A pilotare i contatti tra Salvadori e l’Ovra furono i servizi segreti inglesi

[…] Roderick Bailey è un brillante storico che insegna ad Oxford ed è specializzato in ricerche sulla resistenza durante la II Guerra Mondiale. Oltre che essere un uomo di lettere ha pure imbracciato le armi, combattendo con l’esercito britannico in Afghanistan. Per scrivere questa sua opera, “Target Italy” ha esplorato ciò che resta degli archivi del SOE, l’organizzazione segreta di guastatori creata da Winston Churchill allo scopo di ‘mettere a fuoco l’Europa’ occupata dalle forze dell’Asse. […] Massimo Salvadori Paleotti, appena sbarcato in Sicilia al seguito delle truppe Alleate, si rese conto che molti credevano la Gran Bretagna il vero nemico, un sentimento condiviso dagli americani d’origine irlandese e italiana e, in una sua relazione al SOE, scrisse: “Alcuni locali sembrano istruiti da coloro che ci credono il vero nemico, mentre il fascismo, il nazismo… sono solo problemi secondari. Per loro il vero nemico è l’imperialismo britannico, dal quale gli Stati Uniti proteggeranno tutti i buoni siculi. Nessuno vuol essere reclutato dal SOE, per la gran parte combattere con noi equivale a tradimento e combattere per un’Italia libera e democratica è ridicolo. Per loro combattere contro i tedeschi è comprensibile, ma perché rischiare la vita per togliere le castagne dal fuoco agli Alleati?”
Avendo saputo che le forze Alleate erano a Fermo, nelle Marche, da Monopoli corse dal padre, che non vedeva da molti anni. Il suo genitore era sempre stato un anti fascista, che era finito malmenato da una squadraccia di camicie nere negli anni venti. Max Salvadori entrò verso sera nella villa in cui era cresciuto, con il cuore in tumulto: “Qualcuno stava camminando sulla veranda. Spalancai la porta e salii sulle scale. Nella penombra udii queste parole: agente straniero! Era la voce di mio padre che parlava come fra sé e sé. Indossava la sua solita vestaglia nera, mi sfilò accanto scendendo le scale e poi svanì nelle tenebre che calavano. Quello fu il mio bentornato a casa.” Suo padre, un vecchio liberale, lo considerava un traditore della Patria e anche negli anni seguenti rifiutò di rivolgergli la parola.
L’unico difetto che vediamo nel libro di Roderick Bailey è una visione della storia in bianco e nero: par quasi che i buoni stiano tutti da una parte e i cattivi dall’altra.
Angelo Paratico, Il golpe segreto di Badoglio, Castellano protagonista e la verità su Max Salvadori, Corriere della Sera, 21 maggio 2014

Il 1929 rappresenta una data fondamentale per l’antifascismo democratico: la nascita di “Giustizia e Libertà” per iniziativa di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Alberto Tarchiani, infatti, riqualifica l’antifascismo non comunista, che fa un notevole salto di qualità sul piano della lotta al fascismo, visto il fermo proposito di creare una rete clandestina in Italia e di fare di questa il principale strumento d’azione all’interno della nostra penisola.
Max Salvadori aveva conosciuto Salvemini nel 1926 e, per suo tramite Carlo Rosselli poco dopo la fuga da Lipari. Il giovane aderisce a “Giustizia e Libertà” sin dalla sua costituzione. Anni dopo, durante un convegno sul Partito d’azione, spiegherà così i motivi della sua adesione: “partendo da concezioni liberali, incline al positivismo empirico di Bertrand Russell e John Stuart Mill, agnostico “cosmopolita”, assertore convinto della democrazia liberale, nella quale tutti hanno diritto di cittadinanza[…], contrario ad ogni forma di dittatorialismo a destra come a sinistra, era naturale prendere parte al movimento giellista” <2.
Salvadori attribuiva alla classe dirigente prefascista la responsabilità per l’avvento della dittatura e, per quanto riguardava il fuoruscitismo, si dimostrava critico nei confronti degli esuli, i quali, limitandosi a sollevare questioni sui giornali esteri, non incidevano nei fatti sulla politica italiana <3.
“Giustizia e Libertà” con il suo slancio diretto all’azione “era diversa, il movimento, composto non da politici di professione, ma di persone convinte della necessità di agire” rappresentava per il giovane, appena ventunenne, il naturale sbocco per la sua lotta contro il fascismo, che sarà condotta in certi momenti in maniera assai singolare e personale. Egli si allontanerà da “Giustizia e Libertà” tra il 1938-1939, a seguito del prevalere della “tendenza socialista” all’interno del movimento dopo la morte di Carlo e Nello Rosselli.
La seconda guerra mondiale lo vedrà ancora schierato nella lotta al fascismo ma sul campo delle forze alleate britanniche, come membro del SOE, una branca dei servizi segreti inglesi.
