentezza esasperante e in quelle settimane di attrito con Hitler, che si era appena annesso l’Austria, voleva dare una dimostrazione di forza. Lo fece a scapito delle donne e dei bambini di Barcellona, cui nessuno ha mai chiesto scusa.
[…]
Per il pieno controllo della Spagna da parte dei nacionales di Franco mancava soltanto l’ultima decisiva pedina, quella di Madrid. Il 28 febbraio Manuel Azana si dimise da presidente della Repubblica e ai primi di marzo il fronte interno della capitale era diviso: alcuni ufficiali del Consiglio di difesa nazionale, guidati dal colonnello Segismundo Casado, cercarono di trattare la resa con Franco. I membri del governo repubblicano fuggirono in Francia. La capitolazione definitiva avvenne il 28 marzo. Così la prima pagina del «Corriere della sera» del 29 (sulla timeline) era costruita attorno a due parole a caratteri cubitali, «Madrid liberata». Il fascismo aveva vinto, almeno in Spagna, sul bolscevismo e il Duce poteva premiare «sull’Altare della Patria gli Eroi dei cieli d’Africa e di Spagna». Dopo la guerra d’Etiopia e la guerra di Spagna si apriva il nuovo devastante capitolo della seconda guerra mondiale costruito attorno al Patto d’acciaio da poco firmato con la Germania. […]
Dino Messina, Luglio 1936: Guerra civile di Spagna, le prove del conflitto mondiale, Corriere della Sera

La Guerra Civile spagnola è considerata la “prova generale della seconda guerra mondiale”, avendo visto, in primo luogo, la contrapposizione tra gli schieramenti che qualche anno dopo si sarebbero affrontati nel conflitto globale, ovvero le forze fasciste, sostenute economicamente e militarmente dall’Italia mussoliniana e dal Terzo Reich, e le forze repubblicane, appoggiate innanzitutto dall’Unione Sovietica. In secondo luogo, la guerra di Spagna è prova generale anche perché rappresenta, per gli schieramenti contrapposti, l’occasione per testare nuove armi e strategie, tra le quali il bombardamento terroristico diretto a colpire strutture civili, e quindi la popolazione, e la guerriglia, le cui tecniche verranno riprese dai movimenti europei di Resistenza al nazifascismo.
La Guerra civile spagnola non è frutto unicamente del clima politico europeo degli anni Trenta del XX secolo, ma ha radici profonde nella storia del ‘900. Nel 1902 Alfonso XIII diviene re e rafforza l’alleanza della monarchia con clero, aristocrazia, alta borghesia ed esercito, favorendo così, per reazione, l’affermazione dei movimenti socialisti e sindacalisti rivoluzionari fra le classi popolari. Al termine della Grande Guerra, anche la Spagna vive un’intensa stagione di agitazioni politiche, note come “triennio bolscevico” (1918-1921). Nel contesto di crisi del sistema politico, in alcuni settori della destra tradizionale si fa strada l’idea di dare vita ad una versione spagnola del fascismo, che rispecchi i desideri della destra autoritaria riproponendoli in chiave moderna, e che sconfigga definitivamente le organizzazioni di sinistra. Il progetto di “rivoluzione dall’alto” si traduce nella dittatura del generale Miguel Primo de Rivera (1923-1930), che trasforma in linea politica i valori e lo spirito corporativistico dell’esercito. Il nuovo rapporto fra corona e forze armate sarà la base del quarantennio franchista. Vista dall’Italia fascista, la Spagna appare una “nazione sorella”; Mussolini pensa all’alleanza con il generale de Rivera come possibilità di ripristinare il controllo “latino” sul Mediterraneo. Successivamente, l’avvento del “generalissimo” Francisco Franco rafforzerà queste speranze.
