Da capo di Stato Maggiore Cadorna Cadorna incoraggiò lo sviluppo della nuova organizzazione “Osoppo – Friuli”

Nel secondo dopoguerra l’organizzazione più importante del Nord – Est si sviluppò nella zona di Udine sotto la direzione del Colonnello Luigi Olivieri, nascendo dalle “ceneri” della divisione partigiana Osoppo. Olivieri era un ex ufficiale dell’Esercito Regio che aveva combattuto fra le fila della formazione osovana ricoprendone importanti ruoli nello stato maggiore <1. Una volta conclusa la Guerra di Liberazione, assieme ad altri ufficiali, continuò l’attività del gruppo paramilitare, con lo scopo di salvaguardare il territorio italiano dalle rivendicazioni slovene, dalle mire espansionistiche titine e da eventuali derive comuniste. Il comunismo, in particolare, veniva percepito come una minaccia di tipo ideologico, aggravata dalla pericolosa vicinanza di diversi suoi esponenti alla causa slovena e jugoslava. Il perseguimento di siffatto progetto si fece maggiormente pressante vista l’impossibilità delle forze regolari italiane di difendere il territorio nazionale e la convinzione che gli alleati non avrebbero garantito, in ogni caso, la difesa dei confini orientali del Paese <2.
Per questi motivi, si ritenne necessario costituire la nuova Osoppo, reclutando persone fra gli ex partigiani e, in generale, fra le correnti politiche che si opponevano al comunismo. L’impresa necessitò di un notevole sforzo organizzativo, vista l’impossibilità di poter recuperare alla causa tutti gli ex combattenti, dovuta sia a divergenze di ordine ideale e politico, sia all’estrema povertà della zona che costrinse molti partigiani ad emigrare all’estero in cerca di lavoro. Ad ogni modo, in un arco temporale abbastanza ridotto si riuscì a costituire una organizzazione numerosa grazie ad un rapido afflusso di volontari, che, però, comportò l’aumento della conflittualità interna. Nel reclutamento, infatti, non furono esclusi diversi esponenti compromessi con il regime di Mussolini <3, nonché i profughi istriani e dalmati, che patirono le violenze jugoslave. Il ricorso a queste forze, pur prezioso dal lato organizzativo, rafforzava il peso delle idee nazionaliste e scioviniste all’interno dell’organizzazione. Diversi uomini confluirono all’interno delle strutture di “intelligence” create per raccogliere le informazioni necessarie agli
scopi prefissati suscitando non pochi malumori fra gli antifascisti <4. In effetti, come dimostrano alcuni documenti recentemente declassificati, anche gli americani e gli inglesi salvarono parecchi nazi-fascisti per riutilizzarli contro il pericolo comunista.
Questa prassi diventò alquanto normale all’inizio della Guerra Fredda <5.
Uno dei primi a non riconoscere la nuova Osoppo fu don Aldo Moretti <6 che, nel 1943, figurava fra i fondatori dell’omonima organizzazione partigiana. Don Moretti dimostrò di non condividere i piani del Col. Olivieri, mostrando una
certa preoccupazione verso gli elementi che man mano aderivano alla struttura. Alcune testimonianze a riprova dei timori del sacerdote sono rintracciabili nei diari di alcuni parroci <7 che operarono all’interno delle comunità slovene e che denunciarono le pesanti ingerenze subite ad opera di membri delle cosiddette organizzazioni per la difesa dell’italianità. Ingerenze che si facevano man mano più forti con l’avvicinarsi di momenti politici rilevanti, quali la delimitazione dei confini fra Italia e Jugoslavia e lo svolgimento delle prime consultazioni politiche democratiche <8.
Stando alla documentazione oggi consultabile, la “nuova Osoppo” fu ricostituita ufficialmente nel mese di gennaio del 1946 assumendo il nome provvisorio di “ricostituita Osoppo.” La necessità di riorganizzarsi segretamente portava ad
ulteriori complicazioni. I pericoli potenziali erano molti, basti considerare la forte presenza di informatori nemici e “alleati” infiltrati nell’area del Friuli Venezia Giulia. Il comando guidava una struttura solo apparentemente locale, mentre rispecchiava pienamente lo schema dei gruppi partigiani nati durante la guerra: operanti sul territorio, ma in contatto con un livello superiore capace di garantire una visione strategica. Il livello di controllo in questione, saliva fino ai massimi vertici militari italiani e probabilmente faceva rientrare la Osoppo in una realtà più complessa. La rifondazione della divisione Osoppo, ad esempio, fu appoggiata da partigiani delle province venete di Treviso, Vicenza e Belluno <9, dimostrando l’esistenza di un ampio bacino sensibile agli scopi propugnati da Olivieri.
