Il pensiero di Silvio Trentin è un pensiero vigoroso

Silvio Trentin con la figlia Franca – Fonte: Wikipedia

Silvio Trentin è meno noto di altri leader antifascisti del suo tempo.
Poche sono le biblioteche che conservano i suoi scritti; meno ancora lo sono i corsi universitari a lui dedicati. Già Norberto Bobbio e Giannantonio Paladini, i due autori che forse hanno maggiormente contribuito a diffondere il suo pensiero, si erano posti il problema senza riuscire a trovare una risposta persuasiva. Nemmeno la biografia di Frank Rosengarten, pubblicata in Italia nel 1980, è riuscita a rompere il velo. Del resto anche questa è una anomalia: i due studiosi che per primi si sono occupati del sandonatese, con lavori egregi, va detto, sono uno statunitense proveniente da New York, scomparso nel 2014, e uno svizzero, Hans Werner Tobler […]
Questa mancata notorietà è tanto più sorprendente se si considerano i tratti essenziali della personalità di Trentin. Innanzitutto la sua scelta di vita. Già nel 1926 ha scelto l’esilio, rinunciando alla docenza universitaria per non sottostare alla legge fascista che gli imponeva obblighi
inaccettabili nel comportamento e nell’esercizio dell’insegnamento. Soltanto Francesco Saverio Nitti e Gaetano Salvemini fecero la stessa cosa.
Alcuni anni dopo altri professori universitari, a dire il vero non molti, rifiutarono il giuramento fascista e dovettero abbandonare la cattedra.
È stata una scelta di vita pesante, che condusse Silvio prima a fare l’agricoltore, poi per parecchi anni l’operaio in una tipografia e infine il gestore della Librairie du Languedoc a Tolosa, la quale divenne uno dei centri più vivi dell’antifascismo non solo italiano, ma europeo. Trentin è probabilmente l’esponente più europeo dell’antifascismo italiano: non soltanto per la matrice culturale e per il suo pensiero chiaramente orientato alla costruzione degli Stati Uniti di Europa, ma soprattutto per le
sue relazioni a largo raggio, particolarmente con l’antifascismo francese e spagnolo, e per la sua partecipazione diretta e personale sia alla guerra di Spagna e successivamente alla lotta di Liberazione nel sudovest della Francia, con la costituzione del movimento partigiano Libérer e Fédérer.
Purtroppo muore presto, già nel marzo 1944, ma nei sei mesi in cui è in Italia ed è a capo della Resistenza veneta, ha modo di lasciare una feconda eredità, come hanno testimoniato Norberto Bobbio, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti, Leo Valiani, Emilio Lussu, e poi i giovani aderenti
al Partito d’Azione. Ricordo per tutti Alberto Giuriolo, che tradusse Libérer e Fédérer e fu poi assassinato dai nazifascisti, Mario Dal Pra, a cui consegnò la bozza di Stato, nazione, federalismo, ed Enrico Opocher, futuro rettore dell’Università di Padova. Anche Ugo La Malfa ha confessato di avere un debito di riconoscenza verso Trentin, non soltanto per le sue lezioni universitarie, ma per avergli fatto conoscere Giovanni Amendola.
C’è un tratto singolare che lo distingue e che va segnalato: Trentin è stato non soltanto un leader politico, uno dei maggiori esponenti di Giustizia e Libertà, ma un giurista-politico. Il diritto pubblico e amministrativo e in particolare il rapporto tra questo e la libertà della persona e l’autonomia degli organismi sociali sono stati la linfa del suo impegno politico.
Chi mi ha fatto conoscere Silvio Trentin è stata sua figlia Franca. Ero a Venezia da pochi mesi, come segretario regionale del PCI Veneto, e un giorno venne a casa mia con un pacco di libri. C’erano vari interventi su suo padre, di Bobbio, di Paladini e di altri, atti di convegni, e soprattutto due libri che quasi subito mi accinsi a leggere: Dieci anni di fascismo nel titolo del quale, curiosamente, nella traduzione dal francese della edizione italiana ad opera degli Editori Riuniti (1975) si smarrisce
la qualificazione di totalitario, e poi Stato nazione federalismo nella edizione oramai rara del 1945, curato da Dal Pra che lo aveva portato clandestinamente a Milano.
Mi colpirono molto. La sua analisi sul fascismo aveva aspetti sicuramente originali nella disanima puntuale e organica dei soprusi, legali e illegali, contro la libertà e contro i diritti dell’uomo. Anche l’uso del termine ‘totalitario’ mi sembrò nuovo per il tempo in cui il libro fu per la prima volta pubblicato (1936, l’anno del maggiore consenso al fascismo).
Ma più ancora mi impressionò favorevolmente la concezione federalista del suo pensiero e del nuovo ordine costituente da lui proposto, che è alla base di Stato nazione federalismo. Non era soltanto un federalismo istituzionale, e neppure soltanto territoriale, anche se ovviamente questa
dimensione esisteva, ma un federalismo che definii subito ‘strutturale’, che cercava cioè di costruire una partecipazione sociale e un equilibrio nuovo tra Stato e società e con la rappresentanza degli interessi del lavoro e della produzione.
Era presente in una certa misura l’influenza del federalismo integrale della tradizione francese, ma aveva qualcosa di diverso, specialmente nella visione della società caratterizzata dalla molteplicità
e quindi dal pluralismo.
Secondo me il pensiero di Silvio Trentin è un pensiero vigoroso che mantiene elementi di vitalità che tuttora possono essere dibattuti e studiati proficuamente per affrontare i tempi presenti. In particolare c’è un tema che è vivo oggi forse più di ieri: il rapporto tra lo Stato e la società
