Riflessioni relative al processo sulla strage tedesca di Vallucciole

Vallucciole, Frazione di Pratovecchio Stia (AR). Fonte: Wikipedia

Nel medesimo momento terminava la fase preliminare del procedimento penale che vedeva come vittime gli abitanti di alcune comunità montane della Toscana, fra cui Vallucciole [Frazione di Pratovecchio Stia (AR)] e l’inizio del processo vero e proprio, a Verona.
La nomina come consulente delle parti offese si è presentata come un’ottima occasione per prendere contatto coi superstiti e così iniziare il lavoro d’intervista sul campo. La localizzazione era riuscita e non restava che dare avvio alla ricerca dei soggetti.
Proprio in quel momento ho incontrato Franco Marchi, l’unico superstite ancora in vita della stalla di Vallucciole, dove erano morte la madre, con la sorellina, Luciana, ancora in fasce e altri fratelli. Come già ricordato, non aveva mai parlato con nessuno dell’eccidio e il suo racconto mi colpì in modo fortissimo. Era accompagnato dalla nipote Luciana Rinaldini, figlia di una sorella, l’altra superstite, scomparsa pochi anni fa; anch’essa partecipava al processo come testimone indiretto e dalle sue parole ho avuto l’impressione che la ricerca avrebbe dovuto avere inizio dalle loro interviste.
[…] Ho confrontato le testimonianze di diversi di essi con le narrazioni rese a Paola Calamandrei e Francesca Cappelletto fra il 1993 e il 1994 <43 e per alcuni quelle riportate nei documenti dell’esercito britannico nel 1945 <44.
La formazione di un nuovo quadro sociale <45, rappresentato dal processo, aveva introdotto una rehausal tale da produrre pensieri talora fortemente divergenti.
In modo particolare colpiva l’intervista a Vittoriano Frulloni, il sindaco storico, depositario della memoria pubblica dell’eccidio.
[..] Una prima serie d’interviste esplorative è stata effettuata dall’Avv.to Stefani e da me nei mesi di settembre-novembre 2011 in sede di ascolto di tutti i testimoni indicati dalle parti civili per partecipare al processo di Verona. In complesso sono state 22 le persone coinvolte, 12 uomini e 10 donne, tutti testimoni indiretti dell’eccidio. Da queste sono stati estratti i soggetti ai quali si è provveduto a somministrare l’intervista autobiografica in base a due criteri principali:
a) erano legati fra loro da una discendenza genealogica;
b) la linea generazionale era completa.
La richiesta da parte dei pubblici ministeri militari consisteva nel far giungere in aula una parte veramente significativa di possibili testimonianze, in quanto il processo era rivolto all’intera operazione svolta dal “Reparto esplorante H. Göring” “contro i banditi e i loro fiancheggiatori” <54 che si era strutturata in vari episodi collocati fra i mesi di marzo ed aprile 1944 in una vasta area dell’Appennino Tosco-emiliano che comprendeva diverse province: le località di Monchio, Susano, Costrignano (Mo) e Cervarolo (Re) il 18 e 20 marzo 1944; Monte Morello e il 10 aprile 1944; il territorio di Vallucciole e del Falterona (Ar) e Castagno d’Andrea (Fi), con azioni di strage compiute fra il 13 e il 18 aprile 1944; infine Mommio, una frazione di Fivizzano in Lunigiana il 4 e 5 maggio 1944.
Erano più di cento le sole testimonianze raccolte in istruttoria e poi versate in atti da parte dei Sostituti procuratori Luca Sergio e Bruno Bruni. A questa raccomandazione l’Avv.to Stefani aveva risposto disponendo di acquisire in aula solo la voce di coloro che avevano narrazioni altamente significative per i fini processuali. Avendo avuto l’incarico di valutare gli effetti vittimali complessivi prodotti sui familiari dei sopravvissuti, ho poi suggerito allo stesso legale la possibilità di sentire anche le vittime di terza generazione, in modo tale da poter rappresentare la trasmissione delle memorie traumatiche attraverso le generazioni come prove dell’entità del danno subito non solo nell’immediato, ma fino ai giorni più recenti.
