La scuola partigiana di Campione d’Italia, la Brigata Gufi, le trame nere del dopoguerra

Campione d”Italia; sullo sfondo, Lugano – Fonte: Wikipedia

Nella notte fra il 27 e il 28 gennaio 1944 Sandro Beltramini, 34 anni, milanese, comunista, l’agente ‘Como’ della Missione Oss ‘Violet’, aveva ottenuto, con la collaborazione di alcuni cittadini, senza colpo ferire, la resa dei sei carabinieri reali e la liberazione della cittadina passata in un paio d’ore sotto il Regno del Sud. Nell’‘operazione Quail’, finanziata con 8.752,20 franchi svizzeri, erano stati coinvolti i servizi segreti svizzeri e la Regia Legazione Italiana di Berna. Non si era trattato di un ‘colpo di Stato’ come contrabbandato in questi decenni bensì di una più modesta ‘rivoluzione simulata’ che aveva colto il nemico alla sprovvista, coordinata sul territorio da don Pietro Baraggia, parroco di Campione d’Italia, e da Felice De Baggis, 43 anni, ex ufficiale dell’esercito regio in contatto con l’Oss. Campione d’Italia, da quel momento ‘feudo statunitense’, sotto il controllo della Legazione badogliana di Berna, era diventata il luogo ideale per le diverse strategie partigiane in cui, accanto agli Alleati, potevano tessere le loro trame sedicenti capi banda alle cui spalle spesso prendevano forma disinvolte e anche pericolose iniziative di contrabbando di armi, di merci e di denaro.
Conquistata Campione d’Italia, gli Alleati erano stati in grado d’accelerare il loro programma formativo costituendo un Laboratorio operativo per la penetrazione in Italia di agenti segreti e propaganda del PWB, un Centro radio trasmittenti a Villa Ghezzi collegato con il Governo del Sud e con il Quartier Generale Alleato di Siena e di Algeri e, dal 24 luglio 1944, un anomalo Centro per l’addestramento di giovani partigiani a Villa Mimosa, ex dépendance del casinò, affidato al maggiore dei bersaglieri Giovanni Battista Cavaleri ‘Gufo Maggiore’, 50 anni, monarchico, ardito nella prima guerra, esponente di rilievo della borghesia milanese. Tre strumenti particolari: una fucina di ‘007’, una centrale di trasmissione e ascolto a vasto raggio e una vera e propria ‘scuola partigiana’ per affiancare alle bande presenti sulle montagne del confine gruppi filo alleati formati da giovani italiani che avevano trovato rifugio nell’énclave dopo l’8 settembre, in gran parte rampolli di agiate famiglie, qualche ex militare e qualche contrabbandiere.
I borghesi, poco più che ventenni, animati in qualche caso da spirito patriottico, erano del tutto ignari dell’utilizzo che di loro si sarebbe fatto nella ‘scuola’ tanto che, interrogati molti decenni dopo da chi scrive, poco e confusamente avevano saputo dire di quell’esperienza assai improvvisata che, dopo un approccio “con l’istruzione sulle armi, collegamenti, lettura della carta, orientamento”, era iniziata con la partenza per la Val d’Intelvi il 23 settembre 1944 (la formazione fu chiamata I Gufi) quando sembrava possibile la caduta della Linea Gotica e l’avanzata decisiva degli Alleati verso il Nord (il famoso momento opportuno) e che si era trasformata, per l’inesperienza dei più, fra scontri a fuoco col nemico e ritirate, in vera tragedia, sotto il peso dei rastrellamenti in Val Menaggio, Valsolda e Val Cavargna e poi in una fuga disordinata fra i monti fortemente innevati verso la Svizzera. Un’esperienza che era stata bollata con parole severe dal nuovo Delegato Militare del Clnai di Lugano il socialista Giovanni Battista Stucchi ‘Federici’, voluta, a suo dire, da “quegli allegri americani” che lo avevano costretto a compiere un’ispezione a Campione d’Italia “per dirimere i contrasti interni e dare qualche ordine alla convivenza dei rifugiati con la comunità indigena nonché all’afflusso dei volontari alle formazioni partigiane”.
Da Lugano, noncurante, l’agente Jones, attraverso Felice De Baggis, aveva continuato a finanziare quel poco che era rimasto delle bande disseminate fra la Val d’Intelvi, la Menaggina, la Valsolda. Rare le azioni, condizionate fra l’altro dall’atteggiamento non sempre limpidissimo dei molti ‘partigiani-contrabbandieri’ poco propensi ad alimentare scontri a fuoco che potessero mettere a repentaglio il traffico clandestino verso la Svizzera di merce pregiata come riso, farina di mais, salumi, seta grezza, vino. Chi avesse violato i patti o avesse ceduto alle lusinghe di abbandonare la linea d’attesa in cui era stato costretto, agendo isolato, o stabilendo dei rapporti operativi con Comandi di segno politico diverso, si sarebbe automaticamente posto in un cono d’ombra di pesanti sospetti.

