Nella difesa di Roma, il primo colpo d’arma da fuoco fu sparato alle 22.10 dell’8 settembre

Fonte: www.roma8settembre1943.it

Da parecchi giorni le voci dell’armistizio erano insistenti. Si diceva che in Calabria le nostre truppe non combattevano più, erano state ritirate dalla prima linea ove ormai non c’erano che i tedeschi. Ma continuavano i ciechi bombardamenti dall’alto; la mattina dell’8 settembre centinaia di apparecchi sorvolarono Frascati e i Castelli romani facendo paurosa rovina. […] Alle 19,45 di quel mercoledì 8 settembre il capo del governo maresciallo Badoglio annunciava alla radio con quella sua voce ruvida, di soldatone piemontese, che c’era l’armistizio fra le forze alleate angloamericane e le forze italiane. La gente fece capannelli nelle strade che già si abbuiavano, i passanti s’interrogavano l’un l’altro. “Cosa ha detto?” “E’ vero che ha detto che siamo in guerra contro i tedeschi?” Presso Aragno un signore con barba e occhiali spiegava con precisione: “No, ha detto solo che le truppe italiane reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. “O, fa lo stesso – disse un uomo maturo – Vado a casa e metto in ordine il fucile”. […] La mattina del 9 settembre Roma si trovò avvolta dalla battaglia.
Si udiva un violento fuoco di mitragliatrici, di bombe a mano, di mortai, dalle parti della via Ostiense e della via Cassia, e un continuo rombo di cannoneggiamento lontano. La gente era tutta per le strade, curiosa, incerta. Le ultime parole dell’annuncio di Badoglio erano state intese dal popolo per quello che volevano dire, che ora c’era un solo nemico per l’Italia, ed era il nemico antico, sempre sentito tale anche durante l’innaturale alleanza, il tedesco. […] In città i passanti si dicevano l’un l’altro che i tedeschi scappavano al nord, che Mussolini era morto a Campo Imperatore sotto i ferri del chirurgo chiamato ad operarlo d’urgenza, che inglesi e americani erano sbarcati a Civitavecchia e avevano già occupato Cisterna; belle ragazze stettero tutta la giornata sulla soglia delle case ad aspettarli. […] Ma altri fatti suscitarono i primi segni d’inquietudine. I ministeri avevano mandato a casa tutti gli impiegati, nessun ufficio rispondeva al telefono, a certi comandi militari si bruciavano carte e archivi, fu visto nel deserto ministero dell’Aeronautica un tenente colonnello aggirarsi smarrito con in tasca sei milioni di lire di cui non sapeva che fare. […] Un gruppo scalmanato di giovani andò a tumultare davanti agli uffici del “Messaggero”, poi davanti al “Popolo di Roma”, dicendo che volevano stampare un numero unico per denunciare il tradimento del re e di Badoglio che erano fuggiti. Si sapeva che avevano dormito al ministero della Guerra, li avevano visti uscire dalla Tiburtina, una fila di macchine con la targa diplomatica. Si ebbe subito l’impressione che non c’era più un’autorità, né un comando efficiente. La radio era muta; alla Stefani c’era gente, ma non sapeva nulla. Le botteghe erano chiuse, i mercati deserti. Solo i fornai avevano distribuito il pane. […] La giornata seguente, venerdì 10, s’inizia con colpi lontani di grosse artiglierie e un più vicino e intenso fragore di fucileria dalle parti di porta San Paolo […] Chi era stato la mattina fuori porta San Paolo aveva potuto sperare ancora nel miracolo, che Roma avrebbe tenuto lontano il nuovo e antico nemico. Nei pressi della basilica si respirava un’aria da quarantotto, di repubblica romana, borghesi armati e animosi, operai, artisti, studenti, mischiati a soldati di gran cuore; fra questi un centinaio di paracadutisti di passaggio per Roma diretti in Sardegna, che di loro impulso si erano collocati sopra una specie di argine al bivio della via Ostiense con la Laurentina, e sparavan rado e giusto contro i tedeschi.
Allineati con loro ragazzi e uomini fatti si facevano insegnare a sparare con le mitragliatrici. […] In città quando suonarono le sirene dell’allarme, la gente era a colazione; le poche trattorie aperte erano gremite. Cominciarono a udirsi gli scoppi d’artiglieria, colpi in partenza, esplosioni di granate. Tutti fuori, il naso all’aria. non c’era paura. Un colpo cadde sopra una casa in via Bocca di Leone che ne ebbe il cornicione sbrecciato; altre granate scoppiarono in piazza di Spagna e nelle vicinanze. Erano di piccolo calibro, ma il fuoco era abbastanza nutrito. […] Poco dopo arrivarono dalla piazza alcuni autocarri comandati da un nervosissimo ufficialetto che diceva intorno che si combatteva alla Madonna del Riposo, che i granatieri tenevano duro. “ma voi perché venite via?” “Siamo inferiori di forze – diceva l’ufficialetto – non possiamo tenergli testa ai tedeschi”.
(da Paolo Monelli, “Roma 1943”, Einaudi)
Redazione, L’8 Settembre del 1943 a Roma, resistenzaitaliana.it

Fonte: C’era una volta Manziana cit. infra

Pochi, dopo quasi settantacinque anni, forse ricordano che Manziana è stata oggetto di uno degli scontri che all’indomani dell’8 settembre 1943 contraddistinsero la Difesa di Roma e che furono tra i primi atti della Resistenza italiana al nazifascismo.
1943, Manziana vive un’apparente calma. La guerra, che ha portato a combattere molti giovani, sembra lontana. A scuotere questa illusione è il 10 luglio lo sbarco Alleato in Sicilia, e il bombardamento di San Lorenzo a Roma il 19 luglio. Per miracolo questo non fa una vittima manzianese; il giovane Furio Mariani quel giorno si trova lì perché al trattore prestato dall’Agraria per la mietitura s’era rotta la cinghia del radiatore e lui cercava il pezzo di ricambio. Dovette la vita a un passante che lo spinse in un portone proprio mentre si scatenava l’apocalisse.
[…] Il baluardo della Lucca a Manziana non è la sola presenza militare; oltre alle “Casermette” di via del Ponte a Quadroni, in via Fiorentina si trovava un deposito di vettovaglie e in un localetto poco più in là, l’ufficio postale militare. Presenza invece più defilata è quella del “Campo di Prigionia Marina n. 1” situato alle Grazie in una villa tra i boschi. Lo comandava un certo capitano Cuneo e vi furono detenuti i marinai di tre sommergibili britannici: lo Splendid, affondato vicino Capri, il Saracen, affondato vicino alla Corsica e il Sahib, affondato in Sicilia. I prigionieri erano trattati bene (lo confermano memorie di ex prigionieri) ed ebbero problemi solo quando i tedeschi vollero subentrare nella gestione. Il territorio, inoltre, era usato dall’Esercito come campo d’esercitazione prima della partenza per il fronte. Come dimostra una foto (Fig. 1) del 1942, dove alcuni ragazzi di Manziana sono ritratti con i soldati della Divisione Livorno.
Gli avvenimenti incalzano; il comando di reggimento si trasferisce a Bracciano e vi crea uno sbarramento arretrato. Il 1° e 2 settembre un aereo da ricognizione sorvola lo schieramento per controllarne il mascheramento. Il 4 settembre il gen. Cadorna mentre invia un encomio per l’operato del «Lucca», informava i comandanti che “i rapporti coi Tedeschi erano divenuti molto tesi, che si temeva un loro colpo di mano sulla Capitale, che l’urto con i reparti germanici era a ritenersi molto imminente”.
