Proprio il rapporto contadini-Resistenza si caratterizza come nodo storiografico di estrema importanza, soprattutto per una realtà come quella astigiana

La caduta di Mussolini e la fuga del re dopo l’8 settembre creano una “situazione” nuova a cui le campagne astigiane rispondono con una certa lentezza, rispetto alla città.
Il Pci astigiano, infatti, è scettico, in un primo momento, sulle possibilità di sviluppo del movimento partigiano in provincia.
Il primo dato da rilevare è, quindi, la lentezza e la difficoltà con cui si sviluppa e cresce la Resistenza astigiana. Solo nella primavera-estate del ’44 si può dire che vengano raggiunti un certo livello di organizzazione e di inquadramento delle bande <74.
L’attività più intensa, nei primi mesi, si concentra ai confini con le Langhe, grazie anche ad un paesaggio che presenta meno rischi di esposizione per le attività di guerriglia <75.
La creazione delle prime bande, nell’Astigiano come in molte altre realtà, avviene per lo più casualmente: più delle posizioni politiche ed ideologiche contano le zone, il paese di provenienza, l’appartenenza ad una medesima comunità, il carisma del “capo” <76.
Come sottolinea Guido Quazza,
“Il punto di partenza dell’attività di guerriglia è, sì, spesso il vecchio militante antifascista e il garibaldino di Spagna, ma anche l’ufficiale che si ribella a Roma o in Piemonte o nel Veneto, a Cefalonia, in Grecia e Jugoslavia, il soldato che tenta di fuggire dai vagoni piombati diretti in Germania, il reduce che istintivamente va in montagna, il civile che sale alle baite alpine o appenniniche […] In questi non gioca la consapevolezza e la fede politica vera e propria, ma […] la capacità di attingere in se stessi la fonte delle scelte dei momenti supremi;”
ancora,
“Grazie a questo fenomeno, grazie a questi uomini singoli, […] l’antifascismo diventa Resistenza armata, e perciò la Resistenza armata non può non essere riconosciuta in larga misura anche un fenomeno “spontaneo”” <77.
Lentamente, quindi, soprattutto per sfuggire ai bandi di chiamata alle armi della Rsi, incominciano ad affluire giovani “imboscati”: l’impatto con una realtà soggettiva drammatica, la necessità di proteggersi, di fare qualcosa, spinge ad allargare lo sguardo alla realtà oggettiva. Solo quando la guerra diventa totale, quando coinvolge anche le campagne accomunandole con la città nello stesso destino di sofferenza, solo allora il contadino sceglie, spezzando la tradizionale refrattarietà e marginalità del mondo rurale, cercando più la sopravvivenza che la lotta <78.
Proprio il rapporto contadini-Resistenza si caratterizza come nodo storiografico di estrema importanza, soprattutto per una realtà come quella astigiana. Tale questione ha conosciuto interesse crescente nella storiografia resistenziale, nazionale e locale, ed ha prodotto alcuni punti di passaggio obbligati per un’analisi della Resistenza astigiana <79.
Si può affermare che l’adesione e l’appoggio contadino alle prime bande siano <<pre-politici>> e che nascano dall’<<afascismo>> e dall’<<antifascismo esistenziale>> di cui parla Quazza <80. Questa scelta parte, soprattutto, da elaborazioni interne alla comunità contadina e coerenti con i valori tradizionali di tale microcosmo.
Per tale comunità, infatti, l’esigenza primaria resta in ogni caso la tutela dei propri interessi e della propria incolumità, anche a costo di agire in modo opportunistico ed indipendente dall’evoluzione della lotta81.
La difesa della “roba” spinge a rompere e nello stesso tempo a recuperare atteggiamenti tradizionali.
