Marco ed alcuni suoi ufficiali non nascondono la mancanza di simpatia per le formazioni garibaldine che considerano comuniste

Tentando di dar conto delle tensioni politico-ideologiche tra i vari gruppi della Resistenza ossolana, Aniasi presenta le posizioni di Di Dio in questi termini:
Marco fa una scelta precisa: la sua adesione a quel filone di giovani che si riconoscevano nel cattolicesimo popolare; intrattiene stretti legami con i sacerdoti della zona e adotta come simbolo il fazzoletto azzurro. Marco ed alcuni suoi ufficiali non nascondono la mancanza di simpatia per le formazioni garibaldine che considerano comuniste e con le quali non ritengono di collaborare e si preoccupa di contenerne l’espansione”.
Per Aniasi, insomma, la provenienza cattolico-popolare di “Marco” implicava un atteggiamento costitutivamente “divisivo” nei confronti dei partigiani di sinistra, che venivano tout court ridotti, nella visione degli “azzurri”, alle posizioni comuniste. Le ragioni di tale “divisività” in Aniasi, come in generale in chi da sinistra aveva sposato istintivamente nel dopoguerra la tesi “frontista” di un’automatica coincidenza tra coalizione antifascista e democrazia, non venivano ricondotte, nemmeno molti decenni dopo e al tramonto dei conflitti ideologici novecenteschi, ad un nucleo oggettivo di contrasto tra ideologia comunista e democrazia occidentale, o tradizione politica cattolica, bensì ad elementi psicologici o culturali soggettivi.
Nel caso specifico, la diffidenza irriducibile di Di Dio e dei partigiani della “Valtoce” verso i “garibaldini” veniva spiegata da Aniasi con la mentalità da loro acquisita nella vita militare:
“Marco e i suoi ufficiali provengono dal disciolto esercito, sono ufficiali effettivi in prevalenza con una formazione culturale e una mentalità che attribuisce un significato negativo a tutto ciò che si suppone essere influenzato dalla politica. Non è certo estranea la propaganda che negli anni precedenti considerava “comunista” tutto ciò che sapeva di antifascismo. L‘identificazione antifascismo-comunismo è stata durante gli anni del regime la principale accusa rivolta a tutti coloro che non accettano la subordinazione alla dittatura” <44.
Nelle ricostruzioni scritte da punti di vista riconducibili alla sinistra a egemonia comunista, insomma, la “apoliticità” di Alfredo Di Dio viene considerata pericolosamente confinante con un’avversione nei confronti della democrazia in quanto tale, e il suo antifascismo viene derubricato ad astratto, romantico conservatorismo nazionalista, sorpassato dai tempi, se non potenzialmente foriero di un nuovo autoritarismo.
I sostenitori di questa interpretazione trascuravano, però, almeno due dati di fatto essenziali.
Il primo è che l’“impolitico” o “antipolitico” Di Dio veniva purtuttavia riconosciuto come leader incontrastato da parte di un’area della Resistenza ossolana-lombarda che nella fase del ritorno alla democrazia del dopoguerra non avrebbe affatto assunto atteggiamenti “antisistema”, ma sarebbe stata invece tra i protagonisti della costruzione dell’edificio politico-costituzionale repubblicano, dando ad esso un rilevante contributo in termini di classe dirigente.
Il secondo è che nell’atteggiamento dei partigiani della “Valtoce”, parallelamente a quanto era avvenuto nella formazione politica dei democristiani expopolari guidati da Alcide De Gasperi e nella riflessione dell’area “neoguelfa” di Piero Malvestiti, l’adesione totale ad un movente patriottico rappresentava soprattutto il definitivo superamento delle diffidenze cattoliche verso lo Stato nazionale, e sanciva l’identificazione della cultura politica cattolica con una lettura democratica del nation building italiano, dove nazione, princìpi universalistici cristiani e regime politico fondato sulla sovranità popolare venivano ormai considerati in organica continuità <45.