Infatti, Cadorna era uno dei pochi a sapere che il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, il generale Castellano e il generale Eisenhower, avevano firmato l’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Ma quello che ancora meno sanno è che alla “ufficializzazione” dell’Armistizio era stata concordata anche “l’Operazione Giant 2”.
Praticamente, re, Governo e Stato maggiore avrebbero dovuto rimanere nella Capitale che sarebbe stata «liberata» da un aviosbarco Alleato sui campi di volo di Furbara e Cerveteri, e sugli aeroporti di Centocelle, del Littorio (ora dell’Urbe) e Guidonia, mentre le truppe italiane avrebbero dovuto dare il loro supporto alla difesa di Roma. L’operazione Giant 2, inoltre, doveva scattare con l’operazione Giant 1, cioè allo sbarco Alleato a Salerno (poi Operazione Avalanche).
II generale Ridgway aveva già perfezionato il piano, tanto che il generale Maxwell Taylor, vice comandante della Divisione che avrebbe dovuto occupare Roma, e il colonnello Wiliam Gardiner, del comando trasporti truppe, giunsero clandestinamente a Roma da Tunisi (prima a Ustica su una nave inglese poi, sulla corvetta italiana IBIS a Gaeta, e da qui alla capitale con un’autoambulanza) intorno alle otto di sera del 7 settembre per seguire sul campo l’operazione. Al loro arrivo al Ministero della guerra, però, i due ufficiali si trovarono immersi in una situazione grottesca. Assenti i vertici militari italiani e del Governo Badoglio, furono ricevuti dopo una lunga attesa da Carboni (comandante del Corpo d’Armata motocorazzato che, come già detto, avrebbe dovuto fornire l’appoggio agli Alleati) e che era il più giovane generale in servizio, il quale sembrava non sapere nulla dell’operazione. Alla fine, dopo aver incontrato a notte fonda Badoglio (il capo del Governo li ricevette casa sua in pigiama!) gli Alleati si convinsero dell’inaffidabilità italiana e fermarono l’operazione, con gli aerei che già rullavano sulla pista. Ritornarono a Tunisi, comunicando che avrebbero reso noto comunque l’avvenuto Armistizio.
Cosa che Eisenhower fece da radio Algeri l’8 settembre alle 17,30 (18,30 italiane). Subito dopo a Roma alle 18.45 si tenne un’agitata riunione del Consiglio della Corona e alle 19,42 al microfono dell’EIAR, Badoglio annunciò a sua volta agli italiani l’avvenuto Armistizio.
Anche Manziana fu raggiunta dall’annuncio. Lo seppero i cittadini, molti dei quali erano di ritorno dalla festa campestre sul pratone della Madonna delle Grazie, e lo seppero anche i marinai inglesi prigionieri nella villa delle Grazie. In tanti si illusero che la guerra fosse finita, ma per altri il proclama suonava sinistro: “ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
Infatti, alle 20,20, alla parola d’ordine “il grano è maturo, Alarico subito”, “l’altra provenienza”, cioè le truppe tedesche del feldmaresciallo Kesselring si mossero per occupare i punti strategici della penisola. Il pericolo per Roma consisteva soprattutto nella 3a Panzergrenadieren Division, dislocata nella zona Viterbo-lago di Bolsena, composta di 25 mila uomini e 600 carri armati.
Pertanto, alle 20,35 il comando della Ariete ordinava l’allarme operativo e la chiusura dei sbarramenti. Alle 21,10 comunicava: “conclusione armistizio” e confermava le disposizioni sugli sbarramenti.
Nel frattempo alle 21,00 il re, la regina e il figlio Umberto, con numerosi aiutanti di campo, ufficiali d’ordinanza, servitori e un grosso bagaglio, si trasferiscono al Ministero della Guerra. Già arrivano notizie inquietanti; alle 22,10 a sud di Roma, al ponte della Magliana, i Granatieri di Sardegna e altri Reparti si stanno scontrando con i tedeschi. Pertanto alle 24 viene disposto a tutti i capisaldi che: “durante ore notturne posti sbarramento concedano libero transito solo ad automezzi isolati; qualsiasi colonna aut reparto armato dev’essere fermato, allegando scusa agitazione popolazione retrovie; sventare qualsiasi riunione colonne con passaggi isolati”» e “ad atti di forza reagire con atti di forza.”.
Nel frattempo, alle ore 3,30 del 9 settembre, in Campania, gli Alleati, come da programma, iniziano lo sbarco di Salerno.
A Manziana, invece, alle prime luci dell’alba, mentre al Palombaro la “Lucca” è all’erta, nella villa delle Grazie il capitano Cuneo (i tedeschi, dopo aver bruciato i documenti, si erano eclissati già la sera prima, per raggiungere il loro comando), dopo aver consegnato razioni e coperte, libera i prigionieri inglesi del Campo Marina 1, che si daranno alla macchia.
Alle 5,00, il Re e la famiglia reale fuggono da Roma diretti verso Pescara, percorrendo la Via Tiburtina. Fanno parte del corteo anche Badoglio e i Capi di Stato Maggiore. Lo Stato Maggiore Supremo e lo S.M.R.E. si sbandano. Lo SMRA rimane operativo avendo lasciato in sede i rispettivi Sottocapi (cosa che non fa lo SMRE).
Alle 5,15, il comando Divisione dà ordine “mettere in atto sbarramenti stradali e reagire contro eventuali tentativi tedeschi di azione”. Il Gen. Roatta (Capo di Stato maggiore Esercito), alle 05,45, prima di partire per raggiungere il re, ribadisce l’ordine ad Ariete e Piave di raggrupparsi su Tivoli, mostrando la volontà di non volere proteggere Roma (la cui difesa sarà tentata solo da militari ormai di fatto sbandati e cittadini), bensì di tutelare solo la via Tiburtina da un eventuale inseguimento da parte dei tedeschi degli illustri fuggiaschi. I due comandanti di divisione, Cadorna e Tabellini, non informati del vero scopo, considerato l’ordine come insensato, infatti, ne avevano ritardato l’esecuzione e avevano mandato a Tivoli solo alcuni reparti in avanguardia.
Ore 6,45 allo sbarramento avanzato «Manziana» viene negato il transito sulla via Claudia a un’autocolonna tedesca; lo stesso accade allo sbarramento avanzato di Monterosi. Alle 7,10 gli sbarramenti Manziana e Monterosi, attaccati simultaneamente da forze motocorazzate tedesche, reagiscono con tiri d’artiglieria.
La battaglia di Manziana è iniziata.
Gli ordini sono chiari: gli sbarramenti Manziana-Bracciano-Monterosi devono resistere il più possibile, per consentire il ripiegamento delle altre unità della Divisione lungo la Claudia e la Cassia per concentrarsi nei pressi di Tivoli, nuova zona di schieramento della Divisione.
Alle ore 11, al Palombaro il combattimento prosegue accanito; I rapporti diranno: “pare che i tedeschi abbiano 2 battaglioni autocarrati con 30 carri armati sul fronte di Manziana”. Intanto, il grosso della colonna tedesca resta bloccata a Ronciglione mentre, grazie alla resistenza della “Lucca, le altre unità della Divisione si possono ritirare verso il bivio della Storta, dove la Claudia si congiunge con la Cassia.
