Sul “Prospetto della flora ligustica e dei zoofiti del mare Ligustico”

Le ricchezze vegetali per cui il nostro suolo è ripetutamente cercato dai botanici d’oltremonti , già ci furono per la più parte additate dall’Allioni, dal Bertoloni e dal Viviani, le cui opere non periture io non istarò a inventariare, perchè notissime a tutti i cultori dell’amabile scienza. Per lo stesso riguardo vogliono essere ricordate la Flora Ticinese di Balbis e Nocca, che comprende porzione delle piante appennine, l’elenco delle stirpi chiavaresi del Turio, le tre centurie di piante della Liguria occidentale, le sole pubblicate, del Badarò, e le dotte memorie del Balbis, del Bellardi, dell’Avé-Lallemant, si che mi parrebbe di poter asserire, esserci conosciute le piante che abbelliscono il nostro territorio, quantunque non siano state riassunte in un quadro di uniforme disegno da raffrontarsi colle Flore dei paesi limitrofi.

Il carattere della vegetazione della Liguria si trova egregiamente ritratto nella dotta prefazione alla Flora Libica del chiarissimo Viviani ( Flora Libicae Specimen, Genuae 1824), nè alcuno io credo gli vorrà contestare, non essere la nostra Flora che la plaga settentrionale di quella vasta regione che lo stesso autore, sull’orme dell’immortale De Candolle, ha designato col nome di cratere mediterraneo, e the abbraccia l’ultimo lembo del continente Europeo, dell’Asia settentrionale occidentale, dell’ Affrica boreale, bagnato dalle acque del mare mediterraneo.

E sebbene la Flora ligustica ne’ suoi limiti settentrionali si connetta per insensibili sfumature alla transapennina, nel modo stesso che le piante del litorale Adriatico irradiano molto addentro nella vallata del Po, per cui incerto è il confine che separa la regione subalpina dalla mediterranea, non per questo m’ arride 1’opinione dello Schouw, il quale nel suo abbozzo di trattato di Geografia Botanica, le accomuna, sotto il nome di regione delle Cariofìllée e delle Labiate, in uno stesso riparto.

Ben è vero che la comparsa di alcune piante della Flora mediterranea in qualche punti del campo di vegetazione subalpino, quali sarebbero le rive dei laghi insubrici e del Benaco, i colli Veronesi e dell’alto Novarese, parrebbe appoggiare 1opinione del benemerito botanico Danese; ma né le specie erratiche, nè gli ulivi, né l’alloro, né il cipresso, né l’Agave americana che l’industria ha propagato nelle accennate località di eccezione, sono titolo plausibile a dichiarare uniforme il carattere di due contrade che differiscono per tant’ altri rapporti. E dico località eccezionali le siffatte, perocché in esse i momenti favorevoli allo sviluppo di piante di aliene regioni, nascono dal fortuito concorso di alcune peculiari condizioni, delle quali dove una fallisca, come ha già osservalo il chiarissimo Barone Osali, la natura riprende al tutto il suo abituale vestito. Perché nei nostri giardini prosperano allo scoperto, ed anche in piena ferra, moltissime specie originarie del Cairo e dei tropici , si dirà forse che le spiagge del Mediterraneo partecipano dell’indole degli accennati paesi?

