Peter Tompkins, un amico dei partigiani italiani

Per combattere contro i nazisti e i fascisti, dall’Armistizio dell’8 settembre 1943 fino alla primavera del 1944 fiorirono molte iniziative autonome italiane di intelligence: l’O.R.I. (Organizzazione Resistenza Italiana), il Gruppo Montezemolo, la Rete Zucca, l’Organizzazione Otto e così via, collegate ai servizi segreti alleati che lavoravano con le proprie missioni, ma contemporaneamente si avvalevano della collaborazione degli italiani […] canali attraverso i quali, nell’Italia liberata, volontari italiani per missioni di intelligence venivano reclutati erano due: l’O.R.I. e il vecchio S.I.M. (Servizio Informazioni Militari). Intanto anche al Nord nascevano spontaneamente gruppi di intelligence che solo in seguito avrebbero avuto rapporti diretti o indiretti con gli Alleati. L’O.R.I. fu certamente uno dei primi e più efficienti tramiti tra i volontari e i servizi anglo-americani. L’organizzazione era stata fondata da un gruppo del quale facevano parte anche Raimondo Craveri, Guido De Ruggiero, Ottorino Maiga e Tullio Lussi. L’organizzazione piacque agli americani, ma non altrettanto agli inglesi. Questi ultimi puntavano sulle superstiti strutture del regio esercito. L’attivissimo trait d’union fra l’O.R.I. e l’O.S.S. (Office of Strategic Services) fu un giornalista americano, Peter Tompkins, che si trovava a Napoli fin dai tempi dell’occupazione tedesca. Dai contatti fra O.R.I. e O.S.S. furono accuratamente esclusi il Secret Service britannico e il suo braccio secolare, la Special Force Number 1. Le pietre raccontano

La storia dell’occupazione nazifascista della Capitale è del resto emblematica quanto a numero di coloro che praticavano il “doppio gioco” e di delatori. Le ricerche di Silverio Corvisieri (si legga il suo
libro Il re, Togliatti e il gobbo, editore Odradek) che si spingono sino all’immediato dopoguerra, fanno sì che le intuizioni e le convinzioni di Tompkins assumano una sconcertante attendibilità. Un’altra preoccupazione lo avrebbe però condizionato rendendolo particolarmente guardingo: la certezza, dimostratasi poi fondata, che anche tra gli agenti dell’OSS vi fossero degli infiltrati appartenenti ai servizi fascisti di Salò.
Proseguiamo con ordine, riprendendo la vicenda dal momento in cui Tompkins, lasciata Roma e raggiunta l’America già nel 1941, intuendo che di lì a poco Germania e Italia sarebbero entrate in guerra con gli Stati Uniti (11 dicembre 1941), avvicina Donovan ed entra nella pattuglia dei primi agenti segreti, rilevando subito nello staff organizzativo, gravi deficienze, oggetto di critiche vieppiù severe che egli amplierà nel prosieguo di tempo, soprattutto per quanto riguardava la scelta degli agenti. Questo atteggiamento sarà oggetto di ritorsioni, nel dopoguerra e per molto tempo, non solo da parte dei quadri dell’OSS, ma anche da parte degli alti ambienti militari degli Stati Uniti che gli negheranno gradi, riconoscimenti e decorazioni più che meritati. Tompkins è però in buona compagnia nel denunciare le incapacità e gli errori dovuti alla presunzione di taluni appartenenti
ai vertici dell’OSS (ma salvando Donovan e altri suoi diretti collaboratori). Quanto scrive, ad
esempio, Donald Downes nella prefazione alla prima edizione di Una spia a Roma lascia davvero
perplessi se non allibiti.
Downes non era uno qualunque.
