Un montenegrino caduto da partigiano in Umbria

Milan Tomovic – Fonte: ANPI Perugia

54 Si formarono i seguenti battaglioni in seno alla Garibaldi di Foligno: battaglione comando con Fausto Franceschini comandante ad interim e Balilla Morlupo commissario politico; battaglione Franco Ciri operante sulle montagne di Gualdo Tadino al comando di Mario Tardini e poi di Piero Donati; battaglione Goffredo Mameli nella zona di Nocera Umbra comandante Giacinto Cecconelli, commissario politico Adelio Fiore; battaglione Morlupo nella zona di monte Cavallo al comando di Franco Lupidi, che si divise quasi immediatamente in due distaccamenti, uno al comando di Luciano Formica e l’altro del montenegrino Milan Tomovic; battaglione Ardito operante nella zona tra Foligno e Campello, prima al comando di Alberto Albertini e poi di Marcello Formica. Cfr. M. ARCAMONE, La brigata Garibaldi, in L’Umbria nella Resistenza, cit., vol. II, pp. 275-276.
Adelio e Fausta Fiore, Memorie di un ribelle. Settembre 1943 – maggio 1945, ISUC Istituto per la Storia dell’Umbria contemporanea, Foligno, Editoriale Umbra, 1995 (nuova edizione 2004)

Persiano Ridolfi, in qualità di vice Commissario della Brigata Garibaldi, verso la fine del mese di ottobre 1943, si trovava nella nuova sede della brigata, a Cesi, sul valico di Colfiorito, mentre la staffetta, che faceva da guida, indicava a Enzo Rossi, Romano Mancini e Gabriele Massenzi, la casa dove i nuovi volontari erano attesi.
Avevano camminato tutta la notte.
Davanti alla porta si videro un partigiano armato di fucile, che gli chiese la parola d’ordine, prima di farli accomodare.
Il sole non s’era ancora alzato da dietro i monti, che in casa era già in corso una riunione. “Stringemmo la mano a Riccardo Schicchi, Balilla Bordoni, Silvio Marchetti, Mario Vitali e Persiano Ridolfi, quest’ultimo meglio conosciuto col nome di battaglia “Toro Seduto”, tutti di Spello” (da “La Banda”, di Romeo Mancini).
Il vice Commissario stava informando il gruppo del suo fallito tentativo nel convincere i responsabili di alcune centinaia di slavi, che fuggiti dal campo di concentramento di Colfiorito, erano allo sbando e braccati dai fascisti e tedeschi, su quei monti (alcune fonti parlano di quasi tremila tra slavi, montenegrini e polacchi).
Compito questo che, invece, era riuscito ad Alfio Lupidi, ufficiale di carriera, “e a Cantami Luigi” (detto Gigino), ufficiale di accademia: “uomini addestrati alle armi e al comando” e che già avevano nei loro gruppi, a Monte Cavallo, una sessantina di partigiani slavi.
Quindi si stava aspettando l’arrivo di questo gruppo che doveva essere accompagnato da un certo valoroso brigatista montenegrino, Milan Tomovic.
S’erano appena messi a tavola, per buttare giù qualcosa, quando videro arrivare il tenente Tomovic, meglio conosciuto come Milan.
Tutto il pomeriggio lo passarono discutendo di strategie, organizzazione, piani di attacchi e non ultimo di questioni politico−filosofiche.
In queste, abilissimo era Riccardo Schicchi, che con la sua fine oratoria, incantava l’uditorio. Ma non era da meno il nuovo arrivato, Milan, che li informò della lotta degli eroici partigiani jugoslavi di Tito contro gli invasori hitleriani, la resistenza dei montenegni e dei greci contro l’esercito mussoliniano.
La conversazione finì con la decisione che il comando del gruppo appena formatisi lo prendeva proprio il ten. Milan.
A descrivere questa figura leggendaria, come si vedrà meglio piu avanti, sarà lo stesso Enzo Rossi, che in più di una occasione aveva avuto modo di conoscere il giovane partigiano sul Subasio.
Per avere un’idea di quello che erano i “banditen”, com’erano chiamati i partigiani, è utile guardare da vicino i sentimenti, le idee, i gesti quotidiani, l’amore per la vita del comandante montenegrino.