Il capitano Ugo Ricci

È quanto era accaduto a Ugo Ricci, 31 anni, monarchico, ufficiale del III Reggimento Autieri di Milano, salito in Val d’Intelvi pochi giorni dopo l’armistizio, tessitore di un lungo e paziente disegno di ricucitura del disperso tessuto partigiano di quella terra sino a raccoglierlo in un solo Comando. Avvicinato e finanziato dai circoli Oss di Lugano e Campione d’Italia (135mila lire in quattro mesi con quote di 15mila lire per volta), Ricci, nell’estate del ’44, spinto dal desiderio di combattere mettendo fine a un immobilismo esasperante, aveva stabilito un accordo operativo con Luigi Canali ‘capitano Neri’, 33 anni, comasco, comandante della 52ª brigata Garibaldi ‘Luigi Clerici’ in prevalenza comunista, senza rinunciare alla propria autonomia.
La decisione apparsa agli Alleati politicamente inaccettabile, aveva provocato una progressiva chiusura degli ambienti Oss verso Ricci, compreso il rifiuto di rifornirlo di quelle armi a lungo promesse che aveva indebolito la credibilità dell’ufficiale presso i suoi uomini sempre più sfiduciati e immotivati, costringendolo a uscire allo scoperto.
Ricci, dopo essere andato a Campione d’Italia e a Lugano a sostenere le sue ragioni con gli Alleati, con la Delegazione del Clnai e con il controspionaggio svizzero, (‘Gufo Maggiore’ sul suo taccuino registrerà preoccupato: “R. ha parlato molto, troppo”), si era procurato le armi assaltando le caserme della X Mas e della Guardia di Finanza di Porlezza, per poter guidare una rischiosa impresa militare organizzata dal Comando ‘Garibaldi’ del medio Lario.
L’azione fissata per il 3 ottobre 1944 aveva l’obiettivo di catturare il ministro dell’Interno Guido Buffarini Guidi, sfollato con la famiglia a Villa Portaluppi di Lenno sulla sponda occidentale del lago di Como. Il giorno della gloria si era trasformato per Ricci e tre suoi compagni, fra cui il commissario politico Alfonso Lissi, 38 anni, dirigente comunista reduce dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, nell’appuntamento con la morte […]
A sparare a Lenno quel 3 ottobre 1944 non furono i fascisti. Fu il ‘fuoco amico’, esploso alle spalle, partito da fucili mitragliatori partigiani. Gli inquirenti non andarono oltre. Non sciolsero il nodo principale sui mandanti e sugli esecutori per l’impossibilità materiale di percorrere con credibilità il tragitto inquisitorio, carenti com’erano allora di notizie ‘politiche’ che potessero illuminare la loro l’indagine.
Un documento, acquisito al carteggio giudiziario, avrebbe potuto servire a chiarire l’aria che tirava. Felice De Baggis, l’ufficiale di collegamento fra Campione d’Italia e Lugano, aveva comunicato in un messaggio trasmesso a Giovanni Battista Cavaleri, comandante de I Gufi che se “la questione del Ricci non sarà risolta” e con essa chiarita la posizione del commissario politico comunista Alfonso Lissi (testualmente: “Eliminato il commissario politico”), sarebbero state “congelate” 800mila lire per le formazioni.