È solo, in particolare, a partire dalla consapevolezza del compimento di questo decisivo mutamento di prospettiva politico-culturale avvenuto nel mondo cattolico attraverso il tornante dell’antifascismo e della Resistenza che è possibile comprendere adeguatamente la sostanza delle posizioni assunte da Alfredo Di Dio, e il fortissimo ascendente che esse suscitavano nell’ala cattolico-moderata della Resistenza ossolana: posizioni in cui si fondevano e sovrapponevano con naturalezza la tradizione morale e giuridica cristiana, la “religione” della patria fondata sul mito risorgimentale, l’avversione viscerale al dominio dell’ideologia, e più specificamente il rifiuto intransigente tanto del fascismo quanto del comunismo <46.
Una tendenza che contemporaneamente si manifestava più in generale nelle “Fiamme verdi”, le organizzazioni partigiane cattoliche in Lombardia, e che sarebbe stata efficacemente descritta in sede di ricostruzione storiografica da Gianfranco Bianchi. Il quale, in un suo saggio sui cattolici nella Resistenza del 1971, sottolineava come quelle formazioni «vollero essere un esercito al di fuori dei partiti politici», concentrate sull’obiettivo della cacciata dei tedeschi e dei fascisti. Ma, parimenti, rilevava che la loro «apartiticità» non era un’«apoliticità»: e di ciò si rendevano conto anche i loro avversari, che le consideravano «democristiane». In realtà, concludeva Bianchi, «l’impostazione cattolica le rendeva contemporaneamente antinaziste e anticomuniste» secondo l’insegnamento delle encicliche di Pio XII, che condannava sia il neopaganesimo nazista sia il comunismo ateo di Stalin <47.
La dichiarata estraneità alla polemica ideologica e l’identificazione della militanza partigiana con un servizio civico ed etico-religioso verso la comunità nazionale, proposte orgogliosamente come direttive programmatiche dalla “Valtoce”, venivano all’epoca accolte con sarcasmo da parte dei gruppi resistenziali “garibaldini” e azionisti, tra i quali circolò la definizione sprezzante di “opera pia”, riferita ai partigiani cattolici. Definizione che venne però invece rivendicata orgogliosamente, allora ed in seguito, dagli appartenenti alla divisione comandata da Di Dio, come espressione di un atteggiamento più alto, superiore appunto alle posizioni ideologiche a senso unico <48.
Tra queste rivendicazioni vale la pena di ricordare, ancora una volta, un intervento rievocativo del già menzionato Aristide Marchetti. Il quale, sempre in occasione del ventennale dei fatti ossolani, ricordava che i partigiani della “Valtoce” facevano propria la taccia di “opera pia”, alludendo con quel nomignolo «alla dirittura morale del nostro Comando o all’assiduo interessamento e alla costante protezione che abbiamo esercitato verso la popolazione civile». Il contrasto radicale tra partigiani “azzurri” o autonomi e comunisti, secondo Marchetti, era dovuto in sostanza al fatto che «Alfredo Di Dio e gli altri Comandanti avevano chiaramente affermato di voler combattere per la democrazia e per la libertà contro l’anarchia, l’insubordinazione e la pretesa egemonia di un solo partito politico» <49.
4. Dal conflitto ideologico a quello storiografico.
Conformemente a quanto accaduto per quanto riguarda la guerra di Liberazione nel suo complesso, anche a proposito del caso particolare della Val d’Ossola il dibattito storiografico sviluppatosi a partire dagli anni Sessanta non ha del tutto superato le contrapposizioni ideologiche: ed anzi in una prima fase le ha accentuate e radicate.
In tal senso non è un caso che il primo volume compiutamente storiografico sulla Repubblica dell’Ossola – significativamente scritto non da un italiano ma da un giovane studioso tedesco, Hubertus Bergwitz, nel 1972 – avrebbe visto preposta alla sua seconda edizione, pubblicata in Italia dall’Istituto storico della Resistenza piemontese nel 1979, una severa prefazione del comunista Mario Pacor, presidente dell’Istituto storico sulla Resistenza di Novara, in cui veniva imputata all’autore una eccessiva equidistanza e neutralità tra le varie componenti e interpretazioni della vicenda ossolana, e venivano puntigliosamente riproposte, in merito alla vicenda, le tesi veicolate dalle componenti “garibaldine”.