Alle 15 Cadorna autorizza l’inizio del ripiegamento dei capisaldi di Manziana e di Monterosi. A Manziana, intanto, dopo accanita resistenza, le truppe del caposaldo, vengono aggirate sulla loro sinistra, dove un fitto bosco ha favorito i tedeschi. L’8° squadra semoventi del “Vittorio Emanuele II” difende il terreno metro a metro, e pur subendo perdite, permette agli autotrasportati della «Lucca» di sganciarsi e ritirarsi.
Dalle 17 fino alle 19, i superstiti dei capisaldi Manziana- Bracciano affluiranno dal bivio della Storta verso Tivoli.
La battaglia di Manziana è terminata.
In quanto al grosso della 3a Panzergrenadieren Division, questa preferì aggirare dal lato occidentale il perimetro difensivo della capitale e, a questo punto, furono comandati di dirigersi a sud, verso la zona di Salerno per bloccare lo sbarco anglo-americano.
E qui comincia il ballo delle cifre; quanti i nostri caduti, quante le perdite tedesche? Le fonti sono contrastanti ed imprecise. Ritengo più attendibili quelle che danno per il battaglione Lucca un totale di 21 morti, 42 feriti (di cui 1 ufficiale) e circa 180 dispersi. Le perdite tedesche invece in 70, tra morti e feriti, nel settore Manziana-Bracciano, e 300 in quello di Monterosi; distrutti 26 carri armati e 30 danneggiati; catturati 10 ufficiali, 180 uomini, un’ottantina di automezzi di vario tipo, tra cui 8 carri armati. I conti effettivi forse non li sapremo mai, così come tutti gli atti di eroismo. Infatti, mentre del caposaldo di Monterosi in località Osteria del Fosso, visitato da Cadorna, si conobbe il sacrificio del sottotenente del genio Ettore Rosso, dei genieri scelti Pietro Colombo, Gino Obici, Gelindo Trombini ed Augusto Zaccanti, e dei “Cavalleggeri di Lucca” Angelo Gargantini e Paolo Alfonso Mucci, che si erano immolati nel far saltare la strada minata assieme a un convoglio tedesco (gli furono conferite medaglie e a Monterosi un Sacrario e una lapide li ricorda), invece di chi morì a Manziana non si conosce quasi nulla, anche se qualcosa mi hanno raccontato.
Finita la battaglia, un paio di monelli del paese, Paolo, figlio di Ughetto Sidoretti, con l’amico Luigi, sgattaiolarono per la campagna fino a raggiungere il Palombaro. L’intenzione era di vedere l’accaduto e, perché no, di sgraffignare qualche “cimelio” di guerra. D’altronde, dopo l’Armistizio e la fuga dei furieri (loro non avevano avuto ordini di sorta) gli adulti avevano dato prova di sé assaltando e saccheggiando il Deposito militare di via Fiorentina.
Paolo e Luigi si ritrovarono sotto una scarpata dove aveva infuriato il combattimento perché era pieno di bossoli di pallottole di cui si riempirono le tasche dei calzoncini. Dopo, decisero di fare capolino sulla strada. Uno spettacolo li attendeva: a un palmo da loro scorgevano dei scarponi semi novi che sbucavano da una coperta militare. Gli scarponi stavano infilati ai piedi di due disgraziati riversi per terra. Troppa la tentazione di quei tempi grami; Paolo afferrò uno scarpone e stava per strattonare, quando delle grida lo ghiacciarono. Una coppia di tedeschi armati di mitragliatore gli si erano materializzati accanto come d’incanto, anzi, come in un incubo. I due ragazzini furono perquisiti e gli trovarono i bossoli vuoti nelle saccocce. Insomma, passarono il loro brutto quarto d’ora, almeno fino all’arrivo di “Menelicche”. “Menelik” era lo scopino comunale, chiamato come il Negus etiope per via della carnagione scura, ed era venuto col carro della spazzatura a caricare i cadaveri perché fossero seppelliti. Gesticolando fece capire ai tedeschi che avevano solo dodici anni, così questi ringhiando un «Raus!» fecero con l’arma il segno d’andare via, e Paolo e Luigi non se lo fecero ripetere due volte.
Così Manziana, per quasi nove interminabili mesi, dovette subire l’invasione Nazista, con tanto di bandiera uncina che sventolava da palazzo Tittoni, diventato sede di Comando. Non solo, in paese in molti dovettero restringersi nelle case e vedersele occupare dai soldati.
Un periodo cupo, e ai morti del Palombaro nessuno pensò più.
A guerra finita, però, Brigida Zerilli, moglie di Stefano Zichitella, un soldato dei “Cavalleggeri di Lucca, scrisse al medico condotto di Manziana, Gioacchino Fara, nella speranza di avere notizie. Il giovane dottore fece delle ricerche (nel 1943 lui era in Jugoslavia come sottotenente medico) e scoprì che questo era uno dei caduti del Palombaro […]
Stefania De Prai Sidoretti, 9 settembre 1943. La battaglia di Manziana in C’era una volta Manziana, 30 agosto 2018

Fonte: www.combattentiliberazione.it
Fonte: www.combattentiliberazione.it

Nelle giornate dell’8, 9 e 10 settembre 1943 il ponte [della Magliana, a Roma]  e l’area circostante furono teatro di uno dei momenti più tragici e cruenti della difesa di Roma da parte dei Granatieri della Divisione Granatieri di Sardegna e degli altri Reparti (carabinieri, cavalieri, carristi, artiglieri, bersaglieri, genieri) contro le truppe germaniche che intendevano occupare la Capitale.
La Divisione si trovava schierata nel settore meridionale di Roma su un fronte a semicerchio a cavallo del Tevere: un fronte lungo ventotto chilometri, distinto in due settori e sistemato su 13 caposaldi campali cui si aggiungevano quattordici posti di blocco interni e di sbarramento delle principali rotabili. Al 1° Reggimento Granatieri erano stati affidati i primi sette caposaldi: i primi quattro al I Battaglione sulla riva destra del Tevere, gli altri tre al III Battaglione, mentre il II Battaglione era stato posto di riserva divisionale nel Settore Ovest nella zona tra Abbazia Tre Fontane e Forte Ostiense. Al 2° Reggimento Granatieri erano stati affidati gli altri sei caposaldi.
In particolare nell’area del Ponte della Magliana era schierato il caposaldo n. 5 (Ponte della Magliana, Monte della Creta, EUR ) comandato dal capitano Domenico Meoli e comprendente anche il comando del Battaglione e della Sesta Batteria artiglieria.
Il caposaldo n.5 era quello che sbarrava la via Ostiense e che con i caposaldi n.6 e n.7 era destinato di lì a poco a sostenere l’urto più violento della battaglia nel Settore, mentre i caposaldi n.1, n.2, n.3 e n.4 sulla destra del fiume non sarebbero stati attaccati direttamente, ma soltanto coinvolti nel movimento di arretramento. Era situato all’altezza della Chiesa dell’Esposizione ’42 ( attuale Basilica dei Santi Pietro e Paolo all’EUR) che svettava la sua cupola solitaria sul crinale del pianoro ed era quindi in una posizione cruciale per i tedeschi, sia che avessero intenzione di entrare in Roma sia che intendessero risalire verso il nord.