Milan, era uno studente prossimo alla laurea in medicina, quando dovette salire sui monti Balcani per combattere i nazisti, per la libertà della suo Paese, dove venne fatto prigioniero, finendo in Umbria, poco più che ventenne.
Alto, “forse un metro e novanta, bellissimo con due occhi chiari accesi dal bisogno di giustizia e libertà”.
Quando se lo videro davanti i giovani partigiani del gruppo di Riccardo Schicchi, egli “vestiva una divisa di color kachi, con il berretto a busta con su la stella rossa”.
Era pronto ad ascoltare, così come a decidere nelle situazioni difficili.
Nelle difficoltà non si perdeva d’animo. Sapeva lavorare insieme e valorizzare gli apporti di tutti del suo gruppo.
Non era propenso al comando, ma si faceva ascoltare e tutti i suoi uomini credevano in quello che diceva e soprattutto in quello che proponeva.
“La sua unica fatica era quella di arrampicarsi sui monti a causa della Tbc”.
Per questa malattia era già stato ricoverato in ospedale a Foligno e protetto da una suora che gli voleva bene.
Era armato di uno “Sten” che portava sempre ad armacollo e un tascapane pieno di bombe a mano e una carta topografica del Subasio, per studiare i piani di attacco e capire come meglio difendere il suo gruppo in caso di necessità.
Il suo sguardo fermo, era attraversato da brevi sorrisi. Una sottile dolce ironia, era un altro tratto del suo carattere, lo rendeva ancora più simpatico, ai suoi compagni di lotta.
Diceva spesso d’essere in montagna perché convinto che “la Resistenza è un esercito e ha bisogno di soldati”; o “per prendere di mira il nemico”; che aveva imparato a conoscere “non solo nelle riunioni clandestine, sui fogli ciclostilati, ma soprattutto dalle stragi e dalle mille razzie che il nazifascismo seminava dovunque passasse”.
Diceva che lo riconosceva “nel fumo dei villaggi dati alle fiamme, negli eccidi di donne incinte, di neonati e vecchi, così come nella caccia spietata ai giovani renitenti e agli antifascisti” (dall’articolo “Il partigiano Milan”, di Enzo Rossi, apparso sui ” Quaderni della Provincia”, Perugia, al 40° della Resistenza).
Quando gli fu affidato il comando di brigata, “non mosse un dito per ottenerlo, ma non fece un passo indietro per non prendere quella responsabilità”. Ad assegnargli tale comando fu direttamente Mario Angelucci, uno spellano, membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).
Tale notizia la portò direttamente, Enzo Rossi, alla famosa riunione di Cesi, quella mattina.
Il compito che gli veniva affidato era di tenere sotto controllo la Flaminia Nord−Ovest di Foligno, il Subasio e la strada per Perugia, nel tratto Foligno−Spello−Assisi.
Milan conosceva la zona, e lo dimostrò seminando panico tra i fascisti e i tedeschi, che per questo gli davano la caccia.
Le sue parole, la sua sicurezza trasmettevano ai suoi uomini, specialmente ai giovani partigiani di Spello, serenità e allo stesso tempo voglia di battersi.
Questi giovani lo sapevano venuto da lontano, come tanti nel movimento partigiano, animato da nobili ideali e dalla fierezza dei pastori balcani, solitari e indipendenti.
Aveva in attivo tre lunghi anni di guerra.
Aveva lasciato la famiglia, molto ricca (il padre un industriale), “per seguire il pensiero di Marx”, come diceva lui. Da ragazzo s’era buttato, assieme ad un suo fratello e sorella, nella lotta partigiana, per “dare dignità ai contadini e mobilitarli contro il padrone fascista e l’invasore nazista”, come disse in una riunione tenuta in casa dei due fratelli Bordoni (Antonio e Balilla), di Spello, Informava i giovani spellani che in diversi paesi europei era in atto “la rivoluzione” e che “bisogna combattere anche qui a Spello, con i contadini silenziosi, ma bisognosi di riscatto”.