L’elemento più importante, tuttavia, resta sicuramente il collegamento con i vertici militari e politici, nello specifico con il Generale Raffaele Cadorna <10 che, dopo aver svolto il ruolo di comandante del Corpo Volontari della
Libertà, fu posto a Capo di Stato Maggiore dell’Esercito (SME), ricoprendone la carica fino al 1947 e successivamente, dismessa la divisa, fu eletto senatore fra le fila della Democrazia Cristiana. Da capo di SME, Cadorna incoraggiò lo sviluppo dell’organizzazione operando in modo tale da porre sotto il controllo di Olivieri le altre formazioni paramilitari presenti in Friuli e nell’area della Venezia Giulia, zone A e B comprese. Il controllo politico e militare sull’attività dei gruppi clandestini dell’Italia orientale non venne mai meno. Nel corso del tempo la stessa Presidenza del Consiglio operò come vertice di riferimento delle organizzazioni, probabilmente grazie all’Ufficio Zone di Confine.
Il Generale Cadorna si premurò di mandare a Udine il Ten. Col. Zitelli con l’incarico di costituire un canale con lo stesso Olivieri e fissare, così, i compiti della ricostituita “Osoppo – Friuli”. La documentazione mostra i compiti definiti nei seguenti punti: 1) accendere e alimentare la fiamma della resistenza in tutto il Friuli, e, possibilmente, nel Goriziano, contro le mire annessionistiche jugoslave, cercando di operare, eventualmente, in contatto e in armonia con le unità alleate; 2) sviluppare la nuova organizzazione “Osoppo – Friuli”, cercando di portare la forza, possibilmente, a 10.000 uomini, con reclutamento in una zona compresa tra il confine stabilito nel 1915 e il Piave; le armi, le munizioni e i mezzi finanziari occorrenti sarebbero stati inviati per mezzo del Ten. Col. Zitelli, da considerarsi ufficiale di collegamento con lo S.M.E. (Stato Maggiore Esercito); 3) far affluire un certo quantitativo di armi e munizioni a Pola, Trieste e Gorizia; 4) mantenere il massimo segreto e in qualsiasi evenienza non coinvolgere la responsabilità dell’Esercito, in quanto tutto veniva a svolgersi in regime armistiziale; 5) mantenere efficiente il servizio informazioni, riferendo le notizie più importanti <11.
Nel giro di un anno la struttura raggiunse la consistenza numerica di circa 4.000 uomini. Nei primi mesi, fra volontari rimasti ed altri arruolati al termine del conflitto, non si riuscì a superare il migliaio scarsamente armati. Già dal maggio del 1945, però, i contatti con Roma, Trieste, Gorizia e Monfalcone, permisero all’organizzazione di ottenere mezzi finanziari ed armi <12 che inizialmente provennero dalle ex formazioni partigiane; successivamente sarebbero state le Forze Armate a rifornire i paramilitari conservando apposite scorte di armi nelle caserme.
Nel settembre del ‘47 (il 16 era entrato in vigore il trattato di pace), altri cambiamenti si resero necessari per il timore che i servizi jugoslavi dell’OZNA ed i comunisti avessero informazioni a riguardo delle pianificazioni in atto <13. È in quel periodo, infatti, che l’organizzazione assunse la denominazione di 3° CVL (Corpo Volontari della Libertà) ed il comando fu collocato all’interno dell’“Ufficio Monografie” <14 del V comando militare territoriale (Comiliter) di Udine <15. Per garantire una maggiore segretezza si pensò anche di occultare tutta l’organizzazione sotto l’attività delle associazioni di ex combattenti, soprattutto per facilitare gli incontri senza dare troppo nell’occhio <16. Ma non è dato sapere quanto questo obiettivo si sia poi concretizzato.