Il significato del testo era eloquente. Restava, pesante come un macigno, la coincidenza temporale con l’azione di Lenno del 3 ottobre e il forte richiamo alla giurisdizione degli autonomi in un territorio che non avrebbe dovuto consentire presenze di segno diverso “poiché – avevano sottolineato De Baggis e Cavaleri – era nostro intendimento agire nell’interesse supremo della Patria e mai per fini politici”. Franco Giannantoni in paginauno, 10 giugno 2010

Siamo nell’inverno 1944-45, ormai la sorte dei nazifascisti è segnata, in tutta Europa gli “alleati” avanzano a spartirsi nuove zone di influenza. Nei paesi ancora occupati la “vecchia” resistenza corrode le retrovie nemiche, con sempre maggior successo e quindi appare ovvio che al suo fianco se ne sviluppi un’altra di resistenza, antifascista di comodo ma sostanzialmente reazionaria che nella battaglia ormai perduta dal fascismo cerca di non perdere le sue posizioni di privilegio, il mantenimento dei profitti. E come controllare la resistenza rivoluzionaria, già impastoiata dalle beghe di partito, se non inserendo al suo interno propri elementi, se non costituendo nuove bande, da conservare intatte, per avere maggior peso di contrattazione nella lotta per il potere che si avvicina? Ed ecco Giuseppe Motta (Camillo) che inviato dal CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) di Milano, prende il comando della brigata Valtellina, con sede a Bormio. Tramite un certo Foianini tiene contatti con la CIA americana, a Livigno, che gli assicurerà continui lanci di armi e munizioni, trascurando completamente le brigate garibaldine (comuniste) di fondovalle. Raccoglie intorno alla sua brigata tutti i partigiani monarchici, badogliani o comunque di destra della zona fino a quando raggiunge una certa consistenza per dare inizio ad una pesante campagna denigratoria (calunnie, provocazioni) nei confronti della Brigata Garibaldi, comandata da Nicola, presente a fondovalle, costringendola ad abbandonare la zona, insieme alle altre componenti di sinistra. Nello stesso periodo compare Carlo Fumagalli, comandante di una banda di partigiani apolitici, “I Gufi”, il quale diviene il braccio destro del Motta, per poi entrare in Sondrio, il giorno della liberazione, alla testa della divisione “Alta Valtellina”. E qui incominciano i fatti strani: – la mattina tra il 25 ed il 26 del ’45, il col. Alessi viene assassinato in un’imboscata (grazie ad una spiata di cui si sa anche l’autore). Alessi, che aveva iniziato nel ’44 ad organizzare la resistenza in Valtellina, e che, individuato dai tedeschi, aveva dovuto riparare in Svizzera, era rientrato in Italia il 13 o 14 d’aprile per assumere il comando di tutta la zona. Chi aveva interesse al suo silenzio? – nello stesso periodo, viene assassinato il vecchio Fossati, proprietario di cotonifici. Si disse che fu ucciso per sbaglio, al posto di un gerarca fascista; voci degne di fede indicano invece in due suoi congiunti i veri colpevoli, con lo scopo di impadronirsi dell’impero manifatturiero. Finita la resistenza, ci pensò la DC locale, clerico-fascista, a non fare dimenticare troppo presto i soprusi del ventennio. Il Motta, intanto, dà la scalata ai gradi militari; lo ritroveremo colonnello dell’esercito a reprimere duramente gli altoatesini dal 1952 al 1960. Uomo di fiducia del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), quindi in pensione e, guarda caso, sempre in Valtellina, prima a Bormio, poi a Sondrio. Per parecchi anni tutto tace, poi, improvvisamente, arriva il 1969. Incomincia il terrorismo (attentati ai tralicci della Valtellina ed in Lombardia nella primavera del 1970). La polizia indica come responsabili (per forza di cose, di anarchici, lì, non ce ne sono): Carlo Fumagalli (il capo partigiano), Gaetano Orlando, Giulio Franchi, Armando Carrara, Franco e Pietro Romeri e Albino Salatenna. Ma Fumagalli è introvabile, (forse, come Borghese, possiede il dono dell’invisibilità) e l’attività del M.A.R. continua indisturbata.
Gianluigi Cereda, I fascisti “rivoluzionari”, A rivista anarchica, anno 2 nr. 10, febbraio 1972