Va da sé che i fratelli Formica e Bordoni, Silvio Marchetti, Tullio Tordoni e gli altri del gruppo, erano fieri del loro comandante. Alla sua guida cominciarono le prime azioni.
“Ogni mattina, Milan portava i suoi uomini su una delle due strade, sotto i colli di Spello”. Una volta verso Foligno, l’altra verso Assisi.
“Si piazzava in mezzo alla strada, vicino alle curve, armato, avendo già adocchiato il passaggio di qualche automezzo tedesco o fascista e aspettava, mentre i giovani spellani e folignati erano nascosti con i loro fucili pronti a far fuoco lungo il ciglio della strada, o nei campi a distanza opportuna” (da “Il partigiano Milan”, di Enzo Rossi).
Al sopraggiungere dell’automezzo, “che non si fermava mai”, Milan balzava di lato e poi sparava, “cercando di colpire il serbatoio”, quando era ben in vista. I giovani sparavano a loro volta. Spesso riuscivano nell’obbiettivo.
Il gruppo scompariva nella vegetazione e su per le colline, per ritrovarsi, poi, presso le case dei contadini.
In una di queste azioni, nei pressi della Chiesa Tonda, sulla Statale 75, fu ferito Silvio Marchetti, dallo scoppio di una bomba a mano, che lanciata da un lato della strada, ruzzolò dall’altro, dopo aver rimbalzato sul tetto  dell’automezzo.
A questi attacchi quasi sempre seguivano le reazioni tedesche e fasciste. Una delle più clamorose fu quella che avvenne nei pressi di Colpernieri, dove una trentina di camicie nere tesero al gruppo un’ imboscata.
“La brigata “Milan” dormiva in un “casone” vicino alla chiesetta. La notte era di luna piena e le stelle silenziose e pieno di misteri, come sempre, pigolavano in alto, quando dal monte giunse un fragoroso fruscio delle fronde.
Di guardia era Tullio Tordoni che insospettitosi, dette subito l’allarme. Appena fuori videro confusamente scendere dal monte un folto gruppo indistinto di uomini (1).
“Prontamente Milan dette ordini di scendere a valle, in fondo alla spaccatura della Chiona, per metterli al sicuro.
Lui, solo, si mise ben in vista, da farsi notare e li aspettò”.
Appena li ebbe sotto tiro, mirò ad uno di essi e lo fece “secco”, Gli altri coprendosi dagli alberi, accerchiarono la sommità del colle, da dove s’era fatto notare Milan e “cominciarono tutti a sparare con moschetti e mitra e a lanciare bombe a mano, finendo con lo sparare gli uni contro gli altri, scambiando i loro colpi con quelli del presunto nemico, che non c’era”.
La sparatoria durò tutta la mattinata.
Verso la “mezza”, i militi, finite le munizioni e stanchi, si ritirarono col loro morto e due feriti.
Ma prima di scendere per Collepino, minacciarono di morte la famiglia del contadino della casa vicina, il quale si difese molto bene, dicendo: “Le prime vittime dei tremila partigiani slavi, siamo proprio noi. Noi che veniamo continuamente saccheggiati minacciati di morte”.
Anche a questa brillante tattica militare e astuzia partigiana, non si farà attendere la rappresaglìa nazifascista, come si dirà più avanti.
Per Milan e il suo gruppo fare la guerra non significava soltanto “mettere del piombo nel corpo del nemico”, come ironicamente usava dire, o mettere a repentaglio la propria pelle, guidare gli uomini nel combattimento, così come nelle attese snervanti su monti innevati, al freddo e alla fame. Era anche questo.
Ma, soprattutto, era prepararsi e preparare gli animi dei compagni, “darsi una ragione nobile per il dopo”, per “la fine della guerra” per “gli anni della pace”, per realizzare la più ampia partecipazione popolare alla vita politica e sociale, nella consapevolezza che “I Tempi maturano verso qualcosa che muore e qualcosa che nasce” .
E lì, tra i partigiani, stava morendo qualcosa e qualcos’altro nasceva.
“Noi stiamo costruendo su queste montagne il futuro dei nostri figli e nipoti, affinché loro possano vivere un presente migliore”, aveva detto, Milan, in qualche momento di riposo, ai suoi brigatisti.
