La pace degli alveari

Cosa si può fare per impedire ai futuri guerrieri di crescere e preservare l”umanità dalle catastrofi a cui è destinata?” Con questo interrogativo si sviluppa il romanzo di cui ho parlato nel numero 138 di Leggendaria, Rivista di Libri, Letture, Linguaggi: uno straordinario romanzo pubblicato nel 1947, La pace degli alveari, della scrittrice svizzera Alice Rivaz. Anticipatrice di molti temi aperti da Il Secondo sesso di Simone de Beauvoire due anni dopo, è stata definita da Annie Ernaux “sorella di femminismo”. Riporto di seguito il mio pezzo per intero.

Una donna decide di tenere un diario su cui inizia a scrivere di nascosto, celandolo nella quiete dell’armadio della biancheria. Non esiste luogo della casa che sia più femminile di questo, come non esiste gesto più comune e liberatorio, per una donna, che tenere un diario segreto. Lei è la protagonista del romanzo La pace degli alveari, di Alice Rivaz, scrittrice svizzera vissuta attraverso tutto il ’900. Impiegata al Bureau International du travail di Ginevra, figlia di un prestigioso dirigente socialista di cui preferì non spendere il nome assumendone uno de plùme, trova il tempo e l’occasione per cominciare a dedicarsi alla passione della scrittura durante gli anni della Seconda guerra mondiale quando il suo lavoro al Bureau viene forzatamente sospeso. Escono diversi romanzi e raccolte di racconti che riscuotono un discreto successo, ma La pace degli alveari pubblicato nel 1947 suscita perplessità e polemiche aspre. La protagonista è una tranquilla impiegata di nome Jeanne Bornand, e le prime parole del suo diario, che costituisce il romanzo, sono semplici e in apparenza quasi banali: “Credo di non amare più mio marito”.

Nella storia della narrativa a firma femminile abbiamo incontrato molte protagoniste che scrivono un diario, una per tutte Valeria, del Diario segreto di Alba de Cespedes. Ma Jeanne Bornand è diversa: il suo interrogarsi sul giro di boa a cui è arrivata la propria vita diventa subito un’aperta messa in discussione del rapporto coniugale e un implacabile atto d’accusa nei confronti dell’istituzione stessa del matrimonio: “Ma com’è difficile vedere un semplice compagno in colui che tanto a lungo è stato qualcos’altro. E poi! Che razza di compagno! Lui che è per l’appunto così poco tagliato per essere quello di una donna. Così poco tagliato per vivere con noi, lui che non apprezza le nostre stesse cose (…). Quanto gli preferirei a questo punto la compagnia di un’amica, di una madre. Il fatto è che loro appartengono ad una specie diversa dalla nostra. L’avevo capito già da piccola. (…) A volte me lo chiedo: cosa abbiamo a che fare noi con dei pazzi del genere?” Sul quaderno i pensieri prendono spunto dalla vita quotidiana e dai modi in cui il marito l’attraversa con indifferenza, chiuso in un mondo tutto declinato al maschile che non la prevede se non come dispensatrice di cure domestiche. Anche l’ufficio è una miniera di riflessioni: le chiacchiere in apparenza lievi con le colleghe svelano paesaggi dentro i quali ognuna sembra custodire la propria ricetta per affrontare al meglio l’esistenza, quasi sempre a prezzo di compromessi e sacrifici. Ma le considerazioni di Jeanne si spingono sempre più avanti: ormai la presa di parola attraverso la scrittura acquista la forza dirompente dell’atto sovversivo e osa intaccare i pilastri del sistema di valori maschili, descritti nella loro distruttività; l’esito inevitabile non può che essere la guerra. Dopo quanto è accaduto in Spagna, scrive Jeanne, qualunque mostruosità sarà possibile se dovesse verificarsi la catastrofe mondiale a cui si corre incontro con tanta spavalderia. “Non l’avevamo previsto il lavoro notturno degli aviatori, le bombe sopra i lettini dei bambini, sulle cucina a gas, sulle mensole con i libri. Non avevamo previsto niente, noi donne; come sempre li abbiamo lasciati fare; che si minacciassero, che sfilassero in parata, che venissero alle mani. Insegniamo loro a camminare, a parlare, li educhiamo e li vestiamo. Ma non appena sfuggono dalle mani, dalle nostre case, dalla sorveglianza vigile dei nostri occhi, eccoli sparire in massa. Dove vanno? Cadono a milioni, gli occhi chiusi dall’orrore, su tutti i campi di battaglia del mondo. Ecco cosa gli accade.

E allora, si chiede Jeanne, cosa si può fare? Si dovrà impedire a tutti i guerrieri di crescere? Ed ecco il pensiero inatteso e dissacrante: “La società delle api è molto più antica ed evoluta di quella degli uomini. Chi può dire quali stadi evolutivi ha superato per arrivare a questa perfetta organizzazione di vita e di lavoro? Chi lo sa se una delle condizioni di questo stato di perfezione non era la messa fuori gioco, metodicamente voluta ed operata, dei maschi piantagrane. Sacrificarli, comunque, affinché l’alveare viva”. Naturalmente l’idea di Jeanne non è lo sterminio di massa del genere maschile, ma un sottrarsi delle donne, abbandonarli al loro destino. “E soprattutto non dovremmo più ascoltarli(…) Non saremmo più quelle che lavorano di spugna sulla lavagna nera dei loro errori, non saremmo più quel coro laudativo di serve.(…) Sì, gli uomini dovrebbero stare in guardia. Dovrebbero pensare più spesso alla pace degli alveari. Al prezzo che si paga per la pace degli alveari…”. Questo piccolo romanzo è uscito due anni prima del Secondo Sesso di Simone de Beauvoire, e ne anticipa molti temi, ma Alice Rivaz è stata dimenticata per lungo tempo. Ristampato per la prima volta a Losanna nel 1970, è stato tradotto quest’anno in Italia dalla casa editrice paginauno, che aveva già tradotto altre sue opere, tutte meritevoli di lettura e approfondimenti. Morta in solitudine in un ospizio nel 1988, da qualche anno sta vivendo anche qui in Italia una nuova vita attraverso le sue opere. Ancora una volta, come è successo per tante altre sorelle di scrittura, il gesto e la parola autorevole e amorosa di altre donne potranno renderle giustizia e collocarla nel posto che le spetta di diritto, come commenta Annie Ernaux in copertina: “Per me Alice Rivaz è una vera sorella di femminismo”.

(La pace degli alveari, Alice Rivaz, paginauno, 2019, 15 euro)

di Maristella Lippolis

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