Su Pasquale Rotondi e la salvaguardia delle opere d’arte durante la seconda guerra mondiale

[…] Nel 1995 l’Archivio Centrale dello Stato di Roma ha ricevuto dalle figlie di Pasquale Rotondi (1909–1991), Paola e Giovanna, le carte raccolte dal padre durante la lunga attività nel Ministero dei Beni Culturali (e nel precedente Ministero della Pubblica Istruzione), prima come Soprintendente a Urbino e Genova, poi quale direttore dell’Istituto Centrale del Restauro. Tra le diciannove scatole che compongono il fondo archivistico, si conserva la copia originale del dattiloscritto Il mio Diario, nel quale Rotondi narra con tono asciutto e ritmo incalzante la straordinaria storia di come riuscì a salvare negli anni della guerra – coadiuvato da un piccolo gruppo di custodi e dal fedele autista – le opere d’arte delle Marche e molti capolavori provenienti da altre regioni italiane, nascondendole nei sotterranei del Palazzo Ducale di Urbino, nella Rocca di Sassocorvaro e nel Palazzo dei Principi a Carpegna.
Tra le pagine del Diario l’autore ha poi inserito numerose lettere relative ai fatti narrati e la corrispondenza scambiata con altri protagonisti della vicenda […]
Le numerose lettere che formano il carteggio tra i protagonisti della vicenda, raccolte nella Appendice II, sono invece quasi del tutto inedite. La maggior parte di esse proviene dalle pagine del Diario, dove furono inserite dallo stesso Rotondi e alternate a brani del racconto; altre fanno parte della documentazione della Direzione Generale delle Arti. Averle riunite consente di completare il racconto autobiografico di Rotondi e dichiarire episodi talvolta poco noti. […] Dopo un lungo oblio, le vicende relative al salvataggio del patrimonio artistico italiano da parte dei funzionari della nostra Amministrazione, e non solo, sono di recente state riscoperte. Uso il termine “riscoperte” perché alcuni dei protagonisti di cui stiamo parlando avevano in realtà raccontato gli avvenimenti vissuti nel decennio successivo al conflitto bellico, in modo sobrio e attraverso brevi pubblicazioni in cui offrivano, quasi sempre sotto forma di diario, uno squarcio degli orrori di quegli anni […] La concentrazione di capolavori spostati nel centro Italia tra il 1940 e il 1944 è davvero incredibile e proprio per questo colpiscono la lucidità e il coraggio dimostrati dal giovane funzionario di Urbino, poco più che trentenne, nel richiedere alla Direzione Generale (24 maggio 1940) di essere autorizzato ad avviare il trasferimento delle opere dal Veneto, a prenderle in consegna, ad “assumersene la responsabilità” (Appendice II, DOC.1). L’ideazione del ricovero è interamente sua e sarà motivo di plauso da parte del Soprintendente Edoardo Galli con il Ministro Bottai, che a sua volta scriverà a Rotondi compiacendosene (App. II,DOCC. 14 e 15). Nella Appendice IV sono invece trascritti i verbali di consegna dei beni trasferiti dalle Marche a Roma, poi ricoverati nel più grande deposito di opere d’arte cheebbe la nostra penisola e cioè lo Stato del Vaticano, grazie alla politica lungimirante e coraggiosa di Pio XII. Il loro trasporto, per il quale furono necessari due viaggi, avvenne in pieno inverno (20 dicembre 1943 e 16 gennaio 1944), durante la notte, e ne furono protagonisti i colleghi Emilio Lavagnino e Alberto Nicoletti, scortati dal Tenente Scheibert e da alcuni soldati tedeschi, cioè da quello stesso esercito che in altre zone d’Italia veniva ormai combattuto in quanto nemico e al quale Rotondi non avrebbe voluto consegnare nulla, se non fosse stato rassicurato, come racconta nel Diario, dalla presenza dell’amico Lavagnino. […] E difatti Lavagnino, che in quegli anni aveva aderito al Partito d’Azione, continuò ad agire da libero cittadino e a portare in salvo dai ricoveri del Lazio altre opere. Il racconto di quelle imprese, pubblicato anche esso sotto forma di diario, rappresenta la naturale prosecuzione degli avvenimenti narrati da Rotondi.