[…] Tuttavia i riflettori attorno alla figura di Salvadori si sono accesi con la pubblicazione nel 2004 del volume di Mauro Canali “Le spie del regime” <7 e con le violente polemiche che ne seguirono e che ebbero come teatro di scontro dapprima i quotidiani nazionali e successivamente un altro convegno organizzato dalla Società operaia di Porto S. Giorgio, dal significativo titolo “Max Salvadori. Diplomazia segreta e antifascismo <8”. Ricostruire nella sua interezza e complessità il dibattito comporterebbe una trattazione a parte, non è questa la sede per soffermarsi in maniera esaustiva, tuttavia è necessario dare un breve cenno che ci permetta di cogliere in linea generale i nodi cruciali di esso. Canali si è imbattuto nei documenti conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato, nel fondo della Polizia Politica, che attestano contatti di Max Salvadori con l’Ovra risalenti al 1939-1941: per Canali il periodo in questione coincide con l’interruzione, da parte di Salvadori, di qualsiasi attività antifascista <9. Il “cedimento” al regime di Max Salvadori di quegli anni era stato preceduto da un altro, avvenuto nel 1932 testimoniato dalla richiesta di grazia che Salvadori invia dal carcere a Mussolini.
Ma perché nel 1939 Max Salvadori fa questo passo? È plausibile come sostiene Canali, che visto il crescente dissenso rispetto all”ambiente degli esuli maturato in quegli anni, nella consapevolezza che i genitori in Italia erano nelle mani del regime, di fronte alla prospettiva di un impossibile rientro in Italia Max abbia avuto un “temporaneo disorientamento morale e politico nella lotta al Fascismo” <10? Le posizioni di Canali sono state contestate da Massimo L. Salvadori <11, Massimo Teodori <12, Pietro Craveri <13 e Mimmo Franzinelli <14. Secondo Massimo L. Salvadori, i documenti provenienti dal National Archives di Londra, dimostrerebbero che a pilotare i contatti tra Salvadori e l”Ovra furono i servizi segreti inglesi, ai quali Max si era presentato per offrire la sua collaborazione nel 1938. Ma i documenti attestano il suo arruolamento ufficiale nel Soe nel 1943 e, secondo Canali, il progetto proposto da Salvadori ai servizi segreti, dal titolo “Propaganda in Italy” <15, venne dagli inglesi bocciato perché ritenuto pericoloso. Perché Salvadori nella sua autobiografia fa cenno a queste vicende solo di sfuggita? Franzinelli cita un memoriale (custodito da Clement Salvadori, il figlio di Max) del 29 novembre 1939 in cui egli, convinto di rimpatriare in missione segreta si premurò ad annotare i contatti intercorsi con la polizia del regime. “Il documento, scrive Franzinelli, sarebbe servito in caso di arresto a ristabilire i contorni della verità attorno alla missione dello stesso Salvadori, per salvaguardarne la memoria”. Inoltre Franzinelli cita un altro documento che accerterebbe che Salvadori lavora quale emissario della British Intelligence sin dal giugno del 1940. Canali è recentemente tornato sull”argomento in una pubblicazione apparsa su “Nuova storia contemporanea”, confutando ulteriormente la posizione di Franzinelli e riaffermando, sulla base del file personale di Salvadori, il Soe record of service <16, che la sua attività come agente della British intelligence e il conseguente rientro nella lotta politica avviene solo nel febbraio del 1941. La questione rimane dunque aperta.
Il dibattito sui “cedimenti di Max Salvadori <17” riassume tutta una serie di problemi legati all’approccio metodologico: ognuno degli studiosi intervenuti, infatti, per sostenere la propria tesi si serve di documenti a loro dire inconfutabili, ma che, a ben guardare, sono i medesimi da entrambe le parti. Il motivo di scontro principale è dato dunque dall”interpretazione stessa delle fonti: non soltanto dei documenti archivistici, ma anche dell”autobiografia dello stesso Salvadori.
[NOTE]
2 Max Salvadori, Il filone centrale, in L’azionismo nella storia d’Italia 1946-1953 a cura di Lamberto Mercuri.
3 M. Salvadori, Resistenza e Azione. Ricordi di un liberale, Bastogi, Firenze 1990, pag. 62.
7 M. Canali, “Le Spie del Regime”, Il Mulino, Bologna 2004.
8 P. Concetti, C. Muzzarelli Formentini (a cura di ), Max Salvadori una vita per la libertà, Andrea Livi Editore, Fermo 2008. Il volume raccoglie il dibattito sul “caso Salvadori” attraverso una serie di articoli pubblicati su “La Repubblica”, e parte degli interventi dei relatori al convegno citato, svoltosi a Porto S. Giorgio il 6 maggio 2005.
9 M. Canali, Le spie del regime, op. cit. pag. 404-409.
10 Id. I cedimenti di Max Salvadori in “Liberal” n.27, Dicembre- Gennaio, 2004/05, pp. 126-127.
11 M. L. Salvadori, Max Salvadori. Un’antifascista che non fu mai una spia. Ecco i documenti, in “La Repubblica”, sabato 28 maggio 2005., Id., La vera storia di Max, in “La Repubblica “ venerdì 8 luglio 2005.