La crisi economica globale del 1929 esaspera anche la situazione sociale interna alla Spagna. Il governo di Primo de Rivera non sopravvive alle pressioni del paese, che chiede il ripristino del regime costituzionale. Primo de Rivera si ritira nel 1930 ed è sostituito da altri alti ufficiali. Alle elezioni del 1931 lo schieramento repubblicano vince in molte città, e ciò provoca il crollo della monarchia e l’avvento della Seconda Repubblica Spagnola. Questa, tuttavia, si trova a dover gestire la difficile eredità economica e sociale del regime precedente. La crisi incide inevitabilmente sulla popolarità delle sinistre e così, già alle elezioni del ’33, la Repubblica subisce una sterzata a destra, ricordata come “biennio nero” (1934-35). A questo segue un nuovo cambio di rotta: alle elezioni del febbraio 1936, infatti, vince il Frente Popular (che unisce repubblicani, socialisti, comunisti e parte degli anarchici), e ciò finisce con il preoccupare la destra filofascista, che inizia a pensare a un atto di forza. L’alleanza con l’esercito è così scontata, e coincide con un’intensa attività ostruzionista nei confronti dell’operato del governo, peraltro attaccato da una feroce campagna di stampa, che diffonde l’idea di una cospirazione anarco-comunista evitabile solo affidando la nazione al suo storico difensore, per l’appunto le forze armate. Il golpe reazionario prende le mosse, nel luglio 1936, nel protettorato marocchino, in cui è di stanza parte dell’esercito iberico al comando di Francisco Franco. L’esercito si ammutina il 17 luglio e pochi giorni dopo l’aviazione tedesca e italiana danno vita a un ponte aereo fra il Marocco e Siviglia, per il trasporto delle milizie franchiste in continente. Da allora in poi Germania e Italia forniscono alle truppe di Franco un notevole contributo in uomini, armi, mezzi. Intanto, la Francia, che è governata dal Fronte popolare, propone alle altre potenze europee la creazione di un “Comitato di non Intervento negli affari di Spagna”, al quale aderiscono formalmente anche Germania e Italia, che in realtà continuano a sostenere le forze reazionarie. La Germania nazista utilizza il conflitto spagnolo per mettere alla prova le sue nuove forze armate, in particolare l’aviazione, che nell’aprile 1937, con il sostegno italiano, rade al suolo la cittadina di Guernica (Paesi Baschi), che diverrà, anche grazie a un famoso dipinto di Pablo Picasso, il simbolo della guerra terroristica contro i civili. L’Italia fascista invia un contingente di 70.000 uomini (T. Detti, G. Gozzini, Il Novecento, Bruno Mondadori, 2002) e, nel marzo 1938, si rende responsabile, tra le altre cose, del bombardamento terroristico su Barcellona.
La repubblica reagisce con prontezza, sostenuta, dal settembre del 1936, dalle Brigate Internazionali, composte, su iniziativa dell’Internazionale comunista, da volontari che accorrono da tutta l’Europa e da vari paesi del mondo. Questi volontari, nel novembre 1936, respingono l’offensiva dei franchisti a Madrid. Pur con difficoltà, la Repubblica resiste per quasi due anni, ma nel marzo 1938 una grande offensiva delle truppe franchiste fa perdere terreno ai difensori e, di fatto, spezza in due il territorio repubblicano. I militari conquistano città dopo città e il 26 gennaio 1939 prendono Barcellona, centro nevralgico della resistenza. Il 28 marzo, dopo che Francia e Inghilterra ne hanno già riconosciuto il governo, Franco entra a Madrid e annuncia la resa dell’esercito repubblicano. Nominato “Generalissimo di tutte le forze armate e capo del governo dello stato spagnolo” a guerra ancora in corso, Francisco Franco associa immediatamente alla strategia bellica una studiata campagna propagandistica incentrata, sulla scorta del modello fascista, sul culto della personalità e, dato il sostegno del clero, sulla “santità” del proprio compito. Il partito della Falange, d’ispirazione fascista, è scelto come strumento adatto a colmare il vuoto ideologico del colpo di stato franchista.
La dittatura spagnola ha fine solo con la morte naturale del caudillo (il condottiero), avvenuta nel 1975. Franco, che sceglie di non entrare in guerra durante il secondo conflitto, sa adattarsi ai tempi. Quando gli equilibri internazionali cambiano, nel 1945, fa leva sul proprio cattolicesimo e soprattutto sul proprio anticomunismo, trasformandosi in un utile alleato delle potenze occidentali – quegli stessi stati che hanno sconfitto il nazifascismo – impegnate nella Guerra Fredda. L’identificazione con la chiesa equivale a non presentarsi agli occhi del mondo come un residuo dei regimi totalitari che hanno portato alla seconda guerra mondiale. Grazie a questo ruolo la chiesa e la cultura cattolica ottengono un controllo politico, economico e culturale quasi totale sulla società spagnola. La transizione alla democrazia avviene per iniziativa di Juan Carlos I, re dal 1975. Nel 1978 è promulgata la Costituzione.