“Le ultime parole di Milan le sentii mentre ero presso un contadino, non lontano da Spello.
Mi fissava col suo sguardo limpido e acuto; e fissava contemporaneamente i figli del contadino: “Tutto perché questi bambini non abbiano a vedere il mondo che abbiamo visto noi”, disse. (da “Il Partigiano Milan, di Enzo Rossi).
Verso la prima metà di giugno 1944, pochi giorni prima che giungessero gli Alleati a liberare Foligno e Spello, il Comandante con la sua brigata stava preparando un piano per liberare, dal campo di concentramento di Campello, i civili italiani catturati durante i vari rastrellamenti e pronti per essere deportati in Germania.
Il piano non fu portato a termine per il sopraggiungere di una crisi cardiaca a quel giovane dai capelli biondi e gli occhi azzurri, il cui debole cuore già da tempo lo costringeva a fermarsi durante le lunghe e dure salite sul monte, perchè non riusciva a tenere il passo dei suoi partigiani.
Lo porteranno, clandestinamente, prima all’ospedale di Foligno e poi a quello di Perugia, dove morirà dopo qualche mese.
Con Milan moriva un ragazzo, come tanti, che aveva scelto di fare la sua “piccola” guerra di Liberazione sul Subasio.
Chi lo conobbe ricorderà “le rose rosse che non mancavano mai sulla sua tomba” nel cimitero di Perugia, dove aveva voluto essere sepolto, affinché le sue ossa, un giorno, fossero mescolate a quelle dei contadini umbri, “nel grande ossario comune”.
(1) Da una lettera di denuncia di Balilla Bordoni del 30.8.1945, indirizzata al CLN, si racconta che il 24 ottobre 1943 “nel rastrellamento a Collepino parteciparono circa 370 fascisti al comando di un console e di un maggiore di Assisi”. Nella stessa lettera si afferma che “nella notte del 12−13 gennaio 1944 alle ore 2.30 un plotone di trenta militi, tra fascisti e tedeschi, penetrò violentemente nella mia casa arrestando me e mio fratello più piccolo, Antonio, sottoponendoci ad interrogatori a suon di nerbate”.
Redazione, Partigiano montenegrino sul Subasio, indymedia, 24 aprile 2005

Una garitta del campo di Colfiorito – Foto di Andrea Martocchia, Op. cit.

Di più di 1500 internati nel campo di concentramento delle Casermette di Colfiorito – antifascisti jugoslavi in grande maggioranza originari del Montenegro, deportati per essersi opposti alla occupazione italiana delle loro terre – circa 1200 scapparono al calare del buio il 22 settembre 1943. Questi fuggiaschi, assieme a migliaia di altri provenienti da decine e decine di simili campi e luoghi di confino e prigionia, trovarono rifugio e protezione da umili e coraggiose famiglie di contadini e montanari nelle località più remote della dorsale appenninica, dove parteciparono ai primi fuochi della Resistenza italiana.
[…] Almeno 360 prigionieri delle «Casermette» <38 non partecipano all’evasione, nell’illusione che sia prossimo l’arrivo delle truppe alleate: tra di loro c’è lo stesso «capo campo» Milo Djindjinovic. Una ventina di questi scappano il giorno dopo; solo il giorno 28 arrivano i tedeschi, che deportano in Germania 280 prigionieri – è possibile che il campo di Pissignano fosse utilizzato come tappa di transito a tale scopo. <39 Una quindicina degli ex internati di Colfiorito risulteranno invece ricoverati all’Ospedale di Foligno, <40 altri trasferiti a Sforzacosta. <41
Tra le destinazioni in Germania, dove i prigionieri furono prevalentemente messi ai lavori forzati, sono nominate nella memorialistica Versen (letto Ferzen) presso Meppen (Osnabrück), Hesepe (Hezepa), Mauthausen, Kremendorf presso Münster, Bohort, Gierlitz… <42
I fuggiaschi di Colfiorito troveranno solidarietà e riparo presso le famiglie contadine e montanare della dorsale appenninica, che soprattutto nei più giovani di loro riconoscevano la sorte simmetrica dei loro stessi figli, dispersi nei territori invasi dal Regio Esercito dopo la capitolazione dell’8 Settembre. Gli ex-reclusi in maggioranza prenderanno parte attiva alle azioni di tutte le principali formazioni partigiane di Umbria, Marche e Abruzzo, ed in qualche caso ne rappresenteranno persino l’ossatura: battaglioni «Tito» della Brigata Gramsci in Valnerina, banda Filipponi a Sarnano, battaglione Stalingrado nel Pesarese, formazione di Ettore Bianco nei Monti della Laga… oltre che ovviamente alcuni battaglioni della IV Brigata Garibaldi di Foligno e della successiva Brigata Spartaco.