12 M. Teodori, Max Salvadori, il fascismo, la guerra, in “Max Salvadori. Una vita per la libertà”, op. cit. pag. 69-79.
13 P. Craveri, Max Salvadori e le derive revisionistiche denigratorie senza senso storiografico, in “Max Salvadori. una vita per la libertà” op. cit. pag 81-86.
14 M. Franzinelli, Max Salvadori: una spia del regime?!?, in “Italia contemporanea”, n.238, marzo 2005, pp. 87-107
15 Propaganda in Italy in favour of the allies National Archives, Foreing Office 371/ 23787. Si tratta di un memoriale che Max Salvadori presentò ai servizi segreti il 29 settembre 1939 per proporre un intervento in direzione dell”Italia volto a cercare di vagliare la possibilità che vi fossero frondisti all”interno del regime, disposti ad impedire che l”Italia entrasse in guerra a fianco della Germania..
16 Soe Record of service, in National Archives, HS 9/1305/6 cit. in Mauro Canali, Leo Valiani e Max Salvadori, I servizi segreti inglesi e la Resistenza, in “Nuova storia contemporanea” , Anno XIV numero 3 maggio- giugno 2010, pp. 29- 64.
17 M. Canali, I cedimenti di Max Salvadori, op. cit. pp. 126- 127.
Alessandra Grasso, Titolo provvisorio della tesi: Max Salvadori, una biografia politica, Seminario nazionale dottorandi, Catania, 26-28 maggio 2011, www.sissco.it

Fino alla comparsa del libro di Mauro Canali “Le spie del regime”, pubblicato dal Mulino nel 2004, Max Salvadori era considerato – per usare le parole dello stesso Canali – «un personaggio di spicco dell’antifascismo militante, protagonista d’una lotta al regime fascista condotta, per quello che se ne sapeva, in modo intransigente e con grande rigore morale». Salvadori – alla cui famiglia appartengo «scendendo per li rami» (mio bisnonno e suo nonno erano fratelli) – , nato a Londra nel 1908 dal filosofo positivista Guglielmo e da Giacinta Galletti di Cadilhac e morto nel 1992 a Norhampton, USA, era fratello di Joyce, medaglia d’argento al valor militare per il ruolo avuto nella Resistenza, e cognato di Emilio Lussu. Come ha raccontato Salvemini ne “La dittatura fascista in Italia”, nel 1924, Max, quindicenne, a Firenze era stato pestato nel tentativo di difendere il padre aggredito da una banda fascista, cui era stato ordinato di impartirgli la dovuta lezione per aver pubblicato in Inghilterra articoli di critica al fascismo. Nel luglio 1932, militante di «Giustizia e Libertà», venne arrestato per attività cospirativa e condannato a cinque anni di confino. Un anno dopo fu rilasciato su pressioni dell’ambasciata britannica che fece presente alle autorità italiane che Max, oltre che italiano, era cittadino britannico; ma il giovane dovette pagare lo scotto di rivolgere una supplica a Mussolini e di impegnarsi a cessare l’attività cospirativa contro il regime. Liberato, non «onorò» la promessa al dittatore, e riprese il suo posto nel movimento antifascista. Nel 1938 lasciò «Giustizia e Libertà», che per lui, liberale di stampo inglese, si era troppo orientata a sinistra. Scoppiata la guerra mondiale, fece domanda di entrare come volontario nell’esercito britannico, nei cui ranghi entrò nel 1943 dopo resistenze dovute al fatto che egli era anche cittadino italiano. Trascorse il periodo tra il 1943 e il 1945 in Gran Bretagna, Francia, Algeria, Sicilia. Partecipò agli sbarchi di Salerno e Anzio; e nel febbraio 1945 fu paracadutato nel Nord. Fece rapidamente carriera come ufficiale affiliato ai servizi segreti britannici, fino a raggiungere il grado di tenente colonnello. Membro del SOE (Special Operations Executive), operò come ufficiale di collegamento tra gli alleati e il CLNAI e a Milano, nel crepuscolo della Repubblica sociale, ebbe un ruolo di primo piano nelle trattative tra alleati, partigiani, tedeschi e fascisti. Gli inglesi lo decorarono con la Military Cross e il Distinguished Services Order. Queste le linee essenziali dell’onorata, diciamo pure brillante, carriera di «un personaggio di spicco dell’antifascismo militante»: fino a che esce il libro di Canali, il quale scopre carte di parte fascista che lo inducono a inserire Max Salvadori nelle pagine di un volume dedicato alle spie del regime e a raccontare il caso della sua «caduta nei confronti del regime fascista». L’autore, prendendo l’avvio da fatti accaduti a partire dal settembre 1939, inizio del conflitto mondiale, afferma, documenti alla mano, che Max, presentatosi all’ambasciata italiana a Washington, pur continuando a professare ostilità al fascismo, espresse la sua disponibilità a «mettersi a disposizione del suo Paese» in un’ora tanto difficile per questo, e prese una serie di contatti