È chiaro dunque che il ponte della Magliana costituì il fulcro tattico e morale dei fatti d’arme di quei giorni a sud di Roma.
Nella difesa di Roma, il primo colpo d’arma da fuoco fu sparato alle 22.10 dell’8 settembre nella zona sud dal caposaldo n.5.
Poco prima una camionetta tedesca era giunta a tutta velocità al posto di blocco antistante al caposaldo e aveva urtato il cavallo di frisia che aveva tuttavia resistito. Il granatiere Emilio Frantellizzi della Nona Compagnia si era fatto avanti chiedendo ai due occupanti la camionetta cosa mai intendessero fare, e i due gli avevano risposto: “per voi la guerra ormai è finita, andatevene a casa”. Non avendo avuto ordine di non lasciar passare, i granatieri del posto di blocco avevano lasciato transitare i due militari tedeschi.
Un forte nucleo autotrasportato di paracadutisti tedeschi si presentò poco dopo all’improvviso davanti al personale di guardia al posto di blocco suddetto, situato avanti al caposaldo n.5 nelle vicinanze del Ponte della Magliana ed avvalendosi del favore delle tenebre e con il pretesto di voler parlamentare, trassero in inganno i militari di guardia e catturarono i pochi granatieri, disarmandoli. Subito dopo un ufficiale tedesco, proveniente dalla via Ostiense, si presentò al caposaldo chiedendo (dopo che inutilmente il capitano Meoli comandante del caposaldo aveva cercato di trattare) di parlare con il comandante della Divisione. Fu ricevuto (era un tenente) dal capo di Stato Maggiore colonnello Viappiani: ed a lui chiese che la Divisione “Granatieri di Sardegna”, e per primo il caposaldo n.5, si arrendessero perché, spiegò, “la guerra degli italiani era ormai finita”.
Pretendeva una risposta e la ricevette. Alle 22.10 dalla batteria, comandata dal capitano Villoresi, che era situata sulla collina dell’Esposizione, furono sparati i primi colpi di cannone. Aveva così inizio quella lotta sanguinosa che doveva estendersi a tutto il fronte della Divisione e che doveva durare fino alle ore 16,10 del 10 settembre 1943.
Ma i tedeschi, che già avevano dato segno di come intendessero condurre la lotta – senza esclusione di colpi, si trattasse anche di usare la slealtà – quando il comandante del caposaldo capitano Meoli ed il tenente colonnello Ammassari andarono a parlamentare, li fecero prigionieri mostrando sul momento l’intenzione di passarli subito per le armi.
Frattanto nel caposaldo la mischia divenne furibonda e si inasprì. Salve di artiglierie, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguivano senza interruzione.
Era il caposaldo chiave per il più rapido ingresso nella Capitale ed i tedeschi, perciò, forzavano la mano nella speranza che così facendo potessero risolvere presto la situazione annientando l’ostacolo che s’era parato loro dinanzi. Già c’era stata a loro vantaggio la sorpresa, aggravata dall’inganno che i parlamentari avevano tentato, ed ora c’era anche l’oscurità della notte, una notte senza luna, discesa a favorirli; e c’era l’indubbio valore e l’acquisita esperienza dei loro paracadutisti nonchè la grande preponderanza dei mezzi, delle armi e, sul posto, anche del numero. Per di più, lungo il vialone dell’E42, forti nuclei di paracadutisti germanici, preceduti da armati, evidentemente Alto Atesini, che indossavano giubbe da granatiere e gridavano in italiano “Granatieri, è finita la guerra, basta con la guerra, andiamo a casa!”, ed altri paracadutisti arroccatisi in alcuni punti tatticamente importanti nelle zone dell’E42 – dove giorni prima erano stati intrapresi lavori di sistemazione difensiva fatti poi sospendere dall’Alto Commissario dell’E42 stessa, preoccupato dei “gravissimi danni” che ne avrebbe riportato la zona – facevano temere che potessero riuscire a prendere il posto di blocco di fianco e rendevano ancor più caotica e critica la situazione.
A questo punto, data la gravità della situazione, entra in campo il Battaglione di riserva, comandato dal Maggiore Costa, il quale parte dalla zona delle Tre Fontane ed attraverso la campagna si porta alle spalle del Caposaldo n.5 per ristabilirvi le posizioni compromesse. Giunto all’altezza della Stazione della Magliana, il Battaglione Costa incontra un reparto della P.A.I. (Polizia Africa Italiana) attestato sull’autostrada, il quale, al primo annunzio sanguinoso, si sbanda e ripiega verso Roma, abbandonando in gran numero anche i suoi autocarri armati.
Il Battaglione dei Granatieri assume formazione di combattimento ed avanza verso il Caposaldo. Mentre procede solo, alla testa del suo reparto, Costa trova due ufficiali tedeschi i quali adottano nei suoi confronti lo stesso metodo sleale già adoperato e che è ormai una norma di condotta tedesca (tentativo di temporeggiare con forme concilianti, per poi aggredire all’improvviso).
Così la compagnia di testa è sottoposta repentinamente ad un violento fuoco di mitragliatrici e di bombe a mano che infligge ai granatieri dolorose perdite, ma la reazione di fuoco degli italiani è immediata.
Una forte autocolonna tedesca che cerca di avanzare velocemente verso Roma viene investita dal fuoco micidiale delle mitragliatrici della Compagnia del Capitano Pomares Valentino ed è costretta a retrocedere precipitosamente, abbandonando morti e feriti. Sono circa le due di notte: la situazione al Caposaldo n.5 resta grave.
Il Comando di Reggimento chiede rinforzi per la rioccupazione totale della posizione intaccata. Entra allora in azione il reparto corazzato (RECO) del Reggimento Montebello della Divisione Ariete, al Comando del Colonnello Giordani. Esso scende dal nord: ha attraversato di gran carriera nella notte le vie di Roma, sciabolandone il buio con i fari accesi; varca San Paolo, infila la Via Ostiense ed alle cinque del mattino del giorno 9 settembre giunge con i suoi semoventi alla Montagnola, presso il Comando del 1° Reggimento Granatieri.
Un reparto RECO rimane alle Tre Fontane per coprire eventuali puntate germaniche sul fianco sinistro dello schieramento; il resto delle forze blindate scende sulla Via Ostiense per sostenere il II Battaglione dei Granatieri, nella sua ardua azione di riconquista del Caposaldo n.5.
Dopo la notte di combattimenti incessanti, il mattino del 9 settembre vede la ripresa dell’azione per la totale riconquista del Caposaldo n.5. Alle sette il II Battaglione del Maggiore Costa, appoggiato da dieci pezzi semoventi da 47/32 del Montebello, inizia l’azione di riconquista della posizione intaccata. A tale fatto d’armi partecipano anche Carabinieri del Battaglione Allievi, Bersaglieri ed elementi della P.A.I. Alle ore 10.30, il tanto conteso Caposaldo n. 5 è interamente riconquistato dai Granatieri del II Battaglione e dai valorosissimi semoventi del Montebello.
Sono ancora sul posto i quattro cannoni della Batteria del Capitano Villoresi, la quale ha magnificamente combattuto, e molti nuclei di granatieri, i quali, benché superati ed accerchiati dall’ondata nemica, per tutta la notte si sono battuti dalle loro postazioni di mitragliatrici.
