Radio Rosa: i partigiani e gli alleati

Manfredo Bertini

Nell’agosto 1944 viene paracadutata nell’area piacentina una missione italiana organizzata dall’OSS americano, denominata “BALILLA” (Piroscafo/Greenwich dal nome in codice della radio) che rimarrà in zona. Del gruppo fa parte “Maber” (Manfredo Bertini) che, ferito gravemente nel corso del rastrellamento autunnale, si toglierà la vita per evitare la cattura dei partigiani che lo stavano aiutando. Verrà decorato di Medaglia d’oro al valor militare. ANPI Voghera

Manfredo Bertini fu tra i primi a Viareggio ad organizzare importanti azioni per la lotta armata contro i nazifascisti. Con la collaborazione di un gruppo di amiche ideò il lungo viaggio di Vera Vassalle che portò alla creazione di “Radio Rosa”. Di spirito ironico e sarcastico anche nei momenti critici riuscì più volte a ingannare i nazifascisti per la naturalezza con cui raccontava fatti improbabili. Fu lui a coniare la frase “Per chi non crede“, segnale d’intesa concordato con gli alleati per il lancio di Foce di Mosceta. La frase voleva essere un monito per coloro che nell’antifascismo ancora titubavano nel passare alla lotta armata. Sfuggito alla grande retata che i nazifascisti effettuarono per tutta la Versilia nella notte fra il 4 e il 5 marzo riorganizzò con pochi altri l’antifascismo viareggino. Questo è quello che fece recapitare al padre Nicola pochi giorni dopo l’accaduto: “… Se tu per caso avessi modo di rivedere quei signori che vennero a cercarmi la mattina del 5, avrei caro che tu cercassi di giustificarmi presso di loro per quella mia brutta maniera di andarmene senza salutarli. In ogni modo, appena potrò di nuovo vederli, mi scuserò personalmente a voce e li persuaderò di tutte le mie buone intenzioni…” Durante questa retata, essendo stato arrestato di sorpresa, convinse i fascisti di doversi recare al gabinetto prima di essere condotto in caserma e questi, accertatisi che nello stanzino non vi fossero vie d’uscita usabili, accordarono il permesso. In realtà quello che sembrava un impraticabile finestrino si rivelò più che sufficiente al Bertini, che ebbe anche lo spirito di tirare lo sciacquone con un piede subito prima di saltare fuori. Il 10 giugno 1944 Manfredo Bertini partì alla volta dell’Italia liberata con l’amico Gaetano de Stefanis a bordo di una vecchia motocicletta, l’intenzione era di affinare i metodi di comunicazione con gli alleati e chiarire meglio le esigenze delle formazioni partigiane. Nonostante fossero in possesso di falsi documenti identificativi forniti dal C.L.N. vennero fermati da soldati tedeschi. Il sangue freddo del Bertini ebbe ancora la meglio: mostrandosi gioviale e pronunciando garbatamente frasi che invece erano pesantemente offensive verso i