La campagna di boicottaggio della consegna del grano agli ammassi, lanciata dal Clnp nel giugno 1944, mostra chiaramente la complessità di tali scelte. Scelte, in realtà, non “politiche” ma coerenti con il secolare particolarismo che spinge, comunque, alla difesa dei propri interessi. Si tratta, quindi, di una momentanea coincidenza di obiettivi. Tutto ciò verrà alla luce dopo la Liberazione, quando questo comportamento di sottrazione del raccolto perdurerà, in un periodo di drammatica carenza di prodotti alimentari sul mercato <82.
Anche l’odio antitedesco e antifascista si nutre di una chiusura per ciò che è considerato esterno alla comunità contadina, per ciò che, con la guerra prima e con i bandi della Rsi poi, rischia di violentare e distruggere tale comunità. Così come l’ospitalità e la protezione spesso accordata ai partigiani nascono dal riconoscimento del membro della comunità, dell’uguale a sé, più che del combattente. Il contadino-partigiano, colui che entra nelle bande, opera una rottura con l’attesismo, la prudenza e gli atteggiamenti tradizionali del suo “mondo”. La complessità di questi fattori spiega la difficoltà e la diffidenza verso la precisa costruzione del movimento partigiano della primavera-estate 1944. Raggiunta una piena strutturazione, la Resistenza astigiana <<divampa poi come un incendio>> <83 e sarà impegnata duramente fino alla Liberazione.
La violenza della lotta è testimoniata dalla frequenza degli scontri e dal numero dei caduti <84. Momenti come il rastrellamento del 2 dicembre 1944, quando cade la repubblica partigiana dell’Alto Monferrato, indicano il livello dello scontro raggiunto. Proprio questa esperienza di governo partigiano, che pone all’ordine del giorno la capacità di “costruzione” di un potere nuovo, presenta aspetti interessanti per quel che riguarda la riorganizzazione sindacale.
La Giunta popolare di governo nasce il 30 ottobre 1944 a Nizza e comprende i comuni dell’Alto Monferrato, progressivamente liberati nel corso dell’estate e dell’autunno 1944.
Alcuni giorni prima era stata già impostata la questione sindacale, giungendo alla creazione di un sindacato unico eletto democraticamente. Gli operai dei due centri maggiori della zona libera, Nizza e Canelli, eleggevano, in base al numero dei lavoratori di ciascuna azienda, i rappresentanti del Comitato sindacale <85. Questi sono pressoché privi di specifiche competenze, se si esclude un esponente comunista del Comitato sindacale di Nizza, che
“aveva fatto parte della Camera del lavoro di Asti prima del fascismo, ma che non ha conoscenza alcuna della legislazione sociale e contrattuale fascista” <86.
Sulla questione della figura, del ruolo e delle competenze dei sindacalisti, dopo la Liberazione, avremo modo di soffermarci nel capitolo successivo.
Intanto, già a novembre vengono firmati i primi accordi salariali per alcune categorie di lavoratori e, a Canelli, si ottiene che gli industriali paghino <<40 ore settimanali sebbene, in molti casi, non lavorino che tre giorni alla settimana>> <87, ed è una conquista importante se si pensa che ad Asti si temono licenziamenti in alcune fabbriche <88, evitati grazie al peso che le forze antifasciste hanno ormai raggiunto anche nel capoluogo.
[…] Quando alcuni intervistati affermano, ad esempio, a proposito di Remo Dovano (Donovan), partigiano e sappista astigiano, fucilato il 4 maggio 1944,
“l’8 settembre fu uno dei primi a far parte delle squadre S.A.P., dirette in quei giorni da Tino Ombra, Vairo, Alciati ed altri” <90,
in realtà intendono dire che questi militanti comunisti rappresentano la struttura iniziale della resistenza cittadina, responsabili, soprattutto, del “lavoro” nelle fabbriche. Saranno proprio loro, infatti, a svolgere un ruolo di primo piano negli scioperi del marzo 1944.