Dei fatti che si svolsero a Roma tra la fine del ’43 e il giugno ’44 sono riemerse, grazie al lavoro di scavo archivistico degli ultimi anni, numerose fonti di prima mano. […] relazione inviata a Padova al Ministro Biggini, nel gennaio 1944, dagli ex–ispettori centrali. Per puro caso, la seconda di queste due giornate, qui riportata in nota, accenna anche alla partenza di Lavagnino per le Marche alla volta di Carpegna. Tra le carte della busta 257 sono inoltre conservati due fogli sciolti di estremo interesse dal titolo “Pro-memoria”, riguardanti la vicenda del trasporto in Vaticano delle opere: in particolare, l’iniziale diniego della Santa Sede a collaborare (25 ottobre) – il che in parte spiega il motivo per cui si consolidò nei giorni seguenti l’idea di trasferirle verso il nord – e l’accordo finale con il Vaticano (11 novembre), cui accenna Argan nel diario scrivendo il giorno dopo (12 novembre). È possibile che nuovi fogli dell’attività romana degli ispettori centrali riemergano in futuro, come dimostra anche il ritrovamento della minuta della lettera di commiato scritta da Argan al Ministro Biggini (presumibilmente degli ultimi giorni del ’43), in cui annuncia – “nell’atto in cui lascio la Direzione Generale delle Arti” – la menzionata relazione sull’attività giornaliera dell’ufficio per la tutela del patrimonio artistico (DOC.72). […] E sempre dalle pagine della nostra rivista erano state impartite nel 1938 le linee guida per la difesa del patrimonio nazionale dal Ministro Bottai – forse consigliato da Argan, di cui talvolta sembra di riconoscere lo stile (“le opere d’arte non possano in alcun caso diventare preda bellica o essere cedute o confiscate, a guerra finita, in conto riparazioni”) – contrario al trasferimento verso paesi neutrali quali la Svizzera o, peggio, paesi “amici” come la Germania. Del resto, sul silenzio del Ministero si è in passato espresso molto chiaramente Andrea Emiliani, osservando che “la carenza di documentazione ufficiale della Direzione Generale è stata sostituita dalla memorialistica personale, e in modo particolare dalle pagine dei protagonisti, e specialmente di Rotondi e Lavagnino” […] Dall’esame delle molte lettere presenti nel fondo archivistico donato dalla famiglia Rotondi all’Archivio Centrale dello Stato esce fuori il ritratto di un uomo straordinario, che riuniva in sé determinazione e umanità. Ciò emerge ad esempio nel rapporto con i custodi: con essi e con l’autista Augusto Pretelli vi furono sempre legami di fiducia e di affetto profondi, testimoniati dalle pagine del Diario e dal carteggio, durato anche dopo la guerra. Quando nel 1945 Rotondi pubblicò l’articolo tratto dalla relazione presentata all’Accademia di Raffaello
[…] Sono brani di storia che riescono a rendere perfettamente il clima della Milano straziata dalla guerra, di cui è descritta la devastazione dopo i bombardamenti dell’agosto ’43 (DOC. 27), cui si aggiungono purtroppo quelli altrettanto devastanti di Padova del gennaio 1944, dove Pacchioni si trovava per via dell’incontro tra i Soprintendenti e il Direttore Generale Carlo Anti, al quale Rotondi non era andato (DOC. 88). Lucide sono le parole sull’impegno politico nel C.L.N. dell’Alta Italia e l’analisi del clima all’indomani dell’armistizio (DOC. 38); bellissima la descrizione della liberazione di Milano tra il 25 aprile e l’alba del giorno seguente (DOC. 106).
[…] Insieme a queste belle lettere, vanno ricordate quelle scritte da Argan, poco note perché private e piene di angoscia per i bombardamenti di Torino del ’42 in cui avevano perso la casa i genitori e la sorella (DOC.13), gli stessi famigliari di cui non ebbe più notizie permesi (DOC. 101). Il tema della fame è dominante tra l’8 settembre 1943 e il 4 giugno 1944, i nove mesi dell’occupazione nazista di Roma, come si evince da una lettera incentrata sul pacco di viveri ricevuto da Rotondi con il secondo trasporto delle opere dirette in Vaticano […] Anna Melograni, Per non ricordare invano. Il Diario di Pasquale Rotondi e la corrispondenza con i colleghi delle Soprintendenze e la Direzione Generale delle Arti (1940–1946) in Bollettino d’arte, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, luglio-settembre 2015

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