Quel libro vietato sui crimini italiani di guerra

Rispunta sul web una copia del libro dello storico Michael Palumbo che la Rizzoli decise di non fare mai uscire nonostante le 8000 copie già stampate che finirono regolarmente al macero.

Riproponiamo l’articolo che scrisse Simonetta Fiori su Repubblica nell’aprile del 1992 e che ben spiega tutta la storia del “libro vietato”…

“Quel lunedì mattina, in casa editrice tirava una brutta aria. Il libro di Michael Palumbo sui crimini dei soldati italiani continuava a produrre grane. L’ ultima – di quel lunedì – era l’ intervista a Panorama di uno dei personaggi incriminati. Ottantatré anni e un’ invidiabile lucidità, il prefetto Giovanni Ravalli respingeva, carte alla mano, le accuse di stupro, sevizie, massacri. E minacciava querela. Chi ce lo ha fatto fare?, devono aver pensato alla Rizzoli. D’ altra parte, che la materia fosse incandescente non era notizia di quel lunedì. Già tre anni prima, un programma sullo stesso argomento curato da Palumbo per la Bbc – Fascist Legacy, coautore Ken Kirby – aveva scatenato a Londra un pandemonio. Con la protesta risentita dell’ ambasciatore italiano Boris Biancheri. Il documentario denunciava per la prima volta, senza reticenze, le atrocità commesse dai soldati italiani in Grecia, Jugoslavia e nelle colonie d’ Africa. E la copertura che nel dopoguerra il potere democristiano avrebbe garantito ai criminali di guerra. Tanto per non sbagliare, la rete Uno della Rai, che s’ era assicurata i diritti, si guardò bene dal mandarlo in onda. Il documentario di Palumbo, giovane ricercatore di Brooklyn, incuriosì l’ allora direttore editoriale della Rizzoli, Gian Andrea Piccioli, che sottoscrisse con lui un contratto. Dopo un anno il libro, ricco di rivelazioni sulle malversazioni degli italiani nel campo di Arbe, in Etiopia, in Cirenaica e in Grecia, era già pronto. Palumbo aveva attinto per la gran parte agli elenchi dei criminali italiani, raccolti negli archivi elettronici delle Nazioni Unite e da lui già pubblicati negli Usa. Da allora, dalla consegna del dattiloscritto in redazione, alla Rizzoli sono cominciate le tribolazioni. “Una lunga gestazione”, la definisce diplomaticamente il nuovo direttore editoriale, Rosaria Carpinelli. “Un’ elaborazione che ha richiesto verifiche continue, accertamenti, note, un’ accurata ricerca bibliografica. Più d’ una volta abbiamo chiesto a Palumbo di argomentare meglio la sua denuncia. Insomma, è un lavoro che ci ha impegnati in una sorveglianza continua”. Una vigilanza a cui però sfugge il capitolo sul tenente di complemento Giovanni Ravalli, in Grecia nel 1941, divisione Pinerolo. Il quale viene accusato da Palumbo d’ una serie di nefandezze. Aver seviziato a morte un poliziotto greco di nome Isaac Sinagoglou. Essere solito stuprare le donne delle quali aveva fatto imprigionare i fratelli, i mariti o i padri. Aver autorizzato la tortura di settanta prigionieri greci (asportate porzioni di carne e versati olio bollente e sale nelle ferite). Insomma, addebiti da far sobbalzare il più sonnacchioso dei redattori editoriali. Ma del libro con il capitolo su Ravalli vengono diffuse le prime bozze. A marzo un quotidiano nazionale ne anticipa l’ imminente uscita: “Un libro che si preannuncia come una vera e propria bomba editoriale”, scrive profetico James Waltson sotto il titolo “Italiani bonaccioni? No, assassini”. Intanto le bozze sono finite su una scrivania di Panorama. Rapida consultazione telefonica e il giornalista Giorgio Fabre riesce ad acchiappare l’ ex ufficiale Ravalli, oggi prefetto in pensione dopo una rapida carriera nell’ amministrazione pubblica all’ ombra di Scelba e De Gasperi. “Fantasie”, liquida stizzito Ravalli minacciando querela. In casa editrice è il panico. Che fare del libro tanto atteso, che in un primo tempo doveva chiamarsi L’ Olocausto mancato, poi più morbidamente Italiani, brava gente? e infine – titolo definitivo – L’ Olocausto rimosso? Secondo una prima notizia, la Rizzoli avrebbe deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese. Con voce cortesemente ferma, la direttrice Carpinelli smentisce: “Il libro era già arrivato a uno stadio di produzione avanzato, ma non ne era stata stampata neppure una copia”. E allora che succede? Uscirà com’ era stato annunziato, a dispetto del prefetto Ravalli? “Beh, no”, risponde Carpinelli. “Ora abbiamo chiesto a Palumbo di approfondire il capitolo sulla Grecia. Lui ci sta lavorando sopra. D’ altra parte, questo è un lavoro aperto, suscettibile di continue modifiche. Non capisco la ragione di tanta curiosità”. Ma non è singolare che d’ un volume così delicato vengano messe in circolazione le bozze prima che siano state fatte tutte le verifiche? “Il libro di Palumbo è un caso, e come tale va trattato. Non sarebbe onesto farne paradigma del modo di lavorare in casa editrice. Ripeto: il libro è in gestazione, vediamo un po’ come va a finire. E’ possibile che si vada avanti all’ infinito, senza approdare a una conclusione. Insomma, un libro senza fine”. Normale, no? SIMONETTA FIORI per Repubblica 17 aprile 1992 @SimonettaFiori

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