Il comando del 3° CVL era pienamente consapevole di non potersi opporre ad un attacco sferrato in grande stile dagli jugoslavi. L’unica possibilità sarebbe stata quella di condurre una guerra di stampo partigiano che rendeva necessario
tenere il più possibile occultata la struttura e non esporla allo spionaggio e quindi a futuri, eventuali rastrellamenti. Ad ogni modo, l’aspetto che risulta di maggior interesse, soprattutto per il peso politico delle attività svolte, è l’analisi in merito alle operazioni di raccolta informativa e di propaganda. Un documento risalente alla primavera del 1947 mostra come, in tempo di “pace”, il ruolo più importante svolto dalla rinnovata Osoppo e, più in generale, anche da altri gruppi paramilitari, fu legato all’attività che oggi potremmo riassumere in termini di spionaggio, di controspionaggio e di guerra psicologica, utile non solo in chiave difensiva, ma anche sotto l’aspetto della lotta politica. In quel contesto fu istituito un accurato servizio informazioni (il servizio già esisteva e tra la primavera – estate 1945 e il gennaio 1946, in realtà, non smise mai di funzionare) che venne posto sotto il comando di un ufficiale esperto della riserva. I dati raccolti finivano in un bollettino che veniva trasmesso in duplice copia al S.I.M. La base per questo servizio segreto divenne, di fatto, il SIO (Servizio Informazioni Osoppo). Assieme a queste azioni, venne curato un giornale clandestino accompagnato dalla distribuzione di volantini <17. L’attività spionistica fornì una grande quantità di informazioni. Persone sospettate di essere, a torto o a ragione, filocomuniste, filoslave o filoslovene, venivano seguite sistematicamente. L’efficienza informativa venne incrementata grazie all’appoggio delle forze dell’ordine o infiltrandone le fila <18. L’attività spionistica non servì, quindi, solamente a raccogliere notizie utili alla pianificazione delle attività tattiche, ma come ai tempi della guerra partigiana, servì a garantire un flusso di notizie che arrivava fino ai vertici militari e politici, assumendo valenza strategica.
L’organizzazione e le capacità del Osoppo post-conflitto vennero utilizzate di fatto nella lotta politica di quel periodo. Già nella primavera del 1946 era stato preparato un memorandum indirizzato al Generale Cadorna da consegnare in
occasione di una sua visita. Fra gli argomenti menzionati veniva già avanzata la richiesta di voler costituire un picchetto armato permanente, composto di anziani, per poter contare su un eventuale servizio di sicurezza e di ordine pubblico in previsione degli avvenimenti politici – nazionali che si sarebbero dovuti svolgere in quel periodo <19.
Un momento decisivo, tuttavia, fu l’approssimarsi del 18 aprile 1948, data nella quale si sarebbero svolte le elezioni in un clima di forte tensione. La struttura occulta della ex Osoppo, fu mobilitata per l’evenienza. In quel quadro,
anche gli USA operarono a favore delle forze anticomuniste attraverso una vasta attività di operazioni coperte gestite dalla neonata CIA. È molto probabile che gli stessi gruppi paramilitari in questione rientrassero in una più ampia
attività di influenza: gli americani, infatti, avrebbero condotto nell’Italia del decennio 1945 – 1955 una delle campagne di “covert operations” più importanti della loro storia spionistica.
I frequenti incidenti fra le forze pro italiane e quelle pro slovene o comuniste, e la difficoltà nell’attribuirne la responsabilità alimentarono, in certi casi, una vera e propria azione, consapevole o inconsapevole, di guerra psicologica <20.
Nella primavera del 1948 mille uomini vennero mobilitati. Secondo alcune testimonianze, delle ronde girarono effettivamente per i paesi e tennero sotto controllo i luoghi adibiti alle consultazioni elettorali facendosi notare con le armi
in pugno <21. Allo schieramento di mille uomini, tramite il V° Comando Militare Territoriale, furono forniti viveri a secco, generi di conforto, sigarette e fu elargita la somma di 80.000 lire, distribuita per assistenza e premi.
Dopo le elezioni politiche e la sconfitta comunista, il pericolo sembrò scemare e, in effetti, in molte aree del nord Italia l’apparato militare sembrò man mano venir meno. Ciò accadde, probabilmente anche per diversi gruppi minori.
L’attività del 3° CVL, però, proseguì, anche se in un clima di minor tensione <22. Nel 1948 il nome fu mutato ancora una volta assumendo quello di “Volontari Difesa Confini Italiani VIII°” (V.D.C.I. VIII°).
Dopo gli episodi del 1948, la struttura continuò ad operare raggiungendo l’efficienza voluta dallo Stato Maggiore dell’Esercito <23. Nello stesso anno, il comando della “Mantova” (divisione regolare dell’esercito italiano) chiese al
comando del V.D.C.I. VIII° di preparare uno studio per l’impiego dei volontari nella protezione di opere, impianti e comunicazioni in caso di grave perturbamento dell’ordine pubblico <24.
Il primo novembre <25 venne diramata una direttiva ulteriore che ristrutturava l’ossatura dell’organizzazione. Il punto 3 di tale documento giudicava diminuito il pericolo jugoslavo <26, anche se ai confini permaneva una presenza massiccia delle forze slave, nonché l’occupazione arbitraria di alcune aree confinarie. Il punto 4 assegnava il compito di sostenere le forze regolari italiane: in caso di invasione, gli uomini dell’organizzazione segreta avevano l’ordine di catturare o annientare i paracadutisti e gli irregolari presenti nelle retrovie. Realisticamente ciò avrebbe comportato la possibilità di eliminare tutti coloro che avessero appoggiato l’invasore, in particolare le forze comuniste che avessero agito da quinta colonna.