Il capitano Giuseppe Motta (Camillo). (96) 32 anni, nato a Caiolo alle porte di Sondrio, capitano dell’esercito in servizio permanente effettivo 97 (Spe), partecipa con la 65° Cmp. Fucilieri del btg. Feltre del 7° rgt. Alpini e inquadrato nella 5° Divisione alpina Pusteria alla guerra di Etiopia e poi di Grecia. Dal registro matricolare si rileva che nel maggio del 1942 viene trasferito nello S.M. del Regio Esercito nel Servizio Informazioni e il 31 maggio del 1943 è nello Stato Maggiore Superiore del Regio Esercito. Giuseppe Motta regge le sorti del gruppo di uomini armati che formano la 1a divisione alpina Valtellina. La presenza dei militari del regio esercito nelle fila dei resistenti non è un assolutamente un caso sporadico, la loro partecipazione è diffusa e massiccia. Occorre fare certamente una differenza tra chi assume un ruolo di direzione e gestione delle bande avendo come riferimento il Regno del Sud e chi invece partecipa alla Resistenza accettando la scommessa di una realtà nuova e ha come riferimento il Cvl. La storia tradizionale della Resistenza evita di puntare i riflettori sulle reti e sugli uomini che guardano con attenzione al Regno del Sud, anche perché il loro ruolo si determinerà principalmente o nella costruzione di reti informative o nella costituzione di bande autonome; un’attenzione particolare è riservata a chi entrerà a pieno titolo nelle formazioni che fanno riferimento al Cln assumendo anche ruoli di rilievo durante e alla fine della Resistenza. La lotta politica che attraversa il Cln, Centrale nell’Italia liberata ma anche il Clnai milanese nella zona occupata 98, non trascura assolutamente le reti informative e le formazioni che fanno riferimento al Regno del Sud; il racconto della Storia semplicemente mette una sordina a questa realtà, a volte sorvolando a volte facendo finta di nulla. Illuminante e chiara, appare la relazione che Giuseppe Motta redige a fine guerra, senza data e non ha destinatario e riporta come intestazione: Relazione sull’attività dall’ 8/9/1943 del Cap. S.P.E frontiera (A) MOTTA GIUSEPPE di Andrea-classe 1911 (Comandante della 1° Divisione Alpina Valtellina con la presentazione di Camillo) “Alla data dell’8 settembre 1943 prestavo servizio a Lubiana con l’incarico di capo di quel centro SIM alle dirette dipendenze della sezione statistica di Trieste (Comandante Ten. Col. S.M. Antonio Scaramuzza 99. Impartite al persolane di Lubiana le disposizioni per l’attuazione del piano di emergenza, raggiunsi Trieste alle ore 11. […] Fallito il tentativo di partenza via mare [ per raggiungere il sud nda ] ritornai a Venezia dove come da disposizioni ricevute rientrai in Valtellina in attesa di ordini. In Valtellina e precisamente a Sondrio, presi contatti con i componenti locali della resistenza: Ten. Col. Alessi – Dott. Foianini [ sic ] – Dott. Torti – Piero Sertori: con questi si provvide alle prime sottrazioni di armi e di materiale . […] il 2 dicembre 1943 mi presentai al Comando provinciale e [ … ] sotto scrissi la dichiarazione di non adesione nell’esercito repubblicano. […]”
97 Stato di Servizio dell’Ufficiale Giuseppe Motta, devo questo al: V Reparto 10a Divisione Documentazione Esercito, Ten. Col. f. spe RS Paolo Maura, Capo della 5^ Sezione. Per la sua stessa natura, il Sim rende difficile costruire un organigramma degli ufficiali impiegati nei suoi uffici. Resta il fatto che sono parecchi gli ufficiali del Sim che ruotano attorno la Regia Legazione d’Italia di Berna; cfr. G. CONTI, Una Guerra Segreta: il Sim nel secondo conflitto mondiale, Il Mulino, Bologna, 2009. Per l’occupazione italiana della Jugoslavia indispensabile è: D. CONTI, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Odradek. T. FERENC, La Provincia “Italiana” di Lubiana, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994.
98 F. CATALANO, la storia del Clnai, Laterza, Bari, 1956; G. PERONA (a cura di), Formazioni autonome nella Resistenza : documenti, cit.
99 Tra i comandanti del 6° rgt. Alpini dal 1941 al 1943 troviamo Alberto Prampolini (residente a Lecco); cfr. G. FONTANA, Scampoli, la Resistenza brembana tra spontaneità e organizzazione, Il Filo di Arianna, Bergamo, 2015, ad nomen.

Massimo Fumagalli e Gabriele Fontana, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu

Ugo Ricci, nato a Genova il 21 luglio 1918, caduto a Lezzeno (Como) il 2 ottobre 1944, ufficiale, Medaglia di bronzo al valor militare alla memoria. Mobilitato, durante la Seconda guerra mondiale, sul fronte occidentale e in Africa settentrionale, Ricci l’8 settembre 1943 si trovava a Cantù (Como), capitano del 3° Reparto Autocentro. Mentre molti suoi commilitoni sconfinavano in Svizzera, lui scelse la via della lotta contro i tedeschi. Col tenente Aldo Parodi e altri militari rimastigli vicini, risalì la Valle d’Intelvi e a Ramponio-Verna (ospite del parroco antifascista Carlo Scacchi), sottoscrisse nella chiesetta di San Pancrazio un giuramento, che li impegnava alla lotta sino al “raggiungimento di uno stato di libertà e di giustizia in Italia”. Il gruppo cominciò così le azioni partigiane per il recupero di armi e delle tessere annonarie, la distruzione delle liste di leva, ecc. Gli uomini di Ricci giunsero sino ad attaccare con successo il presidio della X MAS insediato nell’edificio del Collegio Maschile di Porlezza (Como). Si concluse invece tragicamente il tentativo di rapire il ministro del governo di Salò Guido Buffarini Guidi. Ricci ne aveva architettato il sequestro, per poter imporre ai nazifascisti uno scambio di prigionieri e per allontanare dalla zona del Lario i gerarchi alloggiati nelle ville. Nell’azione cadde, con Ricci, anche Alfonso Lissi, commissario politico della formazione partigiana. Padri e Madri della Libertà

Nel corso dell’interrogatorio che rese il 30.05.1974 Fumagalli disse di essere stato messo in contatto dopo l’armistizio da un ufficiale dell’aeronautica, Luigi Landi (162), che lo mandò a combattere in Piemonte, nella Val di Lanzo (163), perché in Valtellina non era sicuro (aveva fatto scappare militari in Svizzera). Lì sarebbe entrato in una formazione badogliana comandata dal capitano Bruganelli (164) che contava 300/350 uomini, ma che sarebbe stata decimata in un combattimento tra Lanzo e Venaria Reale nel marzo 1944 (restammo vivi soltanto 17 e fra i morti vi fu il capitano Ruganelli, e lo stesso Fumagalli avrebbe riportato gravi ferite mentre Landi sarebbe rimasto illeso). Di queste perdite Fumagalli ha incolpato i comunisti (che avevano costituito un altro distaccamento di 1500 uomini), e da ciò sarebbe derivato il suo anticomunismo successivo. Ma nelle cronache della Resistenza in quella zona risulta invece che il capitano Elio Bruganelli Girardi, che subito dopo l’armistizio aveva organizzato il gruppo Monviso, rimase coinvolto con i suoi uomini in uno scontro con un convoglio di truppe tedesche provenienti da Torino il 3.03.1944 vicino alla località di Nole. Rimasero uccisi Bruganelli e altri due partigiani garibaldini; sette i feriti (165). Tornando all’interrogatorio di Fumagalli, egli dice che si sarebbe rifugiato in Francia, ma fu rimandato indietro; dopo avere contattato la madre che gli fece avere i documenti del fratello minore Bruno, che non era soggetto ad obblighi di leva, tornò a Tirano dove ritrovò Landi; cercò di riparare in Svizzera ma fu espulso, rientrato in Valtellina fu arrestato, evase e poi si costituì; trasferito a Novara e a Vercelli, avrebbe dovuto essere internato in Germania, ma evase di nuovo e rientrò in Valtellina, dove, nell’estate del 1944 a Grosio diede vita al gruppo dei Gufi; nel novembre 1944 fu incaricato
da Motta e Rossi di garantire libero il confine di Tirano (166). Il giornalista Marco Nozza scrisse però di un diario di Fumagalli che si trovava nelle mani di un giovane di Sondrio, Ferruccio Scala, nel quale l’autore avrebbe scritto che nel luglio del ’44, era reduce dalla Val di Lanzo, fuggiasco dalle file del sedicente esercito repubblicano dove avevo militato 5 giorni… (167): come se nella Val di Lanzo fosse stato repubblichino e non partigiano (il che ci riporta a quanto scritto da De Lutiis). A sua volta Fumagalli nella «Relazione sulla formazione e l’attività della Brigata Gufi (168)» fissa l’inizio della sua partecipazione alla Resistenza senza troppa fantasia e in buona compagnia «L’otto settembre 1943 iniziai la mia attività di Ribelle a Tirano. Con altri ragazzi, che poi si riconosceranno nei Gufi in Valtellina» segue un suo amico «il tenente della Regia Aeronautica, Luigi Landi, in Piemonte e precisamente nelle valli di Lanzo» e via così ricalcando più o meno quanto si è detto sopra. Perché è così importante cercare di capire cosa fa il Fumagalli dopo l’otto settembre? Della brigata Gufi non si conosce il processo di raggruppamento e di formazione, la troviamo raccontata dopo il 25 aprile e si presenta con tutte le articolazioni di una struttura militare: comandante Carlo Fumagalli, Vice com. Tranquillo Zampatti Tranquil, tre comandanti di squadra e un Raggruppamento Sap. Le memorie, anche se subiscono naturalmente il processo del tempo che passa e, l’adeguamento ai tempi del racconto – oggi sarà un racconto diverso da domani – si portano dentro come i sassolini di Pollicino la traccia per arrivare a ieri. Cosi ancora Fumagalli: “si era delineata quella che divenne poi la caratteristica dei gruppi Valtellinesi, i