con ambienti fascisti. Insomma, l’antifascista si era convertito in un patriota che poneva l’Italia, fascista o no, al di sopra di tutto. Le carte fasciste mostrano che, rotti i rapporti con gli ambienti antifascisti, Max iniziò la sua stagione di collaborazione – le cui tappe il lettore trova narrate nel libro di Canali – con il regime. Poi egli si ravvide ed entrò come volontario nell’esercito britannico. A questo punto, colui che «per quello che se ne sapeva» era un coraggioso combattente della causa antifascista, muta improvvisamente volto. La vicenda della «caduta» di Salvadori rimbalza sui grandi organi di informazione. In un’Italia che, in vena di una melassosa riconciliazione nazionale, vuole che tanti fascisti non siano stati troppo cattivi e che tanti antifascisti siano stati non così buoni e puri, anzi decisamente impuri, scoppia il caso Max Salvadori. Cito per tutti, per la sua emblematicità, un titolo comparso sul «magazine» del Corriere della Sera: “L’uomo che visse due volte: prima al servizio del Duce, poi di Sua Maestà”. Insomma, Max tradì gli antifascisti, e in primo luogo la sorella Joyce ed il cognato Lussu. In un’intervista a questo quotidiano, Simonetta Fiori domanda a Canali, riprendendo un quesito che questi aveva già posto nel suo libro: «Ma perché escludere che Salvadori agisse su indicazione di servizi segreti stranieri?». Una domanda suggerita dal fatto che Max divenne notoriamente un alto esponente dei servizi inglesi. Possibile che questi avessero accolto nelle loro file un individuo che aveva collaborato con il regime fascista dopo lo scoppio della guerra senza subodorare niente, tanto più che, secondo quanto scritto da Canali, egli era diventato un aperto propagandista a sostegno dell’Italia? Ed ecco la risposta di Canali: «Se si riesce a dimostrarlo, va bene. Ma i documenti dicono questo. Ed è quanto meno curioso che Salvadori non ne abbia mai parlato nelle sue memorie». Massimo Teodori e Piero Craveri intervengono contestando la tesi di Canali, il quale la ribadisce in numerose sedi. Su “Il Giornale” del 14 dicembre 2004 afferma che la loro difesa è «tanto appassionata quanto faziosa», dettata da «nobili motivazioni certo, ma del tutto prive di interesse in sede di dibattito storiografico» poiché non sorretta dai documenti: gli unici che contino. Sennonché l’uomo che parla attraverso i documenti è caduto in due madornali infortuni. Afferma (lo si è visto) – e questo è d’una gravità che ciascuno può giudicare da sé – che è «quanto meno curioso» che Salvadori, se mai avesse agito d’intesa con i servizi inglesi, ne abbia sempre taciuto. Ma così non è. Nelle sue memorie, dal titolo “Resistenza ed azione (Ricordi di un liberale)”, edizione del 1990, che lo studioso avrebbe potuto facilmente reperire, Max dedica molte pagine a raccontare con precisione dei rapporti da lui presi nell’autunno del 1939 con ambienti fascisti d’intesa con i servizi inglesi. Era il periodo in cui gli inglesi si arrovellavano intorno alla questione se all’interno del gruppo dirigente del regime esistesse una corrente avversa all’intervento dell’Italia, chiedendosi quale consistenza essa potesse avere e quali fossero le speranze che il nostro paese non si schierasse a fianco della Germania. Max racconta di aver preso contatto con «L. (Sir) C., funzionario del Ministero degli Esteri», il quale lo mise a sua volta in relazione con «David», la cui identità era a lui sconosciuta. Costoro e i loro collaboratori «si ponevano – con calma, ma anche con ansia – una domanda alla quale non era facile dare una risposta attendibile: era possibile far sì che l’Italia (della quale col senno di poi sappiamo che venivano esagerati forza militare ed entusiasmo fascista) non entrasse in guerra?». Max venne considerato elemento adatto a contribuire a dare una risposta; e dunque iniziò un’azione di penetrazione all’interno del fascismo inserendosi «nell’ambiente viscido della ‘diplomazia clandestina’ »: «cosa stomachevole». Egli commenta: «vi sono occasioni in cui è necessario non essere schifiltosi e questa ne era una. Troppo era in gioco. Altro che chiacchiere da caffé o da salotto: altro che fuochi d’artificio retorici! Con la macchina da guerra tedesca in azione si giocavano le sorti non solo dell’Italia e del Regno Unito (passi!), ma quelle dell’unica civiltà capace – grazie alla libertà che ne era alla base – di risolvere i più grandi problemi». Il risultato dell’azione di diplomazia clandestina fu un rapporto ai servizi inglesi contenente la valutazione che «il regime fascista non si sarebbe staccato da quello