I rapporti delle diverse provincie del cratere mediterraneo, l’uniforme sembianza del loro carattere, le vie onde le specie dalle parti australi dello stesso cratere, procedendo lunghesso gli opposti litorali ne raggiungono l’estremo confine, mentre alcune dalla Sardegna e dalla Corsica tragittano ai nostri lidi, né altrove appariscono; il fatto di specie che comuni ad amendue le spiagge , si spingono a un’altezza sensibilmente maggiore nel lato occidentale; di specie tuttavia ristrette nella cerchia delle isole, non isfuggirono punto alla perspicacia dell’illustre Viviani.
Ma questi riscontri riflettono le specie veramente native del litorale mediterraneo, che quanto alle arvensi, pei motivi che in altro mio scritto ho prodotti, e anzi tutto pel fatto, che le piante annuali si veggono quasi sempre compagne ai cereali , ed esulando con essi oltrepassano bene spesso i confini della Flora mediterranea e delle alpi , io sono d’ avviso ci siano venute dalle sterminate pianure dell’ Asia settentrionale, nella stessa maniera che dalle regioni del Caucaso, veggiamo ogni giorno approdare tra noi peregrine dapprima non viste. Però, il ripeto, lo stato primitivo della Flora di una data regione si dovrebbe dedurre dalla vegetazione dei terreni non ancor dissodati, e nel caso nostro dalle dune, dai pascoli, dalle selve che dal litorale conducono alle vette più elevate dell’ Apennino e delle Alpi marittime. Se non che importando al presente di conoscere i prodotti naturali del nostro paese, omesse le induzioni comunque evidenti, mi terrò a rilevarne le masse come elle si trovano, non che gli elementi onde sono composte.