In particolare, Pacor ribadiva che la liberazione dell’Ossola non doveva considerarsi il frutto della sola azione delle divisioni “Valdossola” e “Valtoce”, in quanto già nel luglio e agosto 1944 le brigate Garibaldi avevano liberato quasi tutta la metà della zona su cui sarebbe sorta la repubblica dell’Ossola (valli Anzasca, Antrona, Bognanco, Antigorio e Divedro) <50. E, riguardo al dibattito politico nella zona liberata, egli sosteneva che mentre i membri della giunta erano animati da «spirito unitario volto esclusivamente al bene comune » non altrettanto si poteva dire di molti “capi” e “gregari” delle formazioni partigiane.
Ma ciò era a suo avviso il frutto non soltanto della competizione tra esse, bensì soprattutto di
“due diverse concezioni della guerra di liberazione, che provocavano analoghi antagonismi anche altrove […]. C’era chi vedeva nella Resistenza prevalentemente il movente patriottico, nazionale, l’esigenza di liberare il suolo patrio dall’invasore straniero, e perciò voleva che le formazioni fossero esclusivamente a carattere militare, che non vi si discutesse di politica, auspicando tutt’al più che la lotta sfociasse in un ritorno dell’Italia alla democrazia borghese prefascista, e chi invece sentiva quella lotta anche e soprattutto come una riscossa sociale oltre che nazionale, dalla quale doveva nascere un’Italia profondamente rinnovata, una democrazia non più solo formale ma sostanziale, economica oltre che politica, popolare e progressiva. Gran parte degli “autonomi” dai fazzoletti verdi o azzurri, erano orientati nel primo senso, specie quando subivano l’influenza del partito democristiano, meno quando li guidava il partito d’azione, mentre nelle file garibaldine prevaleva l’orientamento sociale” <51.
Insomma, per Pacor la conflittualità tra formazioni autonome e “garibaldini” rispecchiava quella tra Resistenza come “restaurazione” politica e sociale dell’equilibrio prefascista, e spinte alla trasformazione, alla creazione di una democrazia “autentica”, sostanziale e non solo formale.
Su una linea ben diversa, più recentemente l’introduzione di Marino Viganò alla nuova edizione della già citata memoria autobiografica di Marchetti cerca di ricontestualizzare il ruolo politico della “Valtoce” e di Di Dio superando le contrapposizioni ideologiche novecentesche. Egli rimarca, innanzitutto, il fatto che
“parte della storiografia sulla Resistenza ha ignorato a proposito quella di orientamento moderato, l’ha cancellata esprimendo, ancora di recente, giudizi quantomeno arbitrari sulla combattività ed efficienza delle formazioni “azzurre”, soprattutto sulla loro attitudine, sottintendendo presunti compromessi con fascisti e nazisti al fine di contrastare un “avversario ideologico”: i “garibaldini” della Valsesia, del Cusio, della val d’Ossola” <52.
Per quanto riguarda l’orientamento politico delle divisioni autonome, Viganò sostiene che complessivamente esse «si presentano disomogenee così nella composizione come nella strategia e incorporano, di massima e quasi come ovunque, elementi che vi entrano a prescindere dal loro personale convincimento politico – ammesso vi fosse. Semplicistico così ridurre la dialettica alla contrapposizione fra “comunisti” e “anticomunisti”. Viceversa, continua Viganò, «gruppi e brigate cattolici, militari, apolitici sono mischiati e comunque popolati da socialisti, azionisti e persino comunisti di militanza» <53.
Da questa ricostruzione emerge, dunque, un quadro più complesso e articolato della composizione delle divisioni “moderate”, che le configura soprattutto come ampi “collettori” di combattenti giunti alla Resistenza da percorsi vari e non riconducibili a matrici politiche unitarie.
Si potrebbe osservare però che se ciò è vero, proprio questo aspetto fa risaltare vieppiù la contrapposizione tra obiettivi e strategie diversi che inevitabilmente si venne a creare tra queste formazioni, appunto, a basso tasso di ideologizzazione, e quelle che invece erano prevalentemente cementate – come quelle garibaldine e, in parte, quelle azioniste – da una ben precisa formazione dottrinaria, e da un obiettivo politico di fondo di cui la guerra partigiana era vista soltanto come un passaggio ed uno strumento.
Un’interpretazione della storia della “Valtoce” che tiene conto di entrambi questi elementi è quella fornita recentemente da Giorgio Vecchio nel suo saggio su Marcora partigiano.
