Non importa il mio nome

La piazza principale di Bobbio Pellice (To) in una foto d’epoca

[…] La notizia del giovane ribelle che, ferito a Chabriols, un borgo tra Torre Pellice e Bobbio – ultimo paese prima della frontiera con la Francia – è morto dissanguato trapela sotterraneamente, perché le spie sono dovunque, e i lunghi spari, dopo la mezzanotte del primo dicembre, hanno svegliato i paesi della piccola valle. L’assalto partigiano al presidio della milizia repubblichina di Bobbio ha scatenato il rastrellamento tedesco: i fascisti, assediati nella casermetta, hanno chiesto aiuto ai camerati tedeschi che, da Pinerolo, forti di un carro armato, un cannoncino, due autocarri carichi di truppa, risalgono la valle in cerca dei primi che si sono fatti ribelli, e che, al momento, non hanno altra organizzazione se non la loro rabbia: Renè (Renato Poet) che con la mitraglia è salito sul fabbricato di fronte alla caserma; Teju (Cesare Morel) che è riuscito a penetrare nel cortile; gli uomini della banda dell’Ivert che hanno scavalcato il muro di cinta e Ricou (Enrico Barolin) armato delle bombe a mano del gruppo partigiano della Budeina. […]

Tra i castagni della Val Pellice. I primi gruppi organizzati di “ribelli” presero nome dai borghi in cui trovarono il sostegno e l’ospitalità della popolazione

I tedeschi hanno lasciato la valle verso mezzogiorno del due dicembre; ma i fascisti sono rimasti e reclamano la presenza della popolazione al funerale di uno dei loro, affiggendo i manifesti che chiamano al lutto pubblico per capopattuglia, anche da morto difeso da un mitragliatore piazzato accanto alla bara. Invece li vediamo arrivare, donne e uomini, i “barbetti”, così vengono chiamati gli eretici delle valli; disertano i funerali del capopattuglia e, in composto silenzio, danno il loro addio al ribelle che non è di queste valli, e di cui nemmeno i dottori dell’ospedale di Luserna, conoscono il nome e, pure, lo hanno vegliato dopo tre operazioni di amputazione alla gamba, facendo barriera perché nessun fascista osasse interrogarlo durante l’agonia. Del ribelle che fino all’ultimo ha ripetuto “non importa il mio nome”, (cit. Antonio Prearo, Terra ribelle, ed. Claudiana) noi abbiamo appreso che era nato a Torino il 10 ottobre 1919, figlio di Anselmo e Lina, che si era laureato in agraria nel 1941, che aveva scelto la Resistenza armata nella formazione che sarebbe diventata la V divisione alpina “Sergio Toia”.

Abbiamo appreso che non era il solo a portare il suo cognome: anche i cugini, Giorgio e Paolo, nati a Torino, l’uno nel ’20, l’altro nel ’21, avevano raggiunto la Valle Pellice partigiana, l’uno diventando comandante di un distaccamento di Giustizia e Libertà, l’altro, quello che la popolazione e i partigiani affettuosamente chiamavano “il dottore dai capelli rossi”, trovando la morte fascista, non lontano da qui, in località Cotarauta di Inverso Pinasca, l’11 ottobre 44. […]

E abbiamo appreso così che il primo Caduto partigiano delle valli valdesi è un “ebreo” espunto per effetto delle leggi razziali dello stato fascista da ogni diritto, considerato non-persona, che ogni buon cittadino di italica razza avrebbe dovuto denunciare all’autorità costituita, o, preferendolo, avrebbe potuto privatamente far fuori con un legittimo colpo di grazia, così non subire la presenza nefasta né il contagio di sangue infetto dell’ebreo nemico e straniero.

Annalisa Alessio, vice presidente Comitato provinciale Anpi Pavia, in Patria Indipendente, 31 ottobre 2019

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