Personale della Marina lasciò le città per raggiungere le prime bande…

9 settembre 1943, ore 16: la corazzata Roma colpita dalla seconda bomba tedesca

[…] Alla Spezia, partite le Forze Navali da Battaglia, l’ammiraglio Maraghini, la mattina del 9 [settembre 1943], non riuscendo a parlare con il comandante del XVI Corpo d’Armata (generale Carlo Rossi), di stanza alla Foce, poiché i centralini telefonici erano in mano a personale tedesco già presente in sede, diede le necessarie disposizioni per procedere all’allontanamento verso il centro Tirreno delle unità navali in grado di farlo e per il danneggiamento delle navi sugli scali o ai lavori e l’affondamento delle navi non in grado di muovere. Il piano fu rapidamente attuato senza interferenze tedesche, grazie anche alla resistenza opposta dagli sparuti reparti delle già menzionate divisioni alpina, Alpi Graie, e di fanteria, Rovigo che, pur senza ordini precisi, cercarono di contrastare l’azione tedesca […] In Sardegna, data la preponderanza di forze italiane, non si svolsero combattimenti significativi, e le unità tedesche presenti preferirono traghettare verso la Corsica. I tedeschi ritennero opportuno mantenere il controllo dell’isola della Maddalena per assicurare il passaggio in Corsica della 90ª divisione Panzer Grenadier (generale Carl-Hans Lungerhausen); così il 9 mattina, con un colpo di mano, truppe tedesche fecero prigioniero l’ammiraglio Brivonesi e alcuni ufficiali che si trovavano in riunione con lui; ma altri ufficiali, fra cui il comandante della base, capitano di vascello Carlo Avegno, sfuggirono alla cattura e guidarono una forte reazione, cui si unirono gli uomini delle batterie costiere. Nei combattimenti del 9 gli italiani ebbero 2 morti e 9 feriti; i tedeschi 4 morti e numerosi feriti. La lotta si protrasse, accanita, fino al mattino del 13 settembre, quando le forze italiane condussero un’azione contro i tedeschi sia nella base navale, sia alla Maddalena. Reparti del CCCXCI battaglione costiero e marinai, condotti dal comandante Avegno, riuscirono a liberare il Comando Marina e la stazione radio telegrafica. Il combattimento, iniziato alle 09:30, ebbe termine alle 15:30. Lo stesso comandante Avegno rimase ucciso negli scontri, che provocarono numerosi morti e feriti da una parte e dall’altra (24 morti e 46 feriti fra gli italiani, 8 morti e 24 feriti fra i tedeschi). L’azione, non risolutiva, fu sospesa solo grazie alla mediazione dell’ammiraglio Brivonesi e alle assicurazioni date dai tedeschi che non avrebbero intrapreso altre azioni offensive e che avrebbero evacuato l’isola entro il 18 settembre; in effetti già il 17 l’isola era di nuovo in mani italiane e non vi erano più tedeschi in Sardegna. L’occupazione temporanea della Maddalena impose a Supermarina di ordinare alle FNB di invertire la rotta e dirigere verso Bona passando a ponente della Sardegna. Nel corso di questa manovra otto aerei tedeschi del III/KG 100, decollati dalla base aerea di Istres, in Francia, attaccarono la formazione, colpendo con due bombe radiocomandate FX 1400 la corazzata Roma (capitano di vascello Adone Del Cima), che affondò rapidamente; perirono l’ammiraglio Bergamini, l’intero Comando Forze Navali da battaglia, tutti gli ufficiali superiori e buona parte dell’equipaggio: in totale 1393 dei 2021 uomini presenti a bordo; i naufraghi superstiti furono presi a bordo dell’incrociatore leggero Attilio Regolo, dei cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere e delle torpediniere Orsa, Pegaso, Impetuoso, che diressero per le Baleari. Le unità maggiori raggiunsero Port Mahon (isola di Minorca), le torpediniere Pollenza (isola di Majorca) e le navi e gli equipaggi furono internati. […] Il Comando militare marittimo della Provenza (Mariprovenza, ammiraglio di divisione Pellegrino Matteucci) disponeva del IV battaglione del reggimento R. Marina San Marco (capitano di corvetta Federico Itzinger), di reparti della Milmart, di numerose navi francesi in riparazione e ripristino, e dei due vecchi MAS 424 e 437: in totale erano presenti circa 4000 uomini della Marina. Alla dichiarazione d’armistizio, Matteucci ricevette l’ordine di disinteressarsi delle navi francesi (catturate a fine 1942 dopo l’occupazione di Tolone) e di “chiedere ai tedeschi di poter raggiungere, con uomini, armi e mezzi, il territorio nazionale”. In breve tempo i due MAS furono autoaffondati e il personale presente fu consegnato in caserma, in attesa degli eventi, che furono tragici, poiché i tedeschi rapidamente procedettero alla cattura delle installazioni italiane e il personale fu successivamente inviato in internamento in campi di concentramento in Germania o in Francia.
Scontri avvennero a Villafranca e a Mentone, con perdite fra il personale della Marina. Il 9 settembre caddero a Mentone il sottocapo infermiere Mario Acquisti e il cannoniere Armando Alvino. […] Anche in Francia alcuni marinai riuscirono ad allontanarsi e si mantennero alla macchia o raggiunsero la Resistenza francese. Fra questi va ricordato il marinaio Giacomo Parodo. Già destinato alla compagnia del San Marco, si allontanava dalla base, quando questa passò sotto controllo tedesco e, per tre mesi, peregrinava nelle campagne prendendo contatto con le formazioni partigiane, non propense ad accettare italiani nelle loro file. Nel marzo 1944 Parodo venne arrestato; rifiutandosi ancora di collaborare, fu fucilato assieme ad altri due marinai del San Marco. Fu decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria. Anche in seguito si ebbero casi di marinai che disertarono per cercare di unirsi alla Resistenza francese. Alcuni furono fucilati. […] La maggior parte del personale della Marina presente a Roma e Napoli si allontanò dal servizio, e anche quando chiamata dai bandi e dai proclami sempre più perentori delle Forze Armate della RSI, rimase lontana adducendo scuse e trincerandosi dietro i certificati di medici compiacenti che
diagnosticavano malattie (spesso vere, ma non invalidanti) e ferite (che non mancavano). Una parte del personale, peraltro, ritenne proprio dovere non solo non collaborare con i tedeschi, ma prendere parte attiva alle azioni che avessero contribuito ad allontanarlo al più presto dal territorio italiano
occupato. Così personale della Marina lasciò le città per raggiungere le prime bande che si organizzavano nella Resistenza clandestina armata; altri passarono le linee per combattere nei reparti delle Forze Armate regolari o per portare informazioni. Furono organizzate reti di sostegno al personale che resisteva passivamente fornendo denaro e altri appoggi sia ai militari, sia alle famiglie, quando rimaste in territorio occupato per la partenza, sulle navi, del militare capo-famiglia. Altri ancora parteciparono attivamente all’organizzazione delle bande e delle reti di Resistenza. […] Una delle prime azioni delle bande fu quella condotta a Boves (Cuneo) dal tenente della Guardia alla frontiera Ignazio Vian. Questi riunì militari della 4a Armata, allontanatisi con le armi, fra cui anche un cannone. Il 19 settembre SS tedesche giunsero in paese e due di esse furono catturate. Intervennero reparti motocorazzati che richiesero il loro rilascio, ne nacque un
combattimento e una delle prime vittime fu un marinaio cannoniere appena giunto da Mentone. Dopo trattative e altri scontri i tedeschi prigionieri furono rilasciati, ma ciò non evitò che le SS uccidessero 32 persone, compresi i mediatori, e radessero al suolo 45 abitazioni. Successivamente Vian si allontanò operando con le Fiamme Verdi. Arrestato per delazione, passò una lunga
prigionia a Torino, dove successivamente fu ucciso venendo impiccato a un albero di Corso Vinzaglio. Fin dall’inizio si manifestò un insanabile contrasto fra gli interessi angloamericani e quelli italiani sullo sviluppo delle operazioni belliche in Italia. Fermo restando che le operazioni belliche contro i tedeschi potevano essere condotte solo dai primi, gli italiani intendevano prendervi parte con quanto rimaneva dell’esercito regolare (re e Badoglio) e con le formazioni irregolari di partigiani (partiti politici). Per gli Alleati, Forze Armate italiane e partigiani costituivano un peso e un pericolo politico, per cui cercarono in tutti i modi di ostacolarne l’opera, limitandosi a sfruttarne solo la parte che poteva risultare vantaggiosa ai loro fini: manodopera a basso prezzo (soldati e prigionieri di guerra), informazioni belliche (soldati e partigiani), interruzioni delle linee di comunicazione tedesche (reparti speciali e partigiani). Almeno fino alla presa di Roma, ma anche in seguito, il movimento partigiano fu visto dagli Alleati più come un problema da eliminare che come un aiuto alle operazioni belliche alleate. Nei successivi colloqui con la Commissione di Controllo Alleata, fu chiaro che gli italiani dovevano desistere dalla loro idea di contribuire alle operazioni belliche con un notevole numero di truppe […] Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale – Anno XXIX – 2015, Editore Ministero della Difesa