“Nella visione di Di Dio” – sostiene Vecchio – “ogni caratterizzazione politica doveva essere esclusa essendo ora necessario concentrarsi sulla lotta armata unitaria. Da qui una rigida impostazione militare e un’altrettanto rigida disciplina che Di Dio cercava di imporre, ma anche lo scontro frontale con l’impostazione che i comunisti stavano dando alla Resistenza […]. Certo è che nella “Valtoce” la presenza di militari, di cattolici e di democristiani stava divenendo sempre più consistente, ma senza far venire meno le caratteristiche di apoliticità e quindi di pluralismo delle opinioni politiche dei suoi membri” <54.
Secondo questo schema interpretativo, si potrebbe insomma affermare che il pluralismo politico dei suoi aderenti, lungi dal poter essere considerato un fattore di incertezza politica della “Valtoce”, sarebbe al contrario il segno del convergere in essa di una sorta di “coalizione” antitotalitaria, in qualche modo anticipatrice rispetto al modello di alleanza centrista liberaldemocratica che si sarebbe formata negli anni del dopoguerra attorno alla Dc di De Gasperi.
5. Conclusioni
Considerando il problema in una prospettiva storica di più lungo periodo, credo si possa sostenere che intorno a formazioni partigiane come la divisione “Valtoce” si sia costituito uno tra i primi, embrionali nuclei di una opinione pubblica lato sensu moderata, non rigidamente inquadrabile entro riferimenti partitici, ma che nel dopoguerra avrebbe trovato la sua principale espressione politica nella Dc e negli altri partiti centristi, consolidandosi soprattutto intorno all’avversione al totalitarismo.
Ma le divisioni dottrinarie tra le formazioni partigiane in Ossola, e i loro strascichi politici e storiografici nei decenni successivi, aprono la strada a mio avviso ad una lettura più ampia per quanto riguarda l’identificazione del bacino di opinione che sosteneva le formazioni partigiane autonome, ed in particolare quelle cattolico-patriottiche come la “Valtoce”. Una lettura per la quale proprio la singolare figura di Alfredo Di Dio, con la sua fugace durata ma intensa forza di suggestione, può rappresentare un punto di riferimento.
Il ruolo giocato da Di Dio e dal suo gruppo nella vicenda resistenziale, e le reazioni polemiche suscitate da loro nelle altre componenti partigiane, sottolineano come nella Resistenza cattolico-moderata confluissero tre filoni importanti della cultura politica diffusa nel paese, rimasti sottotraccia o dissimulati durante il regime fascista: quello dell’universalismo cristiano nella sua versione democratica, quello lealista monarchico e quello dell’ideologia nazionale di origine risorgimentale.
Quando comincia la lotta armata contro il nazifascismo, questi tre percorsi si presentano, nelle figure dei fratelli Di Dio e in molti altri esponenti di punta di essa, già praticamente fusi in un solo blocco di opinione, che rappresenta una forza notevole di contrapposizione rispetto alla deriva pan-ideologica della lotta partigiana.
Ciò induce a chiedersi quale sia stato complessivamente lo sbocco politico conosciuto da quel “blocco” ideale dopo la fine della guerra, negli anni del ritorno alla democrazia pluralista e nell’epoca repubblicana.
È evidente che, nonostante a partire dal 1946-47 la Dc si imponesse come il perno indiscusso di uno schieramento politico moderato fondato sull’antifascismo e l’anticomunismo – e, a partire da ciò, come il partito egemone in un sistema politico a base centrista caratterizzato da un alto grado di delegittimazioni incrociate – tuttavia il nuovo partito cattolico non avrebbe assorbito, né avrebbe per sua natura potuto assorbire, in sé l’intera eredità dell’anti-ideologismo cattolico-moderato, quanto meno nelle sue componenti più inclinate in senso monarchico e conservatore.
Quella parte dell’opinione pubblica cattolica sarebbe rimasta, in misura rilevante, in una posizione di attesa, distacco e diffidenza verso la “repubblica dei partiti”. Avrebbe continuato, in gran parte, ad avere la Dc come principale punto di riferimento partitico, ma suscitando all’interno del partito una costante tensione, ed alimentando ai suoi confini una nebulosa moderata sempre più inquieta.
Proprio in quel contesto essa sarebbe divenuta spesso sensibile – allora sì – alle sirene di letture “antipolitiche” e “antipartitiche” (o quanto meno “antipartitocratiche”) della storia nazionale.