Già dalle nostre mura e dalle rupi che specchiansi in mare, inghirlandate dei cespugli della Cineraria maritima , del Crithmum, dell’Euphorbia Characias e Pithyusa , della Malcolmia incana, del Daucus gummifer, degli enormi cesti dell’Agave americana: dai fitti tappeti dell’elegante Lamarckia aurea, dai dorati capolini dell’Hyoseris radiata e del Sonchus tenerrimns, dall’Arisarum vulgare, dall’Umbilicus pendulinus, dal Lepidium procumbens, dall’ impassibile Alyssum maritimum , che si abbarbicano alle pareti delle case o ne ammantano i tetti, ci si appalesa il carattere della Flora ligustica, il cui aspetto generale, se io m’appongo, vedesi compendiato nelle circostanti alture, che quasi immensi scaglioni , in mille sensi interrotti, per mille braccia concatenati , disegnano il fondo dell’incantevole panorama che si svolge alle spalle della nostra città.
Alla foce degli attigui torrenti , o nel breve passo dei colli che quinci e quindi dolcemente declina alla spiaggia, a cui fanno corona alcune poche specie marine (Medicago litoralis. Arenaria marginata, Salsola kali , Euphorbia peplis ecc.), nei siti non per anco guadagnati alle fertili ortaglie, al canneto, al vitigno, frequenta malaugurata famiglia di piante spinescenti ed infeste, lo Scolymus maculatus, la Centaurea aspera, pouzini e calcitrapa, il Cardiincellus lanatus, l’Inula viscosa ecc., tra le quali serpeggiano talvolta grami tappeti di tenue verzura, in cui dominano il Trifolium nigrescens e il fragiferum, il Lolium perenne, la Poa annua, la Bellis perennis, finalmente ne’ siti depressi fecondati da qualche rigagnolo, il Cyperus badius , il Ranunculus repens, il Sium nodiflorum, la Glyceria fluitans, la Veronica Anagallis , l’Juncus compressus e il glaucus ecc.
Sui poggi che indi succedono si alternano con varia vicenda le selve, le macchie, i pascoli, i vigneti, gli ulivi. Gli ulivi lunghesso il litorale si adattano a tutte le esposizioni soleggiate, purché lambite dalla brezza marina, epperò si veggono in ischiera quasi mai interrotta vestire le falde dei colli, seguirne le sinuosità, internarsi nelle profonde vallèe ed elevarsi fin oltre i mille piedi d’altezza sulle balze che ne chiudono il fondo.
Ma all’ aprirsi dell’ampie vallate, sui versanti battuti dalle nordiche bufere, già prevalgono gli oscuri colori della Flora silvestre dell’interno Apennino, e veggiamo i castagneti, i querceti, le fitte macchie dell’ Ostrya toccare ai confini delle esposizioni riserbate agli ulivi, e per poco innoltrarsi fin presso la spiaggia.
Coi cereali e i legumi che simultaneamente coltivansi, o tra i ben condotti filari delle viti, o all’ombra dei pallidi ulivi, i quali costituiscono uno de’ rami di maggior importanza della Ligure agricoltura, nel tempo stesso che da sé soli caratterizzano fortemente il cratere mediterraneo, ne vennero ai nostri colli le specie che forse in origine non vi aveano stanza.
Porterò per esempio, come quelle che oltre i confini del nostro territorio non trovano tutte le condizioni indispensabili alla lor diffusione: il Lathyrus ochrus, la Nigella damascena, il Dianthus velutinus, la Silene nocturna, il Ranunculus muricatus , la Stachys hirta , l’Hippocrepis ciliata, tra le quali, soverchiato l’angusto orlo dei pensili camperelli (fasce) a cui sono ristrette, veggonsi le piante native, come se accennassero di volere riguadagnare il terreno d’onde furono escluse. Tali sono le specie che popolano tuttavia i pascoli aprici, la Silene italica, l’Hyoseris radiata, il Brachypodium pinnatum, l’Astragalus monspessulanus, la Ruta chalepensis , il Poterium sanguisorba, il Picridium vulgare e simili.
Oltre i chiusi ci si presenta una scena le cui infinite variazioni dipendenti dall’ inclinazione, dall’esposizione, dai mille accidenti del suolo, non è ovvio il ritrarre. Dalle balze franate e scoscese gremite dei cespugli dello Spartium junceum, del Cytisus spinosus, del Cistus salvifolius, dell’Erica arborea, del Mirto, della Coriaria, del Lentisco, della Lonicera implexa ed etrusca; fra cui lussurreggiano l’Helianthemum fumana, l’Ononis minutissima , il Thymus vulgaris, l’Helyclirysum angustifolium, gli Andropogon hyrtus, pubescens, distachyos, l’Asparagus acutifolius, quasi sempre avvinghiato dagli spinosi sarmenti della Smilace aspra; o allo spianarsi d’un burrone, o al volgere di una china, sottentrano con subito passaggio la selva od il pascolo, o si confondono il pascolo, le macchie, le selve.
Nelle selve troviamo promiscuamente, o in gruppi separati, il Quercus ilex e pubescens, l’Acer campestre, l’Erica arborea, l’Arbutus unedo, l’Ostrya vulgaris, il Fraxinus ornus, i quali presentansi molte volte sperperati per le brulle pendici, quasi a conferma della popolare credenza, essere state le circostanti giogaie rivestite una volta di densissima selva.
Ne’ pascoli, e all’aprico in ispecie, riboccano l’Anemone stellata, la Dantonia provincialis, il Trifolium montanum, il rubens, l’ochroleucum, la Catananche coerulea, la Polygala rosea, la Carex glauca e gynobasis ecc. , le molle Orchidèe dai fiori sfoggiati e bizzarri, la notissima Ophrys bertolonii , l’aranifera , l’arachnites , l’Orchis morio, pyramidalis, provincialis, brevicornu, la Serapias lingua e la neglecta, laddove il Limodorum abortivum, l’Anemone trifolia, l’Epipactis ovata e microphylla, l’Orchis bifolia, la Convallaria polygonatum, ecc. , riparansi al rezzo delle arbori frondose poco fa mentovate.
Benché nelle nostre colline siano rare le fonti profuse di molte acque, nondimeno in margine dei rigagnoli, o ne’ concavi piani che raccolgono le piogge, frequenti nelle miti invernate, non è raro il vedere lo Schoenus nigricans, lo Scirpus holoschoenus , la Phragmites communis, la Carex vulpina e l’Juncus acutus, che invano cercheremmo alla spiaggia a cui in altre località si direbbe obbligato.
Partitamente citerò, nelle nostre adiacenze, quei giardini risplendenti per rare e venustissime specie, gli erbosi clivi soggetti alle mura del lato occidentale della città, che assortite in brev’area accolgono l’Iris juncea e Sisyrinchium, la Romulea bulbocodium, l’Allium chamaemoly e il pendulinum, la Tulipa clusiana, il Narcissus intermedius, l’Iris tuberosa, la Scilla peruviana; i colli di Marassi e Montaldo, questi per l’Orys funerea, la Phalaris truncata, l’Aceras antropophora, quelli per l’Ophrys lutea e l’apifera e la ritrosa e rarissima Isias triloba.
Poggiando infine alle maggiori alture qua e là ci si affacciano le orme prime della Flora montana; l’Antennaria dioica, l’Arnica, l’Alchemilla, la Centaurea montana, le Dentarie, e seco loro la Gentiana campestris e l’acaulis, il Veratrum album, l’Iris graminea, l’Orchis globosa, massime al declinare degli alti piani verso l’opposto pendio. Pel quale scendendo di balza in balza alle valli soggette, troviamo una scena di più svariati colori, sebbene le masse che ne disegnano il fondo, fuor gli ulivi e le specie che gli sono compagne, siano in monte le stesse che osservammo dianzi, ma in proporzioni sensibilmente maggiori. Qui il nitido musco e le umili eriche (Erica vulgaris) si contendono le sterili zolle; qui ci rallegra l’inattesa comparsa di alcune pianticelle, cui forse non avremmo domandate che alle selve più opache delle interne montagne.
La Pulmonaria officinalis e l’angustifolia, l’Erythronium dens canis, l’Orobus variegatus, la Luzula nivea ed albida, il Petasites albus, l’Anemone nemorosa, la Rosa pumila, l’Helleborus viridis, il Lithospermum purpureo-coeruleum, che digradando alle falde dello stesso pendio, tuttavolta listate dai ridenti vigneti, si associano alle specie del litorale, le quali serpeggiando pel greto degli indomati torrenti, non solo si spargono per le vicine convalli, ma riescono eziandio a valicare le più alte giogaie, e a raggiungere le pianure che dalle radici dell’ Appennino si stendono alle rive del Po.
Più volte ho veduto, maravigliando, il Crithmum maritimum, la Campanula medium, la Catananche coerulea, il Convolvolus cantabrica, il Linum strictum , l’Helichrysum angustifolium, il Teucrium polium, spaziare allo sbocco delle valli nel vicino Monferrato; e a due mila e più piedi dal livello del mare, su dirupi per poco inaccessi, la Valerianella auricula, la dentata, l’olitoria, la Bifora radians, lo Scleranthus annuus, il Galium litigiosum, il Trifolium striatum, l’Arenaria serpyllifolia, la Veronica arvensis, l’Herniaria glabra.
Cotesta è a un di presso l’assisa della flora de’ nostri dintorni.
Sui monti che ci stanno da tergo si riproduce talora , ma con tinte alquanto sbiadite , qualche tratto del quadro che prospetta la spiaggia, poiché i vigneti e le messi coltivansi frequentemente a ragguardevoli altezze: ma raggiunte le creste che si diramano dalla catena centrale, là d’onde si dominano a un tratto e l’instabile pianura del Mediterraneo e la vallata del Po, e la fuga delle Alpi eternamente nevose, troviamo il carattere della vegetazione totalmente cambiato.
Floridi pascoli smaltati di peregrine stirpi montane: la Gentiana lutea, la cruciata, la verna, il Ranunculus aconitifolius e Villarsii, la Potentilla halleri, la Viola heterophylla, l’Anthemis montana, la Pedicularis comosa, l’Adenostyles alpina, la Nigritella angustifolia, ecc., poi le macchie in cui primeggiano la Lonicera alpigena, il Rhamnus alpinus, il Ribes alpinus, la Rosa alpina, o i vetusti faggeti, le intere selve di cerro, di Alnus incana e viridis, od assortiti l’Acer pseudo platanus, il Cytisus alpinus, il Carpinus betulus, il Pyrus Aria, le tiglie.

Nelle due riviere le masse primarie ci presentano, in genere le gradazioni or ora discorse, se non che, mano a mano che ci allarghiamo verso i loro confini, il carattere della flora mediterranea, o sia per il concorso di circostanze più favorevoli alla vegetazione, o per le migliori condizioni del suolo, o per le ragioni dal chiariss. Viviani divisate, si spiega con più vivi colori.
Seguendo il litorale a ponente, a brev’ora dalla nostra città, veggiamo sulle spiagge arenose, tra i frammenti delle foglie e dei rizomi delle Zostere, e tra l’alghe che il fiotto irato svelle dagli arenosi fondi, l’Eryngium maritimum , l’Echinophora spinosa, la Silene nicaeaensis, il Triticum farctum , il Convolvulus soldanella, l’Euphorbia paralias, la Festuca uniglumis, e più oltre la Silene sericea, il Corynephorus articulatus . il Pancratium maritimun, il Chenopodium maritimum, la Statice limonium, la Salicornia herbacea, l’Otanthus maritimus, ecc. , la Paronychia argenthea, di cui qualche cespo col Trifolium cherleri e la Molinia serotina, già apparisce nelle esposizioni più apriche dei colli di Sestri.
Nei campi oleiferi e nei vigneti, molte sorte di Medicago, l’Helix la pentacycla , la scutellata, ecc., l’Andryala sinuata, e superato il Capo di Noli e nel lungo tratto da Finale al Varo, qua e là la Silene fuscata e corymbifera, il Convolvulus evolvuloides , il pentapelaloides e il pseudotricolor, l’Astragalus pentaglottis, il Centranthus Calcitrapa, la Medicago circinnata, l’Ononis cherleri , il Tordylium apulum e cent’altre interessantissime specie.


Scarseggiano nel nostro territorio le paludi, ciononostante la Flora ligustica può gareggiare colla subalpina, se non pel numero, per il pregio delle sue piante palustri. Infatti ne’ luoghi inondati e negli stagni delle grandi spianate alle foci dell’Entella, della Magra, del Varo, dei dintorni d’Albenga, nei paduli montani, abbiamo eletta schiera di Cyperacee; lo Scirpus pungens e il litoralis, il Cyperus olivaris, il Monti, il difformis, la Carex extensa, divisa, maxima, provincialis, il Cladium germanicum, i Scirpus, le Heleocharis, gli Eriophorum, l’Juncus maritimus, la Nymphaea, L’Hydrdrocharis, il Butomus, la Menyanthes ecc., i molli Potamogeton tra cui il plantagineus , l’oblongus , il pectinatus.
Finalmente se dagli estremi confini delle due riviere, lasciate a tergo le spiagge ed i poggi oleiferi, quindi pei colli del contado di Nizza, famosi per l’Iberis ciliata e linifolia, per l’Onobrychis saxatilis, la Ballota spinosa, quinci pei monti della Spezia pel Gottro, il Montenero ed il Penice, raggiungiamo di nuovo le creste della catena centrale, per ricondurci via via fino al punto d’onde siamo partiti, e sugli altissimi gioghi delle Alpi marittime, e per poco sugli Apennini confinanti allo Stato Parmense, ci eleviamo al livello delle nevi perpetue. La Dryas octopetala , l’Astragalus aristatus, il Senecio parviflorus, il Salix reticulata, il serpyllifolia, la Gentiana nivalis, la Vitaliana primulaeflora, la Cherleria sedoides, la Petrocallis pyrenaica, l’Androsace carnea e l’obtusifolia,
il Ranunculus alpestris, seguieri, glacialis, pyrenaeus, le molte Sassifraghe, abbondano nell’Alpi marittime: ma nello stesso tempo la Potentilla valderia, il Lamium pedemontanum, la Saxifraga pedemontana, l’Iberis nana, l’Helianthemum, lunulatum, la Silene cordifolia e campanula, l’Achillea herba rota, l’Avena fallax, l’Arenaria tetraquetra e striata ecc., tutte forme che particolarmente contrassegnano quest’ultimo tratto della catena delle Alpi fino al punto in cui si congiunge al minor Apennino.

I Larici, gli Abeti, il Pinus cembra, il sylvestris, l’uncinata, frequenti per l’alte convalli completano il quadro.
L’Apennino esso pure assume le divise della vegetazione alpina, ma indecise ne sono lo forme, o in qualche tratti accenna delle relazioni colla Flora delle vicino Alpi Apuane, come ne fanno fede la Stellaria saxifraga e la Daphne qlandulosa, il Doronicum columnae, la Robertia taraxacoides, il Senecio laciniatus, il Crocus medium , la Festuca apennina , la Cardamine chelidonia, l’Astragalum syriacus, che a mia notizia non furono ancora vedute nell’Alpi marittime.
Considerando nel suo insieme la gran tela che abbiamo sfiorato di volo in questa breve rassegna, si potrebbe ripartire in più zone secondo i limiti onde sembranmi circoscritte le masse che in essa prevalgono. Le spiagge o la regione riserbata alle piante marittime; la zona degli ulivi, dell’Arbutus Unedo, delle Phillyrea, del Quercus Ilex , della Ceratonia, che descrive una linea che nel suo andamento flessuoso or discende fino all’estremo margine del lido, ora s’ eleva ben oltre i mille piedi d’ altezza; la zona superiore agli oliveti occupata per lo più dai pascoli, dalle macchie, dai querceti, dai castagneti ecc.; il campo della vegetazione montana dal limite inferiore dei Faggi fino alle creste dell’Apennino; infine nei più alti Apennini del lato orientale, e nelle Alpi marittime principalmente, oltre il limite dell’Juniperus nana, col Pinus uncinata e il Cembra, la Petrocallis pyrenaica, la Vitaliana, lle Androsace, le Sassifraghe ecc., tocchiamo al limite della regione alpina. Ma le esposizioni, la direziono delle correnti atmosferiche, le acque, il suolo, la temperatura ne modificano a ogni passo i caratteri, e molte ed incalcolabili ne risultano le aberrazioni.
Nell’Appennino, per esempio, su cui le nevi fanno corta dimora, situati a una latitudine più australe delle Alpi, i Faggi che dovrebbero stanziare a un’elevazione maggiore, scendono non di rado ad un livello sensibilmente più basso che nelle Alpi, e già si veggono al nord delle nostre colline, alla condizione di tozzi cespugli, a un’altezza minore di quella a cui giungono gli ulivi sull’opposto pendio.

Gli stessi Larici si addimesticano direi quasi nelle nostre montagne, poiché perfino nei monti Bobbiesi, spopolati per l’addietro da vastissime selve di conifere, benché rarissimi, mi ha assicurato il distinto agronomo Sig. Esuberanzo Buelli esisterne pur oggi dispersi qua e là sui dirupi delle più opache e recondite valli.

Egli è quindi a torto che il chiarissimo Schouw nel suo lodalissimo lavoro sulle Conifere d’ Italia sostiene che il Larice non si riscontra nell’Apennino.
D’altra parte fa sorpresa il vedere come alcune delle piante erbacee, che diffuse per tutti i campi d’Europa, si accomodano a tutte le località, a tutte le esposizioni, a tutte le temperature , nel nostro territorio si trovino circoscritte in area limitatissima. Cosi il Papaver argemone, il Dianthus armeria, la Malva alcea, l’Holosteum umbellatum, l’Avena micrantha, il Delphinium consolida, il Melampyrum arvense, il Thlaspi arvense, il Lepidium ruderale, la Cerinthe minor, l’Agrostis spica venti, la Nigella arvensis, la Filago arvensis, frequenti nelle interne vallate, rare volte si mostrano nei campi del litorale.

L’Erigeron canadense è meno ritroso, ma al di qua de’ monti in generale e surrogato Eschenbachia ambigua. Ma forse fin qui non si può plausibilmente far ragione di coteste eccezioni, perocché non si sono abbastanza studiate nelle loro abitudini le piante campestri, e principalmente in ciò che concerne i rapporti tra la durata delle fasi della loro evoluzione, e il modo o dirò meglio le gradazioni con cui si alternano le stagioni nelle singole loro località.
Più capricciose nelle loro abitudini mi sembrano l’Astragalus cicer, il Cynoglossum officinale, l’Eranthis hyemalis, la Centaurea alba, il Tribulus terrestris, l’Artemisia camphorata, l’Arabis albida la quale migrando dalle rupi del lontanissimo Tauro s’è rifugiata nelle gole degli Apennini di Genova.
L’ Artemisia camphorata dal Monferrato s’interna nell’Apennino fino a raggiungerne la sommità sopra Isola e Ronco, ma non riesce a sorpassarlo se non oltre Savona. La Centaurea alba che per lo più le è compagna s’è propagata in tutto il campo della flora subalpina, mentre l’altra dai colli del Veronese e del Bresciano, evitata la Lombardia, valica il Po procedendo obliquamente da levante a sud-ovest. L’Eranthis hyemalis che sformatamente infesta le campagne del Vogherese e del Monferrato segue a un di presso lo stesso andamento. L’Amaranthus prostratus che frequenta le stesse località del Chenopodium murale il quale è comunissimo appiè delle case in tutti i luoghi abitati d’ Italia, non vedesi od è rarissimo in Lombardia. Lo Smyrnium olusatrum, il Conium maculatum, il Chenopodium urbicum, il Lepidium ruderale, ecc. ecc., sotto questo punto di vista, benché vili e trivialissime specie, sono anch’esse meritevoli di molta attenzione.
Sarebbe pur utile, non solo per la storia parziale di ogni specie, ma eziandio per avere nuovi dati a valutare le influenze che il suolo ed il clima possono esercitare sugli individui di una medesima specie, il raffrontare partitamente le piante della nostra flora a quelle dei Paesi vicini. Vedremmo nell’Apennino il Ranunculus lanuginosus , che pel letto del Bisagno s’avanza fin presso le porte di Genova, spogliare la sua irsuzie e mentire una specie diversa; il villarsii grandeggiare e accennare un passaggio al gouani: la Rosa alpina pararsi dei colori della rubrifolia; la Tamarix africana allungare i suoi grappoli in modo da simulare la gallica: il Brachypodium distachium intisichire nei pascoli erbosi, e trasformarsi per così dire nel subtile: il Dianthus atrorubens nel balbisii, l’Arenaria rubra nella marginata, il Convolvolus sepium nel sylvestris, l’Orchis mascula nella brevicornu , la Serapias longipetala nella neglecta, e via dicendo.

Le quali forme di transizione, intorno a cui mi diffonderei volontieri se il consentisse lo spazio di questi cenni, potrebbero per avventura presentare de’ risultati di un qualche valore per la filo-geografia.

Nell’elenco che segue ho portato in corsivo le specie comuni alla Flora ligustica e all’insubrica, come dall’elenco del chiarissimo Barone Cesati inserito nelle notizie naturali e civili sulla Lombardia pubblicate in Milano in occasione della sesta Riunione degli Scienziati Italiani. Colle virgolette intendo distinguere le specie cui si può presumere essere state introdotte nel nostro territorio coi cereali e le merci tratte dalle provincie australi del cratere mediterraneo dall’oriente.

Finalmente in calce di ogni famiglia ho riferite le specie che ho trovato indicate dagli autori siccome native della Liguria, ma che mancano tuttavia nella mia raccolta, non che negli erbarii dei Sigg. Dottori Casaretto, Rosellini, Berti, Savignone, dei Sigg. Panizzi, e Rev. Padre De’ Negri, dei Sigg. Chiappori e Carrega che io ho potuto consultare quantunque volle ho voluto.

di Giuseppe de Notaris, Prospetto della flora ligustica e dei zoofiti del mare Ligustico, Genova, Tipografia Ferrando, 1846

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