L’equilibrio mobile

A questo punto nell’Italia settentrionale un’altra missione OSS porta avanti un nuovo genere di azione partigiana nelle campagne piemontesi dai piedi delle colline alle Alpi intorno al centro industriale di Torino. Il 17 marzo 1944 una squadra di tre uomini era stata paracadutata sulle Alpi in alto vicino al confine francese. Il comandante, il trentacinquenne Marcello de Leva, era figlio di un ammiraglio italiano e pronipote del poeta Shelley.  Il suo numero due, Riccardo Vanzetti, come de Leva, aveva prestato servizio in aeronautica come ingegnere. Il terzo uomo, un giovane radio-operatore, era un meridionale mai stato in Piemonte prima e si trovò in difficoltà con gli sci sui ghiacciai alpini.  Quando arrivò a Torino alla fine di marzo de Leva si diede da fare per creare una rete spionistica, mentre Vanzetti, rimasto in campagna, installò la radio in un alveare in funzione. Da quell’ improbabile nascondiglio il radio-operatore trasmise in tutta sicurezza fino alla fine della guerra, spesso anche in presenza di tedeschi che si aggiravano per la stessa fattoria da cui lui operava. Avendo del tempo a disposizione Vanzetti addestrava squadre di sabotatori per disturbare le comunicazioni tedesche in pianura. 
Sviluppò inoltre un nuovo tipo di azione partigiana basata su unità mobili di pianura dapprima munite di biciclette, poi di automobili quindi di autocarri e infine di tank tutti catturati al nemico. Queste agguerrite unità mobili erano sempre all’attacco e ben presto cominciarono ad operare contro i centri di produzione del nemico alla periferia di Torino. Vanzetti riusciva a intercettare tutti i lanci OSS che avvenivano in varie parti del territorio e col tempo i suoi compagni partigiani lo designarono a comandare un gruppo di divisioni in preparazione dell’attacco finale a Torino. Ma prima che ciò si verificasse dovevano maturare gli eventi di Genova. Per favorire la costituzione di un gruppo insurrezionale in quel porto e con funzioni di collegamento via radio clandestina con il gruppo della 15a Armata, un’altra missione OSS (nome in codice Apple) fu paracadutata nella Val Pellice per farla proseguire verso la Liguria.  La squadra era composta da un aspirante medico, Cippi, uno studente di medicina, Alfa, un biologo, Minetto [Erasmo Marrè], e un radio-operatore, Gardella. Erano tutti di Genova e tutti cattolici praticanti, il ché, alla scuola di addestramento, aveva  procurato loro il nomignolo di “novizi”. Per le operazioni di codifica e decodifica della missione portarono con sé il più giovane agente OSS in servizio, Adriano, il fratello sedicenne di Vanzetti. Come obiettivi primari dovevano raccogliere informazioni lungo la costa ligure da Genova fino in Francia, contattare il CNL di Genova e coordinare con questo le loro attività e, soprattutto, selezionare i punti esatti per i lanci che servivano ad armare i gruppi di partigiani che si stavano formando sulle colline liguri intorno a Genova. Il porto, saldamente nelle mani dei Tedeschi, era ben protetto da poderose unità navali, ma, nonostante la presenza di una feroce banda di investigatori del controspionaggio, la città era antifascista. La resistenza in città comunque era un affare pericoloso: uno dopo l’altro i capi del CNL vennero catturati dai fascisti e dalle SS e fucilati o deportati. 
Il solo gruppo munito di radio e in contatto con il SOE fu catturato al completo. Il compito di Minetto fu di ristabilire i contatti coi clandestini e preparare la strada per le operazioni di spionaggio di Cippi. In seguito con un cavallo e un calessino si spostò con la radio e l’operatore per raggiungere il miglior gruppo partigiano sulle colline, la divisione Cichero, riuscendo a far passare bagaglio, armi e radio proprio in mezzo alle unità tedesche i cui uomini, stupiti da quello strano mezzo di trasporto, lo guardarono appena e lo lasciarono passare senza sospetti.
Dato che i partigiani erano ben organizzati ed in buoni rapporti con la gente del posto, Minetto montò la sua radio in un castello in cima a una collina e se ne andò a fare un giro d’ispezione per istruire una rete di informatori partigiani su quali fossero le notizie da raccogliere e su come farle avere rapidamente alla radio. Minetto organizzò anche dei sabotatori, addestrando ed armando due brigate della Divisione Cichero, e rifornendole del materiale (compresi bazooka e mortai da 61 mm) di 135 lanci aerei. Eletto a comandare la brigata Arzani, Minetto ottenne la resa tedesca in una serie di roccaforti, catturando più di 1000 prigionieri, e tenendo i suoi uomini sempre pronti per l’insurrezione generale. Centro di Documentazione Casola Val Senio