La Guerra Civile spagnola, ANPI, 25 Dicembre 2010

Rovine di Guernica – Fonte: ANPI Lissone

[…] Molti furono i volontari italiani che accorsero in Spagna al fianco dei repubblicani: “Oggi in Spagna, domani in Italia” era il motto di Carlo Rosselli, fuoriuscito antifascista in Francia che, con il fratello Nello, aveva fondato “Giustizia e Libertà” (verranno assassinati il 9 giugno 1937 da sicari fascisti).
Carlo Rosselli, il 13 novembre 1936, fece un discorso via radio da Barcellona che rimase storico: «Compagni, fratelli, italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di italiani antifascisti esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria per l’ideale di un popolo intero che lotta per la sua libertà. Vi chiedono che l’Italia proletaria si risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle fabbriche, dai porti italiani non debbono più partire le armi omicide. Dove non sia possibile il boicottaggio aperto, si ricorra al boicottaggio segreto. Il popolo italiano non deve diventare il poliziotto d’Europa. Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa».
Un gran numero di quadri e di organizzatori delle “brigate internazionali”, costituite nell’ottobre del 1936, giocheranno in seguito, nei rispettivi paesi, in ruolo importante nella Resistenza: tra gli Italiani, oltre ai fratelli Rosselli, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Leo Valiani, Giovanni Pesce, Randolfo Pacciardi. Diversi gli scrittori di varie nazionalità: André Malraux, Ernest Hemingway, George Orwell, Antoine de Saint-Exupery, John Dos Passos.
I volontari portavano come distintivo una stella a tre punte, emblema del “Fronte Popolare”.
“O ci si opponeva alla diffusione del fascismo e si andava a combatterlo, oppure si era acquiescenti con i suoi crimini e colpevoli di permetterne la diffusione».
Calcolare con esattezza quanti fossero i volontari è difficile. Le stime sul numero degli uomini che da cinquanta diversi paesi accorsero in Spagna a combattere il fascismo, variano da un minimo di 40 a un massimo di 60 mila unità. Di questi, quasi il 20 per cento morirono e molti erano stati almeno una volta feriti.
Nell’ottobre del 1938 c’erano ancora 12.673 brigatisti in Spagna: intrapresero il lento cammino verso la patria o l’esilio, molti andando incontro a una sorte ancora più terribile di quella che avevano conosciuto. Finirono nei campi di concentramento francesi, e molti caddero poi nelle mani delle SS e morirono nelle camere a gas.
Chi ne uscì vivo non poté tornare in Spagna fino alla morte di Franco, trentasette anni dopo. La profezia di Dolores Ibarruri si realizzò, tuttavia, almeno in parte nel 1995 quando il governo socialista di Felipe Gonzalez concesse la cittadinanza spagnola a tutti i superstiti delle Brigate internazionali […] Guadalajara: 21 marzo 1937, la prima sconfitta del fascismo
Il 21 marzo le truppe repubblicane, coadiuvate dal battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali e dei carri armati sovietici, andarono al contrattacco. I carri armati leggeri degli italiani, con le mitragliatrici fisse, non erano in grado di competere con i T-26 russi provvisti di torretta girevole e armati di cannoni.
Con grande umiliazione di Mussolini le truppe italiane furono messe in fuga dopo cinque giorni di combattimento. La sconfitta aveva molte cause: l’inclemenza del tempo, il morale basso e l’equipaggiamento inadeguato degli italiani, il testardo coraggio dei repubblicani.
Dal punto di vista militare Guadalajara fu soltanto una piccola vittoria difensiva, ma dal punto di vista morale fu per i repubblicani un enorme trionfo: si impadronirono di armi per loro preziose e anche di documenti che dimostravano come gli Italiani non fossero volontari, bensì soldati regolari.
Durante la guerra civile i nazionalisti ricevettero armi e aiuti per un valore di circa 700 milioni di dollari. Di questi, buona parte fu concessa gratuitamente, soprattutto dall’Italia. Fra il mese di dicembre del 1936 e l’aprile 1937 Roma inviò circa 100.000 soldati.
Guernica: 26 aprile 1937
Fu il primo esempio di obiettivo civile indifeso raso al suolo dall’aviazione.La legione Condor tedesca, che utilizzava tecniche di attacchi coordinati terra-aria e i bombardamenti in picchiata e a tappeto, lunedì 26 aprile 1937, passò all’azione a Guernica; era giorno di mercato. La cittadina, che aveva grande valore simbolico per i baschi, venne distrutta in un unico terribile pomeriggio di incessanti incursioni aeree.