tedeschi, che d’altra parte non intendevano una parola d’italiano, riuscì a guadagnarsi quel tanto di fiducia che gli permise di appartarsi e liberarsi di tutto ciò che trasportava di compromettente prima di essere perquisito. Oltretutto così facendo i due giovani riuscirono a farsi regalare anche delle sigarette. Riusciti a raggiungere la V Armata vennero condotti a Roma dove poterono completare la loro missione. I due però non tornarono in Toscana, vista l’esperienza accumulata nel campo delle trasmisssioni clandestine vennero pregati di recarsi nella valle del Po a creare un servizio simile a quello che funzionava con efficienza in Versilia. Ai primi di agosto vennero paracadutati presso una delle più importanti formazioni dell’Oltrepò pavese, la Divisione “Piacenza”, che faceva capo al Partito d’Azione. In seguito verranno raggiunti anche dai partigiani Mario Robello e Carlo Vassalle, fratello di Vera. Manfredo Bertini morirà tragicamente il 24 novembre 1944. Ferito e febbricitante, costretto alla ritirata con la “Piacenza” per mancanza di munizioni e sotto l’incalzare di preponderanti forze nazi-fasciste, si rese conto di non poter continuare. Sapendo che mai i compagni l’avrebbero lasciato solo decise di distruggere l’apparecchio ricetrasmittente e di uccidersi con una bomba a mano. Questo è il biglietto lasciato alla famiglia: “Date le mie condizioni di salute, veramente pessime, a seguito della ferita ricevuta tre mesi or sono, sentendomi incapace di proseguire con mezzi propri, anche per la fatica sostenuta durante le giornate di oggi e di ieri, sono costretto a fare quello che sono in procinto di compiere, per consentire agli altri componenti la missione di mettersi in salvo e continuare il lavoro. Sono certo, infatti, che la fatica che li attende i prossimi giorni, nel tentativo di mettere in salvo sé e gli apparati sarà tale da non consentire la cura del sottoscritto; e sono certo d’altra parte, dati anche i rapporti di parentela e di stretta amicizia che mi legano con i componenti le missioni Balilla I e Balilla II, che per nessuna ragione al mondo, diversa da quella che io stesso sto per procurare, i detti componenti abbandonerebbero il sottoscritto. Giuro di fronte a Dio che la mia di stanotte non è una fuga e questo desidero sappia mio figlio. Groppo, 24 novembre 1944.” Il sacrificio di Manfredo Bertini è stato premiato da una Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Prima della guerra Manfredo Bertini era stato un tecnico cinematografico di talento, aveva curato la fotografia di Pioggia d’estate (1937, curandone anche il montaggio), Ragazza che dorme (1940), Cenerentola e il Signor Bonaventura (1941), Il Re d’Inghilterra non paga (1941), La casa senza tempo (1943). ResistenzaToscana.It