Il V.D.C.I. VIII° venne organizzato territorialmente su due fasce divise orizzontalmente da est a ovest, una costiera ed una terrestre più una zona di riserva. In quella costiera rientrarono anche località ad ovest del fiume Piave <27.
Dal 1948 al marzo del 1949 la struttura del V.D.C.I. VIII° continuò nella sua opera di organizzazione e di informazione, mentre si stava già progettando l’ennesima immersione con una nuova organizzazione ancora più segreta e di cui
ancora oggi si conosce poco, l’“organizzazione O”. Per l’Italia sembra rappresentare il primo nucleo di quella vasta operazione che gli anglo–americani vollero organizzare in tutta Europa, la rete di difesa Stay–Behind.
[NOTE]
1. Roberto Spazzali, …L’Italia Chiamò. Resistenza politica e militare italiana a Trieste 1943 – 1947, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2003, p. 262.
2. Commissione Parlamentare d’Inchiesta per la mancata individuazione dei responsabili delle stragi, (d’ora in poi Commissione Stragi), Organizzazione “O”, cartella V 39, relazione del Col. Luigi Olivieri sulla “organizzazione O”, 1956.
3. Commissione Stragi. Organizzazione “O”. Cartella V 39. Relazione sull’organizzazione e attività del “settore Juliano”. 1946.
4. Ibid.
5. Tim Weiner, Legacy of Ashes. The history of the CIA, New York, Doubleday, 2007.
6. Naz, Gli anni bui della Slavia. Attività delle organizzazioni segrete nel Friuli orientale, Cividale del Friuli, Società Cooperativa Editrice Dom, 1996, p. 81 (Intervista a don Aldo Moretti del 19 settembre 1990).
7. Naz, Gli anni bui della Slavia, cit., p. 76 e Roberto Battaglia, Storia della Resistenza Italiana, Torino, Einaudi 1966, cartina n. 6.
8. Naz, Gli anni bui della Slavia, cit., pp. 18-19.
9. Commissione Stragi, Organizzazione “O”,Cartella V 39, compiti e organizzazioni del 1 dicembre 1946.
10. Commissione Stragi, Organizzazione “O”, Cartelle V 39, relazione del Col. Luigi Olivieri sulla “organizzazione O”, Anno 1956.
11. Ibid.
12. Commissione Stragi, Organizzazione “O”, Cartella V 39, Promemoria sull’attività svolta dalla ricostituita “Osoppo – Friuli” dopo un anno, Primavera 1947.
13. OZNA Servizio di sicurezza nazionale jugoslavo.
14. Prima di operare all’interno dell’Ufficio Monografie del V Comiliter, gli ufficiali della Osoppo erano insediati nel comando inglese di Udine. Furono gli inglesi ad allontanare gli uomini dell’organizzazione per non venire compromessi con le loro attività.
15. Commissione Stragi, Organizzazione “O”, Cartella V 39, relazione del Col. Luigi Olivieri sulla “Organizzazione O”. Anno 1956.
16. Commissione Stragi, Organizzazione “O”. Cartella V 39, Promemoria sull’attività svolta dalla ricostituita “Osoppo – Friuli” dopo un anno, Primavera del 1947.
17. Ibid.
18. Commissione Stragi, Organizzazione “O”. Cartella V 39, Relazione sull’organizzazione e attività del “settore Juliano”, 1947.
19. Commissione Stragi, Organizzazione “O”. Cartella V 39. Memorandum per il Capo di Stato Maggiore Gen. Cadorna, 14 maggio 1946.
20. Naz, Gli anni bui della Slavia, cit., p. 152.
21. Ibid.
22. Commissione Stragi, Organizzazione “O”, Cartelle V 39, relazione del Col. Luigi Olivieri sulla “organizzazione O”, Anno 1956.
23. Ibid.
24. Ibid.
25. Commissione Stragi, Organizzazione “O”. Cartella V 39, relazione del Col. Luigi Olivieri sulla “organizzazione O”. Allegato 3, Anno 1956.
26. Michael Ledeen, Lo zio Sam e l’elefante rosso. La storia della sinistra italiana dal dopoguerra a oggi vista attraverso i documenti riservati della CIA e dei servizi segreti, Milano, Sugarco 1987, p. 69.
27. Commissione Stragi, Organizzazione “O”, Cartelle V 39, relazione del Col. Luigi Olivieri sulla “organizzazione O”, Anno 1956.
Michele Marconato, I gruppi paramilitari e la lotta politica nell’Italia orientale del dopoguerra (1945-1950) in (a cura di) Renato Camurri, La grande crociata. Il 18 aprile nel Veneto, VENETICA 17/2008, a. XXII