Un erbario delle piante della città di Genova (4)

Brassica napus. Il Cavolo navone o Colza è un parente dei cavoli che si coltiva per i semi o il foraggio su vaste superfici o, in misura ridotta, per ricavarne biodiesel. La radice a fittone abbastanza profonda lo àncora con tenacia ai substrati profondi, freschi ed esenti da ristagno idrico e al tempo stesso esercita un’utile attività di “trivella biologica” che dona struttura al suolo nella rotazione delle colture. La presenza di individui isolati nelle aiuole attorno alla Stazione Brignole è tutta da spiegare, ma il vistoso fiore colorato sopra una pianta che emerge tra le basse erbe non si nasconde. Il Cavolo navone è una pianta mellifera e dal suo abbondante nettare le api producono un miele chiaro e pungente. L’olio di Colza si ricava dai semi della B. napus e di solito viene mescolato ad altri olii vegetali per attenuarne il sapore sgradevole e ridurne il contenuto di acido erucico. Anche l’olio Canola proviene da una varietà di Colza dal basso contenuto di acido erucico.

Sonchus tenerrimus. Cugino della “Scixerbua”, il Crespino sfrangiato è considerato specie rara in Italia, ma in città è invece comunissimo dove forma vere e proprie siepi colorate. Ubiquo nel genovesato, cresce su muri e crepe dei marciapiedi, negli incolti, in ambienti ruderali e negli orti, preferendo suoli ricchi in sostanze azotate. Il nome latino della specie testimonia della ottima qualità alimentare. Insospettabilmente, il tenero Crespino conta vari parenti legnosi del genere Sonchus, che vivono nelle Isole Canarie e somigliano ad alberelli.

Calystegia sepium. Il Vilucchione o Campanella è un rampicante che approfitta di ogni supporto per salire in alto e mostrare agli insetti impollinatori le sue grandi corolle (assieme ad una consorella molto simile). E’ importante sapere che le piante hanno “inventato” il fiore, trasformando le foglie, più di 100 milioni di anni fa, per attirare gli insetti, ma anche uccelli, pipistrelli, e ora anche noi sui loro organi sessuali per il trasporto del polline da una pianta all’altra.

Erigeron karvinskianus. Portata dall’America latina come pianta ornamentale, la Cespica karvinskiana in Italia e a Genova ha scelto la libertà e gli spazi pubblici abbellendo muri e pareti con fioriture che durano mesi. Il nome Erigeron sembrerebbe derivare da due parole greche che pressappoco significano “anziano mattiniero”, forse in allusione al capolino bianco di acheni spelacchiati del frutto, che non tardano a comparire dopo la fioritura. L’epiteto specifico di difficile pronuncia è un omaggio di de Candolle al barone von Karvin Karvinsky che per primo colse la nostra Cespica durante le sue esplorazioni botaniche, dal lago Balaton alle foreste del Brasile e Messico.

Graminacee. Le “erbe”, cioè le piante appartenenti alla famiglia delle Graminacee, comprendono molte specie diverse, con foglie verdi lunghe e strette, che noi distinguiamo a malapena poiché non hanno fiori vistosi. In realtà esse ci danno prodotti decisivi per l’umanità, dalla rivoluzione neolitica al presente e al futuro, come grano, riso, granturco, sorgo, miglio, orzo, avena, canna da zucchero, bambù, e altre… I fiori ci sono, ma il ricorso al vento per l’impollinazione rende inutile richiami colorati e profumati.

La presenza di piccoli residui (fitoliti), di specie imparentate con gli attuali riso e bambù, nelle feci fossilizzate di alcuni dinosauri, testimonia come l’espansione delle Graminaceae fosse cominciata già verso la fine del Cretaceo.

Le erbe sono importanti componenti di vari habitat come le zone umide, le foreste e la tundra, ma dominano le praterie e le savane, che insieme costituiscono circa il 40.5% della superficie terrestre escludendo la Groenlandia e l’Antartide.

Le 4 specie illustrate sono invece considerate scarsamente utili se non dannose: la Gramigna è la malerba per antonomasia, l’Orzo selvatico è temuto dai padroni dei cani, la Fienarola annuale e la Lamarckia sfuggono allo sguardo, anche se rinverdiscono i marciapiedi e spargono semi apprezzati da uccelli e formiche.

L’inventore del “nome e cognome” di ogni pianta (e animale) è stato lo svedese Carlo Linneo, alla metà del Settecento. Il primo nome è quello del genere, il secondo quello della specie, segue l’abbreviazione del nome (cognome) dell’autore, il botanico che per primo ha descritto e battezzato quella pianta. “L.” è proprio Linneo. Il “Tipo” è l’esemplare utilizzato per la descrizione della specie; questo primo esemplare conservato nei musei e negli orti botanici è il riferimento per tutti quelli che vogliono identificare quella specie e distinguerla dalle altre.

Un erbario delle piante di città [a Genova] realizzato da Mario Calbi […] un viaggio alla scoperta delle piante che suscitano poco interesse perché si pensa che abbiano scarsa importanza. […] invece di vederle in un modo diverso.
Le presentiamo a gruppi di 5, seguendo la cronologia con cui sono state raccolte e disegnate da Mario Calbi a cerchi concentrici via via più larghi attorno al punto di partenza, secondo i vincoli delle ordinanze sull’isolamento, in un periodo di tre mesi dal 15 marzo al 12 giugno 2020. Nelle tavole sono riportati il nome scientifico, il luogo e la data di rinvenimento; il nome italiano si trova invece nel testo. Per la nomenclatura è stata seguita la seconda edizione della “Flora d’Italia” di Sandro Pignatti (Edagricole, 2017-2019).
Le brevi notizie che accompagnano le immagini sono scelte tra la immensa mole di conoscenze che la cultura umana ha accumulato sopra ogni specie; la scelta è quindi arbitraria, ma speriamo utile e interessante.
Testi e disegni di Mario Calbi.
Pietro Pala

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