Uno dei primi giornalisti ad arrivare sulla scena fu George Steer, corrispondente del “Times”.
Dal suo reportage: “Guernica, la più antica città dei baschi e il cuore della loro tradizione culturale, è stata rasa al suolo dalle incursioni aeree degli insorti. Il bombardamento di questa città aperta, distante dalle linee del fronte, è durato esattamente tre ore e un quarto. Durante tutto questo tempo un possente squadrone aereo, composto di tre tipi di velivoli tedeschi, ha continuato a sganciare sulla città bombe da mille libre in giù e, si calcola, oltre tremila proiettili incendiari.
Contemporaneamente i bombardieri si tuffavano sul centro della città, mitragliando i civili che vi si erano rifugiati. Il bombardamento di Guernica è diventato il simbolo della guerra civile, immortalato nel quadro di Pablo Picasso: La città fu la prima nella storia mondiale ad essere distrutta dall’aviazione […]
Redazione, La guerra di Spagna 1936-1939, ANPI Lissone, 12 novembre 2009

“Di tutti i popoli, di tutte le razze, veniste a noi come fratelli,
figli della Spagna immortale,
e nei giorni più duri della nostra guerra,
quando la capitale della Repubblica spagnola era minacciata,
foste voi, valorosi compagni delle Brigate Internazionali,
che contribuiste a salvarla con il vostro entusiasmo combattivo,
il vostro eroismo e il vostro spirito di sacrificio”.
Dolores Ibarruri – Discorso per lo scioglimento delle Brigate Internazionali (1939)
Nei mesi successivi allo scoppio della guerra civile, le forze politiche e sindacali legate al Fronte Popolare organizzano la difesa della Repubblica creando colonne armate alle quali, progressivamente, si uniscono volontari provenienti da tutto il mondo.
Tra queste colonne si distinguono la Colonna Durruti, guidata dal popolarissimo comandante anarchico Buonaventura Durruti (1896-1936), che cadrà nella difesa di Madrid, e il Quinto Reggimento, creato dai comunisti e comandato da Enrique Lister (1907-1994) e Juan Modesto (1906-1969).
I volontari delle Brigate Internazionali, promosse, organizzate e radunate in Spagna dall’Internazionale comunista, provengono da 52 paesi diversi, sono circa 40.000 e migliaia di loro moriranno in combattimento. In tutti i paesi europei e in America si moltiplicano le iniziative e le raccolte di aiuti a favore della Repubblica. Nascono così organismi quali il Comitato internazionale per l’aiuto al popolo spagnolo e il Soccorso Rosso internazionale.
Secondo l’opinione di molti storici, la sconfitta della Repubblica è in gran parte dovuta alle divisioni interne al Frente Popular. Fra le sue fila, infatti, prevale la frammentazione, la dispersione delle risorse economiche, militari e umane. A seconda delle zone, il potere, e di conseguenza la gestione delle azioni, è in mano a gruppi diversi che non riescono a coordinarsi, e nei quali si riflettono le contraddizioni dell’antifascismo e del socialcomunismo mondiale, le difficolta con gli anarchici etc. La guerra, combattuta contro un esercito vero e proprio, strutturato e bene armato, finisce con l’essere ingestibile.
Si cementano i contrasti dovuti ai differenti obiettivi sociali e politici, aggravati dall’ingerenza dell’unico sostenitore economico della Repubblica – l’URSS di Stalin – che mira ad affermare la supremazia comunista all’interno dei resistenti, anche a rischio della perdita di posizioni, come di fatto avviene durante i quattro giorni di scontro armato a Barcellona nel 1937, scontri interni fra comunisti da una parte e anarchici e POUM – Partito Operaio di unificazione marxista – dall’altra. Il POUM viene addirittura dichiarato fuorilegge nel 1938 dal fronte repubblicano filogovernativo e i suoi leader arrestati e, perlopiù, assassinati.
In tale contesto, Francisco Franco non può che avere la meglio. Dopo la conferenza di Monaco, nella quale si discute la sorte del territorio cecoslovacco dei Sudeti, che viene praticamente regalato a Hitler da Gran Bretagna e Francia, l’Unione Sovietica abbandona l’idea di un’alleanza con le potenze democratiche e finisce con l’interrompere l’invio di aiuti in Spagna. La strada per la vittoria di Franco è spianata.
