La missione Orange-Gobi paracadutata tra i partigiani

Squillace, Vanzetti e De Leva

La prima missione alleata (italo-americana) si chiamava ‘Orange-Gobi’ e fu paracadutata sui monti della Val Pellice il 17 marzo 1944.
Partita da Brindisi, dopo aver sorvolato il Tirreno e la Liguria, fu paracadutata: “… toccammo terra, anzi neve, alle 2.30 di mattina circa…”, come ricorda il ‘dinamitardo Vanzetti’, nome in codice ‘Renato’, in un’intervista rilasciata all’Eco delle Valli Valdesi del 23 giugno 1995 a Bouissa e Lo Bue Erberto.
La missione, inviata dall’OSS (Ufficio Servizi Strategici Statunitensi) in collaborazione con ORI (Organizzazione per la Rinascita Italiana), attiva nel Sud Italia e a contatto con gli Alleati, era costituita da ‘Leccio’ (Mario De Leva), ingegnere torinese e capitano d’aviazione, che era anche il capo missione; da ‘Renato’ (Riccardo Vanzetti), di origine ebrea, ingegnere e tenente d’aviazione, esperto dinamitardo e istruttore di partigiani sabotatori; da Giorgio Squillace, radiotelegrafista, nome di battaglia ‘Bruno’.
Paracadutati sul versante francese del Palavas, De Leva, conoscitore della zona, portò i compagni sopra Villanova, scese poi a Bobbio e fu identificato a fatica.
Raggiunse Agosti a Torino per svolgere il ruolo di informazione politica.
‘Renato’ e Squillace rimasero nascosti nella ‘Capanna Marconi’ sopra Bobbio, mentre c’era il rastrellamento (è soprannominata così in quanto il gruppo aveva in dotazione una radio ricetrasmittente).
Vanzetti divenne il capo dei sabotatori di Valle; il 24 giugno 1944 il suo gruppo, ‘Dinamite’, si trasferì in pianura e, dopo l’agosto ’44, egli divenne Comandante della Brigata Val Pellice e della V^ Divisione G.L.
Squillace si nascose prima nella ‘Capanna Marconi’, poi si trasferì a Torre Pellice presso i fratelli Cesan e vi rimase dall’agosto 1944 fino alla Liberazione.
Trasmetteva per radio le notizie del posto e quelle spedite da Torino con un servizio staffetta capeggiato da Enrico Frache, impiegato della Mazzonis, che andava a Torino con il ‘Norge’, e dai fratelli Giulio Cesan e Michele Cesan (‘Cei’), detti ‘i fratelli Bandiera’. Portale B&F

La Missione Orange Gobi è stata probabilmente la prima missione italo-americana paracadutata oltre le linee del fronte. La ricostruzione è stata fatta da uno dei 3 protagonisti volontari, l’Ing. Riccardo Vanzetti (nome di battaglia Renato) con una intervista rilasciata a L’Eco delle Valli Valdesi in occasione del cinquantenario della liberazione – 25 aprile 1995. La missione era composta da Vanzetti, da Mario Di Leva (Marcello) che aveva passato le linee del fronte da nord a sud, e da Giorgio Squillace, un radiotelegrafista della flotta sottomarina italiana.

Squillace

Erano tutti volontari e la missione fu organizzata dall’OSS, servizio segreto americano che aveva fatto alleanza con l’Organizzazione per la rinascita italiana ORI. Furono paracadutati da un Halifax bimotore partito da Brindisi, il 17 marzo del 1944: ” Toccammo terra, anzi neve alle ore 2,30 di mattina e ci demmo subito da fare per cercare tutto il materiale e soprattutto gli sci. Vedendo un fiume che scorreva in direzione ovest capimmo di essere in Francia – seguimmo così la direzione est per tre giorni e tre notti per passare il confine italiano. Giorgio fu travolto da una slavina e scendemmo fino al fondo di una valle per cercarlo, era stato parecchio tempo sotto la neve ed era in condizioni gravi. Nel frattempo De Leva scese a valle per cercare aiuto. Fu arrestato da un gruppo di partigiani di Prearo e un gruppo di contrabbandieri salì a recuperare me e Giorgio. Restammo nascosti durante i rastrellamenti di marzo e solo quando la situazione ci sembrò tranquilla trasportammo la radio a Torre Pellice a casa dei fratelli Cesan, dove fu nascosta in un alveare. I tedeschi nonostante i radiogoniometri non riuscirono mai a localizzarla. Svolgemmo così il lavoro informativo con l’ausilio di staffette tra Torre Pellice e Torino dove si era stabilito De Leva. Tramite radio facemmo arrivare i primi lanci di materiale bellico ed io cominciai a fare dei corsi di istruzione per il suo uso. Era soprattutto materiale adatto ai sabotaggi: plastico, detonatori, micce. La direttiva che avevamo era di interrompere le vie di comunicazione fra le basi nemiche di Torino e Provincia e la frontiera, che nel frattempo era tornata in mani alleate”.