gruppi di campanile. Tutti dello stesso paese, tutti preoccupati di salvare il proprio paese, e gli impianti elettrici (dighe e centrali). Ci dividemmo le armi e nacquero dal nucleo del Mortirolo: il gruppo di Grosio (la tredicesima) il gruppo di Grosotto con a capo Egidio Tuana, e il maresciallo dell’Acqua (I lupi di Valtellina), il gruppo di Mazzo (Luigi Gagetti) comandato dal fratello Giovanni Gagetti”. Ci sono altri gruppi sparsi che non rientrano nel racconto: Le FFVV con un gruppo al comando di Tiberio nella zona Grosotto-Vervio sul Mortirolo, nell’aprile del 1944 e un gruppo, il Cesare Battisti, al comando di Achille Tuana, Egidio, anch’esso arroccato nella zona del Mortirolo (169). Il racconto che fa Fumagalli e quanto rileva l’Upi – Ufficio politico investigativo della Gnr – di Tirano lascia un po’ a desiderare: non è un ex allievo ufficiale nato a Tirano il 5 maggio 1925 che si appoggia alle conoscenze locali, Armida Righini, ma un militare che ha risposto alla chiamata dell’Esercito della Rsi il 12 maggio ’44 e il 3 giugno è trasferito a Vercelli. È da questa caserma che con ogni probabilità fugge aggregandosi a una banda in Piemonte. L’Upi di Tirano riferisce che la banda da lui controllata è allocata sul Mortirolo, siamo nell’ottobre del 1944, lui è convalescente «in seguito ad una ferita riportata in una gamba durante la sua permanenza nelle bande operative dislocate nel Piemonte», il padre è prigioniero in Africa, la madre gestisce una merceria a Tirano (170). Il Fumagalli diventa noto negli anni ’70 a proposito delle inchieste sui vari tentativi di golpe, durante queste inchieste vari giudici si occupano di lui e della sua storia resistenziale.
162 Con questo nome abbiamo però rintracciato solo un ex soldato semplice di fanteria che non sembra avere avuto ruoli organizzativi (http://intranet.istoreto.it/partigianato/dettaglio.asp?id=48911). C’era invece un ufficiale dell’aeronautica di nome Lando Landi, che aveva inizialmente aderito alla Rsi; e nel corso delle indagini sul Mar gli inquirenti identificarono tra i contatti di Fumagalli un ingegnere milanese di nome Luigi Landi, nato a Bologna nel 1917. Questa nota è nel testo originale: C. CERNIGOI, La strategia dell’alta tensione. (Tralicci e golpe nell’Italia degli anni ’70), dossier n. 50, La Redazione de La nuova Alabarda, Trieste, 2014.
163 Mimmo Franzinelli intende che «val di Lanzo» sia Lanzo d’Intevi nel comasco tra il lago di Como e la Svizzera, più probabilmente, anche perché collima con il racconto successivo, trattarsi delle Valli di Lanzo, situate trenta chilometri circa a nord-ovest di Torino
164 Nel verbale risulta prima Bruganelli e poi Ruganelli, ma il nome esatto è Elio Broganelli. (nota di C. Cernigoi nel testo originale).
165 Oltre la cronologia in http://www.bertapiero.it/garibaldi/il%201944.htm si vedano G. BOLAFFI, Partigiani in Val Susa, Franco Angeli, Milano, 2014 e F. BRUNETTA, I ragazzi che volarono l’aquilone, Araba Fenice, 2012, dove si legge che Fumagalli, dopo essere stato ferito a Nole il 3 marzo 1944 venne curato a Balme: ma il suo nome non risulta tra i feriti indicati nella cronologia prima citata. (nota di C. Cernigoi nel testo originale).
166 L’interrogatorio è reperibile nella digitalizzazione conservata presso la Casa della Memoria di Brescia, riferimento 212-74- A GI MAR 12 B-1. Non siamo riusciti ad identificare con sicurezza il Rossi, però annotiamo che il responsabile del Soe (il servizio segreto britannico) in Svizzera, John Mc Caffery (referente di Edgardo Sogno) usava il nome di copertura di dottor Rossi. (nota di C. Cernigoi nel testo originale).
167 M. Nozza, Un killer lo cerca”, il Giorno, 27/5/70.
168 S. CAIVANO, F. DE LORENZI, C. MARELLI, Immagini della Resistenza 1943-1945, cit., pp. 45. In merito alla figura di Carlo Fumagalli ed al suo coinvolgimento nelle trame nere in Italia: cfr. SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI XIII LEGISLATURA, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Doc. XXIII n. 64, Vol. I, Tomo II, 26 aprile 2001. Ultima visualizzazione 7.07.2017 in: https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/301445.pdf.
169 Foglio di appunti senza data e firma, Fine novembre 1943-Marzo 1944: Issrec, fondo Anpi, b. 2, fsc. 10.
170 Comandante banda operativa dislocata in Mortirolo, 9 ottobre 1944: ASSo, fondo Angelantonio Bianchi, fsc. 63. I dati militari sono in: ASSo, Registro matricolare del distretto militare di Sondrio, cl. 1925, mat. 12545.