Consigliere di Roosevelt alla Casa Bianca, professore nell’università di Yale, era a capo del gruppo OSS aggregato al corpo di spedizione sbarcato a Salerno il 9 settembre 1943, all’indomani dell’annuncio dell’armistizio. Si sarebbe dimesso dopo pochi giorni non approvando il sostegno degli Alleati a Vittorio Emanuele III e a Badoglio. Afferma tra l’altro: «In Peter Tompkins la mancanza di fiducia e di rispetto nei superiori immediati dell’OSS era giustificata dalla confusione,
dall’inesperienza e dalla incompetenza degli ufficiali più alti dei servizi informativi che operavano
presso il quartier generale delle forze alleate». Tra gli agenti reclutati – aggiunge – «c’erano scarti della Marina e del Dipartimento di Stato, playboys, rampolli cretini di famiglie ricche e politicamente importanti e così via. Peter lo sapeva benissimo ed è comprensibile la sua rabbia nel trovarsi a rischiare la vita per un’organizzazione incapace di trarre profitto dal suo sacrificio».
Un altro motivo che induce a riflettere sullo scarso rilievo dato dai dirigenti dell’OSS all’attività di
Tompkins prima, durante e dopo, la missione compiuta a Roma, e sulla ostilità verso di lui mai venuta meno in tanti anni da parte del Pentagono e del Dipartimento di Stato, va ricercato nelle posizioni politiche che dividevano i membri dell’organizzazione spionistica e di appoggio ai partigiani. Occorre rifarsi anche alla complessa situazione di allora, ai rapporti degli Alleati
(non concordi tra loro) nei confronti del governo italiano riformatosi a Brindisi dopo l’8 settembre,
diventato “cobelligerante” dopo la dichiarazione di guerra alla Germania (e pertanto non alla pari con le nazioni impegnate nel conflitto).
Basti dire che la Resistenza italiana aveva suscitato, sin dalle prime battaglie di militari e civili contro l’aggressione tedesca seguita all’armistizio – emblematica quella di Roma – la netta avversione di Vittorio Emanuele III (in certo modo “perdonato” e sostanzialmente sostenuto da Churchill) timoroso che il movimento popolare armato, diretto dai partiti politici in maggioranza contrari alla monarchia (sia per il tipo di regime sia per le complicità con il fascismo), segnasse la fine dell’istituzione e con essa il ruolo dei Savoia […] Badoglio aveva però un altro obiettivo, una volta sconfessata inizialmente la Resistenza in quanto lotta di popolo: ricostituire le forze armate facendole partecipare alla guerra con la propria identità nazionale, inserite in quelle angloamericane.
Ci sarebbe riuscito con la formazione del CIL (Corpo Italiano di Liberazione), ma mentre lo progettava ecco entrare nel gioco, scompigliandolo, Peter Tompkins.
Questi, sbarcato a Salerno alla fine di settembre ’43 – dopo aver svolto un intenso lavoro di intelligence interrogando prigionieri italiani in Grecia, in Kenya, nell’Africa del Nord e reclutando per l’OSS italiani sicuramente antifascisti nei campi di concentramento in Algeria e tra i rifugiati fuggiti dall’Italia (come Velio Spano, arruolatosi in Tunisia) – si era incontrato con Raimondo
Craveri proteso, anche per mandato di Ugo La Malfa, a costituire una organizzazione italiana
con le medesime funzioni e finalità dell’OSS, alle dipendenze del comando americano. L’idea prese
maggiore forza lasciando sperare che si potesse giungere alla costituzione di una consistente unità di italiani sotto il comando americano, indipendente dall’esercito nazionale (che Badoglio stava
riorganizzando). Craveri, per avere credito presso gli Alleati, poteva contare su una personalità di primo piano, concordemente stimato, Benedetto Croce, di cui aveva sposato la figlia Elena. Con Croce, lui e Tompkins si incontrarono a Capri.
Studiarono i particolari dell’operazione, individuarono il comandante dell’unità nel generale Pavone.
Ma Badoglio, informato di tutto, l’ebbe vinta, col sostegno del governo inglese, facendo annullare
l’impresa di Craveri e Tompkins sul nascere. Anche se Donovan aveva incoraggiato l’iniziativa, i vertici dell’OSS ne denunciarono l’improvvisazione.
Secondo loro Tompkins era un battitore libero, poco incline a rispettare ordini e disciplina.
Tompkins non si dette per vinto. Ritornati al progetto originario, Craveri e Tompkins costituirono
l’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana), un’appendice dell’OSS composta da volontari italiani
che opereranno sul terreno del nemico anche autonomamente ma sempre in stretto contatto con il
comando dell’OSS o inseriti nelle missioni americane anche con funzioni di comando.
Tompkins ha raccontato nei suoi libri, come abbiamo scritto, gli episodi che segnarono l’avvio delle attività dell’OSS mettendo in rilievo le difficoltà incontrate con i capi dell’organizzazione, tacciandoli di ipocrisia, malafede e incapacità a capire il significato unitario del CLN che metteva al riparo la Resistenza italiana dalle divisioni che avevano insanguinato altrove i movimenti di guerriglia antinazista. In un convegno a Venezia (17-18 ottobre 1994) pronunciò contro di loro parole durissime, denunciandone l’ambiguità. Se da una parte – disse – combattevano il nemico utilizzando agenti sinceramente democratici, dall’altra – accusò – salvavano i fascisti della X MAS «con Valerio Borghese, per costituire poi, con loro, “Gladio”, per fare la guerra anticomunista e, con il generale Wolf, capo delle SS, salvare i nazisti in Germania […] Per quanto riguarda l’OSS e la guerra di Liberazione – non essendo ancora l’OSS diventato CIA – non possiamo però farci fuorviare, nel giudizio complessivo, dalle critiche, benché legittime, rivolte a taluni dei suoi esponenti. Su ciò
anche Tompkins era perfettamente d’accordo. L’apporto dell’OSS alla guerra di Liberazione in Italia è stato di straordinaria importanza, il comportamento delle missioni il più delle volte eroico, sino all’estremo sacrificio, fossero i componenti cittadini americani o italiani (dell’ORI, o diversamente arruolati) […] Se le diatribe all’interno dell’OSS non portarono alle discriminazioni – che per buona parte della guerra partigiana, tranne un ripensamento nella fase finale, videro gli inglesi del SOE rifornire dal cielo di armi e munizioni preminentemente le unità degli “Autonomi”, di “Giustizia e Libertà”, i verdi e azzurri della Democrazia Cristiana, ed in certa misura anche quelle socialiste,
le “Matteotti”, lesinando se non rifiutando gli aiuti alle “Garibaldi” (ne fui testimone, capo di
Stato Maggiore della Prima Divisione Garibaldi, in Piemonte) – lo si deve soprattutto allo spirito di
giustizia e verità che ebbe il sopravvento sulle valutazioni ideologiche arbitrarie, e ciò principalmente per merito dei capi missione, americani e italiani (tra costoro vogliamo ricordare
Piero Boni e Ennio Tassinari), i migliori interpreti della realtà anche politica “sul campo”.
Certamente Peter Tompkins ha sofferto personalmente di tale situazione contraddittoria, arbitrariamente imputato (con altri dell’OSS che avevano partecipato alla guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali) di filocomunismo, e perciò volutamente screditato a tal punto che un esponente di primo piano dell’OSS, Max Corvo – autore di un libro oltremodo documentato e
suggestivo La campagna d’Italia dei servizi segreti americani. 1942-1945 (Libreria Editrice Goriziana)
– dedica alla sua missione a Roma poche righe, dicendolo «intrappolato nella rete di intrighi e rivalità intestine del CLN» e attribuendo ad altri il merito dell’attività di spionaggio durante la battaglia per Roma seguita allo sbarco di Anzio, specialmente elogiando agenti dei servizi segreti italiani (SIM), facenti capo a “Scamp” (Vincent Scamporino), alcuni dei quali Tompkins
sospettava di essere in contatto e combutta con i servizi segreti fascisti.