Le Brigate Internazionali, ANPI, 25 Dicembre 2010

[…] Il lavoro, come si evince già dal titolo, ricostruisce la vicenda della Sezione italiana della colonna anarchica Ascaso, composta prevalentemente da militanti anarchici e di Giustizia e Libertà e che ebbe tra i suoi organizzatori due figure di spicco dell’antifascismo come Carlo Rosselli e Camillo Berneri. La Sezione ebbe vita breve e turbolenta, minata dalle tensioni crescenti tra le sue diverse componenti e scioltasi in seguito alla riorganizzazione delle forze repubblicane portata avanti nel corso del 1937. Fu però uno dei primi gruppi di volontari stranieri presenti in Spagna, una sorta di avanguardia dell’interventismo, e la prima colonna italiana a conquistare una certa notorietà internazionale, in particolar modo dopo la battaglia di Monte Pelato che la vide protagonista. Una vicenda poco indagata dalla storiografia, soprattutto rispetto agli studi e alla memoria sulle Brigate Internazionali, ma non meno significativa per la comprensione del fenomeno del volontariato e per lo studio del complesso universo dell’antifascismo […]
Andrea Miccichè, Enrico Acciai, Antifascismo, volontariato e guerra civile in Spagna. La sezione italiana della Colonna Ascaso, Milano, Unicopli, 285 pp., € 18,00 2016, SISSCO

Nell’Europa tra i due conflitti mondiali furono decine di migliaia gli antifascisti che furono costretti
a sperimentare, per motivazioni che scivolavano spesso dal politico all’economico o viceversa,
l’esperienza dell’esilio forzato. 211 La circolazione degli uomini e delle donne, e le contaminazioni
che ne derivarono, furono elementi caratterizzanti dell’antifascismo sin dai secondi anni Venti.
Come ha recentemente ricordato Hugo Garcia è proprio l’approccio transnazionale che aiuta ad
«andare oltre i tanti studi già disponibili sulle diaspore antifasciste per ricostruire la circolazione
delle idee, delle pratiche e dei simboli antifascisti». 212 In questa direzione ci sembra molto utile la
riflessione che Davide Turcato ha dedicato all’anarchismo italiano come movimento transnazionale.
Tra i due conflitti mondiali, al pari dell’anarchismo nel corso delle sue vicende storiche a cavallo tra
‘800 e ‘900, l’antifascismo europeo fu non solo il risultato della somma dei vari antifascismi
nazionali, ma anche quello della loro contaminazione reciproca nelle località di esilio. 213
Detto ciò, e considerando che solo un’esigua minoranza degli antifascisti fu costretta alla scelta
dell’esilio, partiremo nelle nostre riflessioni da un momento centrale delle vicende del primo
novecento europeo: la guerra civile spagnola. In Spagna, tra il 1936 e il 1939, molti esuli antifascisti
decisero di fare una scelta radicale come quella del volontariato in armi. «Dopo i lunghi anni di
esilio», avrebbe scritto Carlo Rosselli nel settembre del 1936, «io confesso che fu solo quando
varcai la frontiera della Spagna, quando mi iscrissi nelle milizie popolari e indossai la tuta, divisa
simbolica del lavoro armato, e imbracciai il fucile, che mi sentii diventare uomo libero, nella
pienezza della mia libertà».214 Una buona parte degli europei che accorse a combattere in Spagna,
se si escludono i francesi, i britannici e gli scandinavi, lo fece partendo dalla condizione di esule.
Se, come ha rilevato sempre Garcia, tra i due conflitti mondiali l’antifascismo si concretizzò anche
in una vera e propria cultura dell’esilio, andatasi delineando in metropoli come Berlino, Parigi, Mosca, Barcellona, Londra e New York, ci sembra che anche quanto successe in Spagna, soprattutto
se letto alla luce di quanto sarebbe successo durante la Seconda guerra mondiale, contribuì a
determinare il senso di appartenenza a una comunità transnazionale che aveva nella lotta ai fascismi una delle proprie priorità e che era costretta a vivere un’esistenza forzatamente cosmopolita, a cavallo di confini e di frontiere. 215
Secondo lo storico marxista britannico Raphael Samuel essere comunista tra le due guerre aveva
significato «avere un’identità sociale che trascendeva i limiti della classe, del genere e della
nazione», pensiamo che questa definizione sia utile per descrivere, in maniera più estesa, gli
appartenenti alle diaspore antifasciste e, nello specifico della nostra riflessione, coloro che fecero la
scelta delle armi in Spagna tra il 1936 e il 1939. 216 Avere partecipato a quel conflitto dava, a nostro
avviso, una sensibilità particolare e nuova rispetto alla necessità di continuare in una lotta
sovranazionale contro i fascismi. Prima di poter tornare a combattere, molti reduci del conflitto
spagnolo si dovettero però confrontare con un’esperienza che è stata spesso ignorata dalla
storiografia sull’antifascismo: quella dei campi di concentramento francesi.