I primi suggerimenti di costituire legioni volontarie combattenti con bandiera italiana accanto agli alleati erano stati dati al generale americano William Donovan, capo dell’O.S.S. (Office of Strategie Service), da Raimondo Craveri e Pasquale Schiano al campo di Pesto e, subito dopo, da Benedetto Croce il 22 settembre a Capri. A una domanda di Donovan sullo stato d’animo degli italiani Croce rispose che essi erano ansiosi di poter contribuire alla liberazione della propria terra combattendo accanto alle armate alleate […] la qualità umana di molti dei volontari affluiti era eccellente. Basterà ricordare la presenza fra di loro di Giaime Pintor che insoddisfatto della lentezza con cui procedeva la preparazione dei reparti combattenti, si dedicò nell’attesa, con Francesco Flora e Aldo Garosci, ad organizzare a latere un ufficio stampa che si trasformò poi in un attivo Centro Italiano di Propaganda. Dei volontari presentatisi si salvarono dal naufragio due nuclei principali. Uno fu quello adunato attorno a Pintor e che organizzò il passaggio delle linee in cui Giaime doveva trovare le mine tedesche e la morte, come la morte trovò poi alle Fosse Ardeatine un altro di quel gruppo, Paolo Petrucci. L’altro diede luogo, ad iniziativa di Craveri, alla Organizzazione per la Resistenza Italiana (O.R.I.). Fu questo un servizio segreto cui diedero il loro apporto uomini di tutti i partiti antifascisti e che ebbe poi notevole importanza nell’organizzazione dei contatti con le forze partigiane dell’Italia settentrionale. E che i comandi alleati, anzi proprio Donovan, appoggiassero tale formazione subito dopo il fallimento Pavone, è una ulteriore conferma che anche per i Gruppi Combattenti Italia gli americani avevano pensato più a qualcosa di quel tipo che ad un esercito schierato in campo. ANPI Brindisi

Precedente La notte lava la mente (di Mario Luzi) Successivo Erba luna, monete del Papa o medaglie di Giuda?