L’esemplare di radio ricetrasmittente usata nelle missioni «Rosa» e «Balilla» – Fonte: Attilio Bongiorni

Stella Palmerini, allora giovanissima studentessa, ebbe parte di rilievo nella Resistenza partigiana versiliese, in particolare nella «Missione Radio Rosa», dalle operazioni della rice-trasmittente voluta da Vera Vassalle alias «Rosa», altra viareggina, medaglia d’oro al valore partigiano. Fu nel marzo 1944, a coronamento dell’opera della Vassalle, che venne inviato in Versilia, con i codici ed i piani di trasmissione, l’ex radiotelegrafista della marina Mario Robello. «Radio Rosa» restò parecchio tempo in casa Frugoli, alle Cateratte, dove Stella Palmerini divenne una preziosissima collaboratrice. Stella era una studentessa quando scoppiò la guerra e frequentava la scuola a Viareggio. La sua famiglia era sempre stata antifascista, specie lo zio Francesco, cieco, ma non fatto esente dalla persecuzione dei fascisti. La partecipazione alla Resistenza fu per lei un fatto naturale, spontaneo, malgrado la giovanissima età non le consentisse una chiara visione politica.
Giovanni Tonini, Il Tirreno, 3 settembre 1999

Vera Vassalle – Fonte: Attilio Bongiorni

Vera Vassalle, “Rosa”, nata a Viareggio il 21 gennaio del 1920, dopo l’armistizio si unì al gruppo di resistenti coordinato dal cognato Manfredo Bertini.
La necessità di contattare gli alleati vide Vera accollarsi un lungo e pericoloso viaggio verso la parte d’Italia che era già stata liberata.
Vera parte il 14 settembre 1943 e dopo due settimane passa il fronte nei pressi di Montella d’Irpinia, riuscendo a mettersi in contatto con ufficiali dell’esercito americano. In risposta alle necessità dei partigiani versiliesi le viene affidata la missione, nome in codice “Rosa”, di stabilire un contatto radio clandestino per coordinare le azioni alleate con quelle partigiane.
Dopo un breve periodo di apprendistato a Napoli presso l’Ufficio Servizio Strategico Americano, Vera riparte per un lungo tragitto che attraverso varie città del meridione e passando per la Corsica le permette di sbarcare a Castiglion della Pescaia con un motosilurante.
Portando con sé l’apparecchiatura ricetrasmittente dissimulata come bagaglio a mano, sfuggendo a perquisizioni e a numerosi imprevisti il 19 gennaio 1944 Vera è di nuovo a Viareggio.
In un primo tempo i tentativi di creare la radio clandestina fallirono per la negligenza del radiotelegrafista. Vera fu costretta a ripartire cercando un contatto a Milano, dal quale riuscì a ottenere nuovi piani di trasmissione e la promessa di un nuovo radiotelegrafista: Mario Robello venne designato per assumere l’incarico.
Robello, detto “Santa”, venne paracadutato sull’Alpe delle Tre Potenze e a fine marzo Radio “Rosa” potè cominciare le trasmissioni.
L’attività frenetica della radio ottenne 65 lanci alleati per i partigiani versiliesi e altri ne ottenne per formazioni partigiane dislocate in altre zone della Toscana.
Il 2 luglio 1944 a seguito di una delazione Vera, Mario e alcuni loro collaboratori furono costretti ad una fuga rocambolesca e ad interrompere la loro attività clandestina, salvando però le carte più preziose.
Finita la guerra Vera Vassalle e Mario Robello si sposeranno, trasferendosi in Liguria. Vera condurrà la sua professione di insegnante elementare e di attiva partecipazione politica con il Partito Comunista fino all’85, anno in cui morirà di un male incurabile.
A Vera Vassalle è stata assegnata una medaglia d’oro al valor militare, inoltre il 29.11.2003 la Regione Toscana le ha assegnato il Gonfalone d’Argento alla memoria durante la Festa della Toscana, nel 2003 dedicata ai temi della disabilità: poco dopo la nascita Vera è stata infatti colpita da poliomelite, riportandone una leggera ma permanente infermità alla gamba destra.
La vicenda di “Rosa” compare anche in Il Clandestino, romanzo di Mario Tobino, del 1962.
Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Ventiquattrenne, di eccezionali doti di mente, d’animo e di carattere, all’atto dell’armistizio, incurante di ogni pericolo, attraversava le linee tedesche e si presentava ad un comando alleato per essere impiegata contro il nemico. Seguito un breve corso d’istruzione presso un ufficio informazioni alleato, volontariamente si faceva sbarcare da un Mas italiano in territorio occupato dai tedeschi. Con altro compagno R.T. portava con sé una radio e carte topografiche, organizzava e faceva funzionare un servizio di collegamento fra tutti i gruppi patrioti dislocati nell’Appennino Toscano, trasmettendo più di 300 messaggi, dando con precisione importanti informazioni di carattere militare. La sua intelligente e coraggiosa attività rendeva possibile 65 lanci da aerei alleati. Sorpresa dalle SS tedesche mentre trasmetteva messaggi radio, riusciva a fuggire portando con sé codici e documenti segreti e riprendeva la coraggiosa azione clandestina. Pochi giorni prima dell’arrivo degli alleati passava nuovamente le linee tedesche portando preziose notizie sul nemico e sui campi minati. Animata da elevati sentimenti, dimostrava in ogni circostanza spiccato sprezzo del pericolo, degna rappresentante delle nobili virtù delle donne italiane. Italia occupata, settembre 1943 – luglio 1944”
Giovanni Baldini, ResistenzaToscana.It, 14 luglio 2003