e in modo particolare tra lo Stato e la libertà della persona umana. Lo ha messo bene in luce Fulvio Cortese nei suoi lavori. I cardini della ricerca del pensatore sandonatese sono i seguenti: la persona umana viene prima della società e dello Stato e la libertà è inseparabile dalla persona […]
Il fascismo è l’opposto di quanto è giusto, perché lo Stato, accentrato, monocratico, totalitario, fagocita la società. Invece occorre dare vita allo Stato federale, in cui l’autonomia sia pienamente salvaguardata: sia quella della persona individuale, che quella delle varie istanze, professionali e territoriali, in cui si sviluppa l’attività umana e si articola la società.
Trovo questa idea di grande attualità e modernità. In quanto concepisce lo Stato e l’organizzazione pubblica come proiezione della società civile, o per lo meno come espressione mediata della società, e non viceversa.
Non c’è in Trentin nessuna ipostasi dello Stato e in generale del potere pubblico.
Giustamente Giannantonio Paladini ha definito questa concezione socialismo federalista. Trentin ci arriva con gradualità, soprattutto sulla base della storia e di quello che è stato definito lo ‘spirito degli anni Trenta’, cioè l’esperienza dei fronti popolari prima in Spagna e poi in Francia, la lotta al fascismo e al nazismo, l’affermarsi della rivoluzione sovietica. In modo particolare su un punto matura una ferma convinzione: il legame tra fascismo e la struttura capitalistica e dunque la necessità di una economia di tipo socialista come base per la costruzione di uno Stato federale
che sia pienamente democratico e garante della libertà personale. Con la consueta chiarezza Bobbio ha scritto: «Il suo pensiero si muoveva in due direzioni: sul terreno economico verso il collettivismo; sul terreno politico verso lo Stato pluralistico. Un concetto è l’antidoto dell’altro. Quel che vi era di minaccioso per la libertà individuale dal collettivismo doveva essere attenuato dal sistema delle autonomie; quel che vi era di iniquo nel sistema dell’economia liberale doveva essere superato dal
sistema collettivistico». In seguito Bobbio ha definito questa posizione come via intermedia o meglio terza via tra il capitalismo e il socialismo.
Lo spirito costituente di Trentin trova esplicazione nei due abbozzi costituzionali elaborati negli ultimi anni della sua vita, quello per la Francia e quello per l’Italia, analoghi, ma non identici. Le due bozze, al di là delle differenze, che tuttavia non sono significative, delineano un modello di Stato federale che cerca di combinare l’autonomia territoriale (i Comuni, le Province e soprattutto le Regioni) con la pluralità dei gruppi sociali e delle attività economiche e lavorative, in cui gli uomini
operano, si associamo, producono […]
Altra è la matrice culturale, come bene ha messo in luce Giovanni De Luna. Nell’ipotesi trentiniana il fine è la costruzione di uno Stato permeato dall’egemonia della società civile, in cui la partecipazione democratica e autonoma di massa è la linfa permanente dello Stato federale. Non lo Stato proletario e l’attuazione pratica del partito rivoluzionario, come parte e avanguardia della classe operaia.
Il progetto costituente di Trentin pecca senza dubbio di artificiosità e di macchinosità; in qualche punto è di difficile realizzazione pratica.
Si pensi, per esempio, alle sette camere professionali regionali che si devono unificare in un consiglio nazionale federale […]
La soluzione che è stata individuata dopo la Liberazione con la nuova Costituzione repubblicana probabilmente non avrebbe convinto pienamente Silvio Trentin. Non nei principi costitutivi, ma nella seconda parte del testo costituzionale, in quella ordinamentale, perché eccessiva e troppo estesa è l’egemonia dei partiti rispetto alla società.
Credo anch’io, come Angelo Ventura, che Trentin sia un personaggio ‘scomodo’. Scomoda era innanzitutto la sua innegabile sottovalutazione del ruolo dei partiti, e in particolare dei partiti di massa, come tramiti tra Stato e società. Scomoda anche la sua collocazione politica. In buoni
rapporti con i socialisti, condannava però senza esitazione il riformismo, considerato un ‘virus malefico’ nella lotta al nazifascismo. Ritenuto a ragione amico dei comunisti, ma critico nei confronti del loro tatticismo, in cui prevaleva la realpolitik, e della loro concezione giacobina e verticistica
dello Stato e del processo rivoluzionario. Sebbene pensasse che l’alleanza con l’Unione sovietica fosse indispensabile per battere il nazifascismo […]
Per quanto concerne il Partito d’Azione percepiva la distanza con gli ideali di Giustizia e Libertà; faceva parte dell’ala più radicale, avendo come progetto la lotta armata e la rivoluzione non solo democratica, ma socialista, al fine di sradicare il fascismo e il vecchio ordine e di edificare la nuova società delle libertà e degli eguali. Per alcuni versi era un eretico di sinistra, che tuttavia ha sempre saputo privilegiare l’unità, la più ampia possibile, nella lotta antifascista. Un eretico e un pensatore
originale e solitario. Per questo, credo, ha pagato un prezzo prima, durante la sua vita e dopo, con l’insufficiente ‘fortuna’ del suo messaggio politico e delle sue opere […]
Iginio Ariemma, Silvio Trentin, una personalità “scomoda” in Resistenza e diritto pubblico a cura di Fulvio Cortese, Firenze University Press, 2016, (Carte, Studi e Opere – Centro Trentin di Venezia; 3)

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