[…] Nel settembre del 1938 Juan Negrín, nel corso di un intervento presso la Società delle Nazioni, rese pubblica la decisione di ritirare le BI dai fronti spagnoli. Negrín chiese inoltre che fosse organizzata una commissione ufficiale che verificasse l’effettivo ritiro degli stranieri.217 Nel volgere di poche settimane i volontari antifascisti passarono da essere dei combattenti a venire trattati come dei reduci. Una condizione non facile, per uno straniero, nella Spagna repubblicana di fine 1938. La
notizia del ritiro non fu ben accolta dai volontari. Giovanni Pesce avrebbe parlato di una profonda amarezza che si diffuse rapidamente tra i suoi compagni d’armi. I 218 sentimenti dei volontari, in
particolare quelli di chi non sarebbe potuto facilmente rientrare nel proprio paese d’origine,
dovettero essere contrastanti; da un lato si chiudeva un periodo denso di emozioni e dall’altro nuove
nubi si addensavano all’orizzonte.
Francesco Fausto Nitti così avrebbe ricordato l’addio alla propria unità: «quando mi fu comunicato
l’ordine di partenza, compii l’ultimo giro di addio a tutte le batterie. Gorgolian, che con me se ne
andava, mi accompagnò. […] Abbracciammo a uno a uno i nostri bravi compagni, ci inchinammo
alle sepolture recenti e ce ne andammo con la gola serrata per il pianto che ci saliva dal cuore».219 Il
ritiro degli internazionali sarebbe stato lungo e complicato e si sarebbe concluso definitivamente
solo con la fine della guerra civile all’inizio dell’anno successivo. Già dal momento dell’annuncio di
Negrín il problema della smobilitazione si pose con tutta la sua urgenza alle autorità repubblicane:
al settembre 1938 circa un terzo dei volontari delle BI erano ancora in Spagna. L’impellenza del
problema ci viene confermata dai toni che emergono dai documenti russi. Il 18 novembre in una
relazione indirizzata a Voroshilov, Ministro della Difesa sovietico, si poteva leggere come la
partenza dei volontari dalla Spagna ponesse in primo piano la questione del loro futuro: «eccetto i
francesi, gli scandinavi e gli angloamericani, che hanno la possibilità di rientrare legalmente nei
propri paesi, la situazione delle altre nazionalità, in particolar modo degli austrotedeschi, dei
balcanici, dei polacchi dei cechi e degli italiani, non può che innervosirli per quanto riguarda il
proprio avvenire».220 Il rifiuto da parte delle autorità francesi di accogliere quei reduci fece il resto,
bloccando di fatto molti reduci in Spagna. Il 31 ottobre, ad esempio, dei 350 feriti trasportati da un
treno speciale furono ammessi oltralpe solo gli 85 di nazionalità francese. 221 Il 2 novembre
successivo, secondo la denuncia de L’Humanité, un altro convoglio di feriti gravi delle BI venne
fermato sul confine: i 62 francesi furono autorizzati a transitare e giunsero a Cerbère poco dopo, cantando la Marsigliese e l’Internazionale, mentre i restanti 350 feriti furono bloccati al confine e
dovettero ammassarsi sotto un tunnel ferroviario per proteggersi dai bombardamenti franchisti. 222
L’evacuazione dei reduci stranieri divenne quindi da subito una «questione delicata e complicata»,
molti di loro erano fisicamente e psicologicamente provati, un malessere che aumentò tra chi non
sapeva cosa lo avrebbe atteso una volta lasciata la penisola iberica. 223 Gli ormai ex volontari furono concentrati dai primi giorni di ottobre in Catalogna, così da trovarsi in zone relativamente prossime alla frontiera franco-spagnola: i campi di smobilitazione, organizzati su base nazionale, erano pensati come zone di transito dove sistemare i reduci in attesa che fosse deciso il loro destino. Si potrebbe dire che, nel corso delle ultime settimane del 1938, i volontari stranieri furono vittime,
loro malgrado, di politiche internazionali che li avrebbero voluti fuori dalla scena politica europea
dopo il settembre di quell’anno. Questi reduci rappresentarono la pesante e tangibile eredità di un
periodo che la velocità della politica internazionale aveva ormai già spazzato via.
