20 settembre 1943: si forma la “banda del monte Cucco”

Annibale Giachetti “Danda” – Fonte: DocBi Centro Studi Biellesi

Arrivai a casa, a Tollegno [in provincia di Biella], l’11 settembre 1943 dopo una rocambolesca fuga
da una caserma situata alla periferia di Bologna, dove ero stato condotto dai
tedeschi che avevano sorpreso e catturato il reparto militare di cui facevo parte.
L’indomani incontrai nella via principale del paese Franco Moranino, che era
stato liberato dalle carceri fasciste di Castelfranco Emilia il mese prima. Ci abbracciammo,
lieti di ritrovarci dopo quasi tre anni.

Chissà perché mi venne in mente la più stupida, la più incosciente, la più assurda delle risposte: “E già! Come al Pian del Versc!” Dopo qualche attimo Moranino mi strabiliò, dicendo trionfante: “Proprio
così: hai capito bene”.

Rimasto solo, riprese in me il tremore e la vista parve di nuovo annebbiarsi.
Cercai quale nesso poteva avere la mia sortita del Pian del Versc (Piano dello
storto) col fatto di aver capito cosa intendesse dire Franco. Infatti quel riferimento
non poteva avere senso, giacché quella località, un piccolo piano boschivo
poco lontano dal paese, era per noi, negli anni dell’adolescenza, il luogo frequentato
per la raccolta dei mirtilli, oppure per giocare a guardie e ladri e qualche
volta alla guerra con bastoni a mo’ di spada e fucili; allora emergevano nascoste
doti nel predisporre fantasiosi schieramenti, trucchi e sorprese. Franco era in
gamba ad organizzare questi giochi ed amava dirigerli…
All’indomani arrivai a casa sua con Vittorio Moranino, della classe 1922, e
quasi contemporaneamente, non senza stupore, vidi arrivare i comuni amici tollegnesi:
Isidoro Zanchi, della classe 1920, Mario Cafasso, della classe 1920,
Filippo Miscioscia, della classe 1921 e Giacomo Canepa, della classe 1922. Tutti
ex militari sbandati.

Piano piano comprendiamo cosa Franco intende spiegare e ci sentiamo entusiasti.
Veniamo a sapere che da ogni vallata delle Alpi, saliranno in montagna
giovani ex militari e si formeranno “bande partigiane”, con lo scopo, prima di
tutto, di adottare l’unica alternativa per evitare la cattura e dunque salvare la pelle
per opporsi con le armi (ma quali e come?) ai tedeschi ed alla milizia fascista che
rialzerà la testa. Saremo volontari, niente affatto inquadrati militarmente. Perciò
più nulla a che fare con ufficiali traditori e niente disciplina da “naia”, ma autocoscienza
di comportamento e libertà di discutere su tutte le scelte da fare,
compresa quella dei comandanti, che verranno eletti in base al riconoscimento
di meriti e sostituiti ogni qual volta non dovessero corrispondere alla fiducia
concessa.

Facendo apparire alcuni foglietti, passò a dire: “Ora si tratta di
avvisare altri giovani ex militari di Tollegno, vostri amici che si trovano nella
vostra stessa condizione di sbandamento: ognuno di voi scelga chi può avvicinare,
a ciascuno spieghi cosa si intende fare e limitatevi, per ora, a riceverne
consenso o meno, evitando di far conoscere i nominativi di chi sarà disponibile.
Nessuno deve conoscere il nome di altri”.

Sapevo solo, con certezza, che avrei dovuto lasciare
la mia casa, senza spiegazioni a papà, trasferitosi da tempo a Venaria Reale
per lavorare, cosa che mi avrebbe impedito di essere d’aiuto ed assistenza alla
mamma, tra l’altro già affetta da una grave forma di artrosi, che la limitava non
poco nelle faccende di casa. Nemmeno con mia sorella Licia avrei potuto confidarmi,
pur sapendo che non avrebbe tardato a scoprire ogni cosa, visto che
lavorava alla Filatura.