La carta del percorso di Vera Vassalle – Fonte: Attilio Bongiorni

Maber pensava: “Bisogna inviare qualcuno incontro agli angloamericani”.
I partigiani avevano diversi e difficili problemi da risolvere, innanzitutto quello delle armi, gli alleati avrebbero potuto aiutarli se solo avessero avuto un canale di comunicazione con loro. Ma per far questo bisognava organizzarsi e soprattutto incontrarli almeno una volta, ma come? Gli angloamericani erano al sud e Maber e il suo gruppo in Versilia, bisognava passare attraverso il fronte della guerra. Maber la chiama Operazione Gedeone, e incarica Vera che subito accetta. Vera Vassalle era una delle donne che costituivano il gruppo di partigiani della Versilia, formato da Bertini dopo l’8 settembre. Vera era una donna minuta, molto intelligente, solo apparentemente ingenua. Da piccola aveva avuto la poliomielite che le aveva lasciato una gamba rovinata e un’andatura zoppicante, anche per questo vera è apparentemente insospettabile. Purtroppo soldi non ce ne sono: Maber vende un po’ del suo oro, cerca di raccogliere quei pochi soldi che servono e li consegna a Vera.
Vera parte, il 14 settembre 1943 da Viareggio per un viaggio dalle sorti molto incerte, avrebbe dovuto passare attraverso le trincee del fronte per arrivare nel profondo sud, e poi la sarebbe riuscita ad entrare in contatto con gli angloamericani?
Il viaggio comunque inizia, con la bicicletta e con mezzi di fortuna, chiedendo dei passaggi e qualche volta in treno (quando proprio non era possibile fare in altra maniera) sempre per cercare di far bastare i pochi soldi che aveva. Quando arrivava la sera Vera dormiva in qualche cascina o anche all’aperto, molte volte senza niente da mangiare. Qualcuno vedendola sola e malridotta le chiedeva cosa andasse a fare al sud con tutti i pericoli che c’erano, e lei rispondeva che era alla ricerca della sua famiglia della quale non sapeva più nulla.
Il 28 settembre 1943, non si sa bene come, riesce ad attraversare le linee nemiche vicino a Montella D’Irpinia.
Vera, quindi riesce a contattare un Colonnello americano che resta impressionato da questa piccola donna dimessa ma con una determinazione impensabile, e nello stesso tempo così intelligente e credibile. Il colonnello la accompagna di persona a Napoli alla sede dell’OSS, l’ufficio del Servizio Strategico americano. Iniziano per Vera giornate di addestramento sulle telecomunicazioni e sui sistemi informativi dell’epoca, la Portano a Capri, poi a Pozzuoli, a Taranto. Il 16 Gennaio 1944 la trasferiscono a Palermo con un aereo militare e poi a Bastia in Corsica. Dalla Corsica il giorno dopo viene imbarcata su di un motosilurante inglese e sbarcata di notte in Maremma tra Pescia Romana e Orbetello: ora è ancora nel territorio nazifascista.
Adesso bisogna ritornare a Viareggio ma come??? Adesso Vera ha con se una valigetta che contiene la radio ricetrasmittente che le hanno affidato gli inglesi!
Cosa ti aspetta se ti trovano con un aggeggio del genere? Torture indicibili probabilmente e a seguire la morte. Non fa niente, bisogna andare avanti, la spiaggia è illuminata dalla luna, Vera si dirige verso i campi e dorme in una cascina abbandonata. All’alba si rimette in viaggio, raggiunge la stazione e prende un treno che possa portarla il più vicino possibile a Viareggio. Purtroppo a Cecina il treno si ferma, bisogna proseguire a piedi. La stazione è piena di tedeschi e fascisti che fermano tutti, perquisiscono e chiedono i documenti. Il treno si vuota, quasi tutti sono scesi, Vera piano piano attraversa i binari con fatica con la sua gamba malata, cercando di non farsi notare e riesce a raggiungere un campo e li si siede per un po’ in mezzo a dei cespugli. Poi adagio si avvia per la campagna costeggiando la ferrovia. Sempre a piedi e sempre evitando i centri abitati, in modo miracoloso riesce a raggiungere Viareggio il 19 gennaio.
Vera Vassalle, l’agente del 2667 Reggimento Office Of Strategic Services americano è ancora tra i suoi compagni partigiani.
La Missione «Rosa» e «Balilla 1 e 2 », che poi avrebbero portato Maber fino a Pecorara e quindi alla Sanese potevano iniziare… Attilio Bongiorni

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