La lista dei soggetti coinvolgibili si è quindi di molto ridotta, fino a comprendere una sola linea generazionale, quella formata da Franco Marchi e i suoi familiari, proponendo questa la vittima diretta; una nipote e figlia di una vittima (testimone di seconda generazione) e i figli di quest’ultima (testimoni di seconda generazione). Nessun altro soggetto intervistato in fase preliminare si è reso disponibile a coinvolgere i propri familiari per consentire un lavoro di ampliamento del gruppo d’indagine.
[…] Oltre alle fonti dirette, ricavate dall’ascolto dei soggetti coinvolti nel processo, è stato preliminarmente e contestualmente valutato il materiale proveniente dall’inchiesta svolta dall’esercito britannico a partire dal mese di novembre 1944, fino al gennaio 1945. Questo è stato tradotto in italiano e pubblicato nel 2007 ad opera di A. Biagiotti e F. Nucci <57. Si tratta di un apparato completo di resoconti, estratti in maniera puntuale, finalizzati soprattutto ad una ricostruzione dei fatti e alla definizione delle responsabilità criminali. Dal punto di vista della psicologia della testimonianza occorre precisare che si tratta di racconti abbastanza liberi, appresi in un momento sufficientemente vicino ai fatti, e quindi non ancora rielaborato dai vissuti traumatici in maniera tale da presentare fenomeni d’interferenza o di amnesia particolare. All’interno di essi si evince non solo l’intento evidente di rappresentare la realtà degli accadimenti, ma anche il contenuto emotivo e la pregnanza della ferita subita. Appaiono pertanto utili nell’opera di comprensione degli effetti soggettivi legati al trauma subito.
Ho ritenuto necessario affrontare l’argomento documentandomi sui primi resoconti per due motivi: il primo di natura oggettiva, in quanto molti dei soggetti intervistati dagli ufficiali britannici sono nel frattempo scomparsi ed era possibile recuperare la loro voce solamente consultando le narrazioni effettuate nella circostanza dei fatti. Inoltre i testi raccolti nel dossier offrono uno sguardo “da vicino” rispetto ai fatti, privo degli effetti dovuti ai fenomeni di reiterazione; una questione interessante sul piano della definizione dei fatti.
Sono state inoltre utilizzate altre testimonianze dirette di sopravvissuti, raccolte nel volume curato da G. Vessichelli, edito dalla Regione Toscana nel 2005 <58. In modo particolare D. Pantiferi, R. Trenti, M. Vada, di notevole valore vittimologico, che a causa della loro morte prima del processo non hanno potuto essere coinvolti. Dalle loro dichiarazioni emerge con chiarezza l’entità del trauma subito e la mancanza di un riconoscimento nei confronti del loro vissuto personale: una ferita mai rimarginata da cui traspare un risentimento senza speranza.
I dati relativi alla popolazione sono stati estratti dalla documentazione del comune di Stia e analizzati tramite il supporto testimoniale indiretto del sig. V. Frulloni anch’egli testimone al processo di Verona.
[…] Vittoriano Frulloni è una figura storica della comunità di Stia; oltre ad aver svolto per diversi mandati la funzione di Sindaco è considerato il depositario della memoria pubblica di Vallucciole.
In termini etnografici si può sostenere che egli abbia rappresentato il principale informatore del lavoro svolto sul campo. Durante le diverse giornate trascorse in sua compagnia mi ha presentato il contesto locale: persone e luoghi fisici.
La voce del suo racconto ha funzionato come filo di collegamento localizzante fra i presente e il passato: ho visitato col suo supporto costante gli scenari di montagna in cui si collocavano le borgate colpite dall’azione nazifascista, il cimitero di Stia in cui sono sepolti i partigiani uccisi durante l’azione e la Chiesa di Vallucciole, dove riposano le salme dell’eccidio.
