L’ufficiale Barton era in realtà Paolo Buffa e arrivava da Roma

Monterotondo nel 1940 – Fonte: Wikipedia

Nei primi mesi del 1945 i bombardamenti aumentarono in frequenza, volume di ordigni sganciati e numero di vittime causate. Sarebbe però errato ritenere che abbiano centrato bersagli militarmente rilevanti. Per esempio, malgrado numerosi tentativi, il Viadotto Littorio di Cuneo (monumentale ponte ferrostradale sulla Stura, ideato in età giolittiana) non fu mai colpito. Il 28 agosto 1944 fu centrato l’Ospizio dei cronici (22 vittime tra ricoverati e suore) anziché una caserma.
In un caso abbiamo la certezza documentata della sollecitazione di un attacco aereo da parte di un autorevole militante del PdA, il geometra Ettore Cosa, comandante della V Zona del Cuneese, designato sindaco del capoluogo provinciale. Il 27 aprile reparti di “Giustizia e Libertà” attraversarono a guado la Stura e si attestarono alla periferia della città. I tedeschi tennero libere le strade principali per consentire la ritirata in assetto di guerra della XXXIV Divisione dal crinale liguro-piemontese verso la destinazione assegnata nel corso delle trattative a Caserta tra germanici e anglo-americani. Gli scampati di una piccola Squadra di Azione Partigiana (SAP), mandata allo sbaraglio, dopo aver subito perdite gravissime bussarono alla porta della questura, per chiedere alla polizia di unirsi a loro per “prendere la prefettura”. Il vicecommissario Pietro Benigni rispose lapidario: “Io sono un commissario di Pubblica Sicurezza della RSI e non posso arrendermi a voi. Se arrivano le truppe americane mi arrendo a loro. Se arrivano i tedeschi vi consegno a loro”.
Per spezzare la resistenza avversaria Rosa chiese allora al tenente Paolo Buffa (in realtà Paul Barton, ufficiale di collegamento della Special Force), da tempo operante come responsabile della Missione Siamang I, di chiedere via radio agli aerei alleati di stanza a Nizza di bombardare Cuneo per sloggiarne tedeschi e “repubblichini”. Il 27 aprile Barton inviò il messaggio n. 196. “Nizza” rispose che il cielo era nuvoloso. Non era il caso di rischiare aerei e uomini in una guerra ormai finita. In quel teatro l’avversario sarebbe caduto “per manovra”. Gli americani picchiarono duro invece nel Veneto, causandovi rovine e vittime, in linea con il bombardamento anglo-americano “pedagogico” su Dresda del 26 aprile 1945.
Aldo A. Mola, PensaLibero.it, 17 Giugno 2019

Paolo Buffa, di famiglia valdese antifascista, già durante il Liceo prese a frequentare ambienti comunisti della Capitale, pur senza impegnarsi direttamente nell’attività politica clandestina. Iscritto alla facoltà di Medicina, entrò in clandestinità quando i tedeschi ebbero occupata Roma. Il 10 settembre 1943 lo studente, con due amici, prende la strada del Sud, con lo scopo di partecipare alla formazione di un corpo di volontari antifascisti. Il progetto fallisce e Buffa, con Paolo Petrucci e Giaime Pintor, riprende la strada di Roma, per organizzare nel Lazio gruppi di resistenza partigiana. Il gruppetto finisce su un campo minato e Pintor muore. Così Buffa a Petrucci tornano indietro e si uniscono agli Alleati. Due settimane di addestramento a Monopoli e ad Ischia, poi i due amici sono paracadutati su Monte Rotondo. Di qui raggiungono Roma, dove Buffa ha la fidanzata (Enrica Filippini-Lera, impegnata, con i comunisti della Capitale, nell’attività contro i nazifascisti), che li accoglie nella sua casa. Un mese d’intensa azione antifascista, soprattutto tra gli studenti, poi il 14 febbraio le SS irrompono nell’abitazione della Filippini e arrestano la padrona di casa, il suo fidanzato, Paolo Petrucci, Vera Michelin-Salomon e suo fratello Cornelio. Buffa è condotto prima in via Tasso e poi è trasferito nel terzo braccio di Regina Coeli. Processato il 23 marzo 1944 da un Tribunale militare tedesco, il giovane è assolto dalle accuse, ma è trattenuto in carcere sino al 4 giugno, quando gli angloamericani arrivano a Roma. Buffa (il suo amico Petrucci era stato intanto trucidato alle Ardeatine), prende subito contatto con gli inglesi che lo paracadutano nel Cuneese. Col nome di battaglia di “Barton” e il grado di tenente della “Special Force”, Buffa diventa istruttore e ufficiale di collegamento delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà e partecipa, in questo ruolo, alle fasi finali della guerra di Liberazione. ANPI

Enrica Filippini-Lera, una donna formidabile che ha attraversato interamente il “secolo breve” vivendone da protagonista gli snodi più tragici e dolorosi […] Il periodo d’intenso studio, condiviso con Paolo Buffa che diventerà il ompagno di tutta la vita, non le impedì d’interessarsi di politica e di stringere legami con i giovani dagli eventi e da una straordinaria figura ingiustamente dimenticata come Bruno Sanguinetti, era già iscritta al Partito Comunista clandestino e frequentava regolarmente le riunioni del cosiddetto gruppo comunista romano. Divenne amica di Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Giaime Pintor, e durante un concerto all’Augusteo conobbe Paolo Petrucci. Si trattava, come l’ha definita lo stesso Pietro Ingrao, di una gracile cospirazione che con il passare dei mesi formerà il primo nucleo della Resistenza armata romana. Enrica […] Dopo l’8 settembre ’43, mentre Roma “città aperta” viveva sotto il cielo di piombo dell’occupazione nazista, Enrica era impegnata nell’attività clandestina della VI zona comandata da Carlo Salinari come responsabile del gruppo femminile e della distribuzione della stampa comunista. In questa sua attività collaborava con Natoli e Gioacchino Gesmundo. Trasformò la sua casa di via Buonarroti in un importante centro della Resistenza, ed insieme a Vera Michelin-Salomon dava il suo contributo con un lavoro capillare tra gli studenti universitari e liceali. Con la forza d’animo che sempre l’ha contraddistinta, in quei mesi Enrica doveva sopportare anche la separazione da Buffa, che il 10 settembre aveva attraversato le linee con Petrucci per recarsi al Sud. Enrica sapeva dei pericoli che correvano, del primo fallito tentativo di rientro a Roma con la missione Arnold e della morte di Pintor; sapeva che i suoi compagni si erano arruolati nella N.1 Special Force britannica e che presto sarebbero stati aviolanciati nei pressi di Roma. Il lancio della missione Abercorn avvenne il 16 gennaio ’44 e Buffa e Petrucci raggiunsero Enrica a via Buonarroti. Erano di nuovo tutti insieme, i due Paoli, Enrica, Vera e Cornelio Michelin-Salomon e pronti a combattere. Tuttavia, la gioia per aver riabbracciato riabbracciato il suo Paolo durò poche settimane. Il pomeriggio del 14 febbraio si presentarono a via Buonarroti le SS guidate dall’agente “Fritz”, alias Federico Scarpato, una spia al servizio dei nazisti. Vera era stata individuata durante un’azione che i ragazzi avevano fatto al Liceo Cavour alla fine di gennaio. Venuti per arrestare la sola Vera, le SS arrestarono tutti e cinque e li rinchiusero prima nell’inferno di via Tasso e poi al terzo braccio tedesco di Regina Coeli in attesa del processo. La loro posizione non era delle migliori perché durante la perquisizione le SS avevano trovato una pistola senza munizioni e dei volantini antitedeschi.
Al processo che si svolse il 22 marzo Enrica e Vera si addossarono coraggiosamente tutte le responsabilità e vennero condannate a tre anni di carcere duro da scontare in Germania, mentre i tre ragazzi vennero «dichiarati dichiarati liberi per mancanza di prove suicienti». Ma in attesa della firma di Kesselring vennero tutti riportati a Regina Coeli. Il 24 marzo Petrucci venne inserito nella lista dei 335 uomini da fucilare alle Fosse Ardeatine come rappresaglia alla legittima azione di guerra dei GAP in via Rasella.
Per Enrica fu un dolore lancinante che l’accompagnerà per il resto della vita […]
Ma le sofferenze non erano terminate.
Un mese dopo, il 24 aprile, Enrica e Vera vennero prelevate dalla loro celle per compiere il viaggio verso l’ignoto.
Vennero caricate sui camion a via della Lungara insieme ad altre 66 persone.
Era l’ultimo trasporto partito da Roma con destinazione il terribile KL Dachau […]
Il 29 maggio Enrica e Vera arrivarono nel carcere femminile di Aichach, loro definitiva destinazione.
La vita carceraria si mostrò loro immediatamente in tutta la sua durezza […]
L’incubo terminò il 1° giugno ’45 quando comparve improvvisamente Paolo Bufa, alias tenente Paul Barton della N.1 Special Force, che le riportò in Italia con la sua jeep. Massimo Sestili su Patria Indipendente, luglio 2014

