Vieux Chateau e Trabuquet, dolenti cimiteri di Mentone

Vieux Chateau. Il nome del Cimitero che si affaccia sui tetti di Mentone. Quasi un nido d’aquila. L’ultimo giardino per gli ospiti malati di fine ottocento in Côte d’Azur. La Grande Fâcheuse (la Morte) nascosta sotto le spoglie della tubercolosi.

Mi ero informata sulle storie degli ospiti che avrei voluto incontrare. Poi l’atmosfera del luogo mi ha catturato e ho vagato come nel bosco, un bosco di antichi cipressi seguendo la luce del sole. Una luce che attraversava griglie ferrose rettangolari, che come gabbie aperte proteggevano le tombe, permettendo alle anime di uscire. Qualcuna come una culla aveva una cupola con merletti di ferro per un ulteriore e ultimo segno di protezione.

La posizione su una collina tronca, con i sentieri che si inerpicano verso la cima, quasi un ultima Via Crucis Faticoso salire e scendere per l’abbandono delle cure da parte dei vivi, dove frane del terreno non recenti sono nelle mani impietose del tempo.

La statua della principessa polacca Janine, 27 anni cerca di volare verso il cielo e il mare azzurro che stanno proprio sotto di lei. Ma il marmo le blocca i piedi.

Non ha avuto, la Fâcheuse, neppure pietà per due giovani sposi russi. Ernst ed Helene. Morti insieme per restare insieme. Lei, suicida, per seguirlo in un viaggio di nozze senza fine. Un ‘Europa unita e riunita almeno in quel luogo.

A ovest un panorama a lungo raggio sulla costa francese, ad est su quella italiana. Peccato non abbiano più occhi per goderne. Lontani salgono i rumori soffusi dalla città con i piedi nel mare. I tetti sembrano voler scivolare sulla spiaggia. Un pomeriggio di epifania in compagnia di scrittori, diplomatici, musicisti, compositori, principi e principesse, generali e filosofi e mentonesi senza appartenenza se non alla loro terra a cui sono tornati.

Così scriveva Wiskava Szymborska

………….
L’ ETERNITÀ DEI MORTI DURA
FINCHÉ CON LA MEMORIA VIENE PAGATA.
VALUTA INSTABILE. NON PASSA ORA
CHE QUALCUNO NON L’ ABBIA PERDUTA.
…………..

Dalla poesia Riabilitazione

Il secondo cimitero di Mentone, più in alto del Vieux Chateau, che si ritrova così ai suoi piedi.

Ancora più impegnativa la salita per guadagnarne l’ingresso. Il Trabuquet così si chiama, perché in passato era la cima di un colle dove i cacciatori mettevano trappole agli uccelli di passaggio. Ora accolgono uomini che saranno stati cacciatori di sogni. Scale, viottoli ripidi, oasi di verde, ancora scale. Verso il Paradiso? Appeso su fasce e fasce a cingere la collina, dove il vento non riesce a far tremare quelle lapidi, come fa con le fronde degli ulivi. Una Babilonia di stranieri, a rappresentare tutto il mondo conosciuto. Poi si viene colpiti da una distesa di croci bianche oltre mille, nella prima grande fascia. Hanno la stella, la falce di luna e il loro nome e la provenienza. Mali, Sudan, Niger, Madagascar, Indocina.

Diciottomila combatterono, una cifra che fa rabbrividire. Sono i Tirailleurs morti per la Francia nel primo conflitto mondiale. Hanno terminato la loro vita a Mentone dove feriti in guerra erano ricoverati. Una statua in bronzo di un soldato a rappresentarli tutti. Sporco di fango il viso e l’uniforme. I tratti del viso delle varie etnie mescolati e lo sguardo rivolto verso la terra d’origine Gaspard Mbaye, un giovane africano, cercando il nome del primo soldato sepolto, ha scoperto recentemente che più di 600 di loro non hanno nome e riconoscimento.

Una discriminazione che ha sentore di noncuranza o razzismo. Subito il pensiero si sposta ai nostri giorni. Pare che nulla abbia cambiato in meglio gli uomini. Francesi senza memoria, alle frontiere non accolgono i discendenti di quei popoli che hanno sfruttato e che sono morti in nome della Francia. Si prosegue con un pezzo di marmo sul cuore. E a seguire altri prati, altre infilate di croci bianche, Verdun, Marne, Champagne. Non solo Tirailleurs, ma soldati francesi e di altre provenienze. Uno di quei Tirailleurs, sopravvissuto, ha scritto un libro di memorie. Si chiamava Bakary Diallo. Deceduto nel suo paese di origine, il Niger, nel 1976. Sulla collina non mi aspettava il paradiso, ma l’inferno in terra. I cimiteri a saperli interrogare sono libri di storia.

di Gridellino

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