Il Ten. Col. Ammassari ed il Capitano Meoli, che come si ricorderà erano stati catturati a tradimento all’inizio dell’azione durante i subdoli colloqui intavolati dai tedeschi, si sono sottratti a stento ad una esecuzione sommaria barbaramente eseguita dai germanici, in un fossato della Magliana, e riescono a raggiungere il Caposaldo riconquistato. I tedeschi battuti e gravemente decimati affievoliscono la loro azione ed infine la sospendono. La mattina del 9 settembre vide quindi un successo delle armi italiane nella difesa di Roma. Tutta la notte si era combattuto aspramente attorno ai Capisaldi investiti tra il Tevere ed i marmorei palazzi dell’Esposizione: tutti avevano resistito o erano stati riconquistati.
Testimonianza del Granatiere Emilio Frantellizzi
Nel 1943 io ero un granatiere di Sardegna del 1° Reggimento, III Battaglione, Nona compagnia, comandata dal capitano Meoli. Quello che mi accingo a scrivere è la pura verità : lo posso giurare di fronte a chiunque.
Nel mese di agosto la compagnia venne schierata nel settore «ponte della Magliana» sulla sponda del Tevere, lato sinistro. Il comando di compagnia si trovava sulle pendici dell’Eur. Al mio plotone venne assegnato il compito di sorvegliare la strada statale che portava ad Ostia Lido nei pressi del ponte della Magliana.
Il posto di blocco era costituito da un robusto cavallo di Frisia e si chiamava il V caposaldo. La sera dell’8 settembre ero di servizio proprio al posto di blocco. Alla notizia data inaspettatamente dalla radio che annunciava l’armistizio, si formarono dei gruppetti tra i granatieri per commentare l’accaduto.
Come al solito restammo comunque più vigili perché aspettavamo qualche reazione da parte dei tedeschi. Pochi minuti dopo vidi sbucare una camionetta militare tedesca a tutta velocità che senza rallentare urtò con violenza il cavallo di frisia ma questo era ben saldo e non cedette. Allora mi feci avanti, vidi due militari e chiesi il perché del loro gesto. Mi risposero con voce sgarbata «per voi la guerra è finita, andate a casa». Ribattei che non erano loro a darmi ordini, ma spostai il cavallo di frisia e li lasciai passare perché io non avevo nessun ordine di fermarli. Si prese comunque la decisione di avvertire il comando di compagnia che si trovava a circa duecento metri sotto il monte dell’Eur.
Il capitano telefonò al Comando di divisione, ma anche loro non sapevano prendere una decisione. Fu inviato un motociclista al comando di Corpo d’armata: tornò indietro senza notizie. Una nostra pattuglia ci venne ad avvisare che c’era un movimento di soldati tedeschi: un battaglione di SS in assetto di guerra proveniente da Ostia si dirigeva verso Roma. Il comando di compagnia dette ordine di abbandonare il posto di blocco e di prendere posizione di difesa nelle alture dell’Eur. Verso le 22 si cominciarono a sentire i primi colpi; noi eravamo già in difesa della strada statale. Una nostra pattuglia confermò che truppe tedesche stavano avanzando a plotoni affiancati ed erano vicinissime a noi. In quel momento aprimmo il fuoco di sbarramento su tutta la strada statale che restava circa quattrocento metri sotto di noi. Alla nostra sinistra avevamo il XXI battaglione mortai da 81 comandato dal tenente col. Amassari; anche i mortaisti iniziarono a bombardare. Insomma tutti i reparti dei granatieri che presidiavano quei settori con rapidità aprirono il fuoco. I tedeschi risposero rabbiosamente con le loro armi leggere e con i cannoni montati sui carri armati. Era una forza numericamente superiore a quella del nostro schieramento, ma noi non ci perdemmo d’animo, né di coraggio. Eravamo i veterani dei Balcani con i nostri vecchi fucili 91 e bombe a mano che erano le nostre specialità, poi avevamo anche con noi fucili mitragliatori e mortai da 45. La battaglia durò tutta la notte.
Ricordo bene che i tedeschi in quella notte non riuscirono a superare il caposaldo, cioè il ponte della Magliana. Il loro scopo era quello di occupare la città, ma noi li respingemmo verso il mare. Alle prime luci dell’alba cessarono i combattimenti. Gli alberi sotto di noi avevano i rami rotti dalle granate e dalle fucilate; al suolo c’erano dei morti, tra i quali un caporale della mia compagnia di nome Parile. Poiché presentava ferite di arma bianca capii che era stato ucciso dalle SS perché armate di pugnali. Probabilmente il caporale aveva perduto i contatti con noi e rimasto senza munizioni era stato costretto al combattimento corpo a corpo.
In nostro aiuto intanto giunse una compagnia di bersaglieri che si trovava al deposito e un reparto della Polizia Africa Italiana. Anche loro ebbero molti morti. Il giorno successivo finalmente vedemmo arrivare in nostro aiuto un carro armato della divisione «Ariete». Ci fu un po’ di tregua e si fece anche il rancio dentro la galleria della metropolitana. Furono pochi però quelli che presero da mangiare, perché erano sprovvisti della gavetta, distrutte con i nostri accampamenti.
Anche io non consumai il rancio, sia perché non avevo più la gavetta, sia per la tensione che s’era creata. Mentre ci preparavamo per un eventuale attacco durante la notte arrivò del pane.
Quando incominciò a farsi buio si sentirono i primi colpi ma noi eravamo già ai nostri posti di difesa. La battaglia fu più violenta della notte precedente; tenemmo duro e restammo al nostro posto fino a che avemmo munizioni. In quella notte ci furono degli spostamenti: io persi i contatti con la mia compagnia. Al mattino mi accorsi che mi trovavo in contatto con altri reparti di granatieri. Durante la giornata arrivarono altri rinforzi di granatieri comandati dal tenente col. Costa ci fu un’imboscata da parte dei tedeschi mentre erano in marcia, che provocò feriti e morti. Nonostante i pochi comandi che avevamo, noi granatieri tenemmo duro sulle nostre posizioni anche senza munizioni, saremmo andati all’arma bianca come avvenne sul Cengio. Intervennero i generali Caviglia, Carbone, Campanari, Roatta, e altri che fecero chiamare il nostro comandante colonnello Di Pierro e gli dissero che quello che avevamo fatto era stato uno sbaglio, perché tra noi e i tedeschi non c’era stato nessun cambiamento: erano i nostri alleati e tali dovevano restare. Così ci fu una specie d’armistizio. Il nostro sacrificio era stato vano. Noi intanto avevamo perduto quattro ufficiali, alcuni decorati con medaglie d’oro alla memoria, e un numero imprecisato di granatieri morti e feriti.
Secondo il mio giudizio quell’armistizio per noi granatieri fu un tradimento perché i tedeschi non sarebbero mai e poi mai entrati a Roma, perché noi non ci saremmo arresi.
Intanto s’erano uniti a noi i borghesi. Dopo di che cominciò il calvario: diversi granatieri furono fatti prigionieri ed altri riuscirono a sottrarsi e a nascondersi tramite famiglie, altri raggiunsero la caserma. Anch’io mi nascosi in un palazzo vicino. Bussai ad un appartamento, pregai quella famiglia di darmi un paio di calzoni e una maglietta per togliermi la divisa, così i tedeschi non mi avrebbero riconosciuto. Fui accontentato. Staccai dalla giacca i sacri alamari che tuttora conservo come cimelio di guerra. Tornai a casa a piedi perché i treni non partivano. La stazione era deserta. In quel momento tutto era in sfacelo. Erano le ore 17 del 10 settembre 1943“.