Da subito un ruolo preminente nella Brigata Garibaldi di Foligno è assegnato proprio a un giovane e fiero montenegrino sfuggito alle «Casermette» […]
A recarsi da Milan vicino a Spello – dove si era insediato con altri partigiani – era stato Enzo Rossi, su incarico di Armando Fedeli, capo della Federazione comunista di Perugia.
Così Enzo ricorderà trenta anni dopo: <44
«[…] Ogni mattina Milan portava il gruppo su una delle due strade sotto i Colli di Spello. Egli impugnava una pistola, forse gliel’avevo portata io da Perugia, e così armato si piazzava in mezzo alla strada; i giovani di Spello e quelli di Foligno erano distribuiti a distanze opportune nei campi lungo la strada, nascosti con i loro moschetti e bombe. Gli attacchi erano fatti ad automezzi militari tedeschi isolati. Si piazzavano vicino alle curve, Milan aspettava in mezzo alla strada con la pistola puntata contro l’automezzo. I tedeschi, pur sorpresi, non si sono mai fermati. Milan balzava di lato e poi sparava sul serbatoio se era in vista. I giovani sparavano a loro volta contro gli uomini. Qualche automezzo, incendiato da Milan, si rovesciava più avanti. Il gruppo scompariva tra la vegetazione su per le colline e tornava presso i contadini. […]
All’alba di un certo giorno sentirono un vociare lontano in alto. Si allacciarono e videro sulla grande costa del Subasio venir giù confusamente e con clamore le camicie nere. […] Milan scese e risalì sulla cima del cucuzzolo e si fece vedere. I militi si diressero gridando verso Milan. Milan si distese, mirò e uccise un milite. Gli altri si gettarono in terra e strisciarono dietro i cespugli e gli alberi al margine della depressione accerchiando il cucuzzolo […] Appena piazzati iniziarono la sparatoria in direzione della cima del cucuzzolo, praticamente livellata alla loro quota. Accadde così che i militi, in cerchio appena aperto verso il torrente, sparando al centro sparassero gli uni in direzione degli altri con mitra e bombe a mano scambiando i loro colpi per quelli di un nemico numeroso. La sparatoria durò “no al pomeriggio. La tattica di Milan fu di non far fermare la sparatoria e appena si fermava, nel silenzio sparava lui un colpo verso i militi che aveva davanti e così la sparatoria si riaccendeva vivace. Milan sparò in tutto sei colpi, ne aveva diciotto. Ebbe i suoi pantaloni zuavi traforati in entrata ed uscita da tre colpi di mitra o mitragliatrice, che sfiorarono tutta la gamba senza toccarlo. Io vidi i fori sui suoi pantaloni. Un altro milite rimase ferito da Milan. Verso sera i militi si ritirarono con il morto e il ferito. […] Partiti i militi, comparvero allegri i contadini della zona, tutti amici di Milan, e i nostri giovani; avevano sentito la sparatoria e si erano radunati a valle del torrente in attesa, tutto il giorno, mentre in una casa le donne preparavano tagliatelle e polli, sperando. Così ci fu un cenone trionfale. […] Quando tornai in missione di collegamento, lo trovai da solo presso un contadino non lontano da Spello; i suoi compagni non ricordo dove fossero. Ci sedemmo sull’erba vicino alla casa. Erba? Eravamo d’inverno ma il ricordo di Milan mi si illumina sempre di sole e di erbe e di alberi con foglie. È evidentemente un ricordo psicologico. Eppure anche lui stava per morire; ma era sempre splendente nella sua forza e nella sua fede. Fu l’incontro nel quale mi raccontò dei due attacchi dei fascisti e dei tedeschi. Due ragazzini del contadino stavano con noi, come noi fossimo di casa, ed ascoltavano. Ad un certo momento si sentirono dei passi sul terreno, di qualcuno che veniva nella nostra direzione. Milan fece una faccia durissima, balzò in piedi rigido con la pistola in pugno: guardava con occhi terribili verso quel rumore di passi. Poi si addolcì, aveva visto un uomo conosciuto. Mi guardò, guardò i ragazzini, la sua pistola, poi ancora me che ero rimasto immobile e seduto, ero disarmato, e disse: «Tutto perchè questi bambini non abbiano a vedere il mondo che abbiamo visto noi». È una frase che con quella immagine di Milan ho sempre ricordato e mi tornò violenta quando 27 anni dopo stava morendo mio figlio Paolo diciannovenne, colpito dalla violenza fascista. <45 Ventisette anni erano passati e anche i bambini contadini di Spello saranno stati uomini maturi. Non rividi più Milan, ma anche questo non è presente alla memoria. La memoria lo segue sempre nella sua primaverile attivissima presenza».