In tale nuova incarnazione, essa sarebbe venuta alla luce in misura più rilevante a partire dagli anni Sessanta, in corrispondenza con i primi sintomi di crisi strutturale del sistema politico-istituzionale nato tra la fine del fascismo e la Repubblica.
[NOTE]
43 M. Beltrami, op. cit., pp. 32-33.
44 A. Aniasi, op. cit., p. 194.
45 Su questo passaggio, cfr. tra l’altro S. Tramontin, La Democrazia cristiana dalla Resistenza alla Repubblica, cit., pp. 19-29; G. Malavasi, L’antifascismo cattolico, cit., pp. 56-88; L. Radi, La DC da De Gasperi a Fanfani. Introduzione di G. Quagliariello, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005, pp. 27-29.
46 Per la maturazione e la sedimentazione, attraverso il tornante resistenziale, di una nuova teoria universalistica della democrazia nella cultura politica cattolica, cfr. P. Scoppola, Dal neoguelfismo alla Democrazia cristiana, cit., pp. 187-189; G. Campanini, La democrazia nel pensiero politico dei cattolici (1942-1945), in G. De Rosa (a cura di), Cattolici, Chiesa, Resistenza, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 491-511.
47 G. Bianchi, I cattolici, cit., pp. 202-203.
48 Ivi, pp. 274-275.
49 A. Marchetti, Le formazioni “Fratelli Di Dio”, in G. Cavalli (a cura di), Il contributo dei cattolici alla lotta di Liberazione, cit., pp. 171-172.
50 M. Pacor, prefazione a H. Bergwitz, op. cit., p. 19.
51 Ivi, pp. 24-25.^
52 M. Viganò, Partigiani “azzurri” nell’Ossola, cit., pp. 7-8.
53 Ivi, p. 8.
54 G. Vecchio, op. cit., pp. 27-28.
Eugenio Capozzi, Un’epopea moderata. Alfredo Di Dio, la divisione “Valtoce” e la resistenza cattolica in Val d’Ossola, L’Acropoli, Rubbettino, Anno XII – n. 4,  Saggi

La mattina del 10 settembre 1944 alcune centinaia di partigiani delle divisioni autonome Valtoce – al comando del tenente Alfredo Di Dio – e Valdossola – al comando del maggiore Dionigi Superti – entrano a Domodossola, capoluogo della valle dell’Ossola occupato da circa 400 tedeschi che si arrendono alle forze partigiane abbandonando armi pesanti e munizioni. Nasce così la “Repubblica dell’Ossola”, che comprende 28 comuni, per un totale di circa 47.300 abitanti, secondo il censimento operato dalla Giunta provvisoria di governo. Essa non è il frutto di un disegno preordinato, ma avviene essenzialmente sotto la spinta di un movimento partigiano in espansione. Nell’estate appena trascorsa, infatti, questo aveva praticamente costretto alla ritirata o catturato i presidi nemici della valle, di fatto restandone padrone. Circa 2000-2500 volontari compongono le formazioni operanti nell’area dell’Ossola, per un totale di sei divisioni, tra cui – appunto – la Valtoce e la Valdossola, fortemente connotate dagli orientamenti politici dei rispettivi comandi. Il giorno stesso dell’ingresso dei partigiani in Domodossola, il maggiore Dionigi Superti insedia la Giunta provvisoria di governo e ben presto “si ordina la destituzione di tutti i Podestà della Zona con effetto immediato.”
Chiara Lusuardi, Come funziona una zona libera: il caso dell’Ossola in La stampa clandestina della Resistenza, INSMLI Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia

La “repubblica” dell’Ossola è certamente la più nota e prestigiosa delle 18 “zone libere” partigiane che ebbero vita tra estate e autunno 1944 in piena occupazione tedesca <1. L’esperienza ossolana prese l’avvio con la resa dei presidi nazifascisti <2 alle forze partigiane, conclusa nel tardo pomeriggio del 9 settembre 1944 al Croppo di Trontano all’immediata periferia di Domodossola. La trattativa tra ufficiali partigiani (delle formazioni “Valdossola” e “Valtoce”), tedeschi e della Milizia fascista, fu abilmente mediata dai parroci di Masera, don Severino Baldoni, e di Domodossola don Luigi Pellanda. Questi seppero ben rappresentare alla delegazione tedesco-fascista la convenienza di venire a un rapido accordo con le due formazioni “autonome”, considerate moderate, approfittando dell’assenza dei più temibili “garibaldini”.