Nelle prime ore del pomeriggio del 9 settembre 1943 il combattimento riprese al caposaldo n.5. Il Comando di Divisione Granatieri decise di offrire ai tedeschi la possibilità di attraversare il ponte della Magliana. Ancora si pensava che volessero veramente dirigersi verso Nord. In conseguenza di questa molto discutibile decisione venne attuato l’arretramento dei capisaldi n.4 e n.5, sulla destra e sulla sinistra del Tevere, dietro il fatale ponte.
Alle 6.30 del mattino del 9 settembre 1943 il Comando della Divisione Granatieri, appena attuato il nuovo schieramento, comunicò che era stata stabilita con i tedeschi una tregua d’armi che avrà inizio alle ore 7.30. Trascorsa mezz’ora dall’inizio dell’annunziata tregua, il Comandante del 1° Reggimento Granatieri, Colonnello Di Pierro, il quale ha ormai dislocato il suo comando nella isolata casetta rossa della Montagnola ad immediato contatto con la linea del fuoco, chiamò a rapporto i comandanti di battaglione. Essi erano a colloquio quando da tergo delle case della Montagnola, in direzione normale alla Via Laurentina, sbucarono alcuni carri armati ed autoblindo germanici, i quali violando la tregua d’armi attaccarono decisamente il comando di reggimento. Le unità blindate nemiche fecero fuoco da brevissima distanza e subito colpirono in pieno due autoblindo del Montebello, l’auto personale del comandante del reggimento e l’ufficio stesso del Colonnello.
Redazione, Roma 1943-1944: Ponte della Magliana, www.combattentiliberazione.it

Il ritrovamento delle fotografie, in mostra al Museo di Roma in Trastevere, riguardanti l’occupazione tedesca di Roma nei giorni seguenti all’armistizio, ci suggerisce alcune riflessioni.
Il 9 settembre 1943 si può considerare il primo giorno della Resistenza con i combattimenti a Porta San Paolo. Coloro che morirono nella difesa di Roma sono i primi caduti per la libertà. Primo su tutti il professor Persichetti, medaglia d’oro, che cercò di animare gli uomini che si apprestavano ad una impari lotta. Numericamente le nostre truppe erano ben superiori alle germaniche, ma mal organizzate e ancor peggio comandate per cui furono preda dei tedeschi. Nei combattimenti perirono più di ottocento persone.
Nelle altre parti di Roma l’occupazione dei punti nevralgici si svolse in maniera incruenta. In molti casi nostri commilitoni scelsero subito di collaborare con gli ex alleati. Lo si nota particolarmente nelle foto riguardanti l’occupazione dell’Eiar (oggi Rai) e del Ministero degli Interni in via Depretis.
Non cruenta ma comunque drammatica è l’operazione di disarmo e cattura degli uomini della Divisione Piave accampata nel quartiere Trieste. I militi, disarmati già dai tedeschi, sono rassegnati a subire una sorte che per i più significherà una lunga detenzione nei campi di prigionia della Germania.
Vari aspetti, quindi, di una città abbandonata dal re e da Badoglio a sé stessa. Senza direttive e senza alcuno sprone, le nostre forze armate si liquefecero. I più ostinati cercarono di proseguire la lotta contro i tedeschi dandosi alla montagna, altri, non accettando il voltafaccia verso i camerati di tre anni, si affiancarono ai germanici proseguendo la lotta contro gli angloamericani.
I romani, anche essi frastornati da notizie contraddittorie che accreditavano un presunto accordo su Roma città aperta e da altre che davano per certa la resa delle nostre truppe ai nazisti, vissero nell’incertezza e nella rassegnazione a dover trascorrere un lungo periodo sotto la dominazione germanica sperando in un “veloce” arrivo degli americani.
Questa la chiave di lettura delle fotografie, che da un lato consegnano alla storia alcune immagini dei momenti più tragici vissuti da Roma nello scorso secolo, dall’altro esprimono più che con parole la rassegnazione e la tristezza dell’inizio di nove mesi di occupazione nazista.
Redazione, La resistenza nella Città eterna, tratto dal n. 01/02 2005 di 30Giorni

Il 10 settembre 1943, la zona sud di Roma è teatro di uno degli episodi più drammatici ed eroici della Resistenza: la battaglia di Porta San Paolo: l’estremo, disperato tentativo da parte dei militari e dei civili italiani di opporsi all’occupazione tedesca della capitale avviata subito dopo l’annuncio dell’armistizio.
A seguito della caduta del fascismo e della formazione del governo Badoglio, nella capitale erano confluite alcune divisioni dell’esercito regio. Contemporaneamente i partiti di sinistra, tornati allo scoperto e appena tollerati dal nuovo presidente del consiglio, iniziarono ad organizzare i primi nuclei militari composti da militanti antifascisti, coordinati da una Giunta militare nata alla fine d’agosto e diretta dai comunisti Luigi Longo, Giorgio Amendola e Mauro Scoccimarro; dagli azionisti Riccardo Bauer, Ugo La Malfa ed Emilio Lussu; dai socialisti Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.
Dunque, al momento dell’annuncio dell’armistizio, la sera dell’8 settembre, la possibilità di difendere la città dall’imminente attacco nazista non è da escludere. Ma all’alba del 9 il re Vittorio Emanuele III, Badoglio e le autorità militari abbandonano Roma senza impartire nessuna direttiva precisa, lasciando l’esercito nella più assoluta incertezza.
Sin dalla notte dell’8 settembre avvengono combattimenti alla periferia della capitale: i militari italiani hanno la peggio e sono costretti a ritirarsi. La mattina del 10 una parte di questi si riunisce intorno a Porta San Paolo dove li attendono i civili giunti spontaneamente od organizzati dai partiti antifascisti. Si ritrovano così fianco a fianco, tra gli altri, i superstiti della Divisione «Granatieri di Sardegna», i Lancieri del battaglione «Genova Cavalleria», alcuni reparti della Divisione «Sassari» e moltissimi civili armati alla meglio.
Nonostante la schiacciante superiorità numerica e d’armamento delle truppe tedesche comandate dal maresciallo Kesselring, Il fronte resistenziale riesce ad attestarsi lungo le mura di Porta San Paolo, innalzando barricate e facendosi scudo delle vetture dei tram rovesciate.
Nel corso della battaglia si distinguono militari come il generale Giacomo Carboni, comandante del Corpo d’armata motocorazzato, che si prodiga nel tenere alto il morale dei soldati: manda i carabinieri a staccare i manifesti disfattisti che danno per imminenti le trattative con i tedeschi, fa spargere la notizia dello sbarco ad Ostia degli alleati e dell’arrivo a Roma delle divisioni «Ariete» e «Piave». Combattono valorosamente i tenenti colonnello Enzo Nisco e Franco Vannetti Donnini, i capitani Giulio Gasparri e Camillo Sabatini, i tenenti Francesco Saint-Just, Gino Nicoli, Guido Bertoni, Vincenzo Fioritto, il carrista Salvatore Lo Pizzo e tanti altri soldati.