«Un ufficiale britannico riservato, padrone di un eccellente lessico italiano, soltanto con lievi inflessioni anglosassoni nella pronuncia; un interlocutore molto misurato negli apprezzamenti e molto incline ad ascoltare». Così – secondo il giornalista-scrittore Mario Giovana – appare ai partigiani italiani con i quali è venuto a contatto il tenente Paul Barton. In realtà Paul Barton non esiste e quell’ufficiale dei servizi speciali britannici è un italiano: Paolo Buffa, laureando in medicina, appartenente al XX distaccamento della French Mission di Special Force di stanza a Nizza. E’ venuto nelle vallate cuneesi per eseguire la missione «Siamang I» da lui stesso ideata e diretta: siamo nell’aprile del 1945, alla vigilia della Liberazione. L’episodio è stato ricostruito nei particolari da Mario Giovana attraverso le testimonianze dello stesso Paolo Buffa – divenuto docente di patologia medica all’Università di Modena e ora in pensione – e degli altri protagonisti, ed è apparso sull’ultimo numero del notiziario dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo diretto da Michele Calandri.
Chi è il prof. Paolo Buffa o tenente Paul Barton? Nasce a Milano nel 1913, figlio di poverissimi contadini valdesi che nella città lombarda sono portieri dell’Albergo ricovero dell’esercito della salvezza. Anche Paolo, trasferitosi a Roma, farà il custode di un albergo ricovero; conosce e frequenta l’ambiente antifascista della capitale, e saranno gli amici a incoraggiarlo e ad aiutarlo a studiare. Nel 1939 ottiene la maturità scientitica e l’8 settembre del ’43 lo trova impegnato a preparare la tesi di laurea in medicina. Paolo Buffa odia le armi e la vioIenza ma è deciso a partecipare attivamente alla battaglia contro il nazitascismo. Supera le linee tedesche e raggiunge Napoli dove entra a far parte della Special Force con la nuova identità di tenente Paul Barton. Durante una delle prime missioni a Roma viene arrestato con un amico, il filologo Paolo Petrucci, nella casa di due antifascisti Enrica Filippini e Vera Salomon rispettivamente fidanzata e cugina del Buffa. Le due donne al processo si addosseranno tutte le responsabilità e saranno inviate in Germania nel campo bavarese di Aichach presso Monaco. Benché assolti, Buffa e Petrucci sono trattenuti in carcere dai tedeschi e Petrucci verrà poi fucilato alle Ardeatine. Tornato libero con l’arrivo degli alleati a Roma, il tenente Barton riprende il servizio presso la Special Force e nell’aprile del ’45 viene inviato a Nizza come ufficiale di collegamento con il «Groupe Nuto» fermo a Belvedere. Si tratta della brigata «Carlo Rosselli» di Nuto Revelli, sconfinata in Francia dopo aver contrastato il tentativo della 90ª divisione corazzata tedesca di arrivare in Provenza attraverso il Colle della Maddalena. A Nizza il ten. Barton prepara la missione «Siamang I» e la propone al suo comando: è un’azione antisabotaggio nelle valli Maira e Varaita dove sorgono sei impianti idroelettrici che alimentano il sistema ferroviario del Sud Piemonte e alcune industrie della Liguria. Gli uomini devono essere scelti dal Groupe Nuto. In questo modo – lo si scoprirà in seguito – Paul Barton intende favorire il rientro in Italia della Rosselli. Il progetto viene accettato.

Val Tinéee – Foto: Mauro Marchiani

L’operazione scatta nella notte tra il 14 e il 15 aprile dopo che dieci giorni prima era fallito un tentativo di Nuto Revelli di scendere in Italia con un centinaio di uomini. L’ex olimpionico di sci, Giulio Gerardi, della «Rosselli», e altri tre partigiani di Bagni di Vinadio costituiscono la scorta del tenente Barton; a loro si aggiungono l’avv. Augusto Astengo e il professore di lettere Giovanni Bessone che vogliono rientrare nelle loro formazioni nel Monregalese al termine di una lunga missione. Bessone è malato di cuore, Barton soffre allo stomaco per i postumi di un intervento.
Il gruppo parte da Isola nella valle della Tinée e attraverso il colle di Tesina, il monte Tichal, scende a Bagni di Vinadio in valle Stura, poi risale diretto in valle Grana a Pradleves, «zona libera» tenuta dai partigiani. Una traversata difficile fatta camminando di notte tra le insidie della montagna e dei tedeschi. La sera del 17 il gruppo al completo scende in valle Grana. Scrive Giovana: «Il tenente Barton appariva sfinito, ma aveva tenuto l’andatura tacendo i suoi disturbi. Bessone si era quasi sfracellato in una caduta e però niente sembrava avesse il potere di arrestarlo. Morirà il 25 febbraio 1946, appena un anno dalla fine del partigianato, vittima di un cuore a pezzi cui si era rifiutato di concedere tregue». Il ten. Barton si rende conto che tutte le misure per prevenire sabotaggi tedeschi sono già state prese tanto che confessa di sentirsi «quasi superfluo». Nei suoi messaggi a Nizza dà una valutazione entusiastica dell’efficienza dei partigiani. E la sera del 22 aprile, in una riunione con i comandanti delle valli Maira e Varaita, incoraggia la proposta di rompere gli indugi e di occupare i paesi nelle valli prima che si muovano i francesi della prima divisione France Libre del gen. Doyen. Quando la sera fra il 25 e il 26 aprile arriva l’ordine di insurrezione le unità partigiane sono già appostate sopra le centrali elettriche e controllano bene i presidi fascisti. La missione «Siamang I» si conclude ufficialmente il 6 maggio e il giorno dopo il suo ideatore, tenente Paul Barton, si congeda dai comandanti partigiani rivelando la sua vera identità. Bruno Marchiaro su Istoreto

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