Franco mi aveva ammaliato? No di certo, ma convinto sì. Aveva parlato di
“bande partigiane”, di cacciata dei tedeschi dall’Italia, di lotta per la libertà degli
italiani ed io ero invitato a fare la parte di un protagonista. Il mio pensiero andò
ai giorni del 25 luglio, alla caduta di Mussolini. Allora ero di leva nei bersaglieri.
Eravamo scesi da Castel del Rio (paesino dell’Appennino tosco-emiliano) sino
a Faenza e nostro compito era stato quello di presidiare edifici pubblici e palazzi
privati che si pensava dovessero avere protezione. Da chi proprio non lo sapevo.
Fu comunque in quella cittadina che prese forma in me la sensazione che tutto
avrebbe dovuto cambiare: per noi, per la gente, per l’Italia.

Alle 5 del mattino del 9, arrivarono i tedeschi: erano pochissimi, con un piccolo
carro armato, ma bastarono. Ci fecero uscire ed unire ad una colonna di prigionieri.
Marciammo sino a raggiungere una grossa caserma di artiglieria situata
appena fuori centro città. Eravamo migliaia ed occupavamo i grossi cortili e le
stalle. C’era di tutto: bersaglieri, artiglieri, fanti, genieri, a dimostrare che Bologna
era caduta in mano ai “tuder”, da alleati del “patto d’acciaio” diventati nemici.
Dunque, catturati dai tedeschi e sorvegliati a vista, con le armi puntate. Noi
tanti disarmati e prigionieri, loro duri e truci, nostri padroni.

I due torinesi erano spaventatissimi, ma come me determinati a scappare.
Attraverso le stalle arrivammo di corsa sotto ad un muraglione di cinta. La
sentinella tedesca posta in una delle torrette ci avrebbe sicuramente visto se non
fossimo stati bloccati dalla voce imperiosa di un allievo ufficiale d’artiglieria.
Capì le nostre intenzioni e ci fece comprendere che dovevamo chetarci, star
fermi e dargli retta.
Ci guidò verso una botola situata proprio sotto le mura, al riparo dalla vista
dei guardiani, e ci invitò ad entrarvi e a scendere. Scendemmo, lui per ultimo.

Dopo ore di cammino per le campagne ed un provvidenziale passaggio a
bordo di un camioncino, arrivammo nella mattinata del 10, in vista di Modena.
L’allievo ufficiale conosceva naturalmente ormai ogni luogo e ne fummo avvantaggiati.
Ci diede ancora alcune raccomandazioni e ci dividemmo.

Cosa non fecero i ferrovieri in quei giorni per aiutare e porre in salvo gli ex
militari sbandati! Quelli del nostro treno si preoccuparono di attuare fermate
fuori stazione o di proseguire lentissimamente per permettere la discesa dai vagoni.
Arrivati nelle vicinanze di Torino fecero correre la voce d’allarme che a “Porta
Nuova” c’erano militari fascisti.
Ormai si avanzava a passo d’uomo e fu possibile scendere e dileguarsi nei
campi.

In pochi giorni prendemmo contatti con diversi amici e alla sera del 20, in un
prato incolto della frazione Bazzera, ci potemmo trovare all’appuntamento.

In testa, davanti a tutti, Franco Moranino e ad intervalli nella fila altri che
conoscevamo poco ma che sapevamo antifascisti reduci dalle prigioni mussoliniane
e che sarebbero diventati i grandi organizzatori della Resistenza biellese:
Quinto Antonietti, Anello Poma, Mario Mancini, Alberto Livorno e Luciano
Sereno.

Annibale Giachetti “Danda”

Enrico Pagano, direttore del menzionato Istituto, afferma nella citata pubblicazione nel 2010:
Annibale Giachetti “Danda” fu uno dei più importanti protagonisti della Resistenza locale, al comando della 50a brigata Garibaldi “Edis Valle”, inquadrata nella XII divisione “Nedo”, che operò nel Biellese orientale e nella baraggia. Un ruolo, quello di comandante, scaturito da un percorso di formazione sul campo che lo vide tra i primi organizzatori delle bande partigiane, al seguito di Francesco Moranino “Gemisto”, da Tollegno al monte Cucco e poi all’alpe Piana di Postua, dove insieme fondarono il distaccamento “Pisacane”, primo nucleo della divisione partigiana che sarebbe stata intitolata a Piero Pajetta “Nedo”, combattente per la libertà in Spagna e poi nel Biellese, dove divenne comandante della 2a brigata d’assalto Garibaldi “Biella”, comprendente i sei distaccamenti della Resistenza biellese e il distaccamento valsesiano “Gramsci”.

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