Molti soggetti sono stati intervistati grazie alla sua collaborazione; nonostante il mio incarico ufficiale non era certo facile entrare in confidenza con la popolazione locale, soprattutto avendo l’intenzione di allargare l’indagine giudiziaria con obiettivi specifici di ricerca.
Vittoriano era stato a sua volta informato sugli obiettivi dello studio in corso. Non era nuovo alla veste di testimone privilegiato, essendo stato già intervistato da Paola Calamandrei nel 1993 nell’ambito di una ricerca storico-antropologica sulle memorie resistenziali finanziata dalla Provincia di Arezzo <65. Nonostante il significato assunto dalla sua presenza come elemento di connessione sul terreno nell’ambito del fieldwork, perché coinvolgerlo in prima persona nella ricerca? Il suo ruolo durante l’evento è senza dubbio marginale, trovandosi a Stia nel momento in cui si verificava la strage alle falde del Falterona, risultando – in ultima analisi – come un semplice testimone indiretto. Inoltre non perde alcun familiare a seguito degli eventi. Eppure, fin da subito assume il compito oracolare d’interprete pubblico della memoria collettiva. La sua figura ha quindi un valore d’eccezione nel contesto della politica del ricordo. Non è da trascurare il fatto che anche P. Calamandrei inizi i suoi colloqui proprio da lui; così come è accaduto nel nostro caso.
Vittoriano era stato Sindaco e uomo politico, iscritto al partito comunista. Non era tuttavia un “uomo di partito”, disponibile ad osservare in modo acritico le indicazioni provenienti dagli organi gerarchici, abbastanza libero di assumere posizioni particolari in opposizione alle scelte ideologiche dominanti, e i suoi concittadini hanno continuato a conferirgli il mandato di oratore ufficiale nelle commemorazioni alla memoria ben oltre i suoi mandati, quando, vista la deriva filosovietica del partito, lo aveva abbandonato. Il suo compito sul piano della trasmissione delle memorie traumatiche doveva essere collegato al corpo sociale, a quella comunità emotiva <66, profondamente sconvolta dalla strage, da eleggere in lui il proprio portavoce ufficiale.
[…] L. Rinaldini infatti, commenta la condanna in termini di assoluta insoddisfazione: “È aumentata la rabbia per me… la lingua batte dove il dente duole! E lui ha ragione a parlare così… Lui.. così non posso parlare perché non c’entro niente… C’entro per il fatto per come la mia mamma ha vissuto sta cosa, per come le ha cambiato la vita. E l’ha cambiata anche a me… Perché io nella mia mamma ho sempre visto negli occhi un velo di tristezza. Io non l’ho mai vista una risata proprio spontanea con gli occhi che ridono prima della bocca anche nei momenti più belli, quando è nata lei, quando è nato lui…[si rivolge ai figli]. L’ho sempre vista con questo velo di tristezza. E allora per me… io non parlo dal lato soldi, certo, per il rispetto suo sì… Non perché li volevo io ma per il rispetto suo che tutta la vita… proprio… la sua vita è cambiata da così a così. Per me c’è la rabbia che questa gente l’han fatta morire due volte [segno di dissenso]. Per settant’anni han tenuto gli scheletri negli armadi. Le stragi non erano esistite! La mi mamma incavolata nera. Io mi ricordo che la mi mamma, dunque mio figlio aveva tre anni, quindi nel 75, la prima volta che era salito in treno, perché la mia mamma l’ha portato a Stia in treno, perché nel 75 è ansata a Stia ancora a incavolarsi e a cercare al Comune qualche risposta. Ma come, son passati e… ma… che ne è… ma perché… la mia mamma, lei tutta la vita… [fa cenno di no con la testa] l’ha vissuta con questa cosa che non gli è sembrato giusto di 108 