Enrico Acciai, Reti di solidarietà transnazionali: dalla guerra civile spagnola alle resistenze europee 203, “Cantieri di Storia IX, SISSCO” (Padova, 13-15 settembre 2017, Università degli Studi di Padova – SISSCO)
203 Le riflessioni contenute in questo paper sono il frutto di un lungo lavoro di ricerca che mi ha impegnato nel corso degli ultimi anni e che ha già visto i seguenti sbocchi editoriali: Una guerra senza pensioni e senza medaglie. Le traiettorie dei reduci antifascisti italiani di Spagna tra prigionia, resistenza e dopoguerra, in “Revista Universitaria de Historia Militar, 6 (2014); Ieri in Spagna, oggi in Europa. Le rotte dei reduci italiani delle Brigate Internazionali in un continente in guerra (1936-1945) in: F. Bertagna e F. Melotto (a cura di), Resistenza e guerra civile. Fonti, storie e memorie, Cierre Edizioni, Verona, 2017; e, in particolare, in E. Acciai e I. Cansella, Storie di indesiderabili e di confini. I reduci antifascisti di Spagna nei campi francesi (1939-1941), Effigi, Arcidosso, 2017. Ringrazio Ilaria Cansella, con la quale ho condiviso una parte delle ricerche che mi hanno portato fin qui, e l’ISGREC di Grosseto, che ha finanziato una buona parte di questo lavoro. Ringrazio anche Santo Peli che, in occasione di un convegno tenutosi nell’aprile 2016 a Verona, ha discusso un paper nel quale cominciavo ad affrontare i temi sviluppati più organicamente in questa sede. Questo paper è anche il risultato del progetto finanziato dalla Commissione Europea, nell’ambito del programma H2020-MSCA-IF-2015,
“Garibaldinism and radicalism: Traditions of transnational war volunteering in Southern Europe, 1861-1936” (Project ID: 704152).
210 Clavin, Defining Transnationalism, cit., p. 422.
211 Cfr. L. Rapone, Emigrazione italiana e antifascismo in esilio, in “Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana”, 53 (2008).
212 Garcia, Presente y futuro de una ilusión, cit., pp. 240-241.
213 D. Turcato, Italian Anarchism as a Transnational Movement, 1885-1915, in IRSH, 52 (2007).
214 Cfr. E. Acciai, Antifascismo, volontariato e guerra civile in Spagna. La Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Unicopli, Milano, 2016, p. 57.
215 H. Garcia, Transnational History: A New Paradigm for Anti-Fascist Studies? in “Contemporary European History”, 25 (2016), p. 566.
216 R. Samuel, Faith, Hope and Struggle: The lost World of British Communism, in “New Left Review”, 154 (novembre-dicembre 1985), p. 11
217 E. Moradiellos, El reñidero de Europa – Las dimenciones internacionales de la guerra civile española, Península, Barcellona 2001, pp. 225-226.
218 F. Giannantoni, I. Paolucci, Giovanni Pesce “Visone”, un comunista che ha fatto l’Italia. L’emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra (Togliatti, Terracini, Feltrinelli), Edizioni Arterigere, Varese 2005, p. 68.
219 F. F. Nitti, Il maggiore è un rosso, Einaudi, Torino 1974, p. 205.
220 R. Radosh, M. Habeck e G. Sevostianov (a cura di), España traicionada – Stalin y la guerra civil, Planeta, Barcellona 2002, p. 552.
221 Archivo Ministerio de Asuntos Exteriores [AMAE], AR, legajo 1786, expediende 2. Console spagnolo a Port-Vendres a Ministro degli Esteri, 31 ottobre 1938.
222 “Le gouvernement interdit l’entrée en France des blessés et malades des Brigades internationales”, L’Humanité, 2 novembre 1938.
223 Russian State Archive of Social Political History [RGASPI], 545.1.11. Comunicazione di André Marty al CC del PCE, 27
settembre 1938.