Come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua…

Villa Pignatelli a Napoli, splendida dimora inglese che mescola lo stile neoclassico e neo palladiano, fu progettata nel 1826 da Pietro Valente per Sir Acton, passò poi ai Rothschild e infine ai Pignatelli Cortes d’Aragona che nel 1952 la donarono allo Stato Italiano. La villa, immersa in un parco, merita di esser visitata per gli arredi,statue, dipinti, decorazioni in stucco, collezioni di porcellane, argenti e cristalli che la rendono simile a un raffinato gioiello d’epoca.
È sede del Museo Pignatelli dove a distanza di cinquant’anni dalla mostra monografica tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 1953, nel 2009 sono state esposte più di centocinquanta opere – tra disegni, terrecotte, bronzi, gessi, cere e argenti- che documentano l’attività creativa di Vincenzo Gemito, geniale protagonista del panorama artistico europeo tra l’Ottocento e il Novecento. Una mostra di foto d’epoca, autoritratti, ritratti di parenti, meduse e sibille, grandi personaggi artistici e storici- come Verdi,Alessandro Magno e Carlo V- e soprattutto popolani e scugnizzi (bambini di strada) ripresi dal vero nelle vesti di acquaioli e pescatori, rappresentanti di un’umanità atemporale che vive nelle opere scultoree e grafiche di Gemito.

Vincenzo Gemito, Zingara

Gemito visse la sua esperienza umana e artistica come una continua prova da superare, pagando con la follia la sua tensione espressiva. Tutta la sua produzione ( sculture e disegni, in parte inediti, realizzati a penna,a matita, a carboncino, a seppia e ad acquerello) riflette una personale ricerca sia sull’ uomo, sia sull’ essenza della forma fissata nel gesto e nell’ attimo.

È interessante la vita di quest’artista che fece dell’arte la sua ragione di vita fino a divenirne quasi una mitica vittima.

Egli aveva nome Vincenzo Gemito. Era povero, nato dal popolo; e all’ implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungono talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua” (G.D’Annunzio, In morte di Giuseppe Verdi).”

Il 18 luglio 1852 Suor Maria Egiziaca Esposito si presentò all’orfanatrofio dell’Annunziata con un bambino che di notte era stato deposto nella ruota (i bambini indesiderati venivano in tal modo affidati alle suore). Il bimbo aveva solo un pezzo di tela e l’ orecchio destro bucato. Gli fu dato il nome Vincenzo Gemito. Adottato da un’umile famiglia, che da poco aveva perso un figlio, sin da piccolo fu avviato all’ arte della scultura e si dedicò a ritrarre giovinetti di strada. Fu subito notato nell’ ambiente artistico napoletano. Si classificò tra i primi nelle prove di ammissione al Real Istituto d’Arte e nel 1868 lo stesso re Vittorio Emanuele II acquistò il suo Giocatore in terracotta per la reggia napoletana di Capodimonte.

Vincenzo Gemito, Acquaiolo

Gemito si formò studiando i bronzi di Ercolano e dall’ arte antica ricavava la solennità che nobilita ogni soggetto“…Se all’artista manca la cognizione del passato non potrà mai fare un capolavoro. Le mie opere sono prese dal vivo così come sono esistite…”. Prima lavorò materiali duttili, plasmabili con le mani, come cera e terracotta, poi utilizzò anche il bronzo e l’argento che gli consentivano di controllare la forma in modo quasi ossessivo. Tra il 1877 e il 1880 visse a Parigi ove divenne amico di Meissonier, famoso pittore, che acquistò il suo innovativo Pescatore di bronzo e, pur mantenendo un’autonomia artistica, ebbe relazioni coi grandi artisti dell’epoca, da Boldini a Rodin.

Vincenzo Gemito, Pescatore

Nel 1880 tornò a Napoli e realizzò la statua di Carlo V. L’insoddisfazione peracquaiolo – gemito la resa in marmo della sua opera scatenò un esaurimento psichico che lo portò quasi alla follia “io non ho più la genialità di prima e non mi sento più lo stesso uomo…”Per poco tempo soggiornò in una casa di cura, poi dal 1887 al 1909 si isolò volontariamente nella sua casa, ove fu assistito dal padre “mastro Ciccio”, dalla moglie Anna e dalla figlia Giuseppina , che ispirarono molte sue opere. Nel 1909 riprese a viaggiare e a lavorare tra Roma a Parigi finché, ormai famoso, tornò alla natia Napoli dove morì il 1° marzo del 1929. Anche la sua scomparsa diventò mitica, come la sua fama. Si narra che, quando il corteo funebre giunse davanti alla marina, i becchini sentirono d’un tratto la bara più leggera sulle spalle. Ci fu un po’ di scompiglio tra i personaggi ufficiali finchè un signore in tuba levò la mano a indicare il golfo di Napoli: scortato da due delfini, Gemito navigava verso i mari della Grecia.

di skikblog.it

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