nazionalsocialista». Di tutto ciò Max dice in varie pagine delle sue memorie, di cui non era a conoscenza Canali, convinto che il fatto che egli non le avesse scritte costituissero la prova lampante del suo cedimento al fascismo proprio nell’ora in cui la sua seconda patria, la Gran Bretagna, si giocava la propria esistenza. Quando è scoppiato «lo scandalo», e varie altre penne, oltre a quella di Canali, hanno preso a montarlo alacremente, ferendo gravemente i membri della famiglia Salvadori e in primo luogo i figli di Max Clement e Cynthia, mi sono reso conto che sottolineare l’imperdonabile infortunio di Canali consistente nell’aver ignorato le pagine dei “Ricordi” che ho citato avrebbe potuto non essere sufficiente a tutelare la memoria di Max. Chi aveva intrapreso la strada di Canali avrebbe pur potuto arrivare a considerare la versione da lui data nei suoi “Ricordi” come una giustificazione a posteriori, una copertura delle male azioni compiute al servizio del fascismo. Occorreva, al fine di ristabilire la verità, ottenere i necessari documenti dagli inglesi, interessati a loro volta a stabilire se un alto ufficiale del loro esercito da essi pluridecorato fosse stato un personaggio da inserire in un libro intitolato Le spie del regime. Numerosi documenti – che tra l’altro smentiscono la tesi di Canali secondo cui Max aveva rotto i rapporti con gli antifascisti dell’emigrazione dopo l’autunno del 1939 – esistono nell’archivio di Max stesso. Ma nuovi documenti sono arrivati dai National Archives inglesi. Tra questi cito qui una comunicazione confidenziale in data 6 ottobre 1939, con intestazione Foreing Office Minute, indirizzata da Mr. Collier a Mr. Nichols, che ha per oggetto un memorandum di Max Salvadori. Nella comunicazione, protocollata come «Max Salvadori: Propaganda in Italy», il Collier – dopo aver menzionato i contatti tra autorità inglesi e Max aventi come oggetto la disponibilità di questo di essere utilizzato «in relazione agli affari italiani» e riferito di un incontro nel corso del quale Max gli ha espresso la convinzione che, fino a che l’ Italia rimane neutrale nella guerra, si renda opportuno svolgere un’ azione per contrastare la pressione tedesca a favore dell’intervento italiano – allega un lungo e dettagliato memorandum di Max «nel quale si spiega che cosa egli pensa si possa fare al fine di creare un orientamento atto a resistere alla pressione tedesca». In esso, datato 28 settembre 1939 (esattamente il momento da cui secondo Canali sarebbe iniziata l’ abiura a favore del fascismo), l’ autore prospetta tutta una serie di linee di azione, tra cui quella che sceglierà di percorrere: «il contatto personale con importanti leaders nel campo politico, economico e militare», con l’intento di far leva sui «capi fascisti che si oppongano per motivi personali alla clique filotedesca». Nel suo commento al memorandum, il Collier sottolinea che «Mr. Salvadori è un cittadino britannico di impeccabili sentimenti antinazisti». Credo che ciò in questa sede basti. Chi voglia potrà prendere visione di numerosi altri documenti, in grado di dimostrare in quale brutto abbaglio sia caduto Mauro Canali. Quando le «rivelazioni» di Canali occupavano i giornali e i periodici, una persona mi chiese se fossi per caso parente della spia fascista. Ora, avute in mano le carte ignote all’«uomo dei documenti» quando ha messo mano alle sue accuse basate sulla sua ricerca «scientifica», mi sono detto che era giunto il momento di rispondere pubblicamente. Ho ancora in mente l’ultima volta in cui nel 1989 a New York ho incontrato Max Salvadori. Era un bel vecchio, alto e signorile. La sua schiena era sempre ben diritta.
Massimo L. Salvadori, Un antifascista che non fu mai spia. Ecco i documenti, la Repubblica, 28 maggio 2005

Proprio questo particolare, a prescindere dalla ricostruzione degli eventi che, alla luce della documentazione oggi disponibile, s’intenda proporre e per la quale si rinvia ai citati lavori, ha reso oltremodo evidente che il caso di Giulino di Mezzegra rappresenta il punto di convergenza dell’azione dei servizi segreti alleati nell’Italia del nord. “Fu molto facile – proseguì lo storico nel libro intervista sopra menzionato – per gli inglesi evitare, in specie essendo nel frattempo morto Roosevelt, che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente [Max Salvadori] dei servizi inglesi, italiano di origine, che li esortò a fare presto, a chiudere in fretta la partita Mussolini. Come dire: “Guardate che se arrivano gli Alleati in tempo utile, ve lo scippano, come vuole l’armistizio” ” <6.