[NOTE]
38 Questo il numero fornito dai fuggiaschi M. Miloševic e R. Bojovic in una lettera oggi conservata presso il DACG, cit. in Nardelli e Kaczmarek 2011, p. 32.
39 Ibidem.
40 Ibidem.
41 Cfr. il contributo di S. Mearelli in Conti e Mulas 2002.
42 Cfr. Ivanovic 2004b, pp. 250ss, Nardelli e Kaczmarek 2011, pp. 46–47 e 85, e fonti ivi citate.
43 Milan Tomovic (Donja Ržanica presso Berane 1921, Perugia 1944) con Drago Ivanovic aveva già condiviso l’internamento a Tepa e a Foggia, dove aveva guidato lo sciopero dei detenuti per cui avevano rischiato la fucilazione (v. Nota 18). Non era stato tra i primi fuggitivi del 22 settembre, forse perché era tra quelli convinti che l’arrivo degli Alleati fosse prossimo, o forse perché già ricoverato all’Ospedale di Foligno per la sua tubercolosi. Alla sua memoria è stata in anni recenti intitolata la sezione ANPI di Perugia
44 Gli stralci che seguono sono tratte dallo splendido articolo di Enzo Rossi Il partigiano Milan, apparso nel fascicolo Antifascismo e Resistenza nella Provincia di Perugia di «Cittadino e Provincia», Gruppo III, Anno V (Giugno 1975), ed. Amministrazione Provinciale di Perugia.
45 Enzo Rossi è dunque il padre di Paolo Rossi, ucciso dai fascisti sulla scalinata di Lettere dell’Università «La Sapienza» di Roma nel 1967.
(a cura di) Andrea Martocchia, La lotta antifascista dei prigionieri di Colfiorito, Fascicolo in occasione del Convegno (Colfiorito, 22 settembre 2018), Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia Onlus, 2018

Milan Tomović nasce vicino Berane (Montenegro) nel 1921. Comunista. Studente. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la successiva invasione della Iugoslavia il padre, ricco industriale, decide di emigrare negli Stati Uniti. Sceglie di non seguirlo e rimane in Montenegro con la madre e i fratelli. Brillante studente universitario in Filosofia, nel 1940 entra a far parte della Skoj (Savez Komunističke Omladine Jugoslavije, Lega della gioventù comunista jugoslava) e inizia il suo impegno nella Resistenza, partecipando alla grande insurrezione anti-italiana iniziata il 13 luglio 1941. In uno dei tanti scontri a fuoco, viene gravemente ferito alla gola, portandone poi segni permanenti. Nella primavera del 1942 viene arrestato nei pressi di Berane e tradotto in un campo sul litorale albanese, non lontano da Scutari. Tradotto successivamente in Italia, viene destinato al campo di Colfiorito (Foligno, Pg). Nell’autunno 1943, quando il campo di Colfiorito ha cessato di funzionare a seguito della fuga in massa nella notte fra il 22 e il 23 settembre, Milan si trova, insieme a un compagno di prigioniia montenegrino, ricoverato – sotto stretta sorveglianza – all’ospedale di Foligno, a causa di un aggravamento delle sue già precarie condizioni di salute. Qui entra in contatto con il gruppo che si va organizzando sopra Spello per iniziativa di Luciano Formica, Marcello Formica, Antonio Bordoni, Balilla Bordoni, Benito Balducci e Persiano Ridolfi. Il contatto avviene grazie a Marcello e Giorgina Formica, che conoscono Milan in ospedale mentre prestavano assistenza alla madre malata e lì ricoverata. Insieme a loro entra subito in azione, dimostrandosi