Vanzetti

Vanzetti con le squadre di guastatori fu protagonista della fase di Resistenza detta “pianurizzazione”. L’attività partigiana si spostò dalle vallate, dove si rischiava di rimanere intrappolati, alla pianura dove erano gli obbiettivi da sabotare. Fu una strategia vincente che causò gravi danni al nemico favorendo poi l’occupazione delle città da parte dei partigiani prima dell’arrivo delle forze alleate. Sentieri Partigiani Valle Pellice

Ogni missione alleata procurava molta ansia alla popolazione della Valle, perchè solitamente era seguita da violente reazioni dei nazi-fascisti: rastrellamenti, incendi, uccisioni, rappresaglie…
A Novembre del 1944, mentre un’ennesima missione tentava di entrare in valle dalla Francia attraverso il Colle Seillère, venne catturato Paul Garnier, che la accompagnava e che perse la vita.
Chi era Paul Garnier?
Un membro di un distaccamento sciatori situato in alta montagna, fra il Granero e il Boucie.
Il regolare servizio con il Comando Alleato in Francia fu assicurato dal lavoro e dalla lotta che questo distaccamento condusse sulle montagne: per questo fu riconosciuto e premiato dagli Alleati.
La ‘fama’ di ribelle Paul se l’era conquistata in molteplici azioni: nel dicembre del ’43 aveva partecipato all’assalto del presidio dei ‘moru’ di Bobbio Pellice; nel febbraio ’44 alla cattura di un altro presidio dopo due giorni di combattimento; nel giugno ad azioni a Villar Pellice e a Torre Pellice; in agosto aveva subito il feroce rastrellamento che si era abbattuto su tutte le vallate alpine; in ottobre era stato protagonista in altre azioni al Villar.
A novembre, il comando Alleato in Francia affida ad una piccola pattuglia, formata da Garnier, da ‘Paul Pipa’, da ‘Gianötin’ e guidata da ‘Gayot’, l’incarico di trasferire in Italia una missione americana arrivata nell’alta valle del Guil.
Il gruppo partigiano, esperto dei rischi e delle fatiche di montagna, cerca di far desistere gli Americani, fra cui il giornalista Collins, dal loro proposito, perchè la marcia attraverso i passi di confine, coperti di abbondante e farinosa neve fresca, sarebbe stata massacrante per degli inesperti.
Fu tutto inutile.
Allora venne scelto il Colle Seillère, a quota 2850, perchè sembrava offrire migliori possibilità di riuscita dell’impresa.
Gli Americani, assolutamente impreparati alla difficile salita, in cima al colle rivelarono condizioni di profonda stanchezza, rese insopportabili da una violenta tormenta e da freddo intenso.
L’unica possibilità di ‘filtrare’ tra le file nemiche era rappresentata dalla zona del Rifugio Granero, per quanto occupata dai Tedeschi; il gruppo confidava nell’opera di ‘occultamento’ della notte che stava calando e nella scarsa visibilità.
Non sempre però il destino è favorevole: come era arrivata, così la tormenta, all’improvviso se ne andò, lasciando allo scoperto la pista dei ribelli sulla neve fresca.
I nemici comparvero all’improvviso.
E fu scontro a fuoco. Paul Garnier, per essersi troppo esposto, fu colpito in fronte e rimase sulla neve.
Gli Americani si arresero; mentre i ribelli superstiti cercarono di riguadagnare il colle.
‘Gayot’ fu colpito ad una gamba, ma continuò con i compagni ad avanzare, lasciando sulla neve una vistosa scia rossa.
I nemici incalzavano, ma, ancora una volta, l’imprevedibilità del tempo in montagna aiutò i partigiani.
Riprese con violenza la tormenta, che li nascose agli inseguitori; scese la notte, altra coltre protettiva, ma aumentò il freddo: un principio di congelamento ai piedi rese faticosa l’avanzata dei compagni di ‘Gayot’.
Con una marcia forzata, incoraggiandosi vicendevolmente, riuscirono a raggiungere il ‘Rifugio Barbara’ nella Comba dei Carbonieri: si erano salvati.
Il loro compagno Paul era rimasto nella neve, vestito come un Americano.
Come tale gli furono fatti a Bobbio i funerali, ai quali partecipò la popolazione, che, pur avendolo riconosciuto, non ne svelò l’identità per evitare ritorsioni contro la famiglia e per non svelare l’attività di collegamento con gli Alleati oltre confine.
Nella menzione per la proposta di medaglia d’argento al valore militare, si legge: “Garnier rimane lassù, arrossando con il suo sangue la bianca neve e testimoniando con il suo sacrificio l’attaccamento al dovere, il senso di responsabilità di una razza di prodi” e alle pendici del Monte Granero, una lapide con la data della sua morte, 10 novembre 1944, testimonia la volontà dei Böbiarel di non dimenticarne il sacrificio. Portale B&F

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