[…] Nel suo complesso, dunque, gli Alleati, e soprattutto gli inglesi, considerarono sempre come controparte legittima e affidabile la Monarchia e il Governo Badoglio, mentre si rifiutarono di vedere, almeno sino agli accordi del dicembre 1944, quali interlocutori politici il CLN e il suo rappresentante nell’Italia settentrionale, il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia, a maggior ragione, ove si consideri che alcuni suoi membri quali, ad esempio, il socialista Sandro Pertini ritenevano che il CLNAI non dovesse assumersi la responsabilità dell’armistizio perché non aveva quella della guerra.
[…] A tal proposito, sintomatica di tale contraddizione appare una lettera del 13 settembre 1943 che il luogotenente colonnello Cecil Roseberry, capo della Sezione italiana (J Section) del SOE, inviava all’agente, maggiore Max Salvadori, appena sbarcato a Salerno, nella quale gli si comunicavano gli ordini dello Stato Maggiore Militare britannico con riguardo ai rapporti da osservare con gli antifascisti e, in particolare, con i suoi “vecchi amici” di Giustizia e Libertà (GL). In sintesi, l’ordine era di non incoraggiare “gli agitatori politici” ovvero alcuna “strategia rivoluzionaria” o “movimento politico”: l’organizzazione doveva, da un lato, assistere il Movimento della Resistenza nel compimento di operazioni speciali oltre le linee nemiche e, dall’altro, mantenere la collaborazione ufficiale con il Governo e l’esercito italiano per il compimento di azioni militari contro la Germania, da svolgersi avvalendosi di “fidato personale militare (e non di certo operante come militare)”, ed era d’obbligo usare una buona dose di tatto e discrezione, affinché l’agenzia segreta inglese non rischiasse di “compromettersi agli occhi dello Stato Maggiore italiano”, così concludendo: “C’è un solo nemico ora. Il Fascismo è morto e noi e gli Italiani dobbiamo essere uniti per liberarci dei Tedeschi. Non può esserci pace in Italia sino a quando non vi sarà pace in Europa” <23.
[NOTE]
6 R. De Felice, Rosso e Nero cit., p. 145. Lo storico si riferiva, come si tratterà nel capitolo ottavo del presente lavoro, all’agente del britannico Special Operation Executive (SOE) Max Salvadori.
18 Massimo (Max) Salvadori, al secolo Massimo Paleotti Salvadori, fu agente di primo piano del SOE. Arruolato come “agente esterno” dalla filiale newyorkese del SOE, nel febbraio 1941, nome in codice Sylvester, lavorò al servizio della sezione operativa del SOE nel Mediterraneo. Una nota biografica di Massimo (Max) Salvadori è tratteggiata da D. Stafford, Mission Accomplished cit., pp. 3-5. La vicenda politica e umana di Max Salvadori è delineata, anche alla luce dei rapporti del SOE di recente rinvenuti nel Public Records Office (PRO) di Londra dallo storico Mauro Canali nel saggio “Leo Valiani e Max Salvadori, I servizi segreti inglesi e la Resistenza” cit.
23 La lettera di Roseberry a Salvadori del 13 settembre 1943 è riportata in stralcio da D. Stafford, “Mission Accomplished” cit., pp. 24 e 25.
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

I percorsi politici ed esistenziali di Max Salvadori e di Leo Valiani si sono incrociati in due momenti particolarmente importanti per la storia del nostro paese: tra i fuoriusciti antifascisti e nella Resistenza, e in entrambi i casi non è possibile, a mio avviso, comprendere l’importanza del ruolo svolto da uno senza esaminare il ruolo che l’altro va svolgendo o è chiamato a svolgere. I due si stimavano molto e, a partire dal loro primo incontro, nell’estate del 1942, non si persero più di vista.