[…] La ricostituita “Valdossola”, con circa 150 uomini, si era insediata sulle alture sovrastanti Premosello e controllava la sinistra orografica del Toce da Beura sino a Mergozzo. Nell’Intrese operavano i garibaldini della 85a Brigata “Valgrande martire” (nata da una scissione con la formazione di Superti) comandata da Mario Muneghina. Tra Intra e Cannero e la retrostante Valle Cannobina agivano la “Cesare Battisti” di Armando Calzavara (Arca) con circa 80 uomini e la “Generale Perotti” <4 di Filippo Frassati (Pippo) con circa 60. Dall’unione operativa di queste due formazioni nacque nell’agosto la Brigata “Piave”. Sulla destra del Toce era presente la “Valtoce” di Alfredo Di Dio che aveva le sue basi operative sopra Ornavasso.
[…] L’8 i garibaldini, che avevano già sloggiato tedeschi e milizia dalle altre valli entrarono a Varzo (i tedeschi del presidio ebbero via libera per la vicina Svizzera) e a Crevoladossola, mentre “Valtoce” e “Valdossola” attaccarono e dispersero il presidio di Piedimulera forte di oltre 100 uomini fra tedeschi (che alle prime avvisaglie abbandonarono il campo) e fascisti, che sostennero il peso dell’attacco lasciando sul terreno alcuni morti.
[…] A breve distanza dall’entrata dei partigiani nel capoluogo gli organismi civili si dettero così una struttura operativa. Nel clima di entusiasmo che aveva pervaso gli ossolani si organizzarono il Fronte della Gioventù a Domodossola, Villadossola e Varzo, l’Unione Donne Italiane col Gruppo difesa Donne, le Camere del Lavoro a Domodossola e a Villadossola. Si elessero commissioni interne di fabbrica destituendo quelle nominate durante il fascismo. Risorsero i sindacati liberi che chiesero, come prima rivendicazione, un miglioramento salariale di 3 lire giornaliere e aumenti di stipendi per i dipendenti del pubblico impiego. Furono tenuti vari comizi e la stampa ebbe un eccezionale sviluppo. A cura della Giunta uscirono quattro numeri del settimanale Liberazione e parecchi numeri del Bollettino di informazione. I garibaldini pubblicarono Unità e libertà. L’Unità e L’Avanti! uscirono con un numero speciale, la formazione di Di Dio dette alle stampe Valtoce e la “Matteotti” di recente costituzione pubblicò un numero de Il Patriota. L’installazione di una emittente radiofonica (se ne erano occupati l’ing. Bruno Zamproni di Domodossola e il radiotecnico Benvenuto Trischetti) dovette arrestarsi alle prove tecniche per la sopravvenuta rioccupazione nazifascista della zona.
[…] L’attacco iniziò il 9 ottobre e fu accompagnato sino alla sua conclusione da una gelida pioggia autunnale che mise in evidenza la sommarietà dell’equipaggiamento dei partigiani, alcuni completamente sprovvisti di indumenti pesanti. La pressione nemica aumentò gradatamente di intensità su tre direttrici: verso la Valle Cannobina, difesa dalla “Piave”, la Valle Strona (“Beltrami”) e infine lungo l’asse principale della valle del Toce, tenuto dalla “Valdossola” e dalla ”Valtoce” con qualche reparto garibaldino.
L’attacco nazifascista riuscì ad avere ben presto ragione della “Piave”. Il giorno 12 alla galleria di Finero caddero sotto il fuoco delle avanguardie avversarie due prestigiosi capi partigiani: i comandanti della “Valtoce” Alfredo Di Dio, e della “Guardia nazionale” Attilio Moneta. L’affacciarsi della colonna nemica al Passo di Finero mise in crisi tutto il dispositivo di difesa, scardinato nel suo fianco sinistro. Lo schieramento della bassa Ossola a cavallo della linea Mergozzo-Ornavasso cedette verso il tramonto del giorno 13, anche per lo scarso munizionamento dei reparti partigiani che peraltro opposero fiera resistenza, rinunciando poi ad attestarsi su una linea arretrata di difesa fra Anzola e Vogogna. Il sabato 14 gli ultimi difensori abbandonarono Domodossola che venne rioccupata nel pomeriggio di quel giorno dalle avanguardie avversarie (SS tedesche e italiane, paracadutisti della G.N.R. e militi del “Venezia Giulia”) tutti al comando dell’Hauptmann Fritz Noweck.