fra i più determinati. A fine novembre 1943 il gruppo subisce un forte rastrellamento e deve abbandonare la base di Colpernieri (Spello, Pg), indirizzandosi verso il nucleo principale della IV brigata Garibaldi Foligno. Nel dicembre 1943 Milan è costretto ad un nuovo ricovero, in clandestinità, all’ospedale di Foligno per tubercolosi. Ad inizio febbraio 1944, con la riorganizzazione e definitiva strutturazione della brigata, entra nel battaglione che di lì a due settimane viene intitolato ad Angelo Morlupo, sotto il comando di Franco Lupidi. Il gruppo si divide ben presto in due, una parte al comando di Luciano Formica, l’altra ai suoi ordini. Ad inizio marzo è costretto di nuovo ad abbandonare la lotta per un riacutizzarsi della malattia. Muore all’ospedale di Perugia, dove era stato portato sotto falso nome, il 22 marzo 1944. Sepolto nel cimitero civico, nel 1973 viene traslato al Sacrario degli Jugoslavi di Sansepolcro. Nel maggio 2011 gli viene co-intitolata, insieme a Mario Bonfigli, la sezione cittadina di Perugia dell’Anpi.
Tommaso Rossi, Tomović Milan, Dizionario Biografico Umbro dell’Antifascismo e della Resistenza

Il 14.6.1944 a S.Giovanni di Collepino il gruppo degli uomini di Milan, con una azione fulminea, fecero tre prigionieri tedeschi, di cui uno riuscì a fuggire buttandosi giù da una scarpata tra il fitto bosco sottostante.
La rappresaglia fu immediata.
Il giorno dopo arrivarono 6 tedeschi a bordo di un camion. Rovistarono le case e i fienili e fecero radunare nella piazzetta, Angela Landrini, (che intanto avvisato in tempo il marito riuscì a farlo fuggire), suo padre Agostino, Amleto Rappaccini, (un ragazzo neanche diciottenne), Ottorino Salari, claudicante (fratello del Senatore), Lorenzo Lucantoni, militare non riconsegnatosi e una donna, moglie di un ferroviere, sfollata di Valtopina, di origine tedesca.
Furono messi al muro sotto la minaccia delle armi: “Dove ribelli?”; “Banditen, kaputt!”, gridavano”.
La signora di Valtopina, che parlava bene il tedesco, gli fece capire che non c’erano i partigiani.
Allora, fecero salire sull’ automezzo, Lorenzo, Amleto e la donna e partirono, lasciando vecchi e bambini.
Agostino Landrini, che intanto s’era nascosto, li seguì fino al mulino di Buccilli, così come farà la madre di Lorenzo.
Anzi essa, che non era presente al momento della cattura di suo figlio, arriverà fino al comando a Valtopina, perché convinta di trovarlo.
Invece, si sentirà dire che “tutti i prigionieri sono già in marcia verso la Germania”.
“Che cosa ci ha fatto questa guerra!”, ripeteva la signora col cuore straziato dal dolore, ritornando a casa.
Dei tre deportati di S. Giovanni non si saprà mai più niente. Il loro destino rimane ancora oggi nella parola “dispersi”, che è più pesante della stessa morte.
Oggi di Lorenzo e Amleto sono rimasti i loro nomi scritti su una lapide, assieme ai caduti di S. Giovanni nella Prima e Seconda Guerra Mondiale, “per la ferma volontà di mia madre che aveva espresso il desiderio di ricordare suo figlio al 50° anniversario della scomparsa.”
Redazione, Spello durante l’occupazione tedesca, indymedia, 24 aprile 2005

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