Verso la fine dell’inverno del 1944 si assistette a una ripresa degli attacchi gappisti in Roma

Roma: una vista dal Circo Massimo

La forza ciellenista principale artefice della lotta antifascista a Roma fu, come detto, il Partito Comunista che, appurata l’impossibilità di giungere a una decisione collegiale univoca sull’organizzazione della guerriglia urbana, decise di svolgere in maniera autonoma la lotta armata. A tal scopo sin dal novembre ’43, anche su sollecitazione dei dirigenti settentrionali del partito che lamentavano la scarsa operatività delle squadre comuniste nella capitale <137, l’organizzazione militare del partito capitolina- alla cui guida vi era Amendola- stabilisce la costituzione dei Gruppi di Azione Patriottica, più noti con l’acronimo di GAP. Vi era un Gap per ogni zona. Per primi vennero costituiti i Gap delle zone centrali (i cd. Gap centrali), il “Pisacane”, il “Gramsci”, il “Garibaldi”, il “Sozzi”. La struttura organizzativa dei Gap centrali era molto verticistica; al comando della struttura vi era Antonello Trombadori, sotto cui vi erano i coordinatori delle squadre (Carlo Salinari era il responsabile dei Gap Gramsci e Pisacane, mentre Franco Calamandrei era il responsabile dei Gap Garibaldi e Sozzi), infine ciascun Gap aveva il proprio comandante <138. La grande operatività delle brigate comuniste nella Capitale fu dovuta alla felice intuizione di Amendola di arruolare nei Gap le nuove leve, e quindi quella generazione di giovani iscritti al partito estranea dalle lotte del passato, pressoché del tutto sconosciuta alla polizia politica; esponenti di spicco di questa nuova generazione erano Franco Calamandrei, Trombadori, Bentivegna, Mario Fiorentini, Carlo Salinari e poi un manipolo di donne, giovanissime, come Maria Teresa Regard, Marisa Musu e Carla Capponi. Tutti questi gappisti condividevano, oltre che la giovane età, anche l’estrazione sociale medio o alto borghese e la provenienza dai quartieri più culturalmente stimolanti della Capitale; anche questa caratteristica era il frutto di una precisa scelta di Amendola, il quale, consapevole che i tedeschi erano soliti andare a cercare nei quartieri popolari gli esecutori di azioni di guerriglia urbana, decise di affidare a questi insospettabili ragazzi della borghesia intellettuale l’esecuzione delle azioni di lotta più audaci <139, lasciando così i tedeschi – che faticosamente si affannavano a scovare “sovversivi” laddove di solito vi erano sempre stati, ovvero nelle periferie – interdetti e a lungo incapaci di capire chi li attaccasse. Ciò non toglie che anche uomini delle fasce popolari della città non abbiano dato il loro contributo alle azioni del Gap centrale. Come già sottolineato l’omicidio del sergente Schmidt aveva segnato un vistoso salto di qualità della lotta armata comunista. Prova di ciò ne è il fatto che nel giorno seguente, il 18 dicembre, le bande comuniste misero in atto ben due clamorosi attentati; il primo fu attuato alle ore 20 all’interno della trattoria “Antonelli” in via Fabio Massimo (Prati), che secondo i gappisti era solita essere frequentata da tedeschi e “collaborazionisti”. Il bilancio dell’attentato, che fu provocato dal lancio all’interno della trattoria di uno spezzone esplosivo, fu di nove morti e sette feriti, la cui nazionalità è però oggetto di controversia; il resoconto della Procura parla di vittime solo di nazionalità italiana, mentre i libri di memorie di alcuni partigiani comunisti esaltano l’azione indicando tra le vittime “otto militari della Wehrmacht”, con il chiaro intento di amplificare le azioni di guerriglia ai tedeschi al fine di incoraggiare i propri militanti e attrarre nuovi combattenti. D’altro canto però il fatto che nei vari resoconti redatti dal PCI sull’attività partigiana e nei libri di memorie dei protagonisti di quella lotta non siano mai indicati i nomi degli autori di quell’attentato avvalora la tesi che di vittime tedesche alla trattoria non ve ne furono e che probabilmente anche gli stessi dirigenti del partito fossero assai dubbiosi della riuscita dell’azione; azione che in sostanza colpì solo italiani, bollati come “collaborazionisti”, quando nessuno di essi risultava essere legato ai corpi armati o alle forze di polizia della RSI e il loro unico legame con i tedeschi consisteva nel fatto che essi avessero riposto positivamente a uno degli appelli tedeschi per il reclutamento di manodopera e che quindi fossero “operai del servizio del lavoro” sotto la dipendenza del Comando Tedesco di stanza presso la caserma dei Carabinieri di via Legnano <140 (oggi via Carlo Alberto Dalla Chiesa, che è la prosecuzione di via Fabio M. oltre viale Giulio Cesare). Molto più efficace nel colpire i tedeschi fu il secondo attentato di quel giorno, provocato da parte di Bentivegna che, giunto in pazza Barberini in bicicletta dopo aver percorso la discesa di via Barberini, lanciò uno spezzone in mezzo alla folla di soldati tedeschi appena usciti dal cinema, dove avevano assistito a uno spettacolo a loro riservato, cagionando otto perdite tedesche e diverse feriti e dandosi alla fuga in via del Tritone <141. In dicembre l’attivismo comunista fu sempre molto alto come dimostra un’altra grande azione condotta da un membro del Gap “Pisacane”, in questo caso Fiorentini, che il 28 dicembre in pieno giorno percorse tutto il lungotevere Gianicolense in bicicletta e arrivato all’altezza del portone del carcere di Regina Coeli (che si trova in via Lungara, una via sottostante al Lungotevere) gettò l’ordigno che aveva in tasca di fronte all’ingresso del penitenziario; l’esplosione dell’ordigno provocò sette morti e venti feriti tra i militari <142. La conseguenza di tale azione fu che il comando tedesco dal giorno seguente impartì ai soldati l’ordine di fare fuoco contro le biciclette che non si fermavano all’alt e pochi giorni dopo ne disposero il divieto d’uso in tutta la città, causando così grandi disagi nella popolazione.