La verità sul peso strategico che ebbero le informazioni di Tompkins – assolvendo in modo davvero meritorio, oltre le aspettative, ai compiti per i quali era stato inviato segretamente a Roma alla vigilia dello sbarco di Anzio – ci viene da fonti inoppugnabili, oltre che dai documenti reperibili nell’Archivio di Stato Americano, NARA (National Archives and Records Administration): dalle testimonianze di personalità della Resistenza romana che collaborarono con lui, come Giuliano Vassalli, comandante delle brigate “Matteotti” nella Capitale, poi arrestato e rinchiuso in via Tasso,
cui Tompkins dovette la vita avendo Vassalli resistito alla tortura senza rivelare dove si nascondeva il capo missione americano.
Vassalli, poi ministro di Grazia e Giustizia, Presidente della Corte Costituzionale, introducendo la seconda edizione del libro Una spia a Roma, riconosce «le straordinarie doti di coraggio, perspicacia, intelligenza, patriottismo di Peter Tompkins (…). Ai miei occhi ebbe il merito di non lasciarsi menomamente indurre ad una aprioristica diffidenza verso le forze politiche di sinistra, nutrita invece da alcuni ambienti del suo Paese e dalla stessa organizzazione di cui faceva parte…». Vassalli (uno tra i principali promotori della fuga di Pertini, Saragat e altri da Regina Coeli il 24 gennaio ’44), prima dell’arresto, era a capo di una rete che forniva le informazioni a Tompkins per essere inviate
al quartier generale alleato mediante una trasmittente spostata frequentemente da un luogo clandestino all’altro per renderne difficile l’individuazione. Un’altra rete era organizzata da Franco Malfatti, anche lui socialista, con l’aiuto di un medico, Lele Crespi, una terza da un ufficiale che si era appositamente arruolato nella polizia fascista, Maurizio Giglio, cui era affidata anche una trasmittente installata su un barcone in riva al Tevere. Giglio, catturato in seguito ad una delazione, la radio sequestrata e usata dai tedeschi per inviare false notizie agli angloamericani, morirà alle Ardeatine, Medaglia d’Oro al Valor Militare […] l’attesa spasmodica protrattasi dalla fine di gennaio ai primi di giugno ’44, la convinzione che la liberazione potesse avvenire da un momento all’altro, la pressione degli Alleati sulla Resistenza perché intensificasse le azioni impegnando quante più forze tedesche, altrimenti inviate sul fronte di Anzio, nella guerriglia cittadina (l’attacco militare dei GAP Centrali in via Rasella obbedì a tale esigenza e alle reiterate richieste angloamericane) sono elementi che, combinati tra loro, ci spiegano come da una parte, quella delle formazioni partigiane, venissero trascurate in quei momenti convulsi le norme che garantivano la clandestinità delle organizzazioni; dall’altra, quella nazifascista, si intensificassero le retate e soprattutto le infiltrazioni tra i partigiani di provocatori e spie […] I documenti relativi all’ultima fase dei combattimenti seguiti allo sbarco di Anzio testimoniano numero, intensità, esiti delle azioni di sabotaggio dei partigiani lungo le vie di
rifornimento in parallelo all’attività informativa. Impossibile, scrive più volte Tompkins – ed era solito ripetere queste parole, come abbiamo detto, nei discorsi pubblici – senza le donne, gli uomini, i ragazzi, molti dei quali caduti tra i due fuochi o fucilati dai tedeschi, che gli fornivano tempestivamente informazioni e dati perché artiglieria e aviazione degli Alleati colpissero gli
obiettivi nemici, reparti in marcia e nei ridotti difensivi o accasermati, apprestamenti, depositi di munizioni e carburanti. E non solo quando l’offensiva alleata consentì la saldatura tra le truppe provenienti da Anzio con quelle dal fronte del Garigliano, ma prima, nei momenti più drammatici, quando la testa di ponte rischiò il fallimento, il corpo di spedizione l’annientamento, i superstiti di essere ributtati in mare. Massimo Rendina, Patria indipendente, 18 febbraio 2007

All’insaputa di Huntington, Peter Tompkins ed alcuni altri elementi ai suoi ordini facevano un tipo di politica che non piaceva né agli Inglesi, né ad alcuni degli ufficiali italiani che erano in contatto con l’OSS. Questi ufficiali erano offesi dalle pesanti critiche mosse al governo Badoglio e dai continui dubbi espressi sulla fedeltà e sulla competenza degli uomini assegnati alle attività di spionaggio. Max Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani 1942-1945, Libreria Editrice Goriziana, 2006

L’O.S.S. ottenne anche di poter impiegare un sommergibile italiano per le missioni di sbarco in Adriatico. Inoltre, per diretto intervento del generale Donovan, capo dell’O.S.S., fu deciso l’invio a Roma del giornalista Peter Tompkins, facente parte dell’ala moderata dell’O.S.S. In imminenza dello sbarco ad Anzio, Tompkins, con un agente emiliano di sua fiducia, fu trasportato da un velivolo B-26 fino a Campo Borgo, in Corsica, vicino a Bastia, ove armato di Beretta calibro 9, con 300 sovrane d’oro, i codici segreti e i quarzi per la radio e una macchina fotografica Minox, imbarcò sulla sezione dei due MAS 541 e 543 italiani assegnati alla missione. Costeggiata l’Isola d’Elba, i due MAS sbarcarono, all’alba del 20 gennaio, il gruppo circa 30 km a nord di Tarquinia (probabilmente alla foce del Fosso Tafone). Lo sbarco avvenne con battellino di gomma giallo, che veniva destinato allo scopo, sul quale prendevano posto tre persone, di cui una destinata a riportare indietro il battellino. Con un’automobile guidata da italiani percorsero l’Aurelia, per giungere a Tarquinia e deviare per la Cassia, in direzione di Viterbo, riuscendo a raggiungere Roma, ove presero contatto con il gruppo inviato in precedenza e con Franco Malfatti, già assegnato alla commissione italiana di armistizio con la Francia e poi funzionario del S.I.M., nel periodo del governo Badoglio. Tompkins incontrò anche elementi del C.L.N. Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale – Anno XXIX – 2015, Editore Ministero della Difesa

Coraggioso ed acuto, lo statunitense Peter Tompkins, giornalista e spia dell’OSS, fu tra i protagonisti della liberazione del nostro Paese dal nazifascismo, in particolare mantenendo in contatto per sei settimane – dalla Capitale occupata dai tedeschi – la Resistenza romana e le truppe alleate. Un compito rischioso che lo vide impegnato a Roma, con alterne fortune, dalla vigilia dello sbarco di Anzio (Operazione Shingle, 22 gennaio 1944) all’entrata in città dei soldati americani (4 giugno 1944). […] Nato nel 1919 ad Athens, in Georgia, Tompkins studia in Inghilterra e a Harvard e, già dall’adolescenza, trascorre le vacanze in Italia, specialmente a Roma. Qui, dopo l’università, a partire dal 1939 è corrispondente di guerra per il New York Herald Tribune e per il network radiofonico Mutual Broadcasting System. Nel 1941 è in Grecia, sempre come corrispondente di guerra, per la Nbc. Nel 1942 si trova invece in Nordafrica, ad Algeri, dove è vicedirettore della sezione “Guerra psicologica” del quartier generale delle forze alleate. Nello stesso anno, entra nell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio di informazioni americano che proprio in quel frangente di tempo si sta costituendo e che è il precursore della CIA) diretto dal colonnello William Joseph Donovan. All’indomani dell’armistizio di Cassino Tompkins, trasportato da una motosilurante della Marina britannica, approda nei pressi di Salerno dov’è appena sbarcata la Quinta Armata statunitense […] Peter Tompkins, quindi, collabora con l’azionista Raimondo Craveri (“Mondo”), genero di Croce, alla formazione dell’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana). Nel comando napoletano di Tompkins – nel quale vengono nascosti, rifocillati e rivestiti politici e spie e si radunano i vertici del CLN per ragionare sugli scenari politici futuri del Paese – si vedono anche il maresciallo Badoglio, Croce e l’antifascista Carlo Sforza. A metà gennaio 1944 Donovan transita per Napoli. Il