Massimo Fumagalli e Gabriele Fontana, Op. cit.

Usciti di scena Ricci e Lissi, tramontato nel medio e alto Comasco il progetto di una lotta armata svincolata dalle interferenze alleate, falliti alcuni tentativi del Comando ‘Garibaldi’ del Centro Lario di risucchiare nella loro orbita le formazioni autonome sbandate fra la Val d’Intelvi e la Val Porlezza, la questione del ‘pericolo rosso’ si era attenuata. Il solo frutto positivo del tragico evento di Lenno era stato il precipitoso abbandono dalle ville del Lario per il timore di nuovi assalti partigiani delle famiglie dei gerarchi fascisti dirottate dal Comando tedesco a Zurs, una località invernale del Voralberg sopra St. Anton a duemila metri di altezza sotto il controllo degli ustascia di Ante Pavelic.
Il fronte filo alleato si era ricomposto e i timori di possibili degenerazioni, affievoliti. L’autorità dell’Oss sulle sfilacciate bande della zona del medio e alto Lario era stata ristabilita. Se la difesa dell’Ossola, per il mutamento della strategia militare, non era più rientrata nei programmi degli Alleati che pur avevano contribuito ad armarla (basti l’esempio della Divisione ‘Valdossola’ di Dionigi Superti), abbandonandola al terribile rastrellamento nazifascista dell’ottobre 1944, diverso era stato l’approccio in alta Valtellina dove l’interesse fondamentale a preservare dighe e centrali idroelettriche dalle minacce dei bombardamenti tedeschi aveva favorito l’arrivo di ‘missioni Oss’ (Spokane, Santee, Sewanee, ecc.) capaci di garantire la “difesa dell’oro bianco” a fianco della Divisione Alpina Valtellina, anticomunista, affidata alla guida del colonnello dei carabinieri Edoardo Alessi, già vice Commissario Regio di Campione d’Italia.
La logica era apparsa sempre la stessa. La rappresentazione della ‘doppia Resistenza’ doveva perpetuarsi sino alla Liberazione.
I ‘garibaldini’ avevano continuato a battersi e a morire. Chi, al contrario, fra i partigiani di Campione d’Italia, era finito oltre confine per salvare la vita, aveva avuto tempo e modo nei campi d’internamento di riflettere sull’esperienza vissuta, cogliendo fin dove possibile limiti ed errori. Molti di quei ragazzi, in primis Paolo Pizzoni, avrebbero voluto tornare in Italia per combattere senza i condizionamenti patiti nei mesi precedenti.
A qualcuno, per la verità, era accaduto di poter trascorrere l’insurrezione da protagonista, intruppato fra i reduci di Campione d’Italia guidati da Giovanni Battista Cavaleri con a tracolla i moderni Hispano-Suiza o nelle ‘Brigate Fantasma’ organizzate in fretta e furia dagli Alleati con i primi partigiani licenziati dalla Confederazione per partecipare alle sfilate dei primi giorni di maggio, spalla a spalla dei partigiani ‘rossi’, legittimando in quel modo a pieno titolo la loro presenza nella Resistenza.
Non era mancata nei giorni immediatamente successivi alla fine della guerra una pagina illuminante che la diceva lunga sul ruolo che avrebbe avuto l’Oss nella storia d’Italia.
Alcuni marò della X Mas di Junio Valerio Borghese, fatti prigionieri nell’Italia del Nord, ed ex-agenti segreti del Governo del Sud, erano stati trasferiti a Villa Rosmini di Blevio sul lago di Como per frequentare un corso accelerato per croupier da utilizzare al casinò di Campione d’Italia, prossimo alla riapertura dopo anni di paralisi.
L’interesse mai sopito degli Alleati e degli gnomi italo-svizzeri per il ‘tavolo verde’, si era realizzato, garante dell’operazione quel Felice De Baggis, sodale dell’agente Jones, poi sindaco dell’énclave dal 1951 per un ininterrotto trentennio.
Nelle stesse ore gli Alleati avevano aperto la caccia a Mussolini. Lo avrebbero voluto vivo per affidarlo alle Nazioni Unite, come prevedeva la clausola n. 29 del Lungo armistizio del 29 settembre 1943 firmato a Malta sulla corazzata ‘Nelson’ da Einsenhover e Badoglio, ma era loro sfuggito malgrado il massiccio impegno dei servizi segreti di Emilio Daddario e Max Corvo. Erano stati bruciati sul tempo dalla ‘missione’ del Cvl-Clnai di Walter Audisio e Aldo Lampredi. Ma questa è un’altra storia. Franco Giannantoni in paginauno, 10 giugno 2010

La metà di aprile [1945] registrò due fatti di segno opposto. Mentre nella villa di Mussolini a Gargnano (Lago di Garda) si teneva una riunione del più alto livello che, tra l’altro, rinunciava al R.A.R., a Tiràno arrivavano un migliaio di combattenti filofascisti, tra i quali almeno seicento miliciens francesi. D’altronde, se il Ridotto e la “bella morte” (in battaglia) sembravano ideali sempre meno attraenti, restava la questione delle vie di fuga verso il Trentino,
terra saldamente presidiata dai nazisti.