Manlio Calegari, per anni ricercatore ed insegnante all’università di Genova, ha al suo attivo Comunisti e partigiani. Genova 1942-1945 (Milano, ed. Selene, 2001), in cui ricostruiva il riformarsi del Partito comunista nel 1942, i 45 giorni di Badoglio, l’inizio della resistenza armata, gli scacchi della primavera 1944, sino alla deportazione di 1.600 operai inviati nelle fabbriche tedesche (giugno 1944), sino all’insurrezione del 24 aprile 1944. Molto spazio era dedicato alla divisione Cichero (borgo nell’entroterra di Chiavari), alla singolare figura dell’ufficiale cattolico Bisagno, al non facile rapporto fra questi e i comunisti, culminato nei contrasti tra i vertici militari comunisti e non comunisti che conducono il movimento partigiano sull’orlo della spaccatura.
Il tema torna nell’ultimo breve scritto di Calegari, in cui l’autore, usando, in particolar modo, gli strumenti della storia orale, tenta di ricostruire i fatti, senza pretesa di verità, ma portando alla luce le diverse letture ed interpretazioni dei protagonisti.
Il testo nasce da un incontro che ricorda, nel 1987, la battaglia di Pertuso, dell’agosto 1944. Anima dell’iniziativa è Giovan Battista Lazagna, “Carlo”, comandante partigiano, autore di Ponte rotto, uno dei maggiori testi di memorialistica partigiana. Dopo anni di attività politica nel dopoguerra (segretario di sezione PCI, redattore dell’”Unità”, consigliere comunale), Lazagna è per due volte in carcere, sospettato di legame con l’editore Feltrinelli e con la lotta armata degli anni ’70 e poi soggetto all’obbligo di dimora a Rocchetta Borbera, “convertito” da avvocato a contadino e taglialegna. Qui ricostruisce un tessuto di relazioni con settori resistenziali, un centro di documentazione, organizza iniziative di cui il convegno del 1987 è esempio.
Calegari, tentando la ricostruzione dei fatti, attraverso le memorie dei protagonisti, si rende conto di due interpretazioni, “verità” diverse, non riconducibili ad unità. Dalle testimonianze emergono i Non ricordo, le confusioni di date, il diverso peso dato agli stessi fatti.
Diverse, opposte sono le valutazioni di Lazagna e di Erasmo Marrè (Minetto), cattolico, formatosi nella FUCI. Lo scontro che si apre nelle formazioni partigiane deriva dal tentativo comunista di ridimensionare il ruolo del comandante Bisagno e garantire una propria egemonia sul movimento o, al contrario dall’offensiva cattolica e democristiana che tende a modificare i rapporti di forza?
Minetto è netto e polemico. Se, a livello di base, i contrasti si ricompongono, i vertici politici di città, di zona tendono ad esasperarli, impongono una logica spartitoria, soprattutto per responsabilità del PCI. Diversa è la lettura di Lazagna e di Giorgio Gimelli, per anni presidente dell’ANPI genovese e storico “ufficiale” delle vicende politico- militare della Sesta zona (quella in cui opera la divisione partigiana). Minetto non è solamente il cattolico di base, contrario alle manovre politiche comuniste, ma è autore di trame, coperte dalla DC e soprattutto da Taviani, sul cui ruolo nella resistenza ligure, permangono giudizi diversi, se non opposti.
L’autore offre molte altre testimonianze e tratteggia altre figure. Gino, polemico contro l’Istituto storico genovese e sostenitore del carattere popolare e spontaneo dell’insurrezione del 24 aprile 1945 (non dovuta, quindi, alle capacità direttive del CLN), Miro, il partigiano slavo che ha combattuto nella banda, e che, nel 1948, tornerà brevemente in Liguria, nel tentativo di sostenere le posizioni titine, dopo la scomunica staliniana, Marietta che descrive acutamente la realtà partigiana, Italo Pietra che giudica chiuse e settarie tante posizioni e scelte di quegli anni drammatici, “Dente” Bianchini (classe 1902), tra i fondatori del PCI, che vede nel partigianato un episodio della storia del partito e ne rivendica il ruolo, insostituibile, di guida e di direzione, ad iniziare dalla scelta dei comandanti, “fidatissimi”, indispensabili per guidare un esercito volontario poco disciplinato.
Calegari, nel tratteggiare l’epopea partigiana, le scelte di tanti ventenni che scelsero la montagna, fa spesso riferimento alla propria esperienza personale, la partecipazione ai movimenti degli anni ’60, come integrazione, ma anche come discontinuità rispetto alla militanza nel PCI.
Il breve testo si chiude con il significativo riferimento all’Intervista a Minetto che Lazagna scrive, in una sorta di dialogo con il compagno/avversario, frutto di registrazioni effettuate fra il 1994 e il 1996 e di integrazioni personali. Un confronto da cui emergono due personalità, due formazioni, due interpretazioni molto diverse, ambedue segnate dall’esperienza resistenziale che li ha accompagnati per l’intera vita.
Manlio CALEGARI, L’equilibrio mobile: Storie a confronto. Carlo, Minetto e la sesta zona partigiana, Acqui Terme, Impressioni grafiche, 2020
Sergio Dalmasso, L’equilibrio mobile, Citystrike, 18 giugno 2020

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