Anche per quel che riguarda la confusione nella denominazione delle organizzazioni, occorre una precisazione. Alcuni protagonisti delle vicende resistenziali astigiane parlano indistintamente di Gap e Sap <91 per indicare i nuclei cittadini con compiti di sabotaggio, incursioni e azioni dimostrative. Anche Benvenuto Santus cita la costituzione di un Gap in alcune relazioni <92, ma dall’estate 1944 non ne farà più menzione, citando invece, più correttamente, l’attività delle Sap. In realtà nessun Gruppo di azione patriottica opera ad Asti. Questi, costituiti su iniziativa comunista, eseguono attacchi diretti utilizzando militanti esperti che agiscono in clandestinità <93. Appare assai rischioso intraprendere azioni del genere in un contesto urbano, quale quello astigiano, che non permette certo l’anonimato e le vie di fuga di grandi città come Milano o Torino. Si aggiunga a questo la possibilità di “protezione” offerta, invece, dalle campagne e dalle colline circostanti. Assai più sicuro risulta, come infatti avviene, compiere delle azioni “mordi e fuggi” da parte di piccoli gruppi partigiani e ritornare, poi, velocemente alle proprie formazioni.
Invece,
“Il sappista è un elemento legale, lavora nel suo mestiere e nella sua professione, agisce quando è chiamato. […] Il nucleo SAP si ritrova, sotto il caponucleo, nell’azione da compiere, al giorno e ora stabiliti, ritorna poi alla sua vita normale. Non porta armi con sé che durante l’azione” <94.
Le funzioni della Sap consistono in azioni di sabotaggio, nella raccolta di informazioni per le bande partigiane, nel “prelevamento di individui nocivi”, nel lancio di manifestini, nell’organizzazione di comizi volanti. Il comportamento da tenere è ben sintetizzato dalla regola <<Stare zitti e parlare poco>> <95.
Le Sap, sotto il comando di Rinaldo Grasso, comprendono all’inizio meno di una decina di persone,
“si facevano sentire ogni tanto con la distruzione di materiale bellico. Tutto questo dava fiducia alla classe operaia” <96.
La brigata Sap Asti, che raggiungerà nel corso del 1944 lo status di battaglione, può contare nel dicembre 1943 su 12 uomini. Le difficoltà nelle azioni sono numerose se, ancora a fine agosto 1944, con circa 70 uomini a disposizione, Santus (Fino) afferma
“Siamo ancora molto indietro. […] Finora le SAP hanno svolto pochissima attività, hanno curato più che altro il recupero armi ma si sta attivandole per un’effettiva opera di sabotaggio” <97.
Durante l’autunno, l’arresto di un militante e il rischio per altri sappisti di essere “bruciati” inducono a meditare l’assorbimento di alcuni uomini da parte della 45^ Brigata Garibaldi. Questa battuta di arresto, insieme alle tensioni che si manifestano, sulle Sap, tra Pci e Pd’a, in seno al Clnp, sembrano infliggere un duro colpo alle squadre cittadine98. La ripresa sarà considerevole, così come l’avvicendamento degli uomini: poco meno di 300 persone, tra partigiani, patrioti e benemeriti, passeranno nelle Sap astigiane durante il loro percorso partigiano <99.
All’atto della smobilitazione, la struttura raggiunge una consistenza complessiva di 165 volontari, distinti in 107 partigiani combattenti, 50 patrioti, 5 feriti, 1 mutilato e 2 caduti. Il battaglione risulta essere articolato in 4 distaccamenti (Callianetto, Valmanera, Palucco e Asti) e 3 squadre (I squadra interna est, II squadra interna centro e III squadra) <100.
Può essere interessante tracciare un profilo del sappista astigiano.
Il 68% dei combattenti risiede in città e il 57% del totale è operaio o svolge un lavoro assimilabile alla condizione operaia; poco più del 15% è costituito da contadini, il 9,5% svolge un’attività impiegatizia, circa il 7% è costituito da militari, tra cui alcuni ufficiali, quasi il 7% è artigiano e oltre il 3% è costituito da studenti.