Per i partigiani, sfuggiti alla “tenaglia” prevista dal piano tedesco, non restava che cercare la salvezza nella vicina Svizzera. Con loro anche i membri del governo attraverso il Passo di San Giacomo abbondantemente innevato il 22 ottobre ripararono nel Ticino preceduti da una cinquantina di prigionieri fascisti e da una ventina di militi del “Folgore”, tra cui una donna, catturati dalle retroguardie partigiane negli ultimi disperati combattimenti di qualche giorno prima.
[NOTE]
1 Le “zone libere” che ebbero vita nel 1944 oltre all’Ossola furono, cronologicamente: Val Ceno (alto Parmense) dal 10-6 all’11-7; Valsesia da 11-6 a 10-7; Val d’Enza e Val Parma, giugno e luglio; Val Taro (fra Parma e La Spezia) dal 15-6 al 24-7; Montefiorino (Modena) dal 17-6 all’1-8; Val Maira e Val Varaita (CN), fine giugno – 21.8; Valli di Lanzo, dal 25-6 a fine settembre; Friuli Orientale, 30-6 – fine settembre; Bobbio (Piacenza) dal 7-7 al 27-8; Torriglia (Liguria) primi di luglio – fine agosto; Carnia metà luglio-metà ottobre; Cansiglio (Belluno) luglio – settembre; Imperia, fine agosto – metà ottobre; Alba, dal 10 ottobre al 2 novembre; Alto Monferrato, settembre – 2-12; Varzi fine settembre – 29-11; Alto Tortonese, settembre – dicembre.
2 Col termine “nazifascisti” si intendono comunemente e complessivamente le truppe tedesche e italiane, queste organizzate dalla Repubblica sociale (fascista) vissuta tra il settembre 1943 e il 25-4-1945. Tanto la Germania di Hitler quanto la Repubblica di Mussolini, rette con un sistema totalitario, ammettevano un partito politico unico: il nazionalsocialista in Germania, abbreviato in “nazismo” e quello fascista in Italia. Da qui, riduttivamente, la voce “nazifascista” per indicare organismi o truppe, operanti congiuntamente, dei due Stati.
3 Corpo (dei) Volontari (della) Libertà, cioè l’insieme delle Bande o formazioni partigiane che agivano bellicosamente nel territorio occupato dai tedeschi e sottoposto all’autorità della Repubblica sociale italiana di Mussolini. Gli appartenenti (“patrioti” o più comunemente “partigiani”) non erano tutelati dalla Convenzione di Gi-nevra come i militari degli eserciti regolari belligeranti, essendo considerati “franchi tiratori”.
4 II generale di Brigata del Genio Giuseppe Perotti (Torino 1895, ivi 1944) componente del primo “comitato militare” della Resistenza piemontese venne catturato a Torino il 30-3-1944 e dopo un sommario processo fucilato con altri membri del Comitato, il 5 aprile successivo al poligono di tiro del Martinetto.
Paolo Bologna, La “repubblica” dell’Ossola, ANPI Sezione “Poldo Gasparorro” Monforte – Porta Venezia, Milano

[…] Aminta Migliari, Giorgio (1920-1991), promotore e comandante del Servizio informazioni patrioti (Sip), costituito nella primavera del 1944. Inizialmente la rete informativa è costruita localmente per il gruppo partigiano (autonomo) di Alfredo Di Dio dopo il 13 febbraio 1944. Nel marzo 1945 diventa Servizio informazioni militari Nord Italia (Simni), che vede ampliata la rete di agenti e informatori dalla zona novarese, originaria, a quasi tutte le regioni dell’Italia settentrionale. Migliari è stato altresì commissario di guerra del raggruppamento divisioni Alfredo Di Dio, in stretti rapporti con la missione dell’Oss Chrysler, paracadutata nella zona del Mottarone nel settembre 1944, e in stretti rapporti con la Democrazia Cristiana.
Massimo Fumagalli e Gabriele Fontana, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu