Appena le divisioni tedesche lasciavano la zona rastrellata, la guerra partigiana ricominciava più intensa di prima

Eraldo Ciro Gastone – Fonte: Wikipedia

[…] La prima zona liberata dai partigiani fu, in ordine di tempo, la Valsesia, dove operavano le formazioni garibaldine di Moscatelli e di «Ciro» (Eraldo Gastone), che occuparono tutta la vallata sino a Grignasco l’11 giugno [1944], dopo che i nazifascisti dovettero risolversi a ritirare i loro presidi, sottoposti nelle settimane precedenti a continui attacchi.   Nei centri liberati vennero subito create amministrazioni democratiche, sulla base di CLN locali, che riorganizzarono tutti i servizi civili, presero misure efficaci per assicurare il vettovagliamento dei partigiani e della popolazione, assicurarono la ripresa della attività produttiva, non senza prima aver imposto agli industriali del luogo, convocati presso il municipio di Borgosesia, di cessare ogni lavorazione per i tedeschi; mentre in ogni fabbrica i lavoratori, riuniti in assemblea, eleggevano le commissioni interne. Sul piano militare, le misure adottate dal comando garibaldino consistettero nello schieramento delle tre brigate dipendenti a difesa degli accessi alla valle sia da Romagnano, sia dai fianchi. Affluirono oltre 500 reclute, che però poterono essere armate solo in parte. Inoltre, come scrisse poi il comandante «Ciro» in un suo rapporto, il possesso della zona permise la pronta organizzazione di attività non possibili nel periodo precedente: «Si potè organizzare un corso infermieri con oltre 100 partecipanti, tratti dai disarmati; due reparti per i patrioti negli ospedali di Borgosesia e Varallo controllati da medici nostri e da personale sanitario femminile e maschile incorporato nelle formazioni; aprire un ambulatorio per civili, gratuito, in cui prestavano servizio nostri medici; creare un autoparco con quaranta autisti e meccanici e l’attrezzatura per compiere qualsiasi riparazione; istituire un commissariato civile che provvedeva ai fabbisogni di viveri sia per i reparti che per la popolazione, regolando prezzi e frenando gli abusi; organizzare conferenze e pubbliche adunate coronate sempre dal più grande concorso di popolo e dal più lusinghiero successo; procedere ad una selezione dei quadri ed alla creazione di reparti organici militarmente istruiti; prendere numerose altre iniziative sia nell’intento di migliorare le formazioni che di dare alle popolazioni l’impressione di vivere sotto l’egida della libertà e della giustizia, secondo i programmi di ricostruzione proclamati dal Comitato di liberazione nazionale».

Garibaldini della Val Sesia

Pochi giorni dopo la liberazione della Valsesia, un’altra zona libera veniva creata in Emilia, dove la divisione Garibaldi Modena, comandata da Armando Ricci, un contadino che aveva cominciato in Spagna a combattere contro i nazifascisti, occupò una vasta zona il cui maggior centro era Montefiorino.

La Rocca di Montefiorino – Fonte: Wikipedia

Un rapporto sul fatto d’arme, redatto probabilmente dallo stesso Ricci, così spiega i motivi che determinarono i partigiani a compiere quell’impresa: «Gli effettivi della divisione Modena erano saliti a circa 5.000 uomini armati e 300 disarmati. Date l’affluenza continua di giovani dalla pianura e da tutte le parti della provincia e della regione, dovendo organizzare, armare ed inquadrare tutte queste nuove forze, non era più possibile continuare nella solita tattica partigiana degli spostamenti giornalieri che ci permettevano di sorprendere il nemico ed infliggergli duri colpi, tanto più che ormai era una tattica negativa anche dal punto di vista organizzativo, poiché il comando della divisione Modena, in contatto con gli alleati (che avevano mandato una missione militare) aveva necessità di disporre d’un territorio sicuro e facilmente individuabile da parte degli aerei alleati. Queste le esigenze organizzative.   «Militarmente, era intenzione e speranza dei partigiani di creare una vasta zona libera subito dietro la linea di difesa tedesca chiamata “gotica” per aiutare gli alleati ad aprirsi un varco quando l’avessero assalita. Inoltre detta zona, situata in un punto strategicamente adatto, tra la montagna e la pianura, poteva benissimo al momento opportuno essere un ottimo trampolino di lancio per un’insurrezione armata popolare di tutta la provincia, che avrebbe enormemente favorito ed accelerato l’avanzata alleata in un punto nevralgico così lungamente conteso come era la zona pedemontana emiliana-romagnola.   «II piano può sembrare presuntuoso e fantastico; ma quando sarà possibile valutare serenamente e con tutti gli elementi necessari come si tentò di attuarlo ed a quale punto la forza e l’entusiasmo partigiano avessero portato la sua realizzazione, si vedrà che non erano utopie… ».   Le operazioni per la liberazione della zona cominciarono ai primi di giugno, con una serie di assalti a tutti i presidi fascisti dei dintorni; poi i partigiani s’impossessarono di alcune posizioni decisive – il passo delle Forbici, Ligonchio, Villa Minozzo – ed infine diedero l’assalto alla rocca di Montefiorino. Il presidio fascista resistette per cinque giorni, sino al 15 giugno, poi fu annientato. In seguito l’occupazione fu estesa a Frassinoro, Palagano, Baiso, Toano, Quara ed altri centri, sicché la zona libera ebbe un’estensione di circa 600 chilometri quadrati.

Mentre i partigiani erano all’offensiva in tutta l’Italia invasa e raggiungevano in Valsesia ed a Montefiorino i primi clamorosi risultati, da parte fascista si cercava freneticamente di organizzare una repressione per «fronteggiare e debellare – come scrisse Mussolini – il banditismo dei fuorilegge». Nel corso di un gran rapporto tenuto dal capo di stato mag giore dell’esercito di Salò, il generale Mischi, presenti tutti i comandanti militari regionali nonché il generale tedesco Lunghershausen, ognuno degli in tervenuti aveva dipinto la situazione a tinte fosche e taluni erano incorsi in esagerazioni persino ridicole – come il generale Diamanti che aveva riferito che nella notte precedente erano entrati a Mi lano ben mille ribelli – per convincere il tedesco a premere presso il suo comando affinchè fossero adottate misure per rafforzare l’esercito di Salò e venisse intrapreso al più presto un vasto ciclo di rallestramenti.   Pochi giorni dopo, il 27 giugno [1944], Mussolini inviava a Graziani una lettera in cui diceva: «…L’organizzazione del movimento contro il banditismo deve avere un carattere che colpisca la psicologia delle popolazioni e sollevi l’entusiasmo delle nostre file unificate. Dev’essere la marcia della repubblica sociale contro la Vandea. E poiché il centro del Vandea monarchica, reazionaria, bolscevica è il Piemonte, la marcia, previa adunata a Torino di tuti le forze, deve cominciare dal Piemonte. Deve irradiarsi da Torino, in tutte le province, ripulire radicalmente e quindi passare immediatamente all’Emilia. Io credo che la situazione si capovolgerà, specialmente se le operazioni sul fronte italiano si svolgeranno favorevolmente».   Queste farneticazioni del «duce», come quelle dei suoi generali, non meriterebbero nemmeno d’essere riferite, se non costituissero una singolare prova del dispregio in cui i tedeschi tenevano i loro alleati fascisti. Infatti, mentre Mussolini e gli altri gerarchi si agitavano proclamando a gran voce la necessità d’una pronta controffensiva per stroncare il movimento partigiano, i tedeschi l’avevano già lanciata da alcuni giorni, ed evidentemente non s’erano nemmeno curati d’informarne i loro reggicoda. Non solo, ma si trattava della controffensiva più vasta sin’allora attuata, la prima su scala generale, che si protrarrà per oltre due mesi, non risparmiando alcuna zona «infestata dalle bande».  Il maresciallo Kesselring, che da tempo insisteva per sottrarre alle SS ed alla polizia la direzione della lotta contro i partigiani, nel maggio era finalmente riuscito nel suo intento. Come egli stesso scrisse nelle sue memorie, «la mia opinione, fortemente avversata dal comando supremo delle SS, venne invece accolta dal comando supremo delle forze armate, il che ebbe per conseguenza che al principio del mese di maggio 1944 la lotta contro le bande nel teatro di operazioni italiano venne affidata a me». Si trattava in realtà d’un provvedimento adottato in tutti i paesi occupati dai tedeschi: il 6 maggio il quartier generale di Hitler aveva diramato nuove istruzioni per la guerra contro le bande, ed in pari tempo aveva disposto che i comandi delle SS operassero in sottordine a quelli della Wehrmacht.   Secondo Kesselring, «la lotta contro le bande doveva venir posta tatticamente sullo stesso piano della guerra al fronte. I mezzi bellici fino allora riservati unicamente a quest’ultima (carri armati, artiglieria, lanciafiamme) dovevano venire usati in tutti i casi in cui con il loro appoggio il pericolo delle bande potesse venir eliminato rapidamente ed efficacemente; le migliori truppe dovevano venir impegnate nella lotta contro i partigiani. Era mio intento evitare, mediante operazioni energiche e pronte e l’impiego di truppe disciplinate, che la lotta contro le bande degenerasse in azioni autonome di reparti mal comandati e poco disciplinati, il che, secondo me, avrebbe significato il caos». In quest’ultima frase era forse la spiegazione della palese riluttanza germanica a servirsi delle soldataglie fasciste nella guerra contro i partigiani.  La controffensiva ebbe inizio il 16 giugno, nella zona dell’alto novarese, dove formazioni ancora poco numerose (forse 600 uomini in tutto) ma assai intraprendenti conducevano un’intensa guerriglia. Contro di essi i criteri enunciati da Kesselring trovarono immediata applicazione: una divisione tedesca, con qualche reparto fascista al seguito, e con artiglierie, carri armati, lanciafiamme, mise a ferro e fuoco l’Ossola e il Verbano. Più che un’operazione militare, fu una spietata caccia all’uomo. I partigiani, braccati come belve – per scoprirne le tracce il nemico usava cani addestrati e feroci come i loro padroni – vagavano per i boschi e sui monti, laceri, affamati, cercando provvisori rifugi nelle macchie, negli anfratti, perseguitati anche dal maltempo che intralciava il loro disperato andare. Ma più che la fatica e i disagi e il pericolo, incombeva su quegli uomini un pesante sconforto che nasceva dall’avvilita coscienza di non poter nemmeno combattere a causa dell’immensa disparità di forze. Diciassette giorni durò il rastrellamento. Caddero almeno duecento partigiani, quelli della banda Cesare Battisti al Pizzo Marona, quelli della banda Valdossola in Valgrande, ed altri un po’ dovunque, sulle balze e nelle vallate, colti e trucidati mentre s’aggiravano a piccoli gruppi in cerca d’una via di scampo, ma non senza prima essersi difesi sino all’ultima cartuccia. A questi caduti s’aggiunsero i giovani renitenti alla leva che, pur non arruolati nelle bande partigiane, venivano ugualmente passati per le armi quando il nemico li snidava nei villaggi dove erano nascosti. E le dimensioni della strage crescevano ogni giorno, tra bagliori d’incendi e scoppi d’esplosivi che distruggevano le grange ed ogni presunto ricovero dei partigiani.   Prima che il rastrellamento avesse termine, il nemico volle imprimere un suggello d’infamia all’ingloriosa operazione militare. Aveva catturato quarantatre prigionieri, alcuni partigiani, altri solo renitenti; e li inquadrò in macabro corteo obbligandoli a sfilare da Intra sino a Fondotoce. E qui, dove il Toce sbocca nel lago con un ampio delta, in una breve pianura soverchiata da monti scabri, i quarantatre vennero allineati davanti al plotone d’esecuzione tedesco e caddero sotto le sue raffiche. Uno solo si salvò, pur gravemente ferito: rimase a lungo sotto i cadaveri dei compagni che gli si erano ammucchiati addosso, finché fu soccorso da un sacerdote e da alcuni contadini.   Al termine delle operazioni, i tedeschi erano convinti d’aver totalmente eliminato il movimento partigiano dell’alto novarese. Trascorse una settimana, e già le bande s’erano ricostituite. E due mesi dopo, al declinare dell’estate, venne la clamorosa rivincita: la liberazione dell’Ossola.   Dai monti verbanesi e ossolani i tedeschi passarono in Valsesia. L’attacco alla zona libera cominciò il 2 luglio.   «II nemico – ha scritto “Ciro” nel suo rapporto – aveva concentrato notevoli forze a Romagnano e Borgomanero… Venne respinto dopo dodici ore di combattimento con gravissime perdite. Rinforzatosi, riattaccò il giorno 4 e dopo quattordici ore di lotta riuscì a costringere i nostri reparti al ripiegamento, data la mancanza di munizioni. La ritirata venne condotta con ordine e dopo aver esaurito il compito di protezione dell’alta valle obbligando il nemico ad impiegare dieci giorni per arrivare da Borgosesia ad Alagna. I battaglioni della brigata Rocco si spostarono nel biellese, dove, sorpresa una colonna tedesca in rallestrallemento, composta di circa 200 uomini, presso il Monbarone, postala sotto il fuoco concentrico di cinque mitraglie, l’annientarono quasi completamente. La brigata Osella si arroccò nella zona compresa tra Borgomanero-Gozzano-Romagnano-Grignasco, secondo gli ordini in precedenza ricevuti».   