Milano, 8 settembre 1943: ho trovato l’invasor…

Fonte: ANPI Barona Milano cit. infra
Fonte: ANPI Barona Milano cit. infra
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Erano le 18:42 dell’8 settembre 1943 quando dalla radio si sentì il proclama del maresciallo Badoglio:
“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
Poche parole che lasciarono gli italiani, civili e soldati, allo sbando sotto il pericolo nazista e ovunque si cercò di riorganizzarsi per difendersi, in Italia come sui fronti di guerra in cui si trovava il nostro esercito.
A Milano, la notizia colse di sorpresa, ma già da tempo le forze antifasciste si preparavano. Già ai primi di agosto, infatti, si reclamava un armistizio, facendo presente che le masse lavoratrici erano in agitazione perché, dopo il 25 luglio e la caduta del fascismo, non avevano migliorato le loro condizioni lavorative, non avevano ottenuto maggiori diritti e ancora facevano la fame sempre in nome dei sacrifici imposti dalla guerra. Il 20 agosto organizzarono anche uno sciopero in cui a gran voce chiedevano la pace e che venissero espulsi dalle fabbriche gli ex fascisti e la ricostituzione delle commissioni interne di fabbrica.
Per questo a Milano non si indugiò nemmeno un secondo e si cercò di contattare immediatamente il generale Ruggero, che comandava la piazza di Milano, per avere aiuti sostanziali, armi, equipaggiamento, per poter fronteggiare i tedeschi invasori. Subito si aprirono le iscrizioni per la Guardia Nazionale.
Proprio la mattina dell’8 settembre giunsero a Milano due figure che saranno fondamentali per la lotta partigiana: Francesco Scotti ed Egisto Rubini con il compito di organizzare la lotta armata contro i tedeschi e i fascisti.
Le poche armi che si ottennero furono dei fucili ’91, portati per lo più da soldati che scappavano dalle caserme.
Subito il 9 settembre si organizzò un Comitato di difesa che decise di creare una Guardia Nazionale: venne lanciato un appello a tutti i cittadini milanesi, operai, soldati sbandati, impiegati, studenti. E la cittadinanza milanese non si fece attendere specie gli operai che affluirono numerosi sui camion delle fabbriche alla sede del Comando della Guardia Nazionale in via Manzoni 43, nello studio dell’avvocato Verrati, prima, in via del Lauro, nello studio dell’avvocato Della Giusta, poi.
Fermare i nazisti che erano già in Milano sarebbe stata una cosa possibile considerando che in quel momento c’erano poche truppe che, facilmente, avrebbero potuto essere disarmate. Alla Stazione Centrale, per esempio, avvennero subito degli scontri contro gli uomini della Wermacht addetti al Comando Tappa della stazione; in zona Porta Venezia, in via Lazzaretto si sparava; nei paraggi della piscina Cozzi due ufficiali di Marina alla testa di una piccola squadra di soldati già in abiti civili si scontrarono contro un drappello di tedeschi. Erano i primi segnali di quella che diventerà la guerriglia partigiana dei GAP (gruppi di azione patriottica) in città.
All’interno della Guardia Nazionale esistevano due correnti: una che prospettava la difesa armata della città delle cinque giornate e l’altra che spingeva per ripiegare verso il comasco e le montagne. Ad insistere per la difesa della città furono Francesco Scotti, Giuseppe Dozza, Maffei e l’onorevole Gasparotto (che perderà il figlio nella lotta di liberazione, massacrato nel campo di Fossoli). Ma prestò circolò la voce che il Comitato di difesa aveva deciso per la ritirata verso Como e, lentamente ma inesorabilmente, si iniziò il viaggio verso questa destinazione abbandonando la città. Non tutti, ovviamente, ma fu questo uno dei motivi per cui prima della metà di ottobre fu difficile trovare uomini per la lotta armata in città.
Nel frattempo il generale Ruggero, totalmente sordo alle richieste del Comitato di difesa, il 10 settembre, con un comunicato alla radio, rese noto che stava trattando con i tedeschi per stipulare un accordo che prevedeva:
1) il comando germanico rinunciava al disarmo delle truppe italiane;
2) il generale Ruggero avrebbe continuato ad occupare Milano con le sue truppe e ad assicurare l’ordine in città;
3)la collaborazione tra truppe tedesche e italiane per la difesa e il funzionamento dei servizi e delle ferrovie;
4)le truppe tedesche non sarebbero entrate in città a meno di dover intervenire in caso di disordini.
Ruggero dichiarò: “Ho accettato questo accordo con l’animo straziato e sapendo di assumermi una gravissima responsabilità. Ma, mentre non potevo ammettere il disonore di lasciar disarmare le mie truppe, non potevo a cuor leggero esporre queste a delle perdite sanguinose che non avrebbero approdato ad alcuna proficua conseguenza […] Ora, avendo assunto l’impegno di mantenere il comando della città e l’ordine in essa, sono fermamente deciso a tenere l’ordine ad ogni costo, tanto più che il comando germanico ha dichiarato nettamente che occuperà direttamente la città e disarmerà con la forza le nostre truppe se io non sarò in grado di mantenere l’ordine”.
Il pomeriggio dell’11 settembre, entrando da Rogoredo e dilagando verso Porta Romana, i tedeschi invasero la città, ma trovarono subito la testimonianza dello spirito resistenziale della città: i muri dei palazzi erano tappezzati di manifesti che incitavano alla lotta , firmati dai partiti antifascisti che entravano in clandestinità.
Il 12 settembre il comando nazista, con il colonnello Rauss e il capitano Saevecke, prendeva possesso dell’Hotel Regina, via Silvio Pellico angolo Regina Margherita, e prendeva pieni poteri sulla città, sulla vita e la morte di tutti i suoi abitanti, iniziando immediatamente la caccia agli ebrei e agli antifascisti.
Magda Ceccarelli De Grada, moglie di Raffaellino De Grada e di Ernesto che dovette fuggire per non finire nelle mani dei nazisti, scrisse, il 14 settembre: “La città è piena di carri armati e di cannoni. Le orribili SS vi giganteggiano sopra e ci guardano sprezzantemente sfidandoci. Atmosfera di incubo. […] MI ha detto il dottor Kalk di aver visto il cadavere di un uomo presso la posta, ucciso perché aveva sputato al loro passaggio”.
Fonti:
Luigi Meda, “Milano e la Lombardia nella crisi del 1943 sino all’8 settembre” in “La Resistenza in Lombardia”.
Francesco Scotti, “La nascita delle formazioni” in “La Resistenza in Lombardia”
Italo Busetto, “Brigate Garibaldi baciate dalla gloria le prime nella lotta le prime alla vittoria”
Camilla Cederna, Marilea Somarè, Martina Vergani, “Milano in guerra”
Magda Ceccarelli De Grada, “Giornale del tempo di guerra”
Redazione, La Storia siamo Noi, Periodico della Sezione ANPI Barona Milano, a cura di Stefania Cappelletti, Speciale 8 settembre, ripubblicato in ANPI Barona Milano, 8 settembre 2021

Fonte: ANPI Barona Milano cit.
Fonte: ANPI Barona Milano cit.
Fonte: ANPI Barona Milano cit.

Le richieste avanzate alle autorità militari di armare e inquadrare al comando di ufficiali alcune migliaia di operai e il tentativo di costituire una Guardia nazionale si arenarono per lo squagliamento dell’esercito e la fellonia del generale Ruggero, comandante il presidio di Milano, mentre il concentramento nel Comasco di alcune centinaia di operai sestesi in armi venne sciolto dai carabinieri. Tra il pomeriggio del 10 e il 12.9.1943 Milano venne occupata da reparti della divisione Waffen SS – Leibstandarte A. Hitler che per giorni si abbandonarono a violenze e saccheggi indiscriminati. I primi caduti furono un operaio della Pirelli, colpito il 10.9.1943 dalle parti della Stazione Centrale in uno dei rarissimi tentativi di opposizione armata e tre civili, più un quarto fucilato, uccisi per avere preso parte all’assalto di un magazzino militare abbandonato nella zona di piazzale Corvetto. I rapporti del comando divisionale germanico, nel segnalare manifestazioni di ostilità della popolazione e il ferimento di un ufficiale delle SS, comunicavano inoltre la fucilazione di 13 comunisti rei di aver recuperato materiale della contraerea italiana nell’area di Milano.
Il 13.9.1943, con l’insediamento all’hotel Regina del comando della Sicherheitspolizei-Sicherheitsdienst – da cui dipendeva la Gestapo – iniziò la caccia ad ebrei e antifascisti già schedati, e negli stessi giorni Aldo Resega ricostituì il partito fascista divenendone segretario federale e Franco Colombo, un ex sergente della Milizia, diede vita alla squadra d’azione Ettore Muti (200 uomini circa al dicembre 1943) poi battaglione e infine, dal 16.3.1944, legione autonoma mobile, con oltre 3000 militi alla fine del 1944 inquadrati in 21 compagnie e squadre operative impiegate in una feroce repressione antipartigiana nel Milanese e in Piemonte.
Il panorama resistenziale milanese, e in particolare l’avvio, lo sviluppo e la conduzione della lotta armata e delle lotte operaie, furono dominati per tutta la lunga fase iniziale quasi esclusivamente dall’organizzazione comunista e dalle brigate Garibaldi ai quali, solo in un secondo tempo e sempre in una posizione minoritaria per forza numerica e per volume dell’attività svolta, si affiancarono socialisti, giellisti e repubblicani. I democristiani, delle cui formazioni i bollettini del comando piazza del periodo agosto 1944 – aprile 1945 riportano solo sporadiche azioni, si impegnarono fondamentalmente nel fiancheggiamento della lotta e nel soccorso ad ex prigionieri di guerra, ebrei, ricercati e arrestati servendosi della rete assistenziale e di organizzazioni clandestine dello scoutismo cattolico, la più attiva delle quali fu l’Organizzazione Soccorso Cattolico agli Antifascisti Ricercati (Oscar) che, guidata da don Aurelio Giussani e don Andrea Ghetti, ebbe i propri centri più attivi nelle sedi milanese e varesina del Collegio San Carlo.
I primi tentativi di dare vita a una opposizione armata furono diretti dall’avvocato Galileo Vercesi (fucilato a Fossoli il 16.7.1944) ma solo negli ultimi mesi sorsero nel legnanese e nel gallaratese alcuni gruppi di orientamento democristiano i quali, poi inquadrati nel raggruppamento brigate Fratelli Di Dio, non risulta tuttavia abbiano svolto una attività armata preinsurrezionale e pertanto le rimanenti brigate del popolo sono da considerarsi, almeno operativamente, insurrezionali. I liberali, contrari del resto ad una impostazione di massa della lotta, lavorarono invece con nuclei ristretti – il più noto ed attivo dei quali fu l’organizzazione Franchi facente capo ad Edgardo Sogno – legati ai servizi alleati ai quali trasmettevano informazioni di carattere economico e militare, fungendo anche da raccordo con alcune formazioni autonome operanti però fuori dal Milanese. Immediatamente dopo l’occupazione nazista, interrottisi i naturali collegamenti con numerose fabbriche a causa dei massicci licenziamenti attuati dal padronato nelle incertezze della nuova congiuntura produttiva, il Pci, costituito il comando generale delle brigate Garibaldi il 20.9.1943 in un appartamento delle case popolari di via Lulli 30, mobilitò le proprie esigue forze nell’immediata attivazione dei Gruppi di Azione Patriottica (Gap).
Superate, dopo un intenso lavoro di chiarificazione, remore di carattere morale, ideologico e personale, a un primo nucleo tratto dalle maggiori fabbriche di Sesto San Giovanni (inizialmente 17° distaccamento), seguirono i distaccamenti Gramsci (Sesto San Giovanni e Niguarda), 5 Giornate (Porta Romana e Porta Vittoria), Matteotti (Porta Ticinese) e Rosselli (zona Farini – Affori), con una forza di 40-50 volontari i quali, insieme alle prime bande sui monti del Lecchese e del Comasco, formarono la 3ª brigata Garibaldi Lombardia. Diretta dal comitato militare del Pci, composto da Vittorio Bardini, Cesare Roda e Egisto Rubini e con la supervisione politico-militare di Francesco Scotti e l’assistenza tecnica di Ilio Barontini, tutti ex garibaldini di Spagna poi attivi nei Francs tireurs partisans della Francia meridionale, la brigata compì tra l’ottobre 1943 e il gennaio 1944 56 azioni di cui 33 in città infliggendo al nemico sensibili perdite. Tra le azioni più eclatanti: la distruzione del deposito di benzina dell’aeroporto di Taliedo (2.10.1943), la collocazione di una bomba nell’ufficio informazioni tedesco della Stazione Centrale (7.11.1943), l’eliminazione in pieno giorno del federale fascista Aldo Resega (18.12.1943), l’attentato al questore di Milano Camillo Santamaria Nicolini (3.2.1944) e l’attacco alla casa del fascio di Sesto San Giovanni (10.2.1944).
Luigi Borgomaneri, La Resistenza a Milano dalla voce “Milano” del Dizionario della Resistenza, Einaudi Torino, 2001, articolo pubblicato in ANPI Comitato Provinciale di Milano