Molti anche i civili che pagano con la morte il loro eroismo: l’operaio diciottenne Maurizio Cecati è colpito a morte mentre incita i suoi compagni alla lotta; il fruttivendolo Ricciotti che, finito il lavoro ai mercati generali, si era improvvisato eccezionale tiratore; muore colpito da una scheggia Raffaele Persichetti, professore di storia dell’arte al liceo classico «Visconti». Persichetti sarà la prima medaglia d’oro della Resistenza.
Complessivamente nella battaglia di Porta San Paolo muoiono quattrocento civili tra cui quarantatré donne.
Molti anche i dirigenti dei partiti antifascisti presenti sul luogo della battaglia: tra gli altri, Luigi Longo, Antonello Trombadori e Fabrizio Onofri del PCI; Emilio Lussu e Ugo La Malfa del PdA; Sandro Pertini, Eugenio Colorni, Mario Zagari del PSIUP; Romualdo Chiesa e Adriano Ossicini del Movimento dei cattolici comunisti; il sindacalista socialista Bruno Buozzi.
Nel primo pomeriggio la resistenza è travolta dai mezzi corazzati tedeschi e il capo di stato maggiore della Divisione «Centauro», Leandro Giaccone, firma la resa a Frascati, presso il Quartier generale tedesco.
La battaglia di Porta San Paolo è considerata il vero e proprio esordio della Resistenza italiana e in lei si può misurare emblematicamente il comportamento dei vari protagonisti. Le istituzioni, la cui assenza è ben rappresentata dalla fuga del re e del governo; l’esercito, diviso tra chi sceglie di combattere e chi, come il vecchio maresciallo d’Italia Enrico Caviglia, tratta con il nemico; gli organi politici antifascisti, che imboccano decisamente la strada della lotta di liberazione con la costituzione del CCLN ; infine la popolazione, che, nonostante la paura, sceglie numerosa, almeno in questa occasione, la solidarietà antinazista contro l’indifferenza.
Nelle stesse ore, a centinaia di chilometri di distanza, si consuma un altro tragico episodio di eroismo italiano e di violenza nazista: il martirio del presidio militare di Cefalonia.
Redazione, Porta S. Paolo e la Difesa di Roma, resistenzaitaliana.it

Il Tenente Silvano Gray De Cristoforis dei Lancieri di Montebello, caduto a Roma Porta San Paolo il 10 Settembre 1943

Il reggimento [Lancieri Montebello] , l’8 settembre, è accampato nella zona di «Tenuta Olgiata», a nord della capitale, tra la Cassia e la Claudia, con il comando ad Isola Farnese. Solo gli Sqd. zappatori traghettatori ed il contraereo da 20 sono impiegati a presidiare, ed eventualmente, difendere alcuni caposaldi posti sulla via Cassia, all’altezza della Tenuta Olgiata, a Villa Incisa. Alle ore 20 circa si apprende, via radio civile, la conclusione dell’armistizio con le Nazioni Unite. Alle 22 il comando della Divisione «Ariete» (che era a Campagnano) comunica lo stato di «preallarme»; alle 23,30 detto comando dà l’ordine di «pronti a partire», con destinazione Roma, per passare alle dipendenze tattiche della divisione «Granatieri di Sardegna» (Gen. Solinas, comando alle scuole comunali del quartiere della Garbatella). Alle 0,30 giunge l’ordine di movimento ed alle 2,30 si ha assicurazione dell’inizio. Il Col. Giordani col nucleo tattico, precede la colonna, che è agli ordini del Ten. Col. Guzzinati: rimane nella Ten. Col. Guzzinati: rimane nella posizione citata il III Gruppo, mentre gli automezzi dei servizi reggimentali passano alle dipendenze del comando divisione «Ariete», trasferendosi nella zona di Tivoli. Il Col. Giordani, alle 3 circa, è alla divisione «Granatieri» dove riceve ordine verbale di prendere immediato contatto con il Col. di Pierro, comandante il 1° reggimento (con sede all’ex casa del fascio laurentino, alla Montagnola, sulla via Laurentina), per concorrere alla riconquista ed alla difesa di alcuni caposaldi posti a sbarramento delle vie Ostiense e Laurentina, che erano fortemente impegnati da una divisione paracadutisti germanica. Vengono dati i seguenti ordini: lo Sqd. semoventi da 47/32 (6°) concorra all’attacco, che deve sferrare un Btg. del 1° Granatieri, per riconquistare il caposaldo a cavallo della via Ostiense, che Btg. aveva dovuto abbandonare temporaneamente nella notte, di fronte alla superiorità nemica; lo Sqd. motociclisti (30) svolgerà un’azione diversiva in direzione dei padiglioni della «E 42», per cercare di alleggerire il predetto attacco; il 2° Sqd. autoblindo passerà alle dipendenze del Btg. Granatieri che presidia il caposaldo sulla via Laurentina, in quel momento fortemente premuto; il comandante del 1° Gruppo, col 1° Sqd. autoblindo, rimarrà a disposizione del comando 1° Granatieri; lo Sqd. motomitraglieri (4°) si dislocherà oltre le 3 Fontane, per coprire il fianco sinistro dello schieramento del 1° Granatieri; il comandante del 2° Gruppo, con lo Sqd. semovente da 75/18 (5°), rimarrà in riserva, al bivio Laurentina-Ostiense. Mentre detti ordini sono in via di esecuzione il Col. di Pierro decide di impiegare, per la riconquista del caposaldo della Magliana e per il superamento dello sbarramento sulla via Ostiense, anche un battaglione allievi dei Carabinieri ed un battaglione della P.A.I., da poco sopraggiunti e in attesa in posizione arretrata sulla via Ostiense. Data l’azione delicata e laboriosa, per l’eterogeneità dei reparti, alcun idei quali tutti nuovi al fuoco, il Col. di Pierro affida al Col. Giordani, su di lui esplicita richiesta, il compito di dirigere l’attacco: questo si svolge tra le 7 e le 10 come segue: demolito col tiro di un plotone di semoventi da 75/18 del 5° Sqd. lo sbarramento stradale, vengono colpiti altri obiettivi, come il cavalcavia sulla ferrovia, usato dai Tedeschi come appiglio tattico; con l’appoggio di successive puntate d’autoblindo del 1° Sqd.), vengono conquistati e liberati i ponti della Magliana ed operato il collegamento con i Granatieri i quali, contemporaneamente, hanno completato l’occupazione del sovrastante costone di chiesa «E 42». Concorrono all’azione anche le autoblindo del 2° Sqd. che, partendo dalla via Laurentina, attraverso la zona occupata dai costruendi padiglioni dell’«E 42», con puntate offensive, riescono a sorprendere sul fianco e sul tergo reparti paracadutisti avversari, ai quali infliggono notevoli perdite. Il reggimento riprende ai tedeschi, intatto, un autocarro 626, carico di 2 mitragliatrici pesanti, di 20 moschetti mitra e di munizioni, abbandonato dalla P.A.I. Il Col. Giordani impartisce l’ordine di mantenere saldamente la posizione della Magliana, su una linea di difesa che, scendendo dal pianoro oltre la chiesa «E 42», passa per la sottostazione elettrica, cavalcavia sulla ferrovia Roma-Ostia, via Ostiense, ponte della Magliana, argini del Tevere. Giunge un battaglione di formazione ridotto di bersaglieri, che viene inviato al Btg. Granatieri del Magg. Costa, in rinforzo. Intanto il comando della