L’offensiva invernale dei Gap (seconda metà di dicembre e gennaio) colse di sorpresa i tedeschi che, sentendosi padroni della città dopo le severissime misure adottate nei primi due mesi di occupazione che erano valse a reprimere ogni tentativo di opposizione all’occupante, avevano sottovalutato enormemente le capacità dei nuclei partigiani <143. I nazisti d’altronde non poterono contare sulla cooperazione della polizia italiana, la quale in parte per incapacità di alcuni suoi funzionari, in parte per i forti sentimenti antitedeschi vivi in molti di essi e in parte poiché altri membri della Questura fiutarono che molti degli antifascisti che erano incaricati di reprimere sarebbero diventati l’élite politica che avrebbe guidato il paese nel dopoguerra e che quindi era meglio non esporsi troppo nella loro persecuzione, fu decisamente inoperante <144. A ciò va aggiunto che uomini della polizia a ogni livello gerarchico coltivavano segretamente rapporti di complicità con uomini della Resistenza, come ne è testimonianza l’episodio della fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli il 24 gennaio, reso possibile dall’eroico coraggio del medico del carcere, il socialista Alfredo Monaco, e della moglie Marcella. Superato il momento di sbandamento, alla fine di gennaio i tedeschi ritrovarono la forza per contrastare efficacemente il gappismo. In primis Maeltzer scelse il rastrellamento come strumento per installare la paura nella popolazione e dissuadere i partigiani dal compiere nuovamente azioni di guerriglia; il 31 gennaio i nazisti agli ordini del colonello delle SS Kappler procedettero a un grande rastrellamento nell’area compresa tra la stazione Termini, piazza dell’Indipendenza e via Nazionale, a seguito del quale catturarono 2000 persone. Ma poco dopo essi compresero che i rastrellamenti non avevano svolto efficacemente la loro funzione di deterrente alla lotta partigiano, anzi avevano provocato l’effetto opposto, e in breve giro smisero di adoperare tale strumento, ricorrendo a un inasprimento della risposta repressiva, sotto i cui colpi iniziarono a cadere anche membri del PCI <145. Il 29 di quel mese un’irruzione tedesca nell’abitazione del professore del liceo Cavour Gioacchino Gesmundo ubicata in via Licia (quartiere San Giovanni), sede della redazione clandestina dell’Unità e deposito dei chiodi a tre punte che i partigiani erano soliti utilizzare per rallentare gli spostamenti nazisti, causò il suo arresto. Il giorno seguente vengono fatte prigioniere da un manipolo di nazisti appostatisi là davanti anche la Regard e Lina Trozzi, le quali si erano recate nell’abitazione del professore proprio per ritirare due sacchetti di chiodi a tre punte. Tuttavia il destino dei 3 arrestati fu totalmente diverso; Gesmundo venne portato in via Tasso, sottoposto a torture di ogni genere, nonostante le quali mantenne il suo silenzio, e fu assassinato alle Fosse Ardeatine; la Trozzi verrà deportata in un campo in Germania, mentre la Regard, dichiarata estranea all’attività partigiana, fu rilasciata dopo 8 giorni di detenzione. Nei primi di febbraio continuarono gli arresti di gappisti; il 1° febbraio le SS fanno irruzione in uno stabile in via Giulia (Trastevere), laboratorio di preparazione e il deposito degli ordigni adoperati dalle bande comuniste, catturando i custodi di quel laboratorio, ovvero i partigiani Gianfranco Mattei e Giorgio Labò. Entrambi vennero portati in via Tasso, dove vennero sottoposti alle più atroci torture, che spingeranno il primo, timoroso di non riuscire a resistere per il dolore, a suicidarsi nella sua cella per non parlare. Labò venne fucilato a Forte Bravetta ai primi di marzo. Il giorno seguente, con una dinamica uguale a quella dell’irruzione in via Licia, fu sorpreso davanti all’appartamento in via Giulia Antonello Trombadori, che arrestato riuscì miracolosamente a sfuggire <146 approfittando delle esitazioni dei soldati tedeschi che, per la loro già citata poca conoscenza delle dinamiche resistenziali romane, non si erano resi conto di aver preso il capo dei GAP.
Verso la fine dell’inverno (fine febbraio-marzo) del 1944 si assistette a una ripresa degli attacchi gappisti, che in questa fase si concentrarono soprattutto su esponenti fascisti. Testimonianza di questo rinnovato “interesse” nei confronti dei fascisti è l’ardito piano di uccidere Giuseppe Pizzirani, da pochi giorni nominato vicedirettore del PFR nazionale, il quale in veste di commissario straordinario del Fascio romano si era distinto per il suo zelo nel collaborare con i tedeschi, a cui regolarmente denunciava antifascisti ed ebrei. Per quanto riguardo la data e il luogo del tentato omicidio vi sono alcune discordanze tra le testimonianze dei vari gappisti coinvolti nell’azione (per l’importanza speciale del bersaglio si era deciso di affidarla a un gruppo di 5 partigiani, Calamandrei, Capponi, la Musu, Fiorentini e Franco Di Lernia); si può concordare che la versione più realistica- semplicemente perché quella più in linea con il verbale steso dalla polizia accorsa sul luogo- sia quella della Musu, che colloca l’azione il 18 febbraio in via Cheren (quartiere Triste-Nomentano), dove aveva luogo l’abitazione di Pizzirani147. La dinamica dell’azione è difficile da ricostruire per le differenze con cui viene raccontata nelle testimonianze dei partigiani coinvolti. In linea con l’orientamento volto a mettere fuori gioco i più tenaci esponenti della RSI è l’agguato teso il 22 febbraio al commissario di polizia Armando Stampacchia, il quale per la sua forte opposizione al movimento antifascista era stato mandato a reprimere lo stesso nell’area più politicamente calda delle borgate a sud di Roma. Il tentativo- non andato a buon fine- fu attuato da parte dei comunisti della VIII zona che avevano lanciato invano delle bombe a mano contro la sua autovettura. Non scampò alla morte in un nuovo attentato il 25 febbraio <148.
Via Rasella e le Fosse Ardeatine
Il culmine di questo rinnovato attivismo gappista fu raggiunto con il celeberrimo episodio dell’attentato di via Rasella. La genesi di questa azione di guerriglia risale a una riunione tenuta il 17 marzo alla presenza di Calamandrei, Salinari e Fiorentini, i quali, compiaciutisi per la riuscita dell’attentato in via Tomacelli ai militi fascisti che il 10 marzo sfilavano in corteo, il quale aveva provocato 3 morti e diversi feriti <149, avevano deciso di programmarne un altro il 23 marzo come risposta della Resistenza antifascista alle celebrazioni fasciste che avrebbe avuto luogo in occasione dell’anniversario della nascita dei Fasci di combattimento. Inoltre in tale riunione essi concordarono che in tale data avrebbe avuto luogo anche un’azione di guerra contro i tedeschi; sotto impulso di Amendola si individuò la 11° Compagnia del III Battaglione del Bozen- corpo di spedizione armata formato da soldati arruolati in Alto Adige e adibito a Roma principalmente a funzioni di polizia e ordine pubblico- il quale ogni mattina si spostava a piedi per raggiungere un campo di addestramento al tiro e faceva ritorno il primo pomeriggio <150. Proprio questa sua quotidianità lo rendeva un bersaglio facile, cosa che i gappisti non si lasciarono sfuggire […]
[NOTE]
137 Lettera di Pietro Secchia contenuta in LUIGI LONGO, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1973, pp.125-126
138 A.PAVIA, Una cronologia, cit., pp.31-32
139 G.RANZATO, La liberazione cit., p.186
140 Ivi, pp.187-190
141 Ivi, p.196
142 Ivi, p.198
143 Ivi, p.230
144 G.RANZATO, La liberazione cit., p.235
145 Ivi, pp.246-247
146 Ivi, pp.248-250
147 G.RANZATO, La liberazione cit., pp 349 e 351
148 Ivi, p.355-356
149 CARLA CAPPONI, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Il Saggiatore, Milano 2009
150 G.RANZATO, La liberazione cit., p.369
Guglielmo Salimei, Roma negli anni della liberazione: occupazione nazista e lotta partigiana, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2020-2021