capo dell’OSS è intenzionato a mandare a Roma, prima dello sbarco di Anzio, un membro dell’organizzazione per coordinare le attività spionistiche e partigiane con l’Operazione Shingle. Tompkins, 24 anni, si offre volontario per la missione. D’altra parte, corrisponde al candidato ideale: conosce la città per esserci vissuto a lungo fino a circa tre anni prima, sa perfettamente la nostra lingua e ha un’esperienza giornalistica che lo rende abile nel valutare l’attendibilità delle informazioni prima di trasmetterle via radio agli Alleati. È un civile, ma per l’incarico gli viene attribuito il grado di “maggiore”. Il 20 gennaio 1944 lascia Napoli: decolla su un bombardiere B-25 dell’OSS ed atterra in Corsica, a Campo Borgo nei pressi di Bastia […] Il 21 gennaio raggiunge finalmente la Capitale, dove è il responsabile della missione segreta dell’OSS. La durata dell’operazione avrebbe dovuto essere breve, un paio di settimane al massimo. Vista poi la situazione di stallo della testa di ponte di Anzio, egli rimarrà invece quasi cinque mesi dietro le linee tedesche. Tra i suoi aiutanti più fidati vi sono Maurizio Giglio (“Cervo”) – giovane ufficiale di polizia della RSI che, in realtà, lavora per l’OSS ovvero colui che, dopo aver partecipato agli scontri di Porta San Paolo contro i tedeschi, si era recato al Sud per mettersi a disposizione degli Alleati ed aveva portato a Roma, da Napoli, la radiotrasmittente clandestina dell’OSS (chiamata in codice “Vittoria”) e che si occupa di spostarla periodicamente per evitare che venga trovata dai nazifascisti – e Franco Malfatti, stretto collaboratore del socialista Giuliano Vassalli (componente della Giunta militare centrale del CLN) e decorato poi di medaglia d’argento al valor militare. Tompkins stabilisce relazioni con i capi militari della Resistenza e con rappresentanti delle forze badogliane. Viene così allestita un’estesa rete spionistica, alla quale contribuisce in particolare il movimento socialista clandestino che, attraverso la sua gente, riesce capillarmente a sorvegliare in maniera costante le maggiori strade di Roma e, quindi, ad osservare i movimenti delle forze armate germaniche e ad individuare i depositi di munizioni. Utile all’organizzazione è, tra l’altro, anche la complicità di un ufficiale di collegamento tra il comando italiano e quello tedesco della Città Aperta e di una persona di fiducia nell’ufficio di censura nemico. Vi sono informatori anche in vari ministeri e nel carcere di Regina Coeli. Nascondigli e false identità Questi non sono certamente mesi facili a Roma per Tompkins, ricercato dalle varie polizie, ostacolato perfino da qualcuno dei suoi (l’OSS, infatti, non era esente dalla presenza di opportunisti e di ex agenti del SIM, il Servizio Informazioni Militare) e con il pericolo di venire riconosciuto dagli amici di una volta. Per larga parte del tempo, egli alloggia in un nascondiglio segreto a Palazzo Lovatelli, poco lontano dal Campidoglio: una stanza nascosta, alla quale si accede da una piccola apertura quadrata, chiusa da un pannello celato da un comodino. Ma dimora anche nella casa di Giglio e nel laboratorio di un sarto. Numerose le sue false identità. Peter Tompkins non è solo l’inafferrabile “Pietro”. È pure “Federico Caetani”, il fratello fittizio del suo compagno di corso ad Harvard ed amico di nobile lignaggio Camillo Caetani (morto in guerra nel 1940 sul fronte greco-albanese), “Luigi Desideri”, capitano distaccato presso il comando della Città Aperta, e “Roberto Berlingieri” (nome col quale, ad una festa, s’imbatte nel capitano delle SS Erich Priebke). Molteplici i ruoli che deve recitare: si fa passare per un prigioniero scappato dal campo di concentramento, per un agente della polizia ausiliaria, per un maggiore e un sergente dell’Aeronautica, per un caporale della PAI (Polizia dell’Africa Italiana). Per agire e mimetizzarsi, quindi, è costretto perfino ad indossare l’uniforme dei nemici. Radio Vittoria Nelle sue memorie, Tompkins