persone dimenticate. O è venuto fuori perché per prima è venuta fuori Civitella tramite l’Alboni <119 che gli avevano ammazzato i suoi nonni e lui essendo un avvocato di grido ha un po’ fatto un po’ di subbuglio [fa cenno di no con la testa]. Vallucciole è venuta l’ultima, l’ultima, l’ultima! L’ultima e proprio l’ultima e forse in questo caso devo dire che positivamente c’ha influito Stefani. Ce non ci fosse stato Stefani che ha portato anche Garofano, capo dei Ris, sarebbe stato… <Franco: morto. < Luciana: tutto sotterrato ancora… Ma cosa dobbiamo ancora sperare? È stata la tragedia della mia mamma, ha cambiato la vita anche a me… Mi chiamo così, non mi sarei chiamata così <120”
Il mondo di benessere della famiglia così atrocemente e improvvisamente scomparso compare in tutta la sua crudezza in un passaggio successivo dell’intervista in cui dipinge con nostalgia la madre e l’ambiente nel quale era vissuta in precedenza: “La mi mamma mi raccontava sempre che quando stavano bene che per una crosta di pane, lei, a queste vecchine del paese gli dava, di nascosto dai suoi… dal mi nonno… dai suoi nonni gli dava una forma di cacio. Per una crosta di pane, era un cambio… ma lei diceva che pativa tanto la voglia di pane in tempo di guerra e loro invece s’avevano la bottega di generi alimentari, quindi c’avevano tutto tranne che il pane. Il pane, non c’era la farina, non la trovavano… Lei, questo me lo ricordo..il pane lo pativo, di cacio ce n’era tanto… Lei andava sempre col calesse e il cavallo a Firenze a fare la spesa con questi nonni, perché faceva la Consuma e la mia mamma a quei tempi faceva le commerciali… [con aria di compiacimento]. E lei studiava. Era una signorina benestante e andava a scuola da Vallucciole in bicicletta a Stia. Infatti per me Stia era la scuola della mia mamma che lei ci andava in bicicletta. Quando andavamo al cimitero mi faceva vedere il palazzo delle scuole e diceva: ‘vedi io andavo là in bicicletta’ <121”.
[NOTE]
43 Interviste registrate da Paola Calamandrei e Francesca Cappelletto, audioregistrazioni inedite depositate presso l’archivio: Memoria dell’antifascismo e della Resistenza aretina della Provincia di Arezzo, Istituto storico aretino della Resistenza e dell’età contemporanea, “Le stragi nell’alto Casentino”, allegate al fascicolo.
44 In Biagiotti A. & Nucci F. (2007), Non dimenticare Vallucciole. Le stragi naziste nel Comune di Stia nei documenti dell’esercito britannico. Firenze: Nuova Toscana Editrice.
45 Halbwachs M. (1950), op. cit.
54 Così si legge nel dispaccio militare firmato dal comando tedesco a Roma, versato in atti giudiziari.
57 Biagiotti A. & Nucci F. (eds) (2007), op. cit.
58 Vessichelli G. (2006), op. cit.
65 Intervista registrata da Paola Calamandrei e Francesca Cappelletto, 26 luglio 1993, audioregistrazione inedita depositata presso l’archivio: Memoria dell’antifascismo e della Resistenza aretina della Provincia di Arezzo, Istituto storico aretino della Resistenza e dell’età contemporanea, “Le stragi nell’alto Casentino”, allegato al fascicolo.
66 Halbwachs M. (1950), op. cit.
119 C. Alboni è l’avvocato nativo di Civitella che ha perso i familiari nella strage del 1944. Il suo contributo al processo penale di La Spezia è stato essenziale per andare a sentenza.
120 Intervista narrativa effettuata a casa di L. Rinaldini il 10 ottobre 2013.
121 Intervista narrativa effettuata a casa di L. Rinaldini il 10 ottobre 2013.
Lino Rossi, Testimoniare il trauma. Ricordi individuali e memorie giuridiche nel processo penale di Verona sulle atrocità di guerra in Toscana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, 2016