divisione «Ariete» aveva ordinato al Ten. Col. Guzzinati di tentare la cattura di alcuni autocarri e rimorchi, carichi di fusti di carburante, caduti in mano tedesca, perchè sorpresi dagli avvenimenti in sosta nei pressi della Cecchignola, e indispensabili, essendo i reparti in difetto di tale rifornimento: l’azione brillante, nonostante la reazione avversaria, è portata a termine dal Ten. Silvano Gray de Cristoforis del 1° Sqd., che cattura 2 preziosi rimorchi carichi di fusti di benzina. Alle ore 14 i Tedeschi sferrano un violento contrattacco, con furioso tiro di mortai, sulla chiesa «E 42» e sul caposaldo della via Laurentina, che provoca gravi perdite ai difensori: i Granatieri stanno per cedere e viene inviato a loro rinforzo il 4° Sqd. motomitraglieri di «Montebello», che tenta un contrattacco: rimasto ferito il comandante, Cap. Cipriani, si deve ripiegare su nuove posizioni. Il 6° Sqd., per quanto non riceva rifornimento di proiettili, assolutamente carenti, rimane in loco, sotto il violento tiro nemico, per sostenere il morale delle fanterie. Il combattimento si riaccende verso le 17, con tiro di mortai, attacco di paracadutisti e mitragliamento di aerei: granatieri, sostenuti da elementi blindati e semoventi di Montebello, resistono al caposaldo n. 5, mentre i motociclisti del 1° Sqd., sull’Ardeatina, affiancano con brillante azione. Data la situazione piuttosto critica il Col. di Pierro, basandosi principalmente su quanto riferiscono prigionieri e parlamentari, propone di far arretrare, di circa 1 km., le truppe che presidiano il caposaldo della Magliana, per dar modo al nemico, come parrebbe sua intenzione, di trasferirsi al nord di Roma, senza attraversare la città. Tale supposizione si dimostrerà, poi, errata, in quanto, effettuato il ripiegamento delle nostre truppe, i tedeschi non defluiranno affatto verso il nord, ma si varranno delle migliori posizioni raggiunte, per proseguire più decisamente nel loro intento di conquistare Roma. A seguito del ripiegamento le truppe agli ordini del col. Giordani assumevano le seguenti posizioni: via Ostiense (all’altezza di un cavalcavia in costruzione) sbarrata dal 3° Sqd. motociclisti; da elementi di I btg. della P.A.I. con armi automatiche; da elementi di un battaglione carabinieri, giunto da poco in sostituzione di quello allievi, rientrato; da 1 Pl. del 5° Sqd. semoventi 75/18; da 1 Pl. autoblindo; via Laurentina (all’altezza della Montagnola) sbarrata dal 1° Sqd. autoblindo; da 1 Pl. circa di paracadutisti, racimolati durante la libera uscita in Roma e giunti da poco in loco. Il 6° Sqd. semoventi da 47/32 viene fatto ripiegare presso il comando del 2° Gruppo (bivio via Ostiense-Laurentina), dove, nella notte, affluiranno anche gli altri reparti di «Montebello», già alle dipendenze tattiche del Col. di Pierro. Ciò permetterà di respingere un attacco tedesco, che avrebbe potuto avere serie conseguenze per la mancata copertura del fianco sinistro affidata al Btg. bersaglieri, che, nell’oscurità, si era ritirato dalla propria posizione. Verso le 22 giungeva una Cp. paracadutisti. La notte del 10 trascorre abbastanza tranquilla. Il nuovo attacco tedesco avviene all’alba, coinvolgendo anche il caposaldo sulla Laurentina. Puntate offensive delle autoblindo e dei semoventi di «Montebello», costrette dal terreno alle sole strade, sono stroncate sanguinosamente dal tiro dei mortai nemici. Infiltrazioni nemiche avvengono un po’ ovunque. La situazione è grave ed il Col. Giordani tenta ricevere rinforzi dalla divisione granatieri, dalla quale ancora dipende; tanto più che il battaglione carabinieri è stato ritirato, asserendo dovere esplicare «mansioni d’istituto in altra località» ed il Btg. della P.A.I. si è liquefatto. Risponde il vice comandante della divisione granatieri, Gen. de Rienzis, affermando che «è già stato concluso un armistizio coi tedeschi», e ordina quindi a «Montebello» di lasciare un velo di copertura, per salvare l’onore delle armi, e di ritirarsi nella caserma del 13° Artiglieria al Macao; successivamente accoglie l’invito a rinviare «Montebello» alla divisione «Ariete»: intanto che si raccolga nei pressi della caserma di S. Croce in Gerusalemme. Alla piramide di Caio Cestio vengono lasciati elementi del II Gruppo, col Magg. Passero. Ma alle 10,30 la divisione granatieri smentisce l’armistizio, ordina a «Montebello» di ritornare a Porta S. Paolo e di resistere ad oltranza, in attesa dell’arrivo del corpo d’armata corazzato, già in movimento. «Montebello» ritorna al fuoco, accolto da manifestazioni di viva simpatia della popolazione: è rimasto però solo, perchè tutti gli altri reparti sono spariti. Utile si manifesta l’azione di un Gruppo reclute di «Genova Cavalleria» (Ten. Col. Nisco), che appiedato, viene inviato a presidiare la stazione Ostiense e le vie adiacenti; del Btg. di formazione del 4° Carristi, che coopererà validamente, specie sul «sentiero della morte»; e di una batteria del 60° Gruppo semoventi da 105/25, della Div. «Ariete». Verso le 16 l’attacco tedesco, che si svolge ormai anche sulla sinistra e da tergo (sull’Appia Pignatelli, Appia antica, via Imperiale) sono caduti i caposaldi, mentre infiltrazioni tedesche sono già all’obelisco di Axum; sovrumano è il compito dei verdi lancieri. A sera i superstiti di «Montebello», mentre cadute Porta S. Giovanni, Porta S. Sebastiano, Porta Latina, i tedeschi dilagano per tutta Roma, per la via Marmorata e ponte Sublicio (dove si effettua un’ultima disperata resistenza), per il Lungotevere, piazzzale Flaminio, Muro Torto, corso d’Italia si dirigono verso il Macao; saputo a piazza Fiume che la caserma è già occupata dai tedeschi, si concentrano nella caserma legione allievi carabinieri ai Prati. «Montebello» ha avuto 5 ufficiali morti; 13 ufficiali feriti: il 60 % degli effettivi che parteciparono ai combattimenti. Sottufficiali e lancieri 15 morti e feriti 68: il 20 % degli effettivi partecipanti ai combattimenti: perdite, però, forse superiori, perchè alcuni feriti furono raccolti, curati, nascosti da privati cittadini. Il 14 settembre, in mancanza di nuovi ordini, il Col. Giordani consegna al Museo storico di Castel S. Angelo lo Stendardo; il 16 e 17 versa alla legione allievi carabinieri i materiali del reggimento; il 18, per l’impossibilità di provvedere ulteriormente al vettovagliamento, scioglie i «Lancieri di Montebello».
A Porta San Paolo, accanto alla piramide di Caio Cestio fu collocata la seguente lapide: «Qui – il 10 settembre 1943 – sul limite segnato da XVII secoli a difesa dai barbari – soldati di ogni Arma – cittadini di ogni ceto – guidati solo dalla fede – opponendosi al tedesco invasore – additarono agli Italiani – le vie dell’onore e della libertà ».
Redazione, Reggimento Lancieri di Montebello, Regio Esercito