Purtroppo i numerosi disarmati durante il rastrellamento si disgregarono, quattordici di essi vennero catturati e fucilati, oltre settanta si dispersero. I restanti riuscirono poi a riunirsi in gruppi che, nel giro di due settimane, ristabilirono i collegamenti col comando e furono successivamente inquadrati nei reparti tornati dal biellese. E la lotta continuò anche in Valsesia.   Terzo obiettivo dei nazifascisti fu Montefiorino. Le operazioni, cominciate a fine luglio, vennero così descritte in un rapporto del comando della divisione Modena:   «Domenica 30 u.s. forze rilevanti tedesche, ammontanti, secondo informazioni, a due divisioni (una corazzata e una di paracadutisti rinforzata da vari battaglioni di SS italiane) assalivano le nostre brigate partendo da Villa Minozzo e Roteglia (zona modenese).   «Nel settore Piandelagotti l’attacco fu effettuato il 31. I nostri garibaldini con il loro coraggio e la loro audacia, benché con mezzi inferiori, sotto il tiro dei mortai e dei cannoni respingono e contrattaccano il nemico da pochissima distanza, infliggendogli perdite rilevanti.   «Dopo tre giorni di furiosa battaglia, esaminata la situazione, constatato il pericolo di accerchiamento, non avendo la via libera di ritirata nel settore prestabilito, il comando ordina lo sganciamento totale di tutte le forze della zona liberata per trasferirsi in vari settori al di là della via Giardini, quasi ovunque presidiata dai tedeschi e dai fascisti.   «Lo sganciamento nel suo complesso fu effettuata abbastanza ordinato. La battaglia si è protratta duramente per tre giorni su vari fronti, per quattro giorni nel settore Saltino-Santa Giulia, per cinque giorni a Gombola.   «Mancano i dati precisi delle forze che si sono trasferite in Toscana, mentre le forze che hanno attraversato la via Giardini ammontano a circa 3.000 uomini.   «Le perdite subite dal nemico ammontano a circa 2.000 morti ed altrettanti feriti. Le perdite nostre a tuttora ammontano a 100 morti e 150 feriti.   «Dopo lo sganciamento, il comando, trovandosi al di qua della via Giardini, ha scelto una posizione dove ha potuto in qualche giorno organizzare le formazioni e i suoi battaglioni ed inviarli a destinazione nei vari settori d’operazione scelti dal comando; contemporaneamente pattuglie attaccavano colonne tedesche di passaggio sulle varie strade, infliggendo loro una perdita di dodici macchine con materiale vario e causando la morte di una quindicina di tedeschi. Dopo lo sganciamento, la situazione che si è creata, dato il continuo movimento dei reparti e del comando stesso, rende molto difficile e lento il collegamento sia coi vari reparti che con voi (col comando militare Emilia-Romagna, n.d.a.) ».   In conclusione, il bilancio della prima fase della controffensiva condotta secondo i principi di Kesselring non era molto soddisfacente per i tedeschi: i successi parziali, ottenuti con l’impiego di forze e di mezzi soverchianti, non estirpavano le radici del movimento partigiano, e nemmeno lo costringevano a lunghi periodi di inattività per il riordinamento delle formazioni. Appena le divisioni tedesche lasciavano la zona rastrellata, la guerra partigiana ricominciava più intensa di prima […]

Pietro Secchia e Filippo Frassati, Storia della Resistenza, Editori Riuniti, Roma, 1965

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