ricorda che nella Capitale vi è già una radio clandestina attiva (in connessione con il Comando supremo italiano), quella dei badogliani del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo – comandante del Fronte militare clandestino di Roma e fedele al governo del re – catturato il 25 gennaio 1944 da militari tedeschi, seviziato per quasi due mesi nelle celle di via Tasso senza nulla svelare, fucilato alle Fosse Ardeatine, medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Con questa radio le informazioni, prima di arrivare alla testa di ponte, devono passare da Brindisi (sede del governo del Regno del Sud) e da Caserta (sede del quartier generale dell’OSS). Più veloce è, invece, radio Vittoria utilizzata da Tompkins: notizie, infatti, vengono trasmesse agli Alleati fino a cinque volte al giorno – contemporaneamente – a Caserta e alla testa di ponte di Anzio. I comandi alleati necessitano di notizie affidabili sui tedeschi. E la rete di spionaggio, soprattutto tra fine gennaio e oltre metà febbraio 1944, svolge un ruolo fondamentale nel salvare la testa di ponte di Anzio perché in diverse occasioni riesce a dare il preavviso degli attacchi tedeschi agli Alleati, che così possono preparare meglio la risposta. Altrettanto preziose si rivelano le precise indicazioni trasmesse sui bersagli da bombardare con l’aviazione. L’organizzazione versa un alto tributo di sangue: decine di informatori, caduti nelle mani delle SS, sono trucidati alle Fosse Ardeatine. A metà marzo 1944 radio Vittoria, per la cattura del suo radiotelegrafista e di Maurizio Giglio, è obbligata a cessare le trasmissioni. Giglio, il 17 marzo 1944, viene fermato dalla banda Koch mentre sta prelevando la radio, installata in una chiatta sul Tevere, per metterla al sicuro: il 23enne è torturato a lungo e poi ammazzato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Tompkins si impegna a riorganizzare il servizio di informazioni, ma non riesce – nonostante diversi tentativi – a rimettersi in contatto con la base dell’OSS. Comandante di Roma per un giorno Il 4 giugno 1944, mentre le colonne americane stanno per fare il loro ingresso nella Città Eterna, Tompkins redige e firma – su carta intestata e sigillo dell’OSS – «l’ordine ufficiale di assumere il controllo dell’ordine pubblico» che viene consegnato, perché sia eseguito, al capo delle forze di polizia di Roma e al comandante della Città Aperta, nel quale chiede di proteggere edifici e servizi pubblici da sabotaggi, difendere ponti e centrali elettriche, arrestare disertori tedeschi e repubblichini, vietare ai civili la partenza dalla città. In seguito, dopo la liberazione di Roma, sarà impegnato nelle attività dell’OSS anche in Germania, a Berlino. Tompkins deve la sua vita, oltre alla sua sagacia, anche al comportamento eroico di due persone in particolare: Maurizio Giglio (medaglia d’oro al valor militare alla memoria) e Giuliano Vassalli (arrestato dalle SS il 3 aprile 1944, martoriato nella prigione di via Tasso e liberato due mesi dopo, medaglia d’argento al valor militare, divenuto parlamentare, ministro di Grazia e Giustizia e presidente della Corte costituzionale). Entrambi, benché seviziati, non rivelarono mai la vera identità e l’indirizzo di Peter Tompkins. Il ritorno al giornalismo Dopo la guerra, Tompkins abbandona l’OSS e riprende l’attività giornalistica lavorando per la Cbs. Scrive anche per alcuni periodici, dal New Yorker a Life fino all’Esquire, ed è autore di volumi di carattere storico, ma non solo (come il libro La vita segreta delle piante pubblicato nel 1973). Il 23 marzo 1998 viene insignito dell’onorificenza di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana su iniziativa del capo dello Stato dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro. È deceduto, all’età di 87 anni, il 24 gennaio 2007 a Shepherdstown, città della Virginia Occidentale. Marco Scipolo su Sicurezza Nazionale

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