Lo sforzo di ripristinare il collegamento tra Valtellina e Val Camònica fu compiuto ancora dalla “Tagliamento” (Operazione “Mughetto”), con l’appoggio dei presìdi repubblichini di Gròsio e Mazzo. La battaglia, durissima, impegnò gli opposti schieramenti dall’11 al 14 aprile e coinvolse località del versante retico, ma i fascisti furono respinti. La rappresaglia che colpì la frazione di Roncàle (Grosótto) non cambiò il risultato.
L’ultimo tentativo di riportare l’Alta Valtellina sotto il pieno controllo di Salò ebbe luogo il 18 aprile. Una colonna ben equipaggiata di miliciens partì da Tiràno alla volta di Bórmio. Nel tratto fra Grosótto e Gròsio fu attaccata da varie formazione della “Valtellina”, che la bloccarono sul posto. Solo verso sera i Francesi riuscirono a sganciarsi: diversi si rifugiarono nei presìdi più vicini, specie a Gròsio, gli altri tornarono a Tiràno.
Il 19 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diresse ai nazifascisti un esplicito ultimatum: «arrendersi o perire!»
Malgrado ciò, il 20 raggiunsero Tiràno altri duecento brigatisti neri toscani, di modo che la forza repubblichina nella città era intorno ai millecinquecento uomini, tutti ben equipaggiati. Incerti sul da farsi, essi aspettavano gli eventi, fiduciosi comunque che il Duce li avrebbe raggiunti entro pochi giorni.
Ma i partigiani, dove potevano, stringevano il cerchio: il 22, i “Gufi” di Villa costrinsero alla resa gli alpini e i nazisti del Forte Canàli (Tiràno, m 1.176). Due giorni dopo, in uno scontro (fortuito) vicino a Sèrnio, sulla statale, i “Gufi” di Baruffíni (Tiràno) uccisero cinque repubblichini; per rappresaglia il paese di Sèrnio fu incendiato […] Tra il 26 e il 27 aprile erano perciò presenti in Tiràno almeno duemila militari della R.S.I. Nella notte fu loro comunicato di formare una grossa colonna che doveva avviarsi verso la bassa valle per incontrare Mussolini.
Nella tarda mattinata del 27, circa mille soldati imboccarono il viale Italia (allora viale Vittorio Emanuele) in direzione di Sóndrio. Quando, però, la testa della formazione raggiunse Piazza della Basilica, i sette-otto partigiani della S.A.P. (Squadra di azione patriottica) di Villa, posizionati sulla montagna di fronte, aprirono il fuoco e bloccarono l’avanzata. La battaglia durò più di tre ore, finché, verso le 15, ai repubblichini fu ordinato di rientrare.
Nella notte, centinaia di militi lasciarono Tiràno costeggiando l’Adda (e cedettero poi le armi a Ponte), ma in città restavano più di mille tra repubblichini e fiancheggiatori (miliciens) […] All’alba del 28 aprile 1945 alcuni “Gufi” scesero dal “Castellaccio” ed entrarono nell’Albergo “Stelvio”, edificio sull’argine sinistro dell’Adda, vicino al “ponte nuovo”. Accedendo inosservati dalla porta di servizio, si appostarono al primo piano, da dove controllavano i movimenti dei soldati francesi, alleati dei fascisti, stanziati nella caserma degli alpini, al di là del fiume.
Verso le 6, quando la luce del giorno era ormai discreta, i partigiani aprirono il fuoco. I Francesi risposero quasi immediatamente, e alcuni colpi di un piccolo cannone danneggiarono la facciata dell’albergo in due o tre punti.
La battaglia, caratterizzata da fucilate e raffiche a tratti intense alternate a pause relativamente lunghe, durò per tutta la giornata.
I “Gufi” potevano contare anche sul fuoco dei loro mortaisti, guidati da “Willy” (William Marconi), che sparavano con precisione da “Ca’ de camp”, località distante alcune centinaia di metri.
Lo scontro ebbe termine nel tardo pomeriggio quando i miliciens francesi si arresero (cfr. “Caserma Torelli”).
Anpi Comitato Provinciale di Sondrio e Istituto Sondriese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, Tirano. Percorso della Resistenza

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