Per quel che riguarda l’età, si può dire che la grande maggioranza dei sappisti sia nata prima dell’avvento del fascismo. Infatti, quasi il 42% del totale è nato prima del 1911e il 33% tra il 1912 e il 1922, oltre il 19% è nato tra il 1923 ed il 1926 ed è la classe direttamente interessata dai bandi della Rsi e circa il 5% sono i giovanissimi, quelli nati dopo il 1927.
Risulta, quindi, chiara l’estrazione urbana e operaia di coloro che operano nelle Sap cittadine.
Questo è particolarmente interessante se pensiamo che, considerando il partigianato astigiano nel suo complesso, la quota di contadini è del 31% e quella di operai del 29%.
Il peso della classe operaia rivela, così, una forte politicizzazione che sarà centrale anche nelle lotte del dopoguerra. Un’importanza ed una combattività che emergeranno subito, già all’indomani della Liberazione.
[NOTE]
74 Cfr. Luigi Carimando, Mario Renosio, La guerra tra le case. 2 dicembre 1944, Cuneo, L’Arciere, 1988, p. 27; Primo Maioglio, Aldo Gamba, Il movimento partigiano, cit., p. 52.
75 Cfr. Mario Renosio, Colline partigiane, cit., p. 76; Anna Bravo, I partigiani e la popolazione contadina nell’Astigiano, in Contadini e partigiani, cit., p. 17.
76 Cfr. Luigi Carimando, Mario Renosio, La guerra tra le case, cit., pp. 25-27; Anna Bravo, I partigiani e la popolazione contadina, cit., pp. 18-20; Roberta Favrin, Lotta partigiana e società contadina: l’VIII^ divisione Garibaldi “Asti”, in “Asti contemporanea”, n. 6, 1999, p. 210.
77 Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Milano, Feltrinelli, 1976, pp. 127-128.
78 Cfr. Luigi Carimando, Mario Renosio, La guerra tra le case, cit., pp. 19-22.
79 Cfr. Contadini e partigiani, cit.; Mario Renosio, Colline partigiane, cit.
80 Cfr. Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia, cit., p. 125.
81 Mario Renosio, Colline partigiane, cit., p. 121.
82 Cfr. Idem, pp. 118-121
83 Carlo Gilardenghi, I nodi politici e sociali della lotta partigiana nel Monferrato, in Contadini e partigiani, cit., p. 270.
84 Cfr. Mario Renosio, Colline partigiane, cit., p. 19 e n.
90 Testimonianza di Secondo Dovano, in Collettivo Gramsci Mago Povero, Ricerca su Remo Dovano, cit.; cfr. anche Primo Maioglio, Aldo Gamba, Il movimento partigiano, cit., pp. 47-49.
91 Cfr. Ricerca su Remo Dovano, cit.
92 Cfr. docc. del 3 maggio 1944 e del 30 giugno 1944, FG, Pci, 13-5-13 e 13-5-19.
93 Cfr. Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. II, Milano, La Pietra, 1971, pp. 475-477.
94 Prontuario del sappista, s.d., Israt, Fondo Doglione, b. 23, f. Sap.
95 Doc. dell’ 8 aprile 1945, idem.
96 Celestino Ombra, Il commissario Tino, cit., p. 176.
97 Doc. del 31 agosto 1944, FG, Pci, 13-5-32.
98 Cfr. doc. del 29 novembre 1944, FG, Pci, 13-5-38.
99 Cfr. Banca dati della ricerca su partigianato piemontese e società civile degli Istituti della Resistenza Piemontesi, coordinata da Claudio Dellavalle.
100 Cfr. docc. in Israt, Ricompart, b. 17, f. Sap.
Walter Gonella, Sindacati e lotte operaie in una realtà provinciale contadina: la Camera del Lavoro di Asti (1945-1962), Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 1998-1999