Premesso ciò, è bene anticipare un elemento inedito: Leo Valiani entrò a far parte del SOE, conosciuto in Italia come Number 1 Special Force, i servizi segreti inglesi attivi durante la seconda guerra mondiale nei paesi occupati da tedeschi e fascisti, nel giugno 1943, quando era a Città del Messico, e a reclutarlo fu proprio Max Salvadori. Dalla scheda personale, il Record Sheet, depositata negli archivi del Public Record Office di Kew Garden a Londra , e oggi consultabile, è possibile leggere su di lui, dai dati scarni e dal linguaggio burocratico dei responsabili del SOE  […] Il 17 gennaio 1940, Max si presentava a Bastianini. L’incontro fu lungo e di esso abbiamo una breve sintesi dovuta a Bastianini, al quale Max riferì che “nell’attuale situazione egli, come italiano, anche se avverso al Fascismo, sente di approvare la politica del Duce che non è affatto legata, come lui ed altri ritenevano, ad interessi stranieri, ma serve soltanto l’Italia”. Per questo egli voleva “rendersi utile all’Italia, facendo della buona propaganda negli ambienti politici ed intellettuali da lui frequentati ed a mezzo di giornali e riviste che gli hanno aperto le porte”. In un secondo incontro, il 24 gennaio 1940, Max si presentava con un suo scritto sulla politica estera italiana, “destinato – come riferì a Bastianini – a essere diffuso, alla maniera inglese, in migliaia di copie indirizzate per posta ad altrettanti indirizzi”. Secondo Bastianini, lo scritto manifestava “la piena comprensione della politica estera del Duce” e descriveva “la situazione dell’Italia nel Mediterraneo facendo rilevare che qualunque fosse stato in Italia in questo momento il Regime dinanzi ai problemi che sorgono da quella situazione, avrebbe mirato a conquistare la libertà per l’Italia dei suoi traffici in tutti i passaggi obbligati ed a consolidare gli interessi italiani nei Balcani e in Africa in armonia con i diritti della esistenza del Paese e del suo sviluppo economico”. Secondo Bastianini, Max Salvadori nutriva “la speranza di poter essere riammesso nella famiglia italiana e di rientrare nel Paese”, anche se, secondo l’ambasciatore, essendo il giovane Max “intelligente e dotato di una preparazione politica e cultura non comune”, e “molto, forse troppo, conscio di queste sue qualità”, “se egli si deciderà a saltare il fosso vorrà farlo in bel modo”. In questo scritto, Salvadori riprendeva i temi filo-coloniali usati nel suo vecchio lavoro ‘L’unità del Mediterraneo’. Egli stesso accennava agli articoli pubblicati a suo tempo sulla rivista Oltremare, “alle speranze espresse in quegli scritti di vedere l’Italia conquistare il suo Impero e riprendere in Europa il suo posto, alla fede da lui sempre avuta in un ritorno di Roma al dominio morale dell’Europa”. Lo scritto, dal titolo ‘Italy and the European War’, veniva consegnato a Bastianini, il quale lo inviava a Roma, con il commento che a parte “talune precisazioni del Salvadori Paleotti sulle aspirazioni dell’Italia in Africa e che egli sostiene per la passione africana di cui sarebbe sempre stato animato, e talune considerazioni sue personali sui rapporti italo-germanici, rilevo che lo scritto del Salvadori Paleotti è indubbiamente inspirato da chiari sentimenti di italianità”. Bastianini informava che Salvadori aveva iniziato a svolgere a Londra una attività di propaganda nazionale sia “direttamente fra le sue relazioni e conoscenze” sia “a mezzo di fogli dattilografati spediti in vari circoli ed a tutte quelle persone che s’interessano particolarmente di politica internazionale”. Lo stesso scritto era oggetto di una successiva lettera di Max all’Ovra, in data 8 febbraio 1940, con la quale l’esule metteva al corrente Roma che, in linea con gli impegni presi in Svizzera con l’emissario di Bocchini, aveva deciso di fare il possibile “per chiarire e spiegare, nell’interesse superiore delle due nazioni, il punto di vista italiano presso gli ambienti responsabili inglesi con i quali sono in contatto”. Pertanto egli inviava “in plico a parte copia di un memoriale che ho circolato (sic) ultimamente ed anche copia di un articolo che dovrebbe apparire prossimamente in una pubblicazione settimanale”. Coglieva l’occasione per chiedere all’Ovra alcuni favori, subito accordatigli, tra cui l’estensione all’Inghilterra e agli Stati Uniti del passaporto restituito alla madre il 28 gennaio 1940.
Dai documenti inglesi si può rilevare che Max Salvadori presentò il documento scritto di suo pugno e esibito a Bastiniani come se fosse un resoconto delle posizioni dell’ambasciatore. Infatti Collier, nel presentarlo al responsabile del Southern Department del FO, precisava che “l’autore in queste note è il signor Bastianini stesso”. Risalta inoltre abbastanza chiaramente che Max nascondeva agli inglesi, e a Collier, anche i contatti epistolari con Roma e quelli personali avuti in Svizzera, il 12 e 13 dicembre 1939, con la polizia politica fascista, che avevano preparato i suoi incontri londinesi con Bastianini. Infatti Collier, trasmettendo la relazione a Nichols, l’accompagnava con la seguente postilla: “Max Salvadori, che tu conosci, mi ha consegnato copia di alcune sue note contenenti il punto di vista dell’attuale ambasciatore italiano, signor Bastianini, con il quale egli è ora (piuttosto sorprendentemente) in contatto”. Gli esperti del Foreign Office continuarono a opporsi a qualsiasi intervento inglese di intelligence nelle questioni italiane, sostenendo che era meglio lasciare che fossero “i moderati e la mancanza di tatto tedesca a lavorare a nostro favore”. Del resto i moderati fascisti sapevano “molto bene che se la Germania attaccasse l’Italia, essa potrebbe contare sul sostegno degli alleati” mentre un qualsiasi approccio inglese “back-door potrebbe essere utilizzato dagli estremisti”. Il Foreign Office chiudeva la pratica rivelando che comunque l’ambasciatore inglese a Roma, sir Percy Lorraine era “già in contatto con il Maresciallo Balbo e il Conte Grandi e che si può essere certi che sarà dato a loro tutto l’incoraggiamento possibile” .
Mauro Canali, Leo Valiani e Max Salvadori. I servizi segreti inglesi e la Resistenza, Nuova storia contemporanea, n° 3, 2010

Salvadori su «Mazzini News» ricorda l’impresa di Lauro de Bosis, la collaborazione di Cianca con il leader liberale italiano Amendola, la scomparsa di Luigi Albertini, definendolo “grande liberale” e cita i giudizi della stampa americana su di lui <42. Dopo un breve soggiorno in Messico, scartato una prima volta dall’esercito inglese, nonostante il doppio passaporto, viene successivamente coinvolto dai “Servizi” inglesi ed americani nella Guerra Mondiale nel teatro italiano, quale ufficiale di collegamento tra Comando Alleato e Clnai in Italia, dove svolge un ruolo di rilievo nei primi passi di vita della Nuova Italia.
42. «Mazzini News», organo della Mazzini Society, 1941-1942, a cura e con prefazione di Lamberto Mercuri, introduzione di Max Salvadori, Foggia, Bastogi, 1990, pp. 354. V.: «Mazzini News», (New York), a. 1, n. 1, 14 febbraio 1941- a. 2, n. 50, 29 gennaio 1942.
Ercole Camurani, Max Ascoli: una scelta americana in (a cura di) Renato Camurri, Max Ascoli. Antifascista, intellettuale, giornalista, FrancoAngeli, 2012

Massimo Salvadori Paleotti («Silvestri»), meglio noto come Max Salvadori (1908-1992) – membro di Giustizia e Libertà, fratello di Joyce e cognato di Emilio Lussu – era stato arrestato una prima volta nel 1932 e aveva fatto «atto di sottomissione al regime», ottenendo così di scontare solo un anno invece di cinque al confino di Ponza.
Abbandonato il domicilio coatto a Fermo, visse in Svizzera, Kenya, Stati Uniti. Nel 1941 (quindi a guerra iniziata) entrò nei servizi segreti britannici, per i quali operò in Centroamerica e Messico. Nel 1943, accolto come volontario nell’esercito inglese col grado di maggiore, partecipò allo sbarco di Salerno e fu ferito ad Anzio. Promosso colonello nel 1944 fece da agente di collegameanto tra il Comando degli Alleati e il Comando militare del Cln dell’Alta Italia. A febbraio fu paracadutato nelle Langhe e si trasferì clandestino, rischiando la vita, nella Milano occupata dai nazisti. Ivi continuò ad operare per conto dello Special Operations Executive e contribuì al processo di liberazione della città.
[…] Ebbene, Max Salvadori scrisse anche delle memorie (Resistenza ed azione. Ricordi di un liberale, Laterza 1951) nelle quali ricostruì la vicenda del proprio cedimento durante l’arresto del 1932. Non si limitò a descriverlo, ma analizzò anche le cause psicologiche del proprio tracollo senza cercarne una giustificazione. Si veda il suo racconto, fatto in terza persona:
«I motivi che spiegano – e non giustificano – l’atto che per anni gli pesò sulla coscienza. Nei momenti in cui la disperazione giungeva al colmo, in cui lo terrorizzava il pensiero di rimanere solo, rinchiuso per anni fra quattro mura nude, di essere privato per sempre delle gioie che sono il patrimonio comune degli esseri viventi, si era venuta insinuando nella mente l’idea che qualsiasi cosa era lecita pur di poter uscire, pur di poter abbandonare quelle mura maledette che lo separavano dal mondo dei vivi» (p. 103).
Aveva scritto quindi a Mussolini per chiedere un atto di clemenza, che non ottenne. E c’era stata invece la condanna al confino dal quale lo trasse la diplomazia britannica (essendo egli cittadino inglese nato a Londra).
La ricostruzione di Salvadori è molto più dettagliata e appassionante nel leggerla. Ma egli stesso tornò sulla vicenda il 20 agosto 1973, con una lettera al sovrintendente dell’Archivio centrale dello Stato, scrivendo che non se l’era sentita di far sparire il fascicolo che riguardava il proprio «atto di codardia» (come invece fu fatto da molti), «non avendo mai nascosto il fatto di essere stato vile in quell’occasione» (sue parole cit. da Franzinelli, p. 40).
Ma ciò che conta è l’esempio da lui dato: si poteva cedere al regime, si potevano anche fornire informazioni sui propri compagni, ma se esisteva uno spirito ribelle, ci si poteva rialzare, riprendere la lotta e condurla sino alla fine. Soprattutto, si poteva raccontare la verità fornendo le ragioni umane del proprio cedimento. Quale dei «gufini» sopra enumerati ha ritenuto di poter fare lo stesso, spiegando le ragioni non di un proprio cedimento dovuto alle percosse e alla paura del carcere, ma le ragioni di una militanza fascista protratta più a lungo del giustificabile per ambizioni di carriera e successo personale? La domanda non è puramente retorica.
Piero Bernocchi e Roberto Massari, C’era una volta il Pci… 70 anni